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mercoledì 29 novembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
 Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi . La stagnazione economica ha fatto  riemergere gli  antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche  a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale,  prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e  quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e  consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le  posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al  suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25  giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei pesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
 Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza,  che ha raggiunto solo recentemente (Agosto 2006).

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