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sabato 18 novembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre 1959 a New York ha luogo l'anteprima mondiale del Kolossal "Ben Hur".
Il più famoso e pluripremiato film della storia del cinema e nello specifico genere dell'historical-movie. Ben-Hur si può definire un film d'immagine e d'attori, di spettacolarità e contenuto, trascinato da circa 500 caratteristi (ben 365 parlanti e 73 ufficialmente accreditati) e oltre 60.000 comparse. Le sequenze visive ad ampio raggio fanno la parte del leone e grazie al loro apporto questo capolavoro ha raggiunto i massimi vertici di popolarità.
Per Ben-Hur, si decise di dare una svolta epocale ad un genere sempre espresso in funzione della magniloquenza visiva. Quindi, unione d'intenti sia nelle immagini che nel contenuto. Per questo motivo furono scelti come interpreti perfettamente calzanti alla storia narrata. Charlton Heston, che sostituì il più affermato Burt Lancaster il quale aveva rifiutato la parte, Jack Hawkins il solo attore di successo presente nel cast, Stephen Boyd co-protagonista del film, ma sorpassato nei titoli del film da Hawkins per "motivi gerarchici" (obbligato tra l'altro a mettersi le lenti a contatto marrone, imposte da qualche consulente storico che sosteneva la tesi secondo la quale "i romani non potevano avere occhi celesti"), un sorprendente Hugh Griffith e nel ruolo femminile la sconosciuta attrice israeliana Haya Harareet con una decina di film in carriera. Willyam Wyler, favorevolmente impressionato dalla performace in I Dieci Comandamenti (1956, di Cecil B. DeMille), decise di affidare il ruolo di protagonista a Charlton Heston, già da lui diretto in un ruolo da non protagonista l'anno prima nel superwestern Il grande paese. Rifiutò Kirk Douglas, il quale, infuriato, pensò bene di controbattere questa produzione allestendo personalmente un altro kolossal 'romano', Spartacus, da lui stesso prodotto e interpretato.
Il film è strutturato su cinque sequenze memorabili: i forzati ai remi, la battaglia navale e, naturalmente, la famosissima corsa delle bighe o, meglio definite, quadrighe; oltre, le straordinarie scene del lebbrosario e della Via Crucis. Si vocifera che il regista William Wyler, ossessionato dalla sequenza della corsa (giovanissimo, fu aiuto regista di Fred Niblo nel Ben Hur del '25) decise di dirigere il film proprio per realizzare questa scena.
La sceneggiatura fu scritta da Karl Tumberg, inizialmente orribile e nell'insieme molto deprimente, al punto che Wyler chiese l'intervento di tre penne illustri, Chritopher Fry, Maxwell Anderson e, soprattutto, Gore Vidal, i quali, cestinando l'originale, riscrissero daccapo l'intera sceneggiatura. Tumberg rimase tra gli accrediti ma non vinse l'Oscar (Wyler gli fece una campagna negativa) e fu l'unico nelle complessive 12 nomination a non riceverlo.
Le riprese del film durarono circa un anno, monopolizzando interamente Cinecittà. La lavorazione andò avanti non senza travagli e momenti di panico totale, in particolare per la scena della corsa delle bighe. Dopo mesi di preparativi al Circo Massimo, nel cuore di Roma, quando l'installazione dell'impianto scenografico era ormai ultimata e tutto era pronto per essere filmato, arrivò il contrordine dalla sovraintendenza che bloccò le riprese. Si decise allora di trasferire il tutto al circo di Massenzio, con ulteriore perdita di tempo e soprattutto di denaro. Anche questo sito fu scartato e la location finalmente trovò luogo nella spianata di Tor di Valle, già strutturata e in fase di costruzione per l'ippodromo di trotto, poi inaugurato nel 1960, in concomitanza delle Olimpiadi di Roma. In questa situazione di caos indescrivibile trovò la morte il produttore Sam Zimbalist, stroncato da infarto probabilmente causato dallo stress emotivo portato dai continui accadimenti.
La corsa delle bighe è la sequenza più famosa della storia del cinema; 32 minuti senza interruzione, che per una scena d'azione costituisce un record. Occorsero tre mesi per completarla e all'inizio sorse un altro problema, occorrevano quattro purosangue totalmente bianchi e in Italia non esistevano. Dopo frenetiche ricerche, che fecero perdere altro tempo, i cavalli furono individuati in Cecoslovacchia e da qui fatti arrivare via treno.
Finalmente iniziarono le riprese. Wyler, molto esigente con i direttori della fotografia, pretese inquadrature da tutti i settori possibili dell'arena, comprese quelle dall'alto. Il regista voleva immagini dense di crudo realismo. Per la prima volta in un film s'incominciano a vedere effetti truculenti come sangue, braccia e gambe mozzate, scene fino allora considerate off-limits dalla ferrea censura americana in generale e dalla "pia" Metro Goldwyn Mayer in particolare.
La sequenza della caduta dalla biga di Charlton Heston, o meglio del suo stuntman Joe Canutt, è reale; frutto di un incidente che nel suo sviluppo dava un'impressione visiva notevole, tale che infine fu deciso di inserirla nel film.
La battaglia navale fu girata in interni nelle due piscine di Cinecittà, con appropriato uso di modellini in scala disegnati da Mauro Zambuto e orchestrati dal mago dei trucchi Arnold Gillespie. A questo proposito, bisogna tenere conto che il film è datato 1959, quando le tecniche di realizzazione per gli effetti speciali non erano all'avanguardia come oggi, dove la grafica computerizzata è divenuta l'elemento centrale nella concretizzazione di un film. Di notevole spessore visivo i forzati che remano incatenati alle galere a ritmo di tamburo.
La figura di Cristo (non si vede mai il volto) aleggia nella pellicola a ricordo che il soggetto di riferimento del film, pur nella drammaticità d'eventi e situazioni, è lui. Si è voluto dare, pur in una situazione tipicamente religiosa, un tono d'assoluta drammaticità ad una vicenda realista (il conflitto tra due amici d'infanzia ormai adulti) e adatta in qualsiasi tempo e circostanza. Entrambi sono alle prese, uno con l'idealismo patriottico ancorato rigidamente alle origini della sua terra invasa dai conquistatori e l'altro con sete di potere e tale bramosia, che pur di arrivare ai fini prestabiliti non bada a mezzi termini per raggiungerli. Su quest'aspetto ruota l'intera vicenda, l'amicizia, il dolore, la sublimazione della vendetta e infine la conversione, non intesa soltanto come viatico religioso ma soprattutto come rispetto della propria e altrui dignità in senso laico.
A tale proposito Gore Vidal ci ricamò sopra. Lo scrittore descrisse l'amicizia tra Ben Hur e Messala come un rapporto tra due gay; ed anche se nessuno si accorse di questa sottigliezza, ciò mandò su tutte le furie Wyler, al punto che il regista troncò di netto l'amicizia con lo sceneggiatore. Tra l'altro il solo Stephen Boyd era a conoscenza di questa variazione e sul set si comportò di conseguenza. Seguendo attentamente le fasi iniziali del film si può costatare, in alcune circostanze, lo sguardo di smarrimento di Charlton Heston a fronte della gestualità di Boyd.
La recitazione è sulle righe, con uno straordinario Heston, un già sopra citato Griffith, oltre ad un notevole numero di bravi caratteristi, tutti su libro-paga della MGM. Scenografia e costumi corrispondono in parte alla tradizione secolare della casa produttrice. In questo caso però è evidente una certa sobrietà della messa in scena. La ricostruzione dei set non è certo paragonabile ai precedenti film targati MGM dove, grazie all'apporto del re dell'art direction Cedric Gibbon ormai deceduto, il contorno era disegnato con novizia di particolari e amalgamato in una sorta di pomposa e magniloquente rappresentazione. Per curiosità, lo sfondo usato nei titoli di testa (Il giudizio universale) fu riutilizzato nel 1965 per Il tormento e l'estasi di Carol Reed, con Charlton Heston nel ruolo di Michelangelo.
Sommando i vari parametri di realizzazione è facile individuare il trionfo dell'estetico sul concreto, anche se la notevole fluidità del racconto crea un perfetto connubio tra "esteriorità" e "soggetto", raggiungendo una simbiosi così perfetta tale da poter dimostrare che l'uno non può fare a meno dell'altro; ed è un caso raro se non unico in un impianto narrativo colossale.
Presente nel cast anche Mario Soldati, che si occupò della corsa assieme al veterano degli stuntman Yakima Canutt e suo figlio Joe. Senza accrediti figurano attori italiani come Giuliano Gemma, Lando Buzzanca e Marina Berti. Le voci dei narratori appartengono a Walter Pidgeon per l'edizione originale e Gino Cervi per quell'italiana. Consulente per il technicolor non più il bravissimo Henri Jaffa, ma Charles K. Hagedon e la differenza si vede. In tempi recenti, il tecnico Patrizio Corrado ha rielaborato elettronicamente il colore delle immagini.
I capolavori assoluti nella storia del cinema sono difficilmente elencabili, per tantissimi motivi ma soprattutto per la diversità esistente tra un genere e un altro. Il kolossal (che non è un genere ma un'identificazione ben precisa di un tipico linguaggio cinematografico) da sempre è stato oggetto di recensioni molto negative da parte della critica e spesso a ragione. Questi film si sono da sempre prodotti badando poco ai contenuti e molto alla sostanza. Nella loro realizzazione, scenografia, costumi, arredamento, colonna sonora, trucco, effetti speciali e la partecipazione di decine di migliaia di comparse la facevano da padrone, relegando in secondo piano il soggetto e la sceneggiatura, vera essenza di un film. Addirittura, gli attori e in qualche caso persino i registi, potevano risultare elementi trascurabili; e questo da sempre, dai muti di Griffith e DeMille d'inizio secolo per arrivare ai Titanic e Il Gladiatore dei nostri giorni. Non sempre però è accaduto questo. Ci sono le eccezioni che confermano la regola e il Ben-Hur del 1959 n'è il classico esempio.

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