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venerdì 19 agosto 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Secondo la tradizione cristiana, il 19 agosto si celebra la figura di Sara, moglie di Abramo.
La figura di Sara com'è descritta nel libro della Genesi rivela la sua personalità complessa: principessa di nome ma costretta a lasciare la propria casa per l'esilio; moglie del patriarca Abramo ma ritenuta sua sorella dal Faraone e Avimèlekh che l’hanno voluta come concubina a causa  della sua straordinaria bellezza; la padrona di Hagar, serva egiziana giovane e fertile, mentre lei stessa una donna sterile che riuscirà a partorire solo in età avanzata. Le varie fasi della sua trasformazione vengono sottolineate nel testo ogni qualvolta cambia di nome: da Sarài, Iscà a Sara.
I primi due nomi appaiono nel testo quando “Abramo e Nachor presero moglie; la moglie di Abramo si chiamava Sarài, e Milcà quella di Nachor che era figlia di Haran padre pure di Iscà. Sarài era sterile; non aveva figli” (Genesi 11:29-30). Il grande commentatore biblico Rashì spiega: il nome Sarài significa “principessa”, “colei che amministra se stessa” (e non gli altri, quando si chiamerà Sara), mentre Iscà (dalla radice sch) significa colei che è coperta e protetta dalla Presenza divina in virtù delle sue doti profetiche, e di conseguenza, coloro che le stanno vicino godono della sua bellezza.
Ed è proprio per questa ragione che nel capitolo successivo quando, costretti a lasciare il paese per l’Egitto a causa della carestia, Abramo “Disse a sua moglie Sarài: So bene che tu sei donna di bell’aspetto; quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: ‘Costei è sua moglie’, uccideranno me, e te lasceranno in vita. Di', dunque, che sei mia sorella.” (Genesi 12:11-13).
Nelle storie bibliche la bellezza è desiderata specialmente quando è l’espressione esteriore di un’integrità interiore, ma è anche strumento di seduzione come nel caso di Ester e Giuditta. Infatti, appena arrivati in Egitto, la notarono i notabili e la portarono dal Faraone. Ma subito dopo “Il Signore colpì il Faraone e la sua casa con grandi castighi a cagione di Sarài moglie di Abramo” (Ibid. 12:7). Il Faraone spaventato, libera subito Sarài che assieme al marito rientra nella terra di Canaan. Lo stesso evento si ripete quando Avimèlech, re di Gherar, mandò a prendere Sara, ma Dio lo avvertì nel sogno delle gravi conseguenze che tale azione avrebbe avuto sul suo regno rendendo sterile la sua famiglia, ed egli che era timoroso di Dio, la liberò immediatamente (Ibid. 20:1-18). Com'è detto dai saggi: “Chi ha timore del cielo viene ascoltato” (Berakhot 6b). Vediamo che in due casi diversi Sara fu costretta a figurare come sorella di Abramo e non come sua moglie; infatti, diventando “sorella” Sara acquista una posizione presso la corte dei re e la presenza di un “fratello” permette a lei di avere una protezione, mentre Abramo riceve in cambio un risarcimento materiale per il danno morale che gli è stato derivato.
Interessante notare che, fin quando il testo biblico menziona Sara come la “sorella” di Abramo, un termine che indica un rapporto di stretta parentela ma non di coppia, essi non sono capaci di procreare figli. Sara porta su di sé la tara della sua identità negata, rimane in fondo nella posizione di “sorella” per un determinato periodo o una donna desiderata da altri uomini, ma non moglie feconda.
Nonostante ciò Abramo e Sara sono il primo vero modello di coppia descritto nella Torà. Le loro vicende sono dettagliate, il loro rapporto si sviluppa tra alti e bassi, ma entrambi sono leali allo scopo comune che và ben oltre la relazione di coppia - si dirigono assieme verso la terra di Israele per annunciare il credo di un Dio unico e compiere l’esordio divino: “Và via (lekh lekhà) dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla tua casa paterna, al paese che t'indicherò” (Ibid.12:1). “Lekh lekhà” può essere tradotto in“Và verso te stesso”: un viaggio dai luoghi abituali alla volta di un’avventura spirituale, un rafforzamento della certezza della propria identità, che non và coperta con la menzogna. Infatti, è grazie al cammino, al continuo errare da un luogo all’altro che avviene la trasformazione che tocca la radice dell’essere. Da notare che a entrambi fu concesso di divenire padre e madre di nazioni: Abramo si occupò degli uomini e Sarài delle donne.
Malgrado la promessa divina di una prole vasta come il numero delle stelle nel cielo, che poi diventerà una grande nazione, “Sarài, moglie di Abramo, non gli aveva dato figli” (Ibid. 16:1) perciò Sarài decide di agire e dà la sua schiava Hagar, in moglie ad Abramo dicendole: “Beata te che vieni in contatto con questo corpo sacro” (Genesi Rabbà 45:3). L’unica ragione plausibile per un atto simile è la volontà di Sarài di compiere tramite Hagar la promessa divina. Questo testimonia la forza dell'agire femminile che prende iniziativa e responsabilità per cambiare il corso degli eventi, essendo la donna colei che genera e custodisce la vita, anche se a volte in modo  manipolativo.
Hagar rimase subito incinta e partorì Ismaele.
Il risultato fu che la schiava trattò con disprezzo la padrona, mentre Sarài reagì diventando sempre più dura e amara esprimendo la vulnerabilità di una donna colpita nel nucleo della sua femminilità. Ora non si tratta più di una relazione tra padrona e serva, ma tra donne rivali che lottano per l’attenzione dello stesso uomo, per la loro posizione in famiglia ma soprattutto per il loro luogo nella memoria storica. Un racconto midrashico evidenzia questo: “Quando venivano le donne a fare visita a Sara, essa le mandava a osservare Hagar, la meschina. Hagar non rimaneva in debito e ribatteva: 'La mia padrona sembra una giusta, ma se lo era veramente a quest’ora doveva già partorire, come ho fatto io che sono rimasta incinta già dalla prima notte’” (Genesi Rabbà 45:4).
A questo punto, il Signore stesso interviene e sottolinea ad Abramo l’importanza della moglie; infatti, il figlio predestinato non è Ismaele, ma colui che nascerà dal grembo di Sara. Dio cambia il nome di Sarài con Sara, la benedice e annuncia la nascita di Isacco: “Sarài tua moglie non chiamarla più Sarài; il suo nome sia Sara. Io la benedirò e ti darò anche da lei un figlio; la benedirò e diventerà nazioni;  re di popoli trarranno origine da lei. Abramo inchinò la faccia e rise; disse in cuor suo: 'A cent’anni può uno generare, e Sara a novant’anni partorire?’... e Dio disse ‘Comunque, tua moglie Sara è per partorirti un figlio; gli porrai nome Isacco... stabilirò il mio patto con Isacco che ti partorirà Sara l’anno venturo in questo tempo’” (Genesi 17:15-21). Rashì spiega, che nelle prime generazioni, uomini di 500 anni erano ancora in grado di generare, come Noè che “all’età di cinquecento anni generò Scem, Cham e Jèfeth” (Genesi 5:32).  A partire dalla generazione di Noè, a causa delle vie corrotte seguite dagli uomini sulla terra, l’età possibile era calata ai sessanta o settanta anni, quindi, riuscire ad avere un figlio all’età di cento anni significava vincere le leggi della natura, un dono di Dio alle persone meritevoli.
Da questo possiamo dedurre che la longevità, in piena salute, era la vera natura dell'uomo nei tempi in cui viveva in piena armonia con la creazione e il suo Creatore. La malattia e la riduzione degli anni, sono un diretto risultato dell'infrazione di questo equilibrio tanto delicato e sottile.
L'annuncio a Sara è assai differente, tre angeli sotto le sembianze di ospiti visitano la tenda di Abramo a Mamré. "Gli domandarono: 'Dove è tua moglie Sara?' 'E' nella tenda' egli rispose. Uno di essi disse: 'Tornerò da te di qui a un anno e allora tua moglie Sara avrà un figlio.'… Sara intanto udiva alla porta… Abramo e Sara erano vecchi, avanzati in età; Sara non aveva più la regola delle donne. Essa rise dentro di sé, pensando: 'Logorata ormai sono, può tornarmi la freschezza? E, per di più, il mio signore è vecchio'" (Genesi 18:9-12).
Paragonando tra loro i due testi, vediamo che Abramo riceve la notizia dal Signore stesso, mentre Sara in modo indiretto dai messaggeri del Signore che chiedono esplicitamente di lei: essendo una donna modesta, l'annuncio viene trasmesso tramite il consorte. Interessante notare che Sara non dice "siamo vecchi", ma esalta la vecchiaia del marito come per far notare che il problema non è solo suo.  Dio stesso le risponde immediatamente tramite Abramo: "Perché Sara ha riso pensando: E' proprio vero che io, così vecchia, possa partorire? C'è cosa impossibile per il Signore? Da qui a un anno tornerò da te e Sara avrà già un figlio" (Genesi 18:13-14). Notiamo che il Signore stesso non riferisce ad Abramo le stesse parole usate da Sara, così la frase: il mio signore è vecchio" diventa "Io sono vecchia". Gli interpreti spiegano che il motivo per cui Dio non ha usato esattamente le stesse parole è per non creare una lite in famiglia.
La nozione della vecchiaia appare qui per la prima volta nel testo biblico. Dall'analisi di questa storia risulta che quel che usualmente tendiamo a vedere come il tempo del declino, potrebbe essere vissuto come una promessa di nuova vita, un'età feconda di nuovi progetti, un tempo dedicato non solo a noi stessi, ma al benessere della società. L'anziano è colui che porta con sé il bagaglio di un'esperienza di vita vissuta che diventa preziosa quando viene messa a disposizione degli altri. Quando ciò accade l'anziano è il saggio, il capo, colui che dirige. Per esempio, vediamo come il cambiamento del nome da Sarài "colei che amministra se stessa" a Sara "colei che amministra gli altri", testimonia non solo il passaggio dalla sfera privata a quella collettiva, ma anche il nuovo compito che le è stato assegnato – la madre non solo di un figlio, ma la matriarca di un'intera discendenza.
La benedizione del Signore si manifesta, fatto che nonostante l'età avanzata, Sara torna a sentirsi una giovane e non solo, sfida le leggi della natura dal momento che ha la facoltà di rimanere incinta, allattare e crescere un figlio con serenità. Con questo vince la maledizione inflitta sulle donne dall'episodio di Eva, dove Dio disse: "Farò grandi le sofferenze tue e della tua gravidanza, partorirai figli con doglia e avrai desiderio di tuo marito; egli dominerà su di te" (Genesi 3:16). Non solo, Sara è colei che domina in casa, a tal punto che il Signore stesso dice ad Abramo: Dà ascolto a tutto ciò che Sara ti dice" riguardo la cacciata di Hagar (Ibid. 21:12), ma anche colei che partorisce facilmente. Infatti, spiega Rashì che dopo la nascita di Isacco, le malelingue insinuavano che Sara avesse portato in casa un orfano dal mercato, e per contraddirle, Sara decide di allattare anche i figli delle donne che le facevano visita.
Esaminando ciò che è stato detto fin'ora, notiamo che Abramo e Sara reagiscono esattamente nello stesso modo quando vengono a sapere della nascita di un figlio: con una bella risata. Abramo ride a causa della sua età e quella della sua consorte la quale, non solo era oramai vecchia, ma già nella sua giovinezza non era riuscita a partorire figli. Questo modo di comportarsi può essere interpretato in due modi diversi: da un lato, la risata può essere analoga ad un'irrisione, ma dall'altro potrebbe esprimere un'immensa gioia generata grazie alla realizzazione di un fatto ritenuto impossibile. E' scritto, infatti: "Quando il Signore ci fece tornare a Sion, ci pareva di sognare; allora la nostra bocca si riempì di risa" (Salmi 126:2). All'inizio, Sara "ride dentro di sé" e questo implica che lei si fa beffa della notizia, perché il vero riso è quello che si esprime con la bocca e con il suono; ma quando capisce che si tratta di una profezia, sceglie di negare la risata perché prova paura (Genesi 18:15). Solo quando realizza il suo luogo nel piano divino Sara disse: "Dio ma ha dato di che ridere; chi saprà il mio caso riderà… chi avrebbe detto ad Abramo che Sara allatterebbe dei figli! Che gli avrei partorito un figlio nella sua vecchiaia!" (Genesi 21:6-7).
La risata accomuna i due coniugi e forse spiega il segreto della loro buona salute, della lunga relazione di coppia che ha subito tante prove, ma che comunque le ha anche ben superate. La loro risata diventa un'espressione di fede e di gioia che sarà di eterna memoria quando Dio propone il nome Isacco, Itzchaq "colui che riderà" (dalla radice tzchq, ridere) al nascente.
Dopo che la posizione del figlio è assicurata in famiglia, Sara muore a 127 anni e viene sepolta a Chebron, dove Abramo compra la sua prima proprietà nella Terra d'Israele: la grotta di Makhpelà. Più avanti nel testo, quando il servo di Abramo cerca moglie per Isacco, esulterà la figura del padrone dicendo a Labano: "Il Signore ha molto benedetto il mio padrone… Sara moglie del mio padrone, già vecchia, gli ha partorito un figlio" (Genesi 24:35-36). Poi "Isacco condusse Rebecca nella tenda di Sara sua madre, la prese per moglie e l'amò; si confortò così dopo la morte di sua madre" (Ibid. 24:67).
Dopo la morte di Sara, Abramo sposa Keturà e genera con lei altri sei figli. Spiega Rashì che Keturà è Hagar, e, con questo avviene la riconciliazione con la donna che è stata ripudiata da Sara.


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