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mercoledì 29 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1900 a Monza, l'anarchico Gaetano Bresci uccideva Re Umberto I di Savoia, di fatto chiudendo per sempre l'800 italiano.
All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1900, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 22, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.
Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.
La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco, che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.
Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, quasi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.
Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, chi effettivamente lo disarmò. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a sé la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.
Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali.
Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati!  Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma probabilmente al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.
Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiungere il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave.  L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte.
Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.
Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.
Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, venivano buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governanti di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.
La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.
L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.
I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!
Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.
Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.
Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi.
Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.


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