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mercoledì 4 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governò di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.

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