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venerdì 13 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.

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