Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1945 ha inizio il primo bombardamento di Dresda da parte dell'aviazione britannica. L'inizio di una insensata carneficina.
C’è un monumento nella parte settentrionale di Dresda che ricorda le vittime del quadruplice bombardamento del 13-14 e 15 febbraio del ’45 sulla città. Sulla lapide sono poste due domande: "Quanti morirono? Chi conosce il numero?". Purtroppo il numero finale di morti non potrà mai essere definito con precisione: alcuni storici come David Irving ("Apocalisse a Dresda", 1963) calcolano 135000 decessi ma altre ricostruzioni storiche arrivano a cifre apocalittiche: 200000 morti, più delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe assieme, molte di più dei pur violenti bombardamenti su Berlino, Amburgo e Tokio nel corso della seconda guerra mondiale.
Come mai un numero così impressionante di morti in una città che arrivava prima della guerra a 630000 abitanti? Ma soprattutto, quali ragioni militari e politiche spiegano la decisione di bombardare un gioiello architettonico privo di obiettivi strategici? Chi ha preso la decisione? Sono tutte domande alle quali studi recenti danno una risposta in gran parte soddisfacente, ma non priva di zone d’ombra.
La città prima dell’evacuazione in massa dei tedeschi orientali di fronte all’avanzata sovietica contava circa 630000 abitanti. Era una delle più belle città tedesche dell’epoca, edificata con spiccate forme architettoniche rococò già durante il XVIII secolo fino a diventare l’"Atene" e la "Firenze dell’Elba". Di fronte all’impressionante avanzata nell’est europeo dell’Armata Rossa moltissimi tedeschi fuggirono inorriditi dalle loro case, anche a causa delle violenze che i russi infliggevano ai civili che si rifiutavano di evacuare la zona da loro abitata. E’ evidente nei russi il desiderio di vendicare la distruzione del loro territorio ad opera delle Wehrmacht e contemporaneamente le tante sofferenze patite dai civili russi: fucilazioni di massa, stupri, incendi di interi villaggi, deportazione degli uomini nei lager, ecc.
L’affluenza dei profughi verso Dresda aumentò quando i russi furono molto vicini al confine con la Germania. Ben 5 milioni di tedeschi abbandonarono la propria casa tra il gennaio e il febbraio ’45. In quel momento sembrò che tutta la Germania orientale fosse perduta (Prussia e Slesia) e il centro più sicuro fosse Dresda in Sassonia. In pochi mesi la popolazione a Dresda oscillò tra 1200000 e 1400000 unità. Da parte delle autorità tedesche e dei civili c’era l’illusione che Dresda non sarebbe mai stata attaccata dal cielo a causa della quasi totale mancanza di industrie che lavorassero per la guerra. Anche le bellezze architettoniche e i tesori artistici sembravano fare di Dresda una realtà estranea alla guerra. Nei mesi precedenti c’era stato solo un debole tentativo di distruggere l’area industriale della città (7 ottobre ‘44). L’incursione aerea provocò 438 morti. Un’altra incursione aerea (16 gennaio ’45) aveva causato 376 vittime.
Tutto questo spiega la totale mancanza della contraerea e di strutture di rifugio per i civili in caso di attacco dal cielo. Ma il 13 febbraio alle ore 22 e 19 si scatenò l’inferno nonostante in alcuni campi intorno alla città vi fossero circa 26000 prigionieri di guerra di diverse nazionalità, tra cui molti inglesi. Aveva così inizio l’operazione "thunderclap" (Colpo di tuono) con l’obiettivo della "tempesta di fuoco" sulla città, ossia il bombardamento con finalità terroristiche, voluto soprattutto da Churchill.
Il primo attacco, il 13 febbraio, durò dalle 22 e 9 fino alle 22 e 35 e sulla città furono sganciate circa 3000 bombe dirompenti e 400000 incendiarie. Molte dirompenti pesavano tra i 1800 e i 3600 chilogrammi. L’incursione della RAF colse di sorpresa abitanti e autorità. Nel sottosuolo erano state costruite molte gallerie ma queste strutture erano del tutto inadeguate di fronte alle incendiarie le quali appiccavano rovinosi incendi che penetravano facilmente nei rifugi antiaerei non dotati di ventilazione. I singoli rifugi erano divisi da pareti che all’occorrenza erano facilmente abbattibili, tutto questo facilitò il propagarsi dei gas caldi uccidendo migliaia di persone asserragliate nei rifugi.
Durante il secondo attacco, il 14 febbraio, dall’1 e 22 all’1 e 54 , su una città già violentemente colpita, furono sganciate circa 4500 dirompenti e 170000 incendiarie. Nelle due operazioni vennero utilizzati 1400 bombardieri con 6000 aviatori. L’intervallo di 3 ore doveva servire per colpire anche le strutture antincendio e di "protezione civile" che nel frattempo sarebbero affluite a Dresda. Contemporaneamente sarebbe stato possibile sorprendere la popolazione fuori dai rifugi.
Ormai è chiaro qual era l’obiettivo: infliggere danni gravissimi alla città colpendo la parte più debole ma anche estranea alla guerra: gli abitanti e i profughi dell’Est privi di protezione da parte delle autorità militari tedesche. Al termine del secondo attacco la città era un gigantesco incendio visibile nel buio della notte a centinaia di chilometri di distanza. Il denso fumo nero che si alzava era causato dalle strutture delle abitazioni che ardevano ma anche dalla combustione di migliaia di corpi di civili.
Il terzo attacco, sempre il 14 febbraio, però questa volta in pieno giorno, riversò su Dresda 1500 dirompenti e 50000 incendiarie. Furono impiegate 1350 fortezze volanti e Liberatores 14 ore dopo il primo attacco. Il quarto attacco su una città che continuava ad ardere avvenne il 15 febbraio, durò circa 40 minuti in pieno giorno, e riversò sulla città 900 dirompenti e 50000 incendiarie. Gli ultimi due attacchi furono condotti dall’aviazione americana.
L’obiettivo erano ancora i civili, infatti furono utilizzate ancora le incendiarie e soprattutto i terribili "Mosquito" i quali mitragliavano, passando appena sopra i tetti delle case, tutto ciò che si muoveva. Così i civili che miracolosamente erano sopravvissuti furono mitragliati dai piloti americani vicino al fiume e nei parchi cittadini dove l’entità delle distruzioni era minore. L’ultimo attacco ci fu il 2 marzo quando più di 1200 bombardieri finirono di distruggere il poco che ancora era rimasto in piedi nella città. Anche questa volta lo scalo ferroviario non fu colpito.
E’ necessario, come sempre quando si analizzano fatti storici, distinguere le ragioni addotte dagli aggressori e le probabili cause dello stesso avvenimento evidenziate dagli storici. Per inglesi e americani Dresda era una città di particolare importanza strategica a livello militare (passaggio di truppe dirette ad Est), industriale (molte fabbriche lavoravano per la guerra) e come snodo ferroviario della Germania centro-orientale. In più gli anglo-americani sostenevano che a Yalta i russi avevano chiesto incursioni aeree alleate sulle città tedesche per facilitare l’avanzata dell’Armata Rossa.
Le prime due ragioni erano assolutamente fuori luogo (era impensabile che le truppe tedesche passassero proprio nel centro della città). L’ultima affermazione fu smentita dai russi dopo la guerra. Solo la terza aveva qualche validità. Ma allora perché usare prevalentemente le incendiarie se l’obiettivo era anche il sistema ferroviario di Dresda? Secondo i sopravvissuti al quadruplice attacco i danni che le strutture ferroviarie di Dresda riportarono furono minimi. Solo 3 giorni dopo fu possibile far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aeroporto civile e militare di Dresda-Klotrch nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.
Secondo Irving, Dresda potrebbe essere definito il primo episodio della "Guerra fredda" piuttosto che un evento traumatico dei mesi che precedono la fine della II guerra mondiale. Infatti le truppe russe fin dal ’44 avanzavano velocemente e senza ostacoli dispiegando una potenza bellica quasi illimitata in fatto di uomini arruolati. Invece le operazioni anglo-americane nel continente sembravano immobili: il fronte italiano era bloccato lungo l’Appennino tosco-marchigiano e l’avanzata dopo lo sbarco in Normandia procedeva con relativa lentezza. A questo punto il disastroso bombardamento di Dresda serviva anche per mostrare ai russi, i quali avevano ormai occupato gran parte dell’Est europeo, di quale potenza di fuoco disponessero gli alleati.
La conferenza di Yalta (4 – 11 febbraio ’45) si era appena conclusa in Crimea e i tre grandi: Roosvelt, Churchill e Stalin avevano diviso l’Europa e il mondo in due grandi aree di influenza politico-economico e militare. Il bombardamento di Dresda doveva servire ai russi per capire che lo stesso trattamento poteva essere riservato a loro se i patti di Yalta non fossero stati rispettati. Nelle sue memorie di guerra sembra che Churchill sia stato incapace di qualsiasi minima emozione al ricordo dell'attacco a Dresda. Ha scritto: "Lo scorso mese abbiamo effettuato un pesante raid su Dresda, allora un centro di comunicazione del fronte orientale tedesco".
Probabilmente la stessa logica è alla base del duplice bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki voluto da Truman: non tanto per dare la spallata definitiva ad un Giappone ormai agonizzante, quanto per mostrare ai russi quali terribile arma avessero gli americani da far valere nel quadro dei rapporti di forza a livello internazionale. Un’altra causa plausibile per spiegare l’attacco su Dresda riguardava la saldezza del fronte interno tedesco e la necessità di minarne le basi con azioni terroristiche in grande stile. A questo proposito i bombardamenti convenzionali sulla Germania non bastavano più, erano necessarie altre armi terribili come le bombe incendiarie per carbonizzare e terrorizzare migliaia di innocenti. Ma come spiega Irving, nel saggio citato, dopo Dresda non ci furono più altre azioni simili e così il fronte interno tedesco resse fino al suicidio di Hitler e alla cessazione delle ostilità l’8 maggio ’45. I russi arrivarono a Dresda appunto l’8 maggio: il tremendo bombardamento non era servito a "liberare" Dresda neppure un giorno prima della fine della guerra.
Se gli obiettivi politico-militari del quadruplice attacco furono un fallimento, il risultato fu un’immane catastrofe per una splendida città e per migliaia di contadini annientati e di bambini bruciati vivi per l’intenso calore, carbonizzati, diventati cenere e asfissiati dal monossido di carbonio e dal fumo. Più di 240 chilometri quadrati della città furono divorati in una solo notte e la città bruciò per 7 giorni e 7 notti.
Dopo la guerra, e ancora di più dopo la riunificazione della Germania, molti sforzi sono stati fatti per ricostruire Dresda com'era prima del bombardamento. Nonostante la volontà di ricostruire, buona parte del centro storico di Dresda è stato irrimediabilmente perduto e gli ampi spazi dovuti alle demolizioni postbelliche sono stati saturati sino agli anni ottanta del secolo scorso da edifici nuovi. Alcuni importanti monumenti, anche grazie al reperimento di documentazioni d'archivio cartacee e fotografiche, sono stati ricostruiti "com'erano e dov'erano" ma il processo di ricostruzione è stato decisamente parziale e lento.
La ricostruzione della Frauenkirche è stata decisa solo dopo l'unificazione; la nota chiesa barocca è stata quindi consacrata solo il 30 ottobre 2005, oltre sessanta anni dopo la sua distruzione.
Nel 1956, Dresda stabilì un gemellaggio con Coventry, una delle città del Regno Unito maggiormente devastate dai bombardamenti tedeschi. La stessa regina Elisabetta II di Inghilterra, durante una visita in Germania nel 2004, patrocinò un concerto a Berlino per finanziare l'opera di ricostruzione a Dresda.
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lunedì 13 febbraio 2023
domenica 12 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 1941 Benito Mussolini incontra, nella villa Regina Margherita a Bordighera, il caudillo Francisco Franco, sperando di convincerlo ad allearsi all'Asse nella guerra contro l'Inghilterra.
Nei mesi immediatamente precedenti l'incontro il 'duce' aveva espresso al re tutta la sua sfiducia sull'utilità del vertice, mentre il ministro degli esteri spagnolo Serrano Suner, conversando ai primi di gennaio con l'ambiasciatore italiano a Madrid Lequio, aveva esplicitamente dichiarato che, allo stato delle cose, la Spagna non sarebbe potuta intervenire nel conflitto in quanto priva assolutamente di mezzi. Fu in questo clima sfiduciato e pessimista che Franco e Serrano Suner partirono da Madrid la sera del 10 febbraio con un convoglio di diciassette automobili, che giunse a Mentone alle 20 del giorno successivo. Durante il tragitto da Mentone a Bordighera, il Caudillo venne festeggiato dalla popolazione, e, una volta giunto nella città delle palme, ricevuto con tutti gli onori da Mussolini presso la Villa Regina Margherita, dove la mattina del 12 febbraio iniziarono i colloqui ufficiali.
Il 'duce', dopo aver informato Franco che Ciano non era potuto essere presente all'incontro in quanto impegnato sul fronte albanese, invitò il Caudillo a recarsi in visita ufficiale a Roma dopo la fine della guerra. Mussolini passò poi ad analizzare dettagliatamente la situazione bellica generale esprimendo la sua personale fiducia nella vittoria finale dell'Asse. Il 'duce' elogiò quindi l'efficienza della macchina militare della Germania e si disse convinto che la Francia non avrebbe costituito un ostacolo per l'avanzata delle forze armate tedesche e italiane. Si disse poi contrario ad ogni ipotesi di pace separata e tentò di giustificare le recenti sconfitte in Africa con il fatto che gli Inglesi avevano potuto beneficiare di una 'sorpresa tattica'. Mussolini fece inoltre presente a Franco la grande importanza strategica di Gibilterra, il cui possesso da parte delle forze dell'Asse avrebbe consentito all'esercito italo-tedesco di passare facilmente in Marocco e di là ribaltare completamente la situazione militare nell'Africa francese. Il 'duce' ricordò poi a Franco che era sua convinzione che, data l'importanza della posta in gioco, solo la Spagna poteva decidere da sola se entrare o meno nel conflitto.
Intervenne quindi nel colloquio il Caudillo che innanzitutto ringraziò Mussolini per l'aiuto fornitogli durante la guerra civile spagnola. Ammise che la Spagna, al momento dello scoppio del conflitto, non era entrata in guerra perché ancora impegnata a risolvere problemi interni. Si disse quindi convinto come la questione più importante da risolvere fosse in quel momento quella del possesso di Gibilterra. La Spagna aveva già appostato diversi cannoni contro la piazzaforte inglese ed era in procinto di intensificare ulteriormente la sua presenza militare nella zona. Franco espresse poi numerose critiche nei confronti di Hitler e del comportamento dei tedeschi verso la Spagna. Disse che il primo problema da risolvere per la Spagna era quello dell'approvvigionamento granario e in genere delle carenze alimentari. Terminato il colloquio mattutino, nel pomeriggio Mussolini e Franco si spostarono a Villa Hanbury, a La Mortola, dove ripresero i colloqui, che si protrassero dalle 18 alle 19.30.
Mussolini chiese nuovamente a Franco se vi fossero le condizioni per un'entrata della Spagna nel conflitto, al che il Caudillo gli rispose che ciò sarebbe dipeso più dalla Germania che dalla Spagna in quanto, tanto prima la Germania sarebbe venuta in aiuto della Spagna, quanto prima quest'ultima avrebbe dato il suo contributo alla causa fascista mondiale. Franco si disse quindi disposto ad entrare in guerra una volta che la Germania avesse esaudito le richieste spagnole. La sera, finito il colloquio, Franco, Serrano Suner e le altre personalità spagnole, parteciparono a un pranzo, offerto loro da Mussolini. Il giorno successivo, dopo il commiato ufficiale a Villa Regina Margherita con Mussolini, Franco, accompagnato dalla sua delegazione, lasciò Bordighera per fare rientro a Madrid.
Tutta la stampa dei paesi alleati dell’Asse diede ampio spazio all’incontro di Bordighera sottolineando con vivo compiacimento la perfetta concordanza della politica italiana e spagnola su tutti i principali problemi europei e su quelli riguardanti i due paesi mediterranei, anche se in verità il vertice fu nei fatti un buco nell'acqua.
Il 12 febbraio 1941 Benito Mussolini incontra, nella villa Regina Margherita a Bordighera, il caudillo Francisco Franco, sperando di convincerlo ad allearsi all'Asse nella guerra contro l'Inghilterra.
Nei mesi immediatamente precedenti l'incontro il 'duce' aveva espresso al re tutta la sua sfiducia sull'utilità del vertice, mentre il ministro degli esteri spagnolo Serrano Suner, conversando ai primi di gennaio con l'ambiasciatore italiano a Madrid Lequio, aveva esplicitamente dichiarato che, allo stato delle cose, la Spagna non sarebbe potuta intervenire nel conflitto in quanto priva assolutamente di mezzi. Fu in questo clima sfiduciato e pessimista che Franco e Serrano Suner partirono da Madrid la sera del 10 febbraio con un convoglio di diciassette automobili, che giunse a Mentone alle 20 del giorno successivo. Durante il tragitto da Mentone a Bordighera, il Caudillo venne festeggiato dalla popolazione, e, una volta giunto nella città delle palme, ricevuto con tutti gli onori da Mussolini presso la Villa Regina Margherita, dove la mattina del 12 febbraio iniziarono i colloqui ufficiali.
Il 'duce', dopo aver informato Franco che Ciano non era potuto essere presente all'incontro in quanto impegnato sul fronte albanese, invitò il Caudillo a recarsi in visita ufficiale a Roma dopo la fine della guerra. Mussolini passò poi ad analizzare dettagliatamente la situazione bellica generale esprimendo la sua personale fiducia nella vittoria finale dell'Asse. Il 'duce' elogiò quindi l'efficienza della macchina militare della Germania e si disse convinto che la Francia non avrebbe costituito un ostacolo per l'avanzata delle forze armate tedesche e italiane. Si disse poi contrario ad ogni ipotesi di pace separata e tentò di giustificare le recenti sconfitte in Africa con il fatto che gli Inglesi avevano potuto beneficiare di una 'sorpresa tattica'. Mussolini fece inoltre presente a Franco la grande importanza strategica di Gibilterra, il cui possesso da parte delle forze dell'Asse avrebbe consentito all'esercito italo-tedesco di passare facilmente in Marocco e di là ribaltare completamente la situazione militare nell'Africa francese. Il 'duce' ricordò poi a Franco che era sua convinzione che, data l'importanza della posta in gioco, solo la Spagna poteva decidere da sola se entrare o meno nel conflitto.
Intervenne quindi nel colloquio il Caudillo che innanzitutto ringraziò Mussolini per l'aiuto fornitogli durante la guerra civile spagnola. Ammise che la Spagna, al momento dello scoppio del conflitto, non era entrata in guerra perché ancora impegnata a risolvere problemi interni. Si disse quindi convinto come la questione più importante da risolvere fosse in quel momento quella del possesso di Gibilterra. La Spagna aveva già appostato diversi cannoni contro la piazzaforte inglese ed era in procinto di intensificare ulteriormente la sua presenza militare nella zona. Franco espresse poi numerose critiche nei confronti di Hitler e del comportamento dei tedeschi verso la Spagna. Disse che il primo problema da risolvere per la Spagna era quello dell'approvvigionamento granario e in genere delle carenze alimentari. Terminato il colloquio mattutino, nel pomeriggio Mussolini e Franco si spostarono a Villa Hanbury, a La Mortola, dove ripresero i colloqui, che si protrassero dalle 18 alle 19.30.
Mussolini chiese nuovamente a Franco se vi fossero le condizioni per un'entrata della Spagna nel conflitto, al che il Caudillo gli rispose che ciò sarebbe dipeso più dalla Germania che dalla Spagna in quanto, tanto prima la Germania sarebbe venuta in aiuto della Spagna, quanto prima quest'ultima avrebbe dato il suo contributo alla causa fascista mondiale. Franco si disse quindi disposto ad entrare in guerra una volta che la Germania avesse esaudito le richieste spagnole. La sera, finito il colloquio, Franco, Serrano Suner e le altre personalità spagnole, parteciparono a un pranzo, offerto loro da Mussolini. Il giorno successivo, dopo il commiato ufficiale a Villa Regina Margherita con Mussolini, Franco, accompagnato dalla sua delegazione, lasciò Bordighera per fare rientro a Madrid.
Tutta la stampa dei paesi alleati dell’Asse diede ampio spazio all’incontro di Bordighera sottolineando con vivo compiacimento la perfetta concordanza della politica italiana e spagnola su tutti i principali problemi europei e su quelli riguardanti i due paesi mediterranei, anche se in verità il vertice fu nei fatti un buco nell'acqua.
sabato 11 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'11 febbraio 2004 Sergio Cragnotti viene arrestato per il crac della Cirio.
La fotografia finale della Cirio di Sergio Cragnotti, l’avevano scattata i commissari giudiziali nel 2003, depositando all’indomani del crac il loro rapporto in Tribunale. Un’azienda che nel 1998 oltre a produrre pomodori aveva iniziato a fabbricare emissioni obbligazionarie. Tante, tantissime che alla fine arriveranno fino a 1,125 miliardi di euro. Allora, nell’estate del 2003 quel numero sembrava iperbolico, ma a dicembre dello stesso anno venne scolorito dal fallimento della Parmalat di Calisto Tanzi, un buco da oltre 14 miliardi di euro. Due storie di mala finanza italiana che si sono intrecciate fra loro, per affari e per nomi. Le compravendite di giocatori tra le due società di calcio dei loro patron, la Lazio e il Parma, e di aziende, una su tutte la Centrale del Latte di Roma.
In mezzo tra le due società si barcamenava un banchiere, Cesare Geronzi, che a detta dei magistrati, pilotava a suo piacimento il credito, favorendo ora l’una ora l’altra azienda, a seconda dello stato di decozione. Sì, perché se la Parmalat era fallita fin dagli inizi degli anni ‘90, ai tempi della quotazione in Borsa, la Cirio non stava meglio. Navigava in acque molto agitate già nel ‘98, al momento dell’avvio del piano di emissione dei bond, il cui collocamento venne utilizzato al 50% per rimborsare le banche finanziatrici. Un dirottamento pilotato di risorse, cui si somma anche l’incasso di un asset prezioso come la Centrale del Latte. I calcoli della procura di Roma sono implacabili. Sul mercato finivano 1,125 miliardi di bond. E nelle tasche di Banca di Roma 308 milioni, del SanPaolo Imi 82 milioni, di Intesa 49 milioni, della Lodi 34 milioni, della Bnl, Cariparma e Factorit 16 milioni, e importi minori per altri istituti, tutti soldi «in larga misura provenienti dalla cessione alla Parmalat della Eurolat, contenente il settore latte di Cirio». Qui in mezzo sguazzava Geronzi, descritto dall’accusa come il simbolo di un sistema bancario rapace e spietato, pur di salvaguardare i propri interessi, ma soprattutto il proprio potere. L’operazione Eurolat sarebbe stata solo un escamotage per far entrare liquidità in un gruppo ormai fallito, la Cirio, e destinata a rimborsare i crediti del sistema bancario in spregio ad altri creditori. L’ex numero uno di Banca di Roma sarebbe stata la mente di questa operazione in quanto principale creditore e socio di Cragnotti. Le prove contro di lui sono i verbali di Tanzi e Fausto Tonna, ex direttore finanziario di Parmalat e «i verbali delle sedute del Comitato esecutivo della banca», riunioni nelle quali Geronzi era sempre presente.
Ma i soldi dei risparmiatori sono stati anche sperperati da Sergio Cragnotti e dai figli, il primogenito Andrea, Elisabetta e Massimo, dal genero e direttore finanziario, Filippo Fucile e da buona parte dei consiglieri che si sono succeduti sulle poltrone di comando del gruppo Cragnotti. Sempre secondo i commissari, 190 milioni furono utilizzati per finanziare le perdite della SS Lazio (la procura parla di 141 milioni di pagamenti preferenziali), 171 per sostenere parte dell’Offerta pubblica d’acquisto della Del Monte e 169 per investimenti e oneri di gestione.
Le condotte criminose evidenziate dalla Procura a carico dei Cragnotti sono dettagliate. Per saldare i propri debiti personali da 2,6 milioni di euro verso il gruppo Marcegaglia e da 5 milioni verso Enichem, Cragnotti non esita a distrarre soldi dalla cassaforte lussemburghese della Cirio. Per arredare una casa, il patron della Cirio trasferisce a se stesso «beni mobili di arredamento e antiquariato» in carico al gruppo a un valore inferiore a quello di bilancio (4 miliardi di lire contro 7,3 miliardi), e ciò nonostante, non li paga, perché il debito viene stornato su un’altra società controllata dalla Cirio. E la Cirio pagava anche le rate della barca di Cragnotti, la Admiral 30, oppure dava lauti bonus ai “manager”. Nel 2000, al figlio Andrea viene riconosciuto un premio da 500 milioni di lire e al genero Filippo Fucile tra ottobre 2000 e febbraio 2001 un premio una tantum di 400mila euro. Alla moglie, la Cirio elargisce un prestito per comprare un terreno in Toscana, poco più di due miliardi di lire. Per non parlare poi dei soldi svaniti nei paradisi fiscali. Nelle British Virgin Island sarebbero finiti 155 miliardi di lire, altri 500 miliardi in Lussemburgo, 350 milioni di dollari in Brasile. Per i pm tutti soldi spariti nel nulla.
Il 5 luglio 2011 la prima sezione penale del tribunale di Roma condanna Sergio Cragnotti e Cesare Geronzi rispettivamente a 9 anni e 4 anni di reclusione. Il processo era cominciato il 14 marzo 2008. Nessuno degli imputati eccellenti era presente in aula. Tra i 35 imputati figurano: l’ex ad della Popolare di Lodi Giampiero Fiorani (assolto); la moglie di Cragnotti, il genero Filippo Fucile (4 anni e 6 mesi) e i figli Andrea (4 anni), Elisabetta (3 anni) e Massimo (3 anni). Le contestazioni sono, a vario titolo, bancarotta fraudolenta o preferenziale, distrattiva e truffa. L’accusa aveva chiesto di condannare Cragnotti a 15 anni, Geronzi a 8 anni e Fiorani a 6 anni di reclusione.
Il 5 ottobre 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per il banchiere Cesare Geronzi. Tre anni sono coperti da indulto. La sentenza è definitiva.
La Cassazione ha confermato quasi totalmente il verdetto del 10 aprile 2015 dalla Corte d’Appello di Roma. Solo Sergio Cragnotti ha ottenuto «l’annullamento con rinvio alla Corte d’Appello di Roma per nuovo esame del capo I lettera “E” relativo alla vicenda “Bombril” per la quale aveva riportato 7 anni di reclusione divenuti poi 8 anni e 8 mesi con gli altri reati».
Definitive inoltre le condanne per il figlio di Cragnotti, Andrea, che aveva 2 anni e 4 mesi di reclusione coperti da indulto e confermata la prescrizione per bancarotta preferenziale per gli altri due figli di Cragnotti Elisabetta e Massimo che in appello avevano ottenuto l’assoluzione per le altre imputazioni.
La Cassazione inoltre ha confermato la condanna a 3 anni e 10 mesi di reclusione per Filippo Fucile, genero di Cragnotti (anche per lui 3 anni coperti da indulto), confermata anche la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per Ettore Quadrani, consigliere di Cirio (anche per lui 3 anni coperti da indulto). Sentenza irrevocabile di condanna a 2 anni di reclusione, coperti da indulto, anche per gli ex funzionari della Banca di Roma Pietro Celestino Locati e Antonio Nottola.
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