Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini pronuncia alla Camera dei Deputati il discorso che di fatto sancisce la nascita della dittatura fascista in Italia.
Quel 3 gennaio è una data che ha profondamente e irrimediabilmente segnato la storia dell’Italia. Quel giorno di oltre 90 anni fa Benito Mussolini, all’epoca capo del governo del Regno d’Italia, con un discorso che tiene alla Camera getta la maschera e sospende di fatto ogni garanzia costituzionale, assumendo tutti i poteri su di sé. Quel giorno ha inizio per il nostro paese la dittatura fascista. Quel giorno, con tutti gli eventi terribili che vi concorsero, è uno di quei giorni del nostro passato da non dimenticare, perché se si vuole costruire il futuro bisogna avere memoria del passato per cercare di evitare errori e atrocità.
Per capire la portata devastante di quel che accadde bisogna tornare indietro fino al 18 novembre del 1923 quando entra in vigore la Legge Acerbo, dal nome di Giacomo Acerbo, il deputato che ne aveva redatto il testo. Il ddl, che modificava le regole elettorali e che era stato voluto da Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare, viene approvato dal Consiglio dei ministri da lui presieduto il 4 giugno del 1923. Il 9 giugno viene presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione, detta dei “diciotto”, composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente), Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della “Democrazia” e Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la Democrazia Italiana nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano per il gruppo misto (in realtà era anche lui fascista).
La proposta di Acerbo mirava a cambiare il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi. La commissione approva il disegno di legge nel suo impianto originale. In aula le opposizioni tentano di modificarlo, sostenendo l’emendamento presentato da Bonomi, che proponeva di alzare il quorum per lo scatto del premio di maggioranza dal 25% al 33% dei voti espressi. Ma il tentativo fallisce, anche per la rigida posizione assunta dal governo, che, opponendo la fiducia, riesce a prevalere. Il 21 luglio il ddl Acerbo viene approvato con 223 sì e 123 no. A favore si schierano il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare, la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra. Negano il loro appoggio i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma ottiene anche l’approvazione del Senato del Regno, con 165 sì e 41 no.
Con questo sistema il 6 aprile 1924 l’Italia va alle urne. ll Listone Mussolini raccoglie il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il Pnf): i fascisti trovano il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, partecipando alla i spartizione mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che si aggiudica altri 19 seggi. Le opposizioni di centro e di sinistra riescono a mandare in parlamento soltanto 161 rappresentanti, nonostante la maggioranza ottenuta al Nord con 1.317.117 voti contro 1.194.829 di voti del Listone.
Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene che l’approvazione di quella legge fu un classico caso di ‘’suicidio di un’assemblea rappresentativa”, accanto a quelli “del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933” o a quello “dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940″. La riforma, secondo Sabbatucci, fornì all’esecutivo “lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta ». Una tesi che condividiamo pienamente”.
I risultati di quelle elezioni farsa furono contestati in un famoso discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che denunciò brogli, soprusi e violenze ai candidati dell’opposizione ai quali, disse, non era stata lasciata alcuna libertà di esporre il proprio pensiero. Come era accaduto all’onorevole Giovanni Amendola, il cui comizio a Napoli era stato impedito da bande armate e a molti altri. Il j’accuse di Matteotti è lungo e circostanziato. Ma è anche la sua condanna a morte: il 10 giugno il parlamentare socialista viene rapito e ucciso da una banda di squadristi fascisti guidata da Amerigo Dumini. Ma tra le varie ricostruzioni del caso Matteotti ce n’è un’altra basata su quanto venne pubblicato all’epoca dei fatti dalla stampa britannica e su posteriori dichiarazioni di Dumini, una ricostruzione che comunque non assolve affatto Mussolini, secondo la quale il deputato socialista sarebbe stato ucciso perché si accingeva ad accusare pubblicamente i vertici del governo e della monarchia di corruzione, per tangenti ottenute dalla compagnia petrolifera statunitense Sinclair Oil per ottenere la concessione allo sfruttamento del sottosuolo italiano. Concessione che Mussolini aveva dato proprio nei primi mesi del 1924 ma che poi misteriosamente revocò nel novembre dello stesso anno.
Il 13 giugno Mussolini in un intervento a Montecitorio, dichiara la propria estraneità al caso Matteotti e conferma il pieno impegno del governo a condurre indagini a tutto campo.
Il 18 giugno il segretario amministrativo del Partito nazionale fascista, Giovanni Marinelli, viene arrestato per complicità nel delitto Matteotti.
Il 25 giugno Camera e Senato confermano la fiducia al Governo Mussolini.
Il 27 giugno i parlamentari dell’opposizione guidati da Amendola decidono di non partecipare più ai lavori del parlamento finché un nuovo governo non avesse ristabilito le libertà democratiche. E’ l’inizio dell’ Aventino (dal nome del colle sul quale – secondo la storia romana – si ritiravano i plebei nei periodi di conflitto con i patrizi), una protesta che ebbe carattere solo morale, essendo state bocciate tutte le proposte comuniste di azione diretta e di appello alle masse.
Il 1° luglio Mussolini compie un rimpasto del suo Governo: i Ministri dell’istruzione Giovanni Gentile, dei lavori pubblici Gabriello Carnazza e dell’economia nazionale Orso Maria Corbino vengono sostituiti. L’8 luglio entra in vigore il Regio decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, che restringe fortemente la libertà di stampa.
Il 16 agosto viene ritrovato il corpo di Matteotti. Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e Amendola si appellano al re affinché destituisca Mussolini. Ma Vittorio Emanuele III risponde citando lo Statuto Albertino: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera». E non interviene.
Le condanne morali seguite al delitto Matteotti non sortiscono alcun effetto. Il fascismo non viene messo in crisi, ma anzi passa al contrattacco. In quei mesi del 1924 verranno cancellati in Italia “non una democrazia mai esistita – scrive Edmo Fenoglio, regista del “Caso Matteotti”, di Franco Cuomo, storico testo teatrale messo in scena nell’aprile del 1968- ma i barlumi di un vivere civile che il Risorgimento prima e la grandi battaglie sociali poi erano riusciti ad accendere. Ha vinto il lungo sonno. Ché il fascismo proprio questo è stato: il lungo sonno della ragione”.
Così si si arriva al giorno del golpe, al giorno dell’atto costitutivo del fascismo, come lo hanno definito gli storici. Mussolini è con le spalle al muro: da un lato dopo la diffusione del Memoriale di Cesare Rossi vice segretario del Partito Fascista costretto alle dimissioni per il suo coinvolgimento nell’omicidio Matteotti, rischia di finire alla sbarra, dall’altro è nel mirino del suo stesso partito, che stanco dei suoi tentennamenti, fa pressione per un giro di vite. E decide di giocare la carta del tutto per tutto. Si presenta alla Camera e scioglie ogni indugio.
Nel suo discorso Mussolini respinge le accuse contenute nel Memoriale di Rossi di aver creato una polizia segreta, simile alla Ceka bolscevica; si assume la responsabilità politica morale e storica di quanto è avvenuto nei mesi precedenti; definisce l’Aventino una “secessione anticostituzionale”, “nettamente rivoluzionaria”; si dichiara pronto a ricorrere alla forza e minaccia di scatenare quei gruppi del fascismo che spingono per eliminare ogni forma di opposizione; rivendica gli sforzi compiuto per la normalizzazione e per la repressione di ogni illegalità; assicura che nelle 48 ore successive “la situazione sarà chiarita su tutta l’area”. Si dimettono i ministri Alessandro Casati (Istruzione) Gino Sartocchi (Lavori pubblici) e Aldo Oviglio (Giustizia). Nella notte stessa, viene diramata una circolare ai prefetti nella quale si proibisce lo svolgimento di manifestazioni; si impone il massimo controllo a organizzazioni, circoli, gruppi sospetti da un punto di vista politico e si ordina lo scioglimento di formazioni che possono essere considerate sovversive. Inoltre i prefetti vengono invitati ad applicare con rigore assoluto il decreto legge contro “gli abusi della stampa periodica”, viene attribuito il potere di sequestrare il giornale che diffondesse “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Il giorno dell’Epifania il ministro dell’Interno Luigi Federzoni fa il primo bilancio di questo provvedimento: 55 circoli chiusi o sciolti; 150 esercizi pubblici chiusi; 25 organizzazioni sciolte; 125 gruppi dell’associazione antifascista sciolti; 111 arresti; 655 perquisizioni. Ha inizio la dittatura. Il 14 gennaio la Camera approva in blocco e senza discussione moltissimi decreti legge emanati dal governo, poi denominati leggi fascistissime. E’ solo il primo atto di una dittatura destinata a durare 20 anni.
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mercoledì 3 gennaio 2024
martedì 2 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 gennaio.
Il 2 gennaio 1978 Luigi Corsini scopre in Puglia, tra Maglie e Melpignano, il Dolmen Specchia.
Costruiti per durare nel tempo, i Dolmen sono le più antiche architetture d'Europa; meritano pertanto la nostra attenzione ed un tentativo di capire e ritrovare significati perduti.
I Dolmen, pietre senza nome, rappresentano infatti delle tracce di un passato lontano e dimenticato, che da sempre hanno risvegliato quell'interesse per le nostre radici umane e culturali che è presente in ciascuno di noi.
E' necessario inoltre sensibilizzare l'opinione pubblica e le autorità locali sul gravissimo fenomeno della continua distruzione di gran parte di questi monumenti in pietra, a causa dell'urbanizzazione selvaggia e per l'incuria dell'uomo.
Il termine Dolmen deriva dalla fusione di due parole bretoni: tol o tuol (tavola) e men (pietra). Si tratta di un monumento megalitico costituito generalmente da un lastrone di pietra appoggiato orizzontalmente su pietre infitte verticalmente nel terreno, così da formare un ambiente, per lo più ad uso sepolcrale. Molto spesso era coperto da un tumulo.
L'area di distribuzione dei dolmen comprende principalmente Spagna, Gran Bretagna, Francia, Europa settentrionale e l'area del Mediterraneo.
La Puglia è l'unica regione dell'Italia peninsulare in cui i dolmen siano diffusi e numerosi. Appaiono localizzati soprattutto in tre zone: la fascia costiera del barese, un'area a nord di Taranto e, soprattutto, nel Salento.
La tipologia dei monumenti è abbastanza varia: dai dolmen a galleria dell'entroterra di Bari e Taranto, realizzati con grandi lastre e, talora, con suddivisioni interne della camera, si passa alle piccole strutture rettangolari o poligonali del Salento, per le quali sono stati utilizzati sia blocchi che lastre.
A questi due gruppi principali si possono aggiungere le cosiddette "piccole specchie", tumuli di terra e pietre con all'interno strutture dolmeniche o tombe a fossa.
Il toponimo specchia, che deriva dal latino "speculum", usato per descrivere un luogo di avvistamento, è usato indifferentemente in Puglia per tutti i cumuli di pietrame delle più svariate origini.
Le antiche specchie monumentali appartengono però a due tipi ben distinti: le piccole specchie, il cui tumulo ha abitualmente un diametro variabile tra i 15 ed i trenta metri ed un'altezza che non supera i tre o i quattro, e le grandi specchie , i cui tumuli raggiungono anche un'altezza di 10-15 metri, ma che al loro interno sembra non contengano monumenti dolmenici.
Mentre le piccole specchie si rinvengono un po' ovunque, le grandi sono localizzate solo nel Salento, collocate in pianura o su piccole alture.
Ad esse si è spesso attribuito anche uno scopo di scoperta e di difesa.
A Salve erano presenti almeno tre specchie, probabilmente di epoca Neolitica.
Da tempo però, sono state rimosse e di esse, purtroppo, è rimasto ben poco: poche pietre, lontani ricordi e delle vecchie immagini in bianco e nero.
La più imponente era quella situata presso la Masseria "Cucuruzzi", più nota come "specchia dei Fersini".
Il dolmen Specchia scoperto da Corsini è orientato ad est, locato a ridosso di un’abitazione privata, e consta di una lastrone orizzontale molto spesso, in alcuni punti anche fino a 60 centimetri, con una pozzella in superficie, un elemento che lo accomuna a molti altri dolmen dell’entroterra idruntino. E’ sorretto, a circa un metro da terra, da tre ortostati, di cui due monolitici e tra cui alcuni vedrebbero definita una rozza “bozza” di un tronco maschile.
Manifesta alcuni principi di cedimento strutturale, che lo rendono piuttosto dissimile dalle foto scattate in occasione della scoperta, tuttavia il suo fascino rimane invariato.
Il 2 gennaio 1978 Luigi Corsini scopre in Puglia, tra Maglie e Melpignano, il Dolmen Specchia.
Costruiti per durare nel tempo, i Dolmen sono le più antiche architetture d'Europa; meritano pertanto la nostra attenzione ed un tentativo di capire e ritrovare significati perduti.
I Dolmen, pietre senza nome, rappresentano infatti delle tracce di un passato lontano e dimenticato, che da sempre hanno risvegliato quell'interesse per le nostre radici umane e culturali che è presente in ciascuno di noi.
E' necessario inoltre sensibilizzare l'opinione pubblica e le autorità locali sul gravissimo fenomeno della continua distruzione di gran parte di questi monumenti in pietra, a causa dell'urbanizzazione selvaggia e per l'incuria dell'uomo.
Il termine Dolmen deriva dalla fusione di due parole bretoni: tol o tuol (tavola) e men (pietra). Si tratta di un monumento megalitico costituito generalmente da un lastrone di pietra appoggiato orizzontalmente su pietre infitte verticalmente nel terreno, così da formare un ambiente, per lo più ad uso sepolcrale. Molto spesso era coperto da un tumulo.
L'area di distribuzione dei dolmen comprende principalmente Spagna, Gran Bretagna, Francia, Europa settentrionale e l'area del Mediterraneo.
La Puglia è l'unica regione dell'Italia peninsulare in cui i dolmen siano diffusi e numerosi. Appaiono localizzati soprattutto in tre zone: la fascia costiera del barese, un'area a nord di Taranto e, soprattutto, nel Salento.
La tipologia dei monumenti è abbastanza varia: dai dolmen a galleria dell'entroterra di Bari e Taranto, realizzati con grandi lastre e, talora, con suddivisioni interne della camera, si passa alle piccole strutture rettangolari o poligonali del Salento, per le quali sono stati utilizzati sia blocchi che lastre.
A questi due gruppi principali si possono aggiungere le cosiddette "piccole specchie", tumuli di terra e pietre con all'interno strutture dolmeniche o tombe a fossa.
Il toponimo specchia, che deriva dal latino "speculum", usato per descrivere un luogo di avvistamento, è usato indifferentemente in Puglia per tutti i cumuli di pietrame delle più svariate origini.
Le antiche specchie monumentali appartengono però a due tipi ben distinti: le piccole specchie, il cui tumulo ha abitualmente un diametro variabile tra i 15 ed i trenta metri ed un'altezza che non supera i tre o i quattro, e le grandi specchie , i cui tumuli raggiungono anche un'altezza di 10-15 metri, ma che al loro interno sembra non contengano monumenti dolmenici.
Mentre le piccole specchie si rinvengono un po' ovunque, le grandi sono localizzate solo nel Salento, collocate in pianura o su piccole alture.
Ad esse si è spesso attribuito anche uno scopo di scoperta e di difesa.
A Salve erano presenti almeno tre specchie, probabilmente di epoca Neolitica.
Da tempo però, sono state rimosse e di esse, purtroppo, è rimasto ben poco: poche pietre, lontani ricordi e delle vecchie immagini in bianco e nero.
La più imponente era quella situata presso la Masseria "Cucuruzzi", più nota come "specchia dei Fersini".
Il dolmen Specchia scoperto da Corsini è orientato ad est, locato a ridosso di un’abitazione privata, e consta di una lastrone orizzontale molto spesso, in alcuni punti anche fino a 60 centimetri, con una pozzella in superficie, un elemento che lo accomuna a molti altri dolmen dell’entroterra idruntino. E’ sorretto, a circa un metro da terra, da tre ortostati, di cui due monolitici e tra cui alcuni vedrebbero definita una rozza “bozza” di un tronco maschile.
Manifesta alcuni principi di cedimento strutturale, che lo rendono piuttosto dissimile dalle foto scattate in occasione della scoperta, tuttavia il suo fascino rimane invariato.
lunedì 1 gennaio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Secondo la tradizione latina, il primo gennaio di ogni anno i due nuovi consoli iniziavano il loro incarico annuale.
I Consoli romani entrarono in carica dal 367 a.C. in poi, ma secondo la tradizione dal 509, cioè dalla cacciata dei re e alla fondazione della Repubblica. I Consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro nomi. Successivamente, nella tarda repubblica, si cominciò a contare gli anni dalla fondazione di Roma (anno ab urbe condita) che tradizionalmente veniva fissata nel 753 a.C. Perciò in alcune iscrizioni il numero dell'anno è seguito dall'acronimo avc che indica appunto Ab Vrbe Condita.
I loro poteri comprendevano il comando dell'esercito, la facoltà di riunire il popolo a comizio, la facoltà di convocare e presiedere il SENATO per fare approvare leggi e provvedimenti, l'amministrazione della giustizia e della finanza, la promozione di opere di censimento, L'esecuzione di opere pubbliche.
I due Consoli erano infatti l'organo esecutivo dello Stato Romano, eletti dai Comizi Centuriati su proposta del console in carica, un anno prima del loro mandato, e le insegne della loro autorità erano, oltre al seguito di 12 littori coi fasci littori, la "sella curulis" e la "toga praetexta".
Essi esercitavano collegialmente il supremo potere civile e militare ed erano eletti ogni anno. All'inizio detenevano anche il potere religioso, perché non si poteva condurre un esercito in battaglia senza aver consultato gli auspici.
Secondo Livio, il loro nome deriverebbe dal Dio Conso, una divinità che "dispensava consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica romana. La parola consulenza, di origine latina, indica una capacità di consigliare decisioni.
I due Consoli avevano uguale potestà, salvo che ognuno poteva invalidare i provvedimenti dell’altro mediante il veto "ius intercedendi". Per evitare però lo Ius intercedenti, che poteva bloccare ogni decisione, si preferiva un accordo politico tra i due Consoli: in certi periodi o in determinate attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. In genere seguivano dei turni, dividendo l'anno in periodi, in genere mensili, in cui si alternavano negli affari civili. Per il comando militare, se ambedue erano alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri. Talvolta invece i due consoli si spartivano le competenze su cui ognuno esercitava il potere in esclusiva. Ciò non riguardava però le proposte di legge su cui i due Consoli dovevano essere uniti.
In campo di battaglia avevano poteri illimitati, ma, trascorso l’anno di carica, erano chiamati a render conto dell’operato. Avevano ai loro comandi le due legioni originarie, addette al servizio in campo e composte di 84 "centuriae iuniorum", in tutto 8400 uomini, a cui solo più tardi si aggiunsero altre due legioni, "legiones seniorum", addette alla difesa della città.
La cavalleria era costituita dai membri del ceto senatorio: gli equites.
Se un console moriva durante il suo mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa dell'esercito), un altro veniva eletto, e veniva detto "consul suffectus". Terminato l'anno di carica, diventava "Vir Consularis" e restava fino alla morte nel Senato.
I Consoli, nonostante la limitazione del potere penale tramite il giudizio d’appello ai comizi centuriati, sancito dalla "lex Valeria de provocatione", avevano nelle loro mani l'imperium, che manteneva il carattere preminentemente militare dello Stato, rendendo possibili i grandi successi di guerra. Così la scienza militare si tramanda dalle gentes maiores ai nuovi membri della nobiltà.
I consoli avevano l'obbligo di indossare la toga, il mantello ufficiale dei consoli della Repubblica spesso indossata fissandola con una fibula alla spalla. Era chiamata la "Toga Pieta", era di color porpora o violetto scuro, ornata ai bordi da foglie d'alloro in oro.
Poi subentrò la "Toga Praetexta": un manto di lana vergine, di colore bianco, con una striscia di porpora sul fondo, di forma trapezoidale, che si posava sulla spalla sinistra, mentre l’estremità inferiore scendeva fino a mezza gamba. La lana doveva essere di colore immacolato e non doveva assolutamente strisciare per terra. Ai piedi il console calzava i "calcei", ossia stivaletti alti quasi fino al polpaccio, di colore rosso. Naturalmente coi capelli corti e sbarbato.
Nell’anulare sinistro portava l'anello-sigillo della sua carica. Aveva sempre la scorta di dodici Littori, recanti appunto i fasci littori, ma non dentro al pomerium, lì i Littori non potevano entrare, a meno che non si trattasse di un Dictator, che non se ne separava neppure nel pomerium. Un altro emblema era la sedia curule, ove sedeva nel Senato.
Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei. Tutti i poteri esorbitanti al Senato o ad altri magistrati erano dei due consoli. Grazie a Varrone si conoscono i nomi dei due consoli di ciascun anno dal V sec. a.C., anche se mancano alcuni anni.
In eventi straordinari i consoli ricevevano dal senato i pieni poteri per "Senatus Consultum Ultimum", cioè estremo provvedimento del senato con la formula "Caveant consules ne quid detrimenti res publica capiat", cioè "Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun danno".
Essi si ebbero:
nella prima metà del II sec. a.C. per regolamentare i misteri bacchici a Roma, durante la scalata al potere del tribuno della plebe Gaio Gracco, nel 121 a.C., in occasione della marcia su Roma di Lepido nel 77 a.C., nella congiura di Catilina nel 63 a.C., quando Cesare traversò il Rubicone nel 49 a.C.
In età imperiale i consoli continuarono, però nominati dall'imperatore e, dopo la fondazione di Costantinopoli, si eleggeva un console per l'Occidente ed uno per l'Oriente. La carica durò ancora a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 566, ed a Costantinopoli sino al
VII sec. d.C.
Quando con Augusto finì la repubblica e iniziò il Principato, il potere passò nelle mani del Princeps, ossia di Augusto. Il potere del Senato si ridusse, e durante il lungo regno di Augusto, molti consoli lasciarono l'incarico prima del termine ai consul suffectus. Quelli che erano in carica il 1º gennaio, i consules ordinarii ebbero l'onore di associare il proprio nome a quell'anno. Così circa la metà di coloro che avevano il grado di pretore potevano raggiungere anche quello di console non più a 40 anni, ma a 33.
Talvolta i suffecti si ritiravano e un altro suffectus veniva nominato. Questa pratica raggiunse il suo estremo sotto Commodo, quando nel 190, si alternarono 25 consoli. Alcuni Imperatori spesso nominavano loro stessi, o loro protetti o parenti, senza guardare all'età minima. Ad
Onorio venne conferito il titolo di console al momento della nascita.
Reggere il consolato era un tale onore che pure il secessionista Impero delle Gallie nominò la sua coppia di consoli (260 - 274). Costantino I assegnò uno dei consoli alla città di Roma e l'altro alla città di Costantinopoli. Quando l'Impero Romano venne diviso in due, alla morte
di Teodosio I, ognuno dei due imperatori acquisì il diritto di nominare uno dei consoli. Dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente, molti anni vennero ancora denominati da un singolo console.
I due consoli designati entravano in carica ancora alle calende di gennaio, con una cerimonia solenne che comportava un corteo (processus consularis) e una distribuzione di denaro alla folla (sparsio), proibita dall’imperatore Marciano di Bisanzio ma reintrodotta da Giustiniano nel 537.
Questa carica decadde durante il regno di Giustiniano: prima con il console di Roma Decio Teodoro Paolino nominato nel 534 dalla regina Amalasunta, e quindi con il console di Costantinopoli, Anicio Fausto Albino Basilio, nel 541. In seguito il consolato venne assunto
dall'imperatore stesso, ed era incondivisibile, tanto che, quando il generale bizantino Eraclio coniò monete col titolo di console, in effetti si proclamò imperatore, in opposizione all'imperatore in carica Foca. Ci furono consoli onorari anche nel VII sec., infatti, nel 656, il vescovo di Cesarea in Bitinia si recò in visita da san Massimo di Costantinopoli insieme ai due consoli Teodosio e Paolo.
Secondo la tradizione latina, il primo gennaio di ogni anno i due nuovi consoli iniziavano il loro incarico annuale.
I Consoli romani entrarono in carica dal 367 a.C. in poi, ma secondo la tradizione dal 509, cioè dalla cacciata dei re e alla fondazione della Repubblica. I Consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro nomi. Successivamente, nella tarda repubblica, si cominciò a contare gli anni dalla fondazione di Roma (anno ab urbe condita) che tradizionalmente veniva fissata nel 753 a.C. Perciò in alcune iscrizioni il numero dell'anno è seguito dall'acronimo avc che indica appunto Ab Vrbe Condita.
I loro poteri comprendevano il comando dell'esercito, la facoltà di riunire il popolo a comizio, la facoltà di convocare e presiedere il SENATO per fare approvare leggi e provvedimenti, l'amministrazione della giustizia e della finanza, la promozione di opere di censimento, L'esecuzione di opere pubbliche.
I due Consoli erano infatti l'organo esecutivo dello Stato Romano, eletti dai Comizi Centuriati su proposta del console in carica, un anno prima del loro mandato, e le insegne della loro autorità erano, oltre al seguito di 12 littori coi fasci littori, la "sella curulis" e la "toga praetexta".
Essi esercitavano collegialmente il supremo potere civile e militare ed erano eletti ogni anno. All'inizio detenevano anche il potere religioso, perché non si poteva condurre un esercito in battaglia senza aver consultato gli auspici.
Secondo Livio, il loro nome deriverebbe dal Dio Conso, una divinità che "dispensava consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica romana. La parola consulenza, di origine latina, indica una capacità di consigliare decisioni.
I due Consoli avevano uguale potestà, salvo che ognuno poteva invalidare i provvedimenti dell’altro mediante il veto "ius intercedendi". Per evitare però lo Ius intercedenti, che poteva bloccare ogni decisione, si preferiva un accordo politico tra i due Consoli: in certi periodi o in determinate attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. In genere seguivano dei turni, dividendo l'anno in periodi, in genere mensili, in cui si alternavano negli affari civili. Per il comando militare, se ambedue erano alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri. Talvolta invece i due consoli si spartivano le competenze su cui ognuno esercitava il potere in esclusiva. Ciò non riguardava però le proposte di legge su cui i due Consoli dovevano essere uniti.
In campo di battaglia avevano poteri illimitati, ma, trascorso l’anno di carica, erano chiamati a render conto dell’operato. Avevano ai loro comandi le due legioni originarie, addette al servizio in campo e composte di 84 "centuriae iuniorum", in tutto 8400 uomini, a cui solo più tardi si aggiunsero altre due legioni, "legiones seniorum", addette alla difesa della città.
La cavalleria era costituita dai membri del ceto senatorio: gli equites.
Se un console moriva durante il suo mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa dell'esercito), un altro veniva eletto, e veniva detto "consul suffectus". Terminato l'anno di carica, diventava "Vir Consularis" e restava fino alla morte nel Senato.
I Consoli, nonostante la limitazione del potere penale tramite il giudizio d’appello ai comizi centuriati, sancito dalla "lex Valeria de provocatione", avevano nelle loro mani l'imperium, che manteneva il carattere preminentemente militare dello Stato, rendendo possibili i grandi successi di guerra. Così la scienza militare si tramanda dalle gentes maiores ai nuovi membri della nobiltà.
I consoli avevano l'obbligo di indossare la toga, il mantello ufficiale dei consoli della Repubblica spesso indossata fissandola con una fibula alla spalla. Era chiamata la "Toga Pieta", era di color porpora o violetto scuro, ornata ai bordi da foglie d'alloro in oro.
Poi subentrò la "Toga Praetexta": un manto di lana vergine, di colore bianco, con una striscia di porpora sul fondo, di forma trapezoidale, che si posava sulla spalla sinistra, mentre l’estremità inferiore scendeva fino a mezza gamba. La lana doveva essere di colore immacolato e non doveva assolutamente strisciare per terra. Ai piedi il console calzava i "calcei", ossia stivaletti alti quasi fino al polpaccio, di colore rosso. Naturalmente coi capelli corti e sbarbato.
Nell’anulare sinistro portava l'anello-sigillo della sua carica. Aveva sempre la scorta di dodici Littori, recanti appunto i fasci littori, ma non dentro al pomerium, lì i Littori non potevano entrare, a meno che non si trattasse di un Dictator, che non se ne separava neppure nel pomerium. Un altro emblema era la sedia curule, ove sedeva nel Senato.
Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei. Tutti i poteri esorbitanti al Senato o ad altri magistrati erano dei due consoli. Grazie a Varrone si conoscono i nomi dei due consoli di ciascun anno dal V sec. a.C., anche se mancano alcuni anni.
In eventi straordinari i consoli ricevevano dal senato i pieni poteri per "Senatus Consultum Ultimum", cioè estremo provvedimento del senato con la formula "Caveant consules ne quid detrimenti res publica capiat", cioè "Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun danno".
Essi si ebbero:
nella prima metà del II sec. a.C. per regolamentare i misteri bacchici a Roma, durante la scalata al potere del tribuno della plebe Gaio Gracco, nel 121 a.C., in occasione della marcia su Roma di Lepido nel 77 a.C., nella congiura di Catilina nel 63 a.C., quando Cesare traversò il Rubicone nel 49 a.C.
In età imperiale i consoli continuarono, però nominati dall'imperatore e, dopo la fondazione di Costantinopoli, si eleggeva un console per l'Occidente ed uno per l'Oriente. La carica durò ancora a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 566, ed a Costantinopoli sino al
VII sec. d.C.
Quando con Augusto finì la repubblica e iniziò il Principato, il potere passò nelle mani del Princeps, ossia di Augusto. Il potere del Senato si ridusse, e durante il lungo regno di Augusto, molti consoli lasciarono l'incarico prima del termine ai consul suffectus. Quelli che erano in carica il 1º gennaio, i consules ordinarii ebbero l'onore di associare il proprio nome a quell'anno. Così circa la metà di coloro che avevano il grado di pretore potevano raggiungere anche quello di console non più a 40 anni, ma a 33.
Talvolta i suffecti si ritiravano e un altro suffectus veniva nominato. Questa pratica raggiunse il suo estremo sotto Commodo, quando nel 190, si alternarono 25 consoli. Alcuni Imperatori spesso nominavano loro stessi, o loro protetti o parenti, senza guardare all'età minima. Ad
Onorio venne conferito il titolo di console al momento della nascita.
Reggere il consolato era un tale onore che pure il secessionista Impero delle Gallie nominò la sua coppia di consoli (260 - 274). Costantino I assegnò uno dei consoli alla città di Roma e l'altro alla città di Costantinopoli. Quando l'Impero Romano venne diviso in due, alla morte
di Teodosio I, ognuno dei due imperatori acquisì il diritto di nominare uno dei consoli. Dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente, molti anni vennero ancora denominati da un singolo console.
I due consoli designati entravano in carica ancora alle calende di gennaio, con una cerimonia solenne che comportava un corteo (processus consularis) e una distribuzione di denaro alla folla (sparsio), proibita dall’imperatore Marciano di Bisanzio ma reintrodotta da Giustiniano nel 537.
Questa carica decadde durante il regno di Giustiniano: prima con il console di Roma Decio Teodoro Paolino nominato nel 534 dalla regina Amalasunta, e quindi con il console di Costantinopoli, Anicio Fausto Albino Basilio, nel 541. In seguito il consolato venne assunto
dall'imperatore stesso, ed era incondivisibile, tanto che, quando il generale bizantino Eraclio coniò monete col titolo di console, in effetti si proclamò imperatore, in opposizione all'imperatore in carica Foca. Ci furono consoli onorari anche nel VII sec., infatti, nel 656, il vescovo di Cesarea in Bitinia si recò in visita da san Massimo di Costantinopoli insieme ai due consoli Teodosio e Paolo.
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