Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta guerra di secessione americana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra di secessione americana. Mostra tutti i post
mercoledì 1 luglio 2026
mercoledì 3 maggio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Il 3 maggio 1937 Margaret Mitchell vince il premio Pulitzer con il romanzo Via col vento.
“Dopotutto domani è un altro giorno” è la celebre frase pronunciata dalla protagonista Rossella O’Hara alla fine del noto romanzo scritto dall’americana Margaret Mitchell nel 1936. In pochissimo tempo il suo romanzo “Via col vento” (Gone with the Wind) ottiene un grandissimo successo editoriale a livello internazionale. Basti pensare che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, questo libro continua ad essere ristampato e venduto. Può essere considerato a giusta ragione uno di quei romanzi “senza tempo” che non tramontano mai, tradotto in trentasette lingue diverse. Il 3 Maggio 1937 “Via col Vento” arriva a vincere addirittura il Premio Pulitzer, uno dei premi più ambiti in ambito letterario. Ad oggi le copie vendute sono più di trenta milioni.
Siamo a Tara, nel 1861. Gerald O’Hara è il ricco proprietario di una tenuta e di una estesa piantagione di cotone nei pressi di Atlanta, in Georgia. La figlia sedicenne, Rossella, è molto bella ma ha un carattere capriccioso e testardo che non migliora con il tempo, anzi le procura parecchi guai. La vita agiata, le feste, i corteggiatori, i banchetti fastosi diventano un lontano ricordo quando la Guerra civile comincia ad affacciarsi nel Sud dell’America, dove loro vivono.
Rossella è innamorata ma non ricambiata di Ashley Wilkes, che invece è fidanzato con la tranquilla e dolce cugina della ragazza, Melania Hamilton. Decisa a conquistare Ashley, Rossella dichiara al giovane il suo amore proprio durante la festa del fidanzamento. Ashley, pur essendo attratto dalla bellezza di Rosella, le risponde che per lei prova solo un gran bene e che sono troppo diversi per stare insieme. Nella stessa occasione, al ricevimento, Rossella incontra l’affascinante avventuriero Rhett Butler.
La guerra è imminente, e per questo Ashley e Melania anticipano le nozze. Rossella, sempre più delusa e rattristata, si butta tra le braccia di Charles Hamilton, fratello di Melania e lo sposa. Il giovane però parte per la guerra e non fa più ritorno, perché muore al fronte. Rossella, incinta, mette al mondo un figlio e lo chiama Wade. Intanto, trasferitasi ad Atlanta con la cugina Melania, Rossella dà scandalo e non ha certo il comportamento di una donna che ha perduto l’amato marito in guerra. Quando i nordisti arrivano ad Atlanta, mettendola sotto assedio, Rossella e Melania vengono aiutate da Rhett Butler a fuggire verso Tara.
Qui Rossella trova distruzione e desolazione, oltre ad una povertà assoluta. Sua mamma è morta ed il padre non ha retto al dolore ed è impazzito. Rossella, abituata agli agi, è costretta a darsi da fare per affrontare la difficile situazione. Nel 1865 la Guerra di Secessione termina con la vittoria del Nord. Ashley torna a casa dalla moglie Melania che nel frattempo gli ha dato un figlio. Rossella continua testardamente a desiderarlo, ma intanto per necessità di soldi si sposa con il proprietario di una segheria, Franck Kennedy, con il quale ha una figlia, Ella.
Intanto Rhett le sta sempre vicino e sembra essere l’unico in grado di accettare tutti i suoi difetti. Rimasta vedova per la seconda volta, Rossella si avvicina a Rhett e decide di sposarlo. Insieme hanno una figlia, Diletta. Ma una caduta da cavallo è fatale per la bambina, che muore. Anche la dolce Melania muore, e Rossella potrebbe finalmente avere il “suo” amato Ashley, ma si accorge troppo tardi di amare Rhett Butler. L’uomo, stanco e avvilito per i continui capricci della donna, decide di lasciarla e andare via. Chissà, forse Rossella, testarda come è, pensa già a riconquistarlo.
Il romanzo è una fedele fotografia dell’America del Sud ai tempi della Guerra di Secessione: le vicende dei vari protagonisti si intersecano con la realtà della storia americana di quel periodo, vista da una delle parti in causa, i Sudisti. Ad una attenta lettura del romanzo, si scorge un tentativo (velato, ma non troppo) di muovere una critica alla società americana che durante la Guerra di Secessione appoggia la causa nordista.
Nonostante la cornice storica impegnativa e lo schema complesso del romanzo, la storia di “Via col vento” incuriosisce e appassiona fin da subito, conquistando il lettore con suo stile storico- melodrammatico. L’intreccio amoroso dei protagonisti è sapientemente costruito, ed i personaggi sono ben caratterizzati, ciascuno nella propria unicità. Dal romanzo è stato tratto il famoso film “Via col vento”, diretto da Victor Fleming e interpretato da Clark Gable (nel ruolo di Rhett) e Vivien Leigh (Rossella O’Hara).
Il 3 maggio 1937 Margaret Mitchell vince il premio Pulitzer con il romanzo Via col vento.
“Dopotutto domani è un altro giorno” è la celebre frase pronunciata dalla protagonista Rossella O’Hara alla fine del noto romanzo scritto dall’americana Margaret Mitchell nel 1936. In pochissimo tempo il suo romanzo “Via col vento” (Gone with the Wind) ottiene un grandissimo successo editoriale a livello internazionale. Basti pensare che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, questo libro continua ad essere ristampato e venduto. Può essere considerato a giusta ragione uno di quei romanzi “senza tempo” che non tramontano mai, tradotto in trentasette lingue diverse. Il 3 Maggio 1937 “Via col Vento” arriva a vincere addirittura il Premio Pulitzer, uno dei premi più ambiti in ambito letterario. Ad oggi le copie vendute sono più di trenta milioni.
Siamo a Tara, nel 1861. Gerald O’Hara è il ricco proprietario di una tenuta e di una estesa piantagione di cotone nei pressi di Atlanta, in Georgia. La figlia sedicenne, Rossella, è molto bella ma ha un carattere capriccioso e testardo che non migliora con il tempo, anzi le procura parecchi guai. La vita agiata, le feste, i corteggiatori, i banchetti fastosi diventano un lontano ricordo quando la Guerra civile comincia ad affacciarsi nel Sud dell’America, dove loro vivono.
Rossella è innamorata ma non ricambiata di Ashley Wilkes, che invece è fidanzato con la tranquilla e dolce cugina della ragazza, Melania Hamilton. Decisa a conquistare Ashley, Rossella dichiara al giovane il suo amore proprio durante la festa del fidanzamento. Ashley, pur essendo attratto dalla bellezza di Rosella, le risponde che per lei prova solo un gran bene e che sono troppo diversi per stare insieme. Nella stessa occasione, al ricevimento, Rossella incontra l’affascinante avventuriero Rhett Butler.
La guerra è imminente, e per questo Ashley e Melania anticipano le nozze. Rossella, sempre più delusa e rattristata, si butta tra le braccia di Charles Hamilton, fratello di Melania e lo sposa. Il giovane però parte per la guerra e non fa più ritorno, perché muore al fronte. Rossella, incinta, mette al mondo un figlio e lo chiama Wade. Intanto, trasferitasi ad Atlanta con la cugina Melania, Rossella dà scandalo e non ha certo il comportamento di una donna che ha perduto l’amato marito in guerra. Quando i nordisti arrivano ad Atlanta, mettendola sotto assedio, Rossella e Melania vengono aiutate da Rhett Butler a fuggire verso Tara.
Qui Rossella trova distruzione e desolazione, oltre ad una povertà assoluta. Sua mamma è morta ed il padre non ha retto al dolore ed è impazzito. Rossella, abituata agli agi, è costretta a darsi da fare per affrontare la difficile situazione. Nel 1865 la Guerra di Secessione termina con la vittoria del Nord. Ashley torna a casa dalla moglie Melania che nel frattempo gli ha dato un figlio. Rossella continua testardamente a desiderarlo, ma intanto per necessità di soldi si sposa con il proprietario di una segheria, Franck Kennedy, con il quale ha una figlia, Ella.
Intanto Rhett le sta sempre vicino e sembra essere l’unico in grado di accettare tutti i suoi difetti. Rimasta vedova per la seconda volta, Rossella si avvicina a Rhett e decide di sposarlo. Insieme hanno una figlia, Diletta. Ma una caduta da cavallo è fatale per la bambina, che muore. Anche la dolce Melania muore, e Rossella potrebbe finalmente avere il “suo” amato Ashley, ma si accorge troppo tardi di amare Rhett Butler. L’uomo, stanco e avvilito per i continui capricci della donna, decide di lasciarla e andare via. Chissà, forse Rossella, testarda come è, pensa già a riconquistarlo.
Il romanzo è una fedele fotografia dell’America del Sud ai tempi della Guerra di Secessione: le vicende dei vari protagonisti si intersecano con la realtà della storia americana di quel periodo, vista da una delle parti in causa, i Sudisti. Ad una attenta lettura del romanzo, si scorge un tentativo (velato, ma non troppo) di muovere una critica alla società americana che durante la Guerra di Secessione appoggia la causa nordista.
Nonostante la cornice storica impegnativa e lo schema complesso del romanzo, la storia di “Via col vento” incuriosisce e appassiona fin da subito, conquistando il lettore con suo stile storico- melodrammatico. L’intreccio amoroso dei protagonisti è sapientemente costruito, ed i personaggi sono ben caratterizzati, ciascuno nella propria unicità. Dal romanzo è stato tratto il famoso film “Via col vento”, diretto da Victor Fleming e interpretato da Clark Gable (nel ruolo di Rhett) e Vivien Leigh (Rossella O’Hara).
giovedì 15 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1939 si ebbe la prima cinematografica di "Via col vento".
Via col vento è senza dubbio il film dei record: è una delle più grandi produzioni della sua epoca, ad opera di David O. Selznick – che volle portare sullo schermo il romanzo omonimo di Margaret Mitchell – nonché il film che ha incassato di più in assoluto (è stato scalzato dalla vetta solo nel 2010 da Avatar) e la prima pellicola che spopolò in tutto il mondo. Da record anche la durata di quasi quattro ore. O. Selznick chiamò a dirigerlo Victor Fleming, ma alla regia lavorarono anche George Cukor e Sam Wood.
Il cast vanta una star come Clark Gable tra i protagonisti e Vivien Leigh, già attrice di teatro, che proprio con la sua complessa e intensa interpretazione di Rossella vinse il suo primo Oscar e raggiunse la fama internazionale. A renderlo di indubbio fascino sono poi i temi: da un lato la storia coinvolgente dell’eroina romantica, coraggiosa, bella e capricciosa che è Rossella. Una ragazza e una donna che vive del suo amore ideale per un uomo, ma che al tempo stesso non si tira indietro di fronte alle difficoltà concrete della vita, che affronta con coraggio la guerra, la fatica, il duro lavoro, che con la sua indipendenza e spregiudicatezza, inusuali per l’epoca, dirige proficuamente un’azienda.
Un’eroina anche cinica, egoista e ipocrita, che paga alla fine questa sua indole con la solitudine e l’abbandono. Personaggio sfaccettato di non facile catalogazione, cui Vivien Leigh sa dare corpo in maniera egregia, come farà spesso nella sua carriera trovandosi alle prese con ruoli complessi. Senza dimenticare, poi, il grande affresco storico creato dal regista e fortemente voluto dal produttore, il cui intento era quello di non relegare quest’elemento a mero sfondo. E dunque l’America lacerata dalla guerra di secessione, un paese ridotto alla fame e a un cumulo di macerie da una guerra civile.
A questo proposito, è vero che il film evoca spesso nostalgicamente il vecchio sud prebellico (e dunque anche schiavista) e i suoi valori, primo tra tutti il forte legame con la propria terra, più volte ribadito. Tuttavia, per contro assistiamo all’emergere sulla scena proprio degli schiavi che cessano di essere tali, e assumono un ruolo tutt’altro che secondario nella narrazione. Emblematico in proposito il personaggio di Mamy, che ha le fattezze, la vitalità e l’efficacia di Hattie McDaniel e che è stata tra i premiati con l’Oscar per la sua interpretazione.
Altro punto di forza del film è poi il bilanciamento tra le componenti: quella sentimentale e melodrammatica è certamente assai rilevante – legata al tema dell’amore, della guerra e delle sue conseguenze – ma accanto ad essa troviamo quella realistica e pragmatica e anche quella ironica e sarcastica, affidata principalmente alle pungenti battute di Rhett (Clark Gable), che svelano l’ipocrisia di Rossella, e guardano con disincanto al mondo. Tra queste, l’ultima da lui pronunciata è celeberrima: quel “Francamente, me ne infischio.” con cui lascia, forse per sempre, una Rossella disperata. Ma come suo costume, la protagonista non si perde d’animo, ribadendo la perseveranza e l’incrollabile determinazione che l’hanno sempre contraddistinta nell’altrettanto celeberrimo: “E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!”.
La pellicola resta perciò una delle più famose di tutti i tempi, nonché delle più premiate. Ha infatti al suo attivo ben nove statuette, tra cui: miglior film, regia, attrice protagonista Vivien Leigh, attrice non protagonista appunto la McDaniel, sceneggiatura, montaggio. In Italia, il film arrivò solo nel 1948.
Il 15 dicembre 1939 si ebbe la prima cinematografica di "Via col vento".
Via col vento è senza dubbio il film dei record: è una delle più grandi produzioni della sua epoca, ad opera di David O. Selznick – che volle portare sullo schermo il romanzo omonimo di Margaret Mitchell – nonché il film che ha incassato di più in assoluto (è stato scalzato dalla vetta solo nel 2010 da Avatar) e la prima pellicola che spopolò in tutto il mondo. Da record anche la durata di quasi quattro ore. O. Selznick chiamò a dirigerlo Victor Fleming, ma alla regia lavorarono anche George Cukor e Sam Wood.
Il cast vanta una star come Clark Gable tra i protagonisti e Vivien Leigh, già attrice di teatro, che proprio con la sua complessa e intensa interpretazione di Rossella vinse il suo primo Oscar e raggiunse la fama internazionale. A renderlo di indubbio fascino sono poi i temi: da un lato la storia coinvolgente dell’eroina romantica, coraggiosa, bella e capricciosa che è Rossella. Una ragazza e una donna che vive del suo amore ideale per un uomo, ma che al tempo stesso non si tira indietro di fronte alle difficoltà concrete della vita, che affronta con coraggio la guerra, la fatica, il duro lavoro, che con la sua indipendenza e spregiudicatezza, inusuali per l’epoca, dirige proficuamente un’azienda.
Un’eroina anche cinica, egoista e ipocrita, che paga alla fine questa sua indole con la solitudine e l’abbandono. Personaggio sfaccettato di non facile catalogazione, cui Vivien Leigh sa dare corpo in maniera egregia, come farà spesso nella sua carriera trovandosi alle prese con ruoli complessi. Senza dimenticare, poi, il grande affresco storico creato dal regista e fortemente voluto dal produttore, il cui intento era quello di non relegare quest’elemento a mero sfondo. E dunque l’America lacerata dalla guerra di secessione, un paese ridotto alla fame e a un cumulo di macerie da una guerra civile.
A questo proposito, è vero che il film evoca spesso nostalgicamente il vecchio sud prebellico (e dunque anche schiavista) e i suoi valori, primo tra tutti il forte legame con la propria terra, più volte ribadito. Tuttavia, per contro assistiamo all’emergere sulla scena proprio degli schiavi che cessano di essere tali, e assumono un ruolo tutt’altro che secondario nella narrazione. Emblematico in proposito il personaggio di Mamy, che ha le fattezze, la vitalità e l’efficacia di Hattie McDaniel e che è stata tra i premiati con l’Oscar per la sua interpretazione.
Altro punto di forza del film è poi il bilanciamento tra le componenti: quella sentimentale e melodrammatica è certamente assai rilevante – legata al tema dell’amore, della guerra e delle sue conseguenze – ma accanto ad essa troviamo quella realistica e pragmatica e anche quella ironica e sarcastica, affidata principalmente alle pungenti battute di Rhett (Clark Gable), che svelano l’ipocrisia di Rossella, e guardano con disincanto al mondo. Tra queste, l’ultima da lui pronunciata è celeberrima: quel “Francamente, me ne infischio.” con cui lascia, forse per sempre, una Rossella disperata. Ma come suo costume, la protagonista non si perde d’animo, ribadendo la perseveranza e l’incrollabile determinazione che l’hanno sempre contraddistinta nell’altrettanto celeberrimo: “E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!”.
La pellicola resta perciò una delle più famose di tutti i tempi, nonché delle più premiate. Ha infatti al suo attivo ben nove statuette, tra cui: miglior film, regia, attrice protagonista Vivien Leigh, attrice non protagonista appunto la McDaniel, sceneggiatura, montaggio. In Italia, il film arrivò solo nel 1948.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(223)
-
▼
agosto
(10)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
agosto
(10)


