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venerdì 22 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1879 ebbe luogo la battaglia di Isandlwana, il più grande momento di gloria dell’esercito zulù nella guerra combattuta nel 1879 contro gli inglesi.
All’inizio del XIX secolo lo Zululand, ovvero la terra degli zulù era diventato un regno forte ed aggressivo sotto la guida del re Shaka kaSenzangakhona. Tuttavia si trovò ben presto stretto nella rapida espansione delle comunità europee: a sud gli inglesi del Natal e ad ovest i boeri (di origini olandesi) della Repubblica del Transvaal. In particolar modo le aspirazioni di due nazioni, quella inglese (i primi inglesi presero il controllo del Capo, odierno Sudafrica nel 1806, ai tempi delle guerre napoleoniche, per evidenti ragioni strategiche)  e quella zulù portarono prima ad una situazione di rivalità ed inevitabilmente ad uno scontro diretto.
In particolare la situazione iniziò a degenerare con la nomina di Sir Henry Bartle Frere ad Alto Commissario per il Sudafrica. Frere identificò nello Zululand la causa dell’instabilità che stava attraversando la popolazione di colore di tutto il Sudafrica. Ben presto inscenò una campagna propagandistica dove il re zulù Chetswayo veniva descrito come “despota irresponsabile, sanguinario e traditore” e finalizzata all’innesco di un conflitto. Gli inglesi arrivarono a pretendere che gli zulù abbandonassero il proprio apparato militare, intimando un ultimatum secondo cui se gli zulù non avessero ottemperato entra 30 giorni sarebbe stata dichiarata loro guerra. Naturalmente la condizione era inaccettabile e scoppiò di conseguenza la guerra.
Il comandante in capo inglese in Sudafrica era il Tenente Generale Frederic Thesiger, barone di Chelmsford. Tipico soldato vittoriano, aveva già avuto esperienza di guerra in territorio africano partecipando alla guerra di Abissinia. La strategia di lord Chelmsford fu condizionata dalla necessità di difendere il Natal ed il Transvaal da una possibile invasione zulu ed allo stesso tempo affrontare l’esercito zulù con una forza sufficiente per distruggerlo. Le sue forze erano disposte su cinque punti lungo i confini. Di qui la formazione inglese in 5 colonne che nel gennaio 1879 si mise in marcia contro il nemico.
Da parte loro gli zulù non volevano il conflitto. Ma quando le avanguardie inglesi entrarono nel territorio zulù ed attaccarono i primi villaggi, re Chetshwayo capì che era il momento di radunare il suo esercito e di marciare a sua volta contro il nemico. Egli, correttamente, identificò la colonna centrale come la più forte delle truppe d’invasione; pertanto utilizzò la strategia di rallentare la marcia delle colonne inglesi laterali, mediante l’intervento dei guerrieri che vivevano nelle regioni attraversate dalle stesse ed impegnando il grosso dell’esercito zulù contro la colonna centrale. Nel complesso tale esercito disponeva di 20000 guerrieri. La colonne centrale inglese, la n° 3, comandante dal colonnello Glyn invece era composta da 4709 uomini; il grosso delle forze era costituito dal 24° reggimento di fanteria.  
Ad Isandlwana le forze inglesi ammontavano a 1780 uomini, al comando del Ten.Col. Durnford e del Ten.Col. Pulleine. In particolare:
-         5 compagnie del 1° battaglione del 24° reggimento (comandate dagli ufficiali Younghusband, Mostyn, Cawaye, Wardell e Portoeus);
-         1 compagnia del 2° battaglione, comandata dal Ten. Pope;
-         2 cannoni della batteria N della 5° brigata della Royal Artillery;
-         2 compagnie del contingente indigeno del Natal;
-         Volontari a cavallo della polizia del Natal;
-         1 batteria razzi.
Le forze zulu erano raggruppate in tre contingenti: centro, corno destro e corno sinistro. Questa terminologia deriva dal nome che essi stessi avevano dato alla loro tipica formazione: “le corna della bestia”. In sintesi, l’esercito era formato da un grosso blocco centrale e da due blocchi laterali. Mentre il primo costituiva forza d’urto gli altri due cercavano di effettuare una manovra avvolgente che mirava ad un completo accerchiamento del nemico: in pratica due ali.
Il centro era costituito dai reggimenti uNoKhenke, Khandempemwu e Mbonambi, per circa 6500 uomini. Il corno sinistro era costituito dai reggimenti iNgobamakhosi e uVe, per 6000 uomini ed infine il corno destro era forte di 3500 uomini, inquadrati nei reggimenti uDududu, iMube e isAngq.
Gli inglesi avevano posto l’accampamento a ridosso del monte Isandlwana.
La mattina del 21 gennaio 1879 il comandante Lonsdale lasciò il campo con 16 compagnie del 3° reggimento contingente indigeno, seguito dal maggiore Dartnell con un gruppo di volontari del Natal e della polizia a cavallo. Intercettato un contingente nemico di 1000 zulù, chiesero rinforzi.
Il comandante dell’esercito inglese, Ten.Gen. Chelmsford, che fu sorpreso per la vicinanza del nemico, alle 4,00 del 22 gennaio lasciò il campo con 6 compagnie del 2/24°, 4 cannoni, un distaccamento di cavalleria e pionieri. Il comando del campo fu lasciato al Ten.Col. Henry Pulleine; le forze regolari inglesi erano costituite da 5 compagnie del 1° battaglione del 24° rgt. ed 1 compagnia del 2° btg.
Alle 8,00 una vedetta a cavallo fece irruzione nel campo riportando la notizia che un forte contingente zulù si stava avvicinando. Poco dopo fece ingresso nel campo il contingente guidato dal Ten.Col. Durnford, arrivato per effetto degli ordini di Lord Chelmsford. Tuttavia Durnford non ebbe ordini precisi e, pensando che doveva assecondare le truppe del comandante in capo inglese, verso le 11,30 lasciò l’accampamento per ricongiungersi con Chelmsford. Tuttavia a poco più di sei km dall’accampamento una pattuglia a cavallo al comando del Ten. Raw scoprì l’esercito zulù, che erroneamente ritenevano si trovasse a Mangimi, più a nord. Gli uomini di Raw tornarono al galoppo al campo per dare l’allarme. Nel frattempo giunse a Pulleine l’ordine di Chelmsford di levare il campo; lo stesso spedì una risposta in cui diceva di essere nell’impossibilità di spostare il campo “per il momento”.
Durnford si ritirò verso l’accampamento, sparando di tanto in tanto una salva di fucileria.
Gli zulù rapidamente si schierarono in formazione di guerra, con i reggimenti divisi nelle tre formazioni viste sopra.
Il corno destro effettuò un rapido movimento, diretto ad aggirare il monte Isandlwana, incuranti del fuoco proveniente dalla compagnia del Ten. Cavaye. Il ten. Mostyn schierò la sua compagnia tra quella di Cavaye e quella di Dyson. Pulleine si rese conto solo allora di essere sotto l’attacco di tutto l’esercito zulù ed ordinò all’artiglieria di schierarsi davanti l’accampamento. L’artiglieria aprì il fuoco contro gli zulu che si stavano riversando contro dall’altipiano. In appoggio all’artiglieria, la compagnia del Ten. Porteous si schierò sulla sinistra e quella del ten. Wardell sulla destra.
Poi Pulleine mandò la compagnia del cap. Younghusband a coprire la ritirata delle compagnie di Mostyn e Cavaye. La fanteria, infine, formò una linea più o meno continua che partiva da Younghusband fino alla compagnia del Ten.Pope all’estrema destra. Il contingente indigeno si schierò con una compagnia davanti l’accampamento, mentre un’altra compagnia a destra del Ten. Pope.  Pulleine cercò di far ritirare le truppe su posizioni difensive con alle spalle la montagna.
Nel frattempo gli uomini di Durnford cercarono di fermare il corno sinistro.  Le munizioni cominciavano a scarseggiare; accorgendosi del calo del fuoco gli iNgobamakhosi e gli uVe iniziarono a spingersi sulla sinistra per aggirare Durnford. Quest’ultimo ordinò agli uomini di ritirarsi all’accampamento. Il contingente indigeno, vedendo tale scena, si diede alla fuga.
La situazione era diventata drammatica per gli inglesi. I Khandempemvu esercitarono la massima pressione contro il centro dello schieramento nemico. Gli inglesi si riunirono in quadrati, ma gli zulù, soverchianti per numero, riuscirono a spezzare questi ultimi.
Non era più possibile una difesa coordinata: gli uomini resistevano spalla contro spalla, sparavano fino all’ultimo colpo e poi duellavano alla baionetta.
Durnford fu colpito a morte, mentre tentava di fermare il corno sinistro. Anche Pulleine morì in qualche parte del campo. Le corna zulù si ricongiunsero e per gli inglesi non ci fu scampo.
I fuggitivi speravano di raggiungere Rorke’s drift, ma il corno destro già sbarrava la strada. Memorabile l’episodio del Ten.Melville: prese la bandiera di reggimento e tentò una fuga; fu raggiunto e colpito a morte.
Il campo di battaglia era cosparso di cadaveri. I corpi dei soldati inglesi furono denudati e sbudellati in ossequio ai riti zulù. I buoi ed i cavalli erano stati uccisi, i magazzini saccheggiati, tende e carri incendiati.
Gli inglesi persero 1329 uomini, gli zulù circa 3000.
La sconfitta inglese impressionò il mondo: era impensabile che un esercito armato di lance ed altre semplici armi potesse sconfiggere un esercito dotato di armi da fuoco.
La sconfitta venne ritenuta la peggiore mai riportata dall'esercito britannico sotto il regno della regina Vittoria e il governo del primo ministro Benjamin Disraeli, che pure non aveva voluto la guerra, si trovò costretto a prendere provvedimenti per riscattare l'onore nazionale, visto che negoziare la pace in queste condizioni sarebbe stato politicamente inaccettabile; i rinforzi prima negati a Chelmsford vennero spediti in Sudafrica in gran numero, in preparazione di una nuova campagna punitiva.


giovedì 21 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio 1982, dopo una rapina a mano armata in una banca alla periferia di Siena, sette affiliati all'organizzazione terroristica "Prima Linea" salirono su un autobus della linea Siena-Montalcino. Sulla SS 2 Cassia, in località Fede, il maresciallo capo Augusto Barna, comandante della Stazione Carabinieri di Murlo, i carabinieri ausiliari Euro Tarsilli e Giuseppe Savastano, entrambi della Stazione Carabinieri di Monteroni d'Arbia, durante un normale servizio perlustrativo, informati via radio della rapina, fermarono l'autocorriera di linea diretta a Montalcino. Mentre il maresciallo Barna procedeva al controllo dei passeggeri, insospettito dall'atteggiamento e dalle risposte fornite da due passeggeri, un terzo passeggero seguiva il maresciallo e, appena uscito dal pullman, esplose nei confronti dei tre militari numerosi colpi d'arma da fuoco. I due carabinieri furono feriti mortalmente, mentre il maresciallo Barna, seppure ferito in più parti del corpo, rispose al fuoco dei malviventi uccidendone uno (Lucio Di Giacomo) e ferendone un altro. Il gruppo criminale, costituito da altre 5 persone, si allontanò in direzione di Buonconvento a bordo di una autovettura abbandonata sulla strada dal proprietario datosi alla fuga per il terrore. Nel corso delle battute organizzate furono tratti in arresto e condannati gli altri 5 componenti, tutti risultati appartenenti al gruppo terroristico resosi responsabile di altri gravi delitti.
Siena, sgomenta e senza parole, si ferma per i funerali di Savastano e Tarsilli, i carabinieri uccisi con tanta ferocia. I feretri attraversano la città trasportati con mezzi militari e sfilano tra le due ali di folla davanti ai negozi chiusi per lutto. I due giovani riceveranno la medaglia d'oro al valor militare per il "generoso slancio al servizio della comunità". Chissà se ci pensavano, a una medaglia, mentre scattavano le loro foto in divisa che ci sono rimaste: Pino in alta uniforme, la bandoliera bianca, il cappello con il pennacchio in mano, lo sguardo serio e convinto; Euro, poco più che un bambino, con la cravatta un po' slacciata, la frangia sulla fronte, un sorriso impertinente. Savastano e Tarsilli: ora i loro nomi si pronunciano sempre insieme. Eppure avrebbero solo voluto salutarsi e tornare a casa. E magari persino dimenticarsi.


mercoledì 20 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 1752 ha luogo la cerimonia della posa della prima pietra della reggia di Caserta.
 Nel 1750 Carlo di Borbone (1716-1788) decise di erigere la reggia quale centro ideale del nuovo regno di Napoli, ormai autonomo e svincolato dall’egida spagnola. La scelta del luogo dove sarebbe sorta la nuova capitale amministrativa del Regno cadde sulla pianura di Terra di Lavoro, nel sito dominato dal cinquecentesco palazzo degli Acquaviva. Il progetto per l’imponente costruzione, destinata a rivaleggiare con le altre residenze reali europee, fu affidato, dopo alterne vicende, all’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773), figlio del più importante pittore di vedute, Gaspar Van Wittel, già attivo a Roma sotto Benedetto XIV nel restauro della cupola di S.Pietro.
La costruzione della Reggia ebbe inizio con la posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752 e procedette alacremente sino al 1759, anno in cui Carlo di Borbone, morto il Re di Spagna, lasciò il regno di Napoli per raggiungere Madrid. Dopo la partenza di Carlo i lavori di costruzione del Palazzo nuovo, come veniva denominata all'epoca la Reggia, subirono un notevole rallentamento, cosicchè alla morte di Luigi Vanvitelli, nel 1773, essi erano ancora lungi dall'essere completati. Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi e successivamente altri architetti, che si erano formati alla scuola del Vanvitelli, portarono a compimento nel secolo successivo questa grandiosa residenza reale.
La Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari. Un imponente portico (cannocchiale ottico”) costituisce l'ideale collegamento con il parco e la cascata, posta scenograficamente al culmine della fuga prospettica così creata.
Lo scalone d’onore, invenzione dell’arte scenografica settecentesca, collega il vestibolo inferiore e quello superiore, dal quale si accede agli appartamenti reali. Le sale destinate alla famiglia reale vennero realizzate in più riprese e durante un intero secolo, secondo uno stile che rispecchia la cosiddetta “unità d’interni” caratteristica della concezione architettonica e decorativa settecentesca ed in parte secondo il gusto ottocentesco per l’arredo composito e l’oggettistica minuta.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello scalone d'onore, si apre la Cappella Palatina. Progettata dal Vanvitelli fin nelle decorazioni, è di certo l'ambiente che più di ogni altro mostra una chiara analogia con il modello di Versailles. Il teatro di Corte, ubicato nel lato occidentale della Reggia, è un mirabile esempio di architettura teatrale settecentesca.
Il teatro di corte, splendido esempio di architettura teatrale settecentesca, è ubicato nel lato occidentale della Reggia. La sua ideazione risale ad una fase successiva a quella della progettazione del Palazzo; il piccolo teatro venne infatti progettato dal Vanvitelli solo dopo il 1756, alcuni anni dopo l'inizio dei lavori della Reggia. Diversamente da quanto ideato inizialmente dal Vanvitelli, il teatro fu collocato all'interno del Palazzo ad uso esclusivo della corte e dotato di un ingresso riservato che consentiva al re di accedere direttamente al palco reale. Conclusi i lavori nel 1768, il Teatro di Corte fu inaugurato nel gennaio del 1769 dalla giovane coppia reale, Ferdinando e Maria Carolina, alla presenza di tutta l'aristocrazia napoletana.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello Scalone d’onore si apre la Cappella Palatina, inaugurata alla presenza di Ferdinando IV nel Natale del 1784. Essa è simile planimetricamente alla Cappella della Reggia di Versailles, ma collocata, diversamente da quest’ultima, al piano nobile. Consta di una grande sala a galleria fiancheggiata da due file di colonne che si elevano su un alto basamento sostenuto da pilastri, disegnando due passaggi laterali, attraverso i quali si accede alla Sagrestia della Cappella. La volta a botte è impreziosita da un cassettonato ligneo, mentre il pavimento è realizzato in pregiati marmi policromi. Sopra l'ingresso, di fronte all'abside è la Tribuna reale con semicolonne in marmo giallo di Castronuovo e specchiature in marmo di Mondragone, ad essa si accede mediante una scala circolare posta subito dopo l’entrata sulla destra. La Cappella  ha subito gravi danni a seguito dei bombardamenti del novembre 1943; sono andate  irrimediabilmente perdute opere di inestimabile valore, arredi sacri e dipinti come La Nascita della Vergine di S. Conca o la Presentazione della Vergine al Tempio di R. Mengs. L’unica tela superstite, fra quelle commissionate per la Cappella, è quella dell’altare maggiore, “l’Immacolata Concezione“ di G.Bonito. Nella zona absidale l’altare in stucco è il modello di quello originario, mai portato a termine, in marmi pregiati. Analogamente non fu completato il tabernacolo previsto in pregiate pietre dure (ametiste, lapislazzuli, corniole, agate e diaspri), al cui posto ve ne è uno in legno policromo.
Il Parco Reale, parte integrante del progetto presentato dall’architetto Luigi Vanvitelli ai sovrani, si ispira ai giardini delle grandi residenze europee del tempo, fondendo la tradizione italiana del giardino rinascimentale con le soluzioni introdotte da André Le Nôtre a Versailles. I lavori, con la delimitazione dell'area e la messa a dimora delle prime piante, iniziarono nel 1753, contemporaneamente a quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino, le cui acque, dalle falde del Monte Taburno avrebbero alimentato le fontane dei giardini reali.
Il giardino formale, così come oggi si vede, è solo in parte la realizzazione di quello che Luigi Vanvitelli aveva ideato: alla sua morte, infatti, nel 1773, l'acquedotto era stato terminato ma nessuna fontana era stata ancora realizzata. I lavori furono completati dal figlio Carlo (1740-1821), il quale, pur semplificando il progetto paterno, ne fu fedele realizzatore, conservando il ritmo compositivo dell'alternarsi di fontane, bacini d'acqua, prati e cascatelle.
Per chi esce dal palazzo i giardini si presentano divisi in due parti : la prima è costituita da vasti parterre, separati da un viale centrale che conduce fino alla fontana Margherita , fiancheggiata da boschetti di lecci e carpini, disposti simmetricamente a formare una scena “ teatrale” verde semicircolare.
A sinistra del palazzo, nel cosiddetto "Bosco vecchio", il cui nome ricorda l’esistenza di un precedente giardino rinascimentale, sorge la Castelluccia, una costruzione che simula un castello in miniatura, presso il quale il giovane Ferdinando IV si esercitava in finte battaglie terrestri. Nella Peschiera grande, un lago artificiale di forma ellittica con un isolotto al centro, venivano, invece, combattute le battaglie navali con una flottiglia costruita proprio per questo scopo.
La seconda parte del parco, realizzata interamente da Carlo Vanvitelli, inizia dalla fontana Margherita, dalla quale si dispiega la celebre via d'acqua, sulla quale da sud verso nord si incontrano la fontana dei "Delfini", così chiamata perché l'acqua fuoriesce dalle bocche di tre grossi mostri marini scolpiti in pietra e la fontana di "Eolo", costituita da un'ampia esedra nella quale si aprono numerose caverne che simulano la dimora dei venti, rappresentati da statue di "zefiri". L'asse principale è strutturato su sette vasche digradanti che formano altrettante cascate concluse dalla fontana di Cerere che rappresenta la fecondità della Sicilia, con le statue della dea e i due fiumi dell'isola. L'ultima fontana è quella in cui è rappresentata la vicenda di Venere e Adone.
Infine, nel bacino, denominato Bagno di Diana, sottostante la cascata del monte Briano, due importanti gruppi marmorei raffigurano Atteone nel momento in cui, tramutato in cervo, sta per essere sbranato dai suoi stessi cani, e Diana, attorniata dalle ninfe, mentre esce dall’acqua. Una grotta artificiale, costruita con grossi blocchi di tufo, il cosidetto Torrione, si erge sulla sommità della cascata, da cui si può godere la vista di un paesaggio davvero unico.

martedì 19 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1977 è l'unico giorno che la storia ricordi in cui abbia nevicato a Miami, in Florida.
Un tempo gli Indiani Tequesta vivevano nelle paludi infestate di zanzare, nell’area che ora conosciamo come Miami. Gli Spagnoli furono i primi Europei ad arrivarvi, stabilendo nel 1567 un insediamento con una missione. Ma niente si sviluppò veramente fino a che gli Americani acquisirono la Florida nel 1821 ed in seguito un’ondata di pionieri migrò nella regione intorno al Fiume Miami.
La crescita della città restò fiacca come il clima estivo fino a quando la ferrovia Florida East Coast Railroad collegò Miami al resto del paese. Questo segnò il vero inizio di Miami come città con cui fare i conti. I ricchi imprenditori edilizi Americani videro subito le potenzialità turistiche della zona e cominciarono a trasformare le paludi in spiagge bianche ed hotel di lusso. Oltre agli hotel, molte persone intrepide iniziarono a costruire case e tenute, che culminarono con il boom dell’edilizia del 1920, un periodo a Miami di eccessi e stravaganze. Il movimento Art Deco aggiunse un carattere speciale alla città, ma la Grande Depressione arrestò gran parte dei progressi fatti.
Durante il 1940 e 1950, Miami aveva acquisito la reputazione di attrarre la miscela più diversa di gente. Militari mischiati con artisti, pensionati ed anche gli occasionali fuorilegge come Al Capone. Il clima caldo e le spiagge continuavano ad attrarre turisti, ma Miami era solo una laguna tropicale.
La massiccia immigrazione Cubana a seguito della rivoluzione di Castro nel 1959 fu il maggiore catalizzatore per trasformare la crescita di Miami in una città internazionale nel commercio e negli affari. La comunità Cubana formò la prima delle molte enclave etniche, che tutte insieme hanno contribuito all’atmosfera vivace ed allegra che è Miami. Oggi, le belle spiagge e le acque tropicali sono solo una delle parti che affascina i turisti. Il fantastico sapore Ispanico che permea quasi ogni aspetto della città è ugualmente attraente.
Miami è un’incredibile miscela di diversità culturali che è visibile dal momento in cui si arriva in città e si odono i melodici suoni Spagnoli trasportati dall’aria tropicale. Questa è una città che trabocca di attività. È una destinazione di vacanza a livello mondiale ed è un luogo di feste continue pieno di persone del jet-set e celebrità. Nel suo guscio, la metropoli ha qualcosa per tutti.
Anche se Miami è tristemente famosa per molte cose, è considerata uno dei posti più trendy in America. Il suo clima meraviglioso, le belle spiagge di fine sabbia bianca e la vita notturna iper attiva confermano la sua reputazione. Nel cuore della città ci sono oltre 15 miglia di bellissime spiagge, la maggior parte con eccellenti opportunità per fare shopping e mangiare appena al di là del lungomare.
Miami è una delle poche città in America che ha un vero clima tropicale. Le temperature vanno dal caldo al torrido durante tutto l’anno e, l’umidità è molto più alta di quanto la gente preferirebbe. Comunque, grazie alla sua posizione sulla costa, la brezza oceanica spesso soffia nella città aiutando a rinfrescare il clima.
L’inverno, che va da Dicembre fino a Febbraio, è il periodo migliore per visitare Miami. Le temperature medie vanno dai 15 ai 24 gradi ed i cieli blu dominano i giorni. Questo è anche il momento di maggior afflusso turistico, arrivano in città pensionati e chi decide di svernare e, tutto diventa molto affollato. Le estati sono un’altra cosa. Il caldo e l’umidità possono essere opprimenti, con regolari temporali pomeridiani, assicurando un clima sempre afoso. Se si aggiunge il reale pericolo degli uragani, che va da Giugno a Novembre, capirete perchè la maggioranza dei turisti evita Miami durante i mesi estivi.
Un eccellente compromesso è di visitarla nelle stagioni intermedie come in primavera e in autunno. Da Maggio ai primi di Giugno e da Settembre ad Ottobre, il clima è ideale e non ci sono le folle dei mesi invernali, dando l’occasione di godersi i posti da visitare, i bar e le spiagge ed al contempo risparmiare sui prezzi degli hotel.
Quello che una volta veniva considerato un paradiso per i pensionati americani si è trasformato nel posto da vivere per le generazioni più giovani. È possibile fantasticare lungo le super modaiole vie di South Beach e Coconut Grove, ma la maggioranza delle persone che vivono qui sono americani medi che hanno scelto questo posto per il clima e lo stile di vita. Il cibo qui è semplicemente fantastico ed ha una miscela di stili unica, dai Caraibi, al Latinoamericano e al Sud America. Alcuni dei posti migliori dove mangiare in città si trovano negli onnipresenti chioschi sulla strada e nei piccoli caffè cubani che servono ottimi piatti a prezzi giusti.

lunedì 18 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1919 Don Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano.
Luigi Sturzo nasce a Caltagirone, in provincia di Catania, il 26 novembre 1871. La famiglia fa parte dell'aristocrazia agraria. Luigi frequenta i seminari prima di Acireale, poi di Noto.
Dopo il 1891, la pubblicazione della Rerum novarum, prima enciclica sulla condizione operaia, e lo scoppio delle rivolte dei contadini e degli operai delle zolfare siciliane (i cosiddetti Fasci) spingono Sturzo a orientare i suoi studi filosofici verso l'impegno sociale.
A Roma, mentre frequenta l'Università Gregoriana, partecipa al fervore culturale dei giovani cattolici. Il giovane Sturzo assume con entusiasmo posizioni vicine al pensiero di Leone XIII, il papa della Rerum novarum. Allo stesso tempo Sturzo è critico rispetto allo Stato liberale, al suo centralismo e all'assenza di una politica per il Mezzogiorno.
Nel 1895 fonda il primo comitato parrocchiale e una sezione operaia nella parrocchia di S. Giorgio; a Caltagirone dà vita alle prime casse rurali e cooperative.
A Roma Sturzo perfeziona i suoi studi conseguendo il diploma in Filosofia e la laurea in Teologia. Viene ordinato sacerdote il 19 maggio 1894. Il fratello maggiore Mario sarà vescovo di Piazza Armerina (EN).
Nell'esercizio del suo ministero sacerdotale ha modo di constatare la grande miseria del popolo: arriva così alla "vocazione di portare Dio nella politica". Don Sturzo dedica tutto se stesso all'attuazione dei princìpi della dottrina sociale della Chiesa.
Studia scienze sociali, è uomo politico e s'interessa nel primo decennio del XX secolo alle proposte politiche di Romolo Murri e alle proposte sociali di Giuseppe Toniolo, modernisti cattolici. Don Sturzo è precocemente favorevole, ancora negli anni del non expedit pontificio, all'organizzazione politica indipendente dei cattolici italiani e al loro progressivo inserimento nella vita civile e politica dello Stato.
Le caratteristiche del sacerdote sono, oltre a una continua unione con Dio, il profondo senso della giustizia, l'eroica obbedienza alla Chiesa, e il grande amore per i poveri.
Meridionalista, sostiene la necessità del decentramento amministrativo e delle autonomie regionali.
Ostile al capitalismo liberale che tendeva al monopolismo borghese, così come al socialismo classista che tendeva allo statalismo proletario, dopo una prima esperienza - che durerà 15 anni - di pro-sindaco di Caltagirone, Sturzo sostiene l'abolizione del non expedit per la partecipazione dei cattolici alla vita politica.
Nel 1919 fonda il Partito Popolare Italiano, di cui sarà segretario, portandolo a notevoli e importanti successi.
Giovanni Giolitti non si capacitava del fatto che un piccolo prete, da un ufficetto vicino a Montecitorio, potesse guidare e dare ordini a un così compatto gruppo di deputati.
Sopraggiunta la dittatura fascista, nel 1924 Don Sturzo è costretto ad un lungo esilio, prima a Londra, poi negli Stati Uniti, dove con i suoi scritti e le sue pubblicazioni prosegue la lotta: grazie alla traduzione dei suoi saggi la parola "totalitarismo" diviene tra le più diffuse nel lessico politico del Novecento.
Torna in Italia, da New York, nel 1946.
Difensore della Roma cristiana contro il comunismo ateo, nel 1952 caldeggia un'alleanza con il Movimento Sociale e i monarchici per contrastare il "Blocco del popolo" alle elezioni comunali. Sturzo viene sconfessato da parte del mondo cattolico e da Alcide De Gasperi. I partiti di centro vincono ugualmente.
Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita nel 1952.
Luigi Sturzo muore a Roma il giorno 8 agosto 1959.

domenica 17 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
La chiesa cristiana festeggia oggi Sant'Antonio Abate, nell'anniversario della sua morte.
S. Antonio Abate nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all'anno 250.
Fu un eremita tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico.
Antonio, di cui conosciamo la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, fu un insigne padre del monachesimo orientale.
Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste ed ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri, si ritirò nel deserto e li cominciò la sua vita di penitente.
Compiuta la sua scelta di vivere come eremita, trascorse molti anni vivendo in un'antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce - soprattutto di porco - allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze di ogni genere, riuscendo sempre a trionfare.
La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto presso i fedeli e Antonio, che voleva vivere assolutamente distaccato dal resto del mondo, fu costretto più volte a cambiare luogo di "residenza".
Intorno al 311 si recò ad Alessandria per prestare aiuto e conforto ai Cristiani perseguitati dall'imperatore Massimiliano; poi si ritirò sul monte Qolzoum, sul mar Rosso, ma dovette tornare ad Alessandria poco tempo dopo per combattere l'eresia ariana, sempre più diffusa nelle zone orientali dell'impero.
Malgrado conducesse una vita dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: la morte lo colse infatti all'età di 105 anni, il 17 Gennaio del 355, nel suo eremo sul monte Qolzoum.
Sulla sua tomba, subito oggetto di venerazione da parte dei fedeli, furono edificati una chiesa e un monastero; le sue reliquie nel 635 furono portate a Costantinopoli, e poi sembra che siano state portate in Francia tra il sec IX e il X dove oggi si venerano nella chiesa di Saint Julian, ad Arles.
In Francia, in quel periodo, sorse l'ordine degli "Antoniani" approvato successivamente da papa Urbano II.
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di S. Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio Abate un vero e proprio "santo" del popolo.
Egli è considerato il protettore contro le epidemie di certe malattie, sia dell'uomo, sia degli animali. E' stato invocato come protettore del bestiame e la sua effigie era collocata sulla porta delle stalle.
Il Santo è invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes nota come "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro".
Antonio è anche considerato il patrono del fuoco; secondo alcuni riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica. E' nota infatti l'importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante.

sabato 16 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1920 entra in vigore negli USA il cosiddetto Proibizionismo.
Con il termine Proibizionismo si intende il periodo della storia americana che va dal 16 gennaio 1920 al 5 dicembre 1933.
La nascita del proibizionismo, come sempre, ha concause culturali, sociali e religiose. Da una parte il problema dell’alcool nella società, soprattutto nei maltrattamenti sulle donne all’interno delle mura domestiche da parte di padri o mariti ubriachi. Dall’altra il consolidarsi, anche a livello politico, delle famose Società di Temperanza, gruppi religiosi o gruppi politici moralisti e fondamentalisti, le quali affermavano che la causa dell’assenteismo e dello scarso rendimento sul lavoro, nonchè dei maltrattamenti domestici, nonchè addirittura della criminalità stessa, fosse da ricercare nell’uso di alcool.
In tale senso, il XVIII emendamento trovò forti sostenitori anche tra i grandi industriali, tra cui John D. Rockefeller, Henry Ford ed Henry Joy, i quali aderirono all’Anti Saloon League apportando notevoli quantità di denaro.
Per avere un’idea del potere raggiunto da questi gruppi religiosi a livello politico, basti pensare che ad esempio riuscirono a far bandire dall’America l’Ulisse di James Joyce in quanto il protagonista, nel corso della storia, si masturba.
Con i fondi a disposizione e idee ben radicate, le società di temperanza cominciarono a parlare al popolo usando i numeri e promuovendo il regime “dry” (asciutto).
"I liquori sono responsabili del 25% della miseria, del 37% del depauperamento, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel nostro Paese", citano le statistiche del Congresso fornite dalla Anti-Saloon League nel 1914.
"I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre", dichiarò il Senatore Andrew Volsted il 17 gennaio del 1919, all’indomani dell’entrata in vigore della legge da lui stesso promossa.
La legge, come detto, entrò in vigore il 16 gennaio 1920. Il 15 gennaio vi fu quindi l’assalto ai saloon da parte dei bevitori, che fecero incetta delle ultime bottiglie rimaste.
Per capire quanto questa legge fosse ben vista anche dalla mafia locale per le prospettive di guadagno, basti pensare che già nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, a mezzanotte e trequarti (45 minuti dopo l’entrata in vigore), a Chicago una banda armata assaltò un treno e rapinò un carico di whiskey del valore di 100.000 dollari, dando così il via ufficiale al traffico degli alcoolici.
Va da se infatti che le prime conseguenze di un regime di proibizione, di qualunque sostanza, sono la sua comparsa sul mercato nero (in forma spesso nociva ed adulterata) e il suo aumento esponenziale di prezzo.
Il prezzo ad esempio del whiskey canadese nel mercato nero americano era di dieci volte il prezzo di acquisto in Canada (dove era ancora legale). Stessa cosa accadeva per il rum, portato al confine delle acque territoriali dai contrabandieri e infine portato su suolo americano dai rumrunners, che facevano la spola tra le imbarcazioni cariche al largo della costa e i porti.
Uno dei tentativi di ridurre quest’ultimo fenomeno, fu quello di duplicare la distanza dalla costa delle acque territoriali, ma come sempre in questi casi, si rende la cosa più complicata ma non la si risolve. Certo è che questa manovra consentì di avere presto un declino a questo tipo di importazione, preferendo il passaggio di confine con il Canada o il Messico e vedendo così il declino anche dell’importazione clandestina di rum in favore di whiskey canadese, tequila e mezcal.
Va da se quindi alla luce di tutto questo che il proibizionismo e i “ruggenti anni venti” furono indissolubilmente legati alla nascita del “Gangsterismo”, del quale la figura di spicco è senza dubbio Alphonse Capone. La sua fortuna infatti, come quella di molti altri criminali di spicco di quegli anni, fu raggiunta tramite il commercio di alcool nel mercato nero.
Al Capone si riforniva di alcool dalla Florida, dal Messico e dal Canada, nonchè da alcuni distillatori clandestini di Chicago, rivendendo poi queste bottiglie agli Speakeasy, ovvero locali in cui gli alcoolici venivano venduti al pubblico illegalmente.
La nascita di questi locali, ramificati sul territorio, portava ovviamente le bande rivali allo scontro per il controllo del territorio stesso. Così cominciarono a vedersi per strada i primi scontri a fuoco, sempre più frequenti.
Al Capone, ormai personaggio pubblico, in una delle sue interviste rilasciò una dichiarazione sconcertante in merito: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d'affari"
Nel 1929 il Congresso votò un ampliamento alla legge sul Proibizionismo, ritenendo che la stessa non avesse funzionato per quasi un decennio a causa della sua blandezza, approvando una norma che prevedeva pene detentive anche per chi consumasse alcool e non solo per chi lo fabbricava/vendeva/deteneva. La teoria era la solita: “se arrestiamo chi beve, limitiamo i clienti ed il traffico”.
Ma in verità a distanza di anni il proibizionismo mostrò effetti diametralmente opposti a quelli tanto decantati al varo della legge, tanto che si cominciò a discutere sull’abolizione della legge. La gente cominciò a scendere in piazza per dimostrare contro il regime di intolleranza e gli stessi industriali “sostenitori” dell’anti-saloon league, si accorsero ben presto che il Governo degli Stati Uniti, non ricevendo più proventi dalla tassa sull’importazione di alcool, cominciò ad aumentare la pressione fiscale sulle grandi aziende, tra cui le loro.
Questo portò personaggi del calibro di Rockefeller e Joy a fare un passo indietro e ad ammettere il loro errore.
Dopo il fallimento del Proibizionismo anche in Norvegia (1919-1926) e Finlandia (1919-1932), con il 73% dei voti, nel 1933, il Congresso degli Stati Uniti votò a favore del ventunesimo emendamento che interdiva ciò che era sancito nel diciottesimo emendamento, cioè di fatto sanciva la fine del proibizionismo, ad un anno dall’elezione di Roosvelt alla Casa Bianca.

venerdì 15 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1759 apre a Londra il British Museum.
Il British Museum è il primo museo pubblico nazionale al mondo. Fin dalle origini consentiva ingresso libero a tutti "gli studiosi e le persone curiose". Il numero dei visitatori è aumentato da circa 5000 l'anno del diciottesimo secolo ai quasi 6 milioni di oggi.
La nascita del museo si deve alla volontà di Sir Hans Sloane (1660-1753), fisico, naturalista, collezionista.
Sloane nella sua lunga vita raccolse più di 71000 oggetti che voleva fossero conservati dopo la sua morte. Perciò lasciò l'intera collezione a Re Giorgio II in cambio di un pagamento di 20.000 sterline per i suoi eredi.
Le collezioni originali consistevano per lo più in libri, manoscritti e reperti antichi (incluse monete, medaglie, dipinti e disegni), e materiale etnografico. Nel 1757 a tali collezioni Re Giorgio aggiunse la "antica biblioteca reale" dei sovrani d'Inghilterra.
La prima apertura al pubblico avvenne il 15 gennaio 1759. Inizialmente fu ospitata in un palazzo del XVII secolo, la Montagu House, a Bloomsbury, ove sorge la sede odierna.
Tranne che in occasione delle due guerre mondiali, il Museo è sempre rimasto aperto da allora, aumentando di volta in volta gli orari di apertura.
Nei primi decenni del diciannovesimo secolo vi furono un buon numero di acquisizioni di alto livello, tra le quali la Stele di Rosetta (1802), la collezione Townley di sculture classiche (1805), e le sculture del Partenone (1816).
Nel 1823, grazie al dono alla nazione da parte di Giorgio IV della biblioteca del padre, si rese necessaria la costruzione del palazzo quadrangolare di oggi, ad opera di Sir Robert Smirke (1780-1867).
Nel 1857 furono completate sia la costruzione quadrangolare che la Sala di Lettura circolare.
Nel 1880, per dare maggiore spazio alle collezioni sempre più grandi del Museo, le collezioni di Storia Naturale furono spostate in una nuova costruzione a South Kensington, che divenne il Museo di Storia Naturale.
Il Museo venne coinvolto in moltissime opere di scavo all'estero. Le sue collezioni assire divennero la base per comprendere la scrittura cuneiforme, così come la Stele di Rosetta fu fondamentale per comprendere i geroglifici egizi.
Una figura fondamentale di questo periodo fu Sir Augustus Wollaston Franks (1826-97). Assunto dal museo nel 1851, fu il primo responsabile del materiale medievale e britannico.
Franks espanse la collezione in nuove direzioni, raccogliendo non solo antichità medievali, ma anche oggetti preistorici, etnici e archeologici da tutta Europa e oltre, fino ad oggetti d'arte orientale.
I visitatori aumentarono notevolmente durante il diciannovesimo secolo, attraendo folle di ogni età e classe sociale, specialmente nelle giornate di festa.
Il ventesimo secolo vide una grande espansione dei servizi al pubblico. La prima guida completa al Museo fu pubblicata nel 1903 e la prima guida alle letture nel 1911.
Nel 1970 si procedette ad un intenso lavoro di ristrutturazione delle gallerie e dei testi di accompagnamento alle opere; inoltre venne creata una piccola e dedicata casa editrice.
Nel 1973 la biblioteca entrò in una nuova organizzazione, la British Library, ospitata nel Museo fino al 1997 quando poi fu trasferita in una nuova palazzina a St Pancras.
Il Grande Cortile Regina Elisabetta II, costruito nel luogo lasciato vacante dalla biblioteca, riflette la più recente espansione del Museo. E' il più grande spazio pubblico coperto d'Europa (2 acri). Al centro vi è la Stanza di Lettura restaurata, intorno alla quale furono costruite nuove gallerie e un centro educativo.
Il Museo ha celebrato il suo 250esimo anniversario nel 2003 con il restauro della Biblioteca del Re, la stanza più antica del Museo, e il lancio di una nuova esibizione permanente: Alla scoperta del mondo nel diciottesimo secolo.
Nel ventunesimo secolo il Museo ha continuato l'espansione della sua offerta aprendo quattro nuove gallerie permanenti tra il 2008 e il 2009: Ceramiche cinesi, orologi e pendole, Europa tra il 1050 e il 1540, il tempio sepolcrale di Nebanum: vita e morte nell'antico Egitto.
Il Museo è attualmente impegnato nel progetto della sua prossima grande costruzione: il Centro mondiale di Conservazione ed Esposizione, che includerà un nuovo spazio espositivo temporaneo.
Nel 2009 il Museo ha ricevuto il riconoscimento del Carbon Trust Standard, per i suoi sforzi nel ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica.

giovedì 14 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1985 Martina Navratilova vince per la centesima volta un torneo di tennis.
 Martina Navratilova nasce a Praga (attualmente Repubblica Ceca, ex Cecoslovacchia) il 18 ottobre del 1956.
I monti Krkonose, i Monti dei Giganti che confinano con la Polonia, sono stati la cornice della sua prima infanzia; su quelle nevi la madre Jana, maestra di sci, le impartì le prime lezioni e lì nacque la sua passione per la montagna (tuttora la residenza di Martina è ad Aspen, nello stato del Colorado). L'incontro fatale con il tennis avvenne qualche anno più tardi, sui campi in terra rossa di Revnice, il paesino nella campagna boema, poco distante da Praga, in cui la madre si trasferì verso il 1960, dopo la separazione dal marito. Il tennis era una tradizione nella famiglia di Martina: la nonna materna, Agnes Semanska, aveva fatto parte della nazionale cecoslovacca negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. La piccola Martina trascorreva interi pomeriggi palleggiando contro il muro di casa con la racchetta di legno della nonna, e seguiva la madre quando si recava a giocare presso il locale club di tennis. Poi arrivarono le lezioni sul campo: il primo maestro di Martina fu l'amato patrigno Mirek Navratil, sposatosi con la madre nel 1962.
“Un giorno vincerai Wimbledon”; così Mirek spronava il suo talento, invitandola ad attaccare, a scendere a rete il più possibile, a costruire un gioco creativo e spettacolare. Il gioco al quale Martina ci abituò per tanti anni: estroso, istintivo, a tratti quasi “maschile” nella sua spregiudicatezza. La piccola mancina arrivò alle semifinali nel primo torneo disputato, all'età di otto anni, e dai dieci anni in poi iniziò a collezionare esperienza e successi in molti tornei giovanili, sia in patria che all'estero. Le lezioni prese al Klamovka Park di Praga da George Parma, il più grande tennista cecoslovacco di quei tempi, raffinarono ulteriormente la sua tecnica. A nove anni Martina iniziò a maturare l'idea di diventare una tennista professionista, dopo aver assistito con il padre ad un incontro di Rod Laver, il campione australiano vincitore di due Grandi Slam, che stava giocando un torneo a Praga. Due anni più tardi segnò il destino, suo e del suo paese, uno dei momenti più drammatici della storia cecoslovacca, che abbattè definitivamente la tacita speranza di rinnovamento covata dal popolo ceco dalla conquista sovietica del 1948 in poi. La mattina del 21 agosto 1968 i carri armati sovietici entrarono a Praga, stroncando quella che i libri ricordano come la Primavera di Praga, nel corso della quale Alexander Dubcek aveva tentato di imboccare la via del cosìddetto “socialismo dal volto umano”. Venne avviato in seguito un rigido processo di normalizzazione. Martina si trovò a crescere in un paese profondamente cambiato, più triste, certamente più povero, schiacciato da una dittatura che usava lo sport e i suoi campioni come meri strumenti di propaganda. Provò a vivere secondo i loro dettami nei primi due anni di professionismo, e questi non fecero che rafforzare in lei la decisione di lasciare il paese.
Numero uno nelle classifiche nazionali da oltre un anno, nel 1973, all'età di sedici anni, Martina divenne professionista. Fu proprio in quell'autunno che potè compiere il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il paese in cui prendeva forma la libertà tanto sognata, il paese di DisneyWorld, dei suoi attori preferiti visti al cinema (Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Ginger Rogers, Fred Astaire), nonché degli hamburger e di un consumismo a lei completamente estraneo. Al torneo di Akron Martina giocò il primo di quella lunga serie di incontri che avrebbero generato la più bella rivalità nella storia degli sport individuali. Quel giorno nell'Ohio vinse Chris Evert, già graziosa reginetta del tennis e beniamina indiscussa del pubblico americano. Nell'agosto del 1975, frustrata dalle continue intromissioni nella sua programmazione dei tornei da parte della Federazione Cecoslovacca, che zittiva ogni sua protesta con la minaccia di non concederle più permessi d'espatrio, Martina lasciò definitivamente la terra natia e volò negli Stati Uniti per giocare gli Open, dove giunse in semifinale, sconfitta dalla Evert. Di lì ad un mese ottenne la Green Card, il permesso di soggiorno. Diciannovenne, aveva lasciato la sua patria, che dopo averla assurta per anni ad icona dello sport nazionale, ora la privava della cittadinanza, dichiarandola "persona non desiderata", e nella quale solo nel 1986, in occasione della Federation Cup, le venne concesso un breve rientro, sotto la rigida sorveglianza che spetta ai dissidenti politici. Ma aveva lasciato anche la vita da studente, le partite ad hockey su ghiaccio con gli amici e, soprattutto, la famiglia. Temeva che non le sarebbe più stato possibile rivedere i suoi cari; effettivamente, potè riabbracciarli solo quattro anni dopo. Furono difficili i primi periodi negli Stati Uniti, e non segnarono grossi successi in campo tennistico; la non perfetta forma fisica, dovuta ad un'alimentazione sbagliata, le valse inoltre l'ironico soprannome di “Great Wide Hope”, coniato dal giornalista Bud Collins.
Lentamente Martina cercò di crearsi delle radici nella sua nuova patria, circondandosi di buoni amici; un grande aiuto le venne offerto proprio da un'amica, la campionessa di golf Sandra Haynie. Insegnò a Martina come razionalizzare le tumultuose emozioni foriere di tanti scoppi d'ira, inutilmente dispendiosi in termini di energia e che la condannavano a perdere partite altrimenti alla sua portata. La nuova forma mentis regalò a Martina il primo grande risultato della sua carriera, avveramento della profezia paterna: l'8 luglio del 1978 si aggiudicò il torneo di Wimbledon, sconfiggendo in finale l'amica – rivale Chris Evert. E, con i punti così guadagnati, divenne per la prima volta la numero uno delle classifiche mondiali. Ci sarebbero voluti comunque molti anni ancora, prima che Martina potesse scrollarsi di dosso defintivamente l'etichetta di loser, di perdente, che gli americani le avevano ormai affibbiato; diventando addirittura, ironia della sorte e beffa per i giornalisti dalle sentenze facili, la giocatrice che ha vinto più di chiunque altro nella storia del tennis, maschile e femminile. Vicende sentimentali influirono sui suoi risultati tra il 1979 e il 1980, per cui vinse ancora Wimbledon nel '79, ma nessun titolo del Grande Slam l'anno seguente. In particolare, i media fissarono la loro attenzione sulla relazione con la scrittrice Rita Mae Brown, nota autrice americana di bestseller; Martina fece la scelta coraggiosa, e controcorrente in quegli anni, di dichiarare la propria bisessualità in risposta alle domande dei giornalisti. Pagò per la sua sincerità; la più grande tennista della storia non fu certamente anche la più sponsorizzata dalle aziende... Il 21 luglio del 1981, dopo sei anni trascorsi da apolide, Martina ottenne finalmente la cittadinanza americana. Coronò l'anno vincendo di nuovo un torneo dello Slam: gli Australian Open, sull'erba del vecchio stadio Kooyong di Sydney. Era l'inizio di una nuova fase nella carriera di Martina: quella dei grandi successi, dei guadagni e dei molti record. E, finalmente, degli applausi del pubblico, che iniziava a schierarsi dalla sua parte.
La “nuova” Martina era il frutto del duro lavoro di preparazione atletica messo a punto con Nancy Lieberman, giovane stella del basket americano negli anni Settanta, vincitrice di due medaglie d'oro alle Olimpiadi. La loro brillante collaborazione sportiva proseguì dalla metà del 1981 agli inizi del 1984. Il piano di allenamento mirava allo sviluppo delle potenzialità atletiche utili nel tennis, e spaziava dal sollevamento pesi allo stretching, dalla corsa agli esercizi per migliorare l'agilità fisica, comprendendo anche una adeguata dieta alimentare. In campo ebbe, per la prima volta da quando era diventata professionista, un'allenatrice, Renée Richards, alla quale fecero seguito Mike Estep e, dal 1989, Craig Kardon; insieme a loro Martina elaborò nuove tecniche d'allenamento, studiò ogni singolo aspetto del gioco, perfezionando l'esecuzione dei colpi ed adattandola ai mutamenti dell'attrezzo. Erano infatti gli anni in cui le racchette di legno cominciavano lentamente a venire sostituite con le nuove versioni oversize. Queste rivoluzionarono non poco il gioco; acquisirono sempre maggiore peso i fondamentali e la tecnica del fondocampo, e si assistette al graduale tramonto del serve and volley, di cui Martina sarebbe rimasta sempre più solitaria esponente. Nel 1982 una prodigiosa Martina mostrò al mondo intero la sua nuova forza, fisica e mentale; vinse la cifra record di 15 tornei nel singolare e - da non dimenticare - 14 tornei nel doppio, per un totale quindi di 29 tornei in un anno! Tra questi, il primo titolo sulla terra di Parigi e la prima delle sei vittorie consecutive sull'amata erba londinese. L'anno successivo si aggiudicò altri 15 tornei nel singolare (e 13 nel doppio); vinse per la prima volta, finalmente, gli Open della sua patria “adottiva” e si riconfermò campionessa a Wimbledon e in Australia, realizzando così un “Piccolo Slam". Nel 1984 completò nuovamente tre quarti di Slam: fu sconfitta nella finale della quarta tappa, quella australiana. L'ex connazionale Helena Sukova la bloccò proprio ad un passo dalla realizzazione del Grande Slam.
Ormai Martina aveva raggiunto e, per molti versi, superato, il livello della sua eterna rivale; ma Chris Evert non si diede per vinta. Con classe ed umiltà da vera campionessa si "rimboccò le maniche", inziando ad allenarsi duramente per adeguarsi alle nuove abilità di Martina, e cedette solo a caro prezzo lo scettro a lungo appartenutole. Ne risultò una rivalità bellissima, dignitosa, emozionante, mai scontata, che per quasi un decennio fece innamorare del tennis femminile gli sportivi di tutto il mondo. Martina e Chris offrivano uno scontro appassionante sul piano tecnico, con due modi differenti di interpretare il gioco: le spettacolari discese a rete, l'estroso serve and volley di Martina, contro l'attacco da fondocampo preciso, quasi “chirurgico”, di Chris. Ma offrivano anche uno scontro sul piano mentale: l'emotività, l'istintività di Martina, contro il controllo e la ponderazione razionale di Chris. L'eterna sfida terminò sul finire del 1988, con la vittoria di Martina nella finale del torneo di Chicago. L'anno successivo Chris Evert si ritirò dal professionismo; ricominciò da allora l'amicizia che le aveva legate in gioventù, e che gli anni di continua competizione avevano inevitabilmente affievolito.
Nell'agosto del 1987, dopo 331 settimane trascorse al vertice delle classifiche mondiali, Martina dovette cedere lo scettro a Steffi Graf. Per Martina fu l'inizio di un'era di nuovi scontri: quelli dell'ormai ex regina alle prese con giovani arrembanti, tutte tecnicamente più simili a Chris Evert, mentalmente agguerrite, dotate della spavalderia adolescenziale non intaccata dall'esperienza che segna l'età adulta. Nel 1990 Martina realizzò un ultimo, straordinario ed ambito, record: la nona vittoria a Wimbledon, su quell'erba che forse meglio di ogni altra superficie ha saputo valorizzare il suo gioco.
Il 1991 portò con sè non poche amarezze nella vita di Martina: la separazione da Judy Nelson, sua compagna per otto anni, si concluse con uno spiacevole procedimento giudiziario che le valse per mesi l'attenzione dei media americani. Dal marzo di quell'anno la nuova reginetta delle classifiche era la diciassettenne jugoslava Monica Seles, con la quale Martina giocò tre finali quasi consecutive: agli Us Open, a Milano - prima ed unica edizione femminile del torneo -, ai Virginia Slims Masters di New York. Il verdetto fu sempre il medesimo: partite belle, emozionanti, incerte sino alla fine, che negli ultimi games vedevano il sopravvento della maggiore resistenza fisica e dalla minore età di Monica. Il 21 febbraio del 1993 Martina ottenne quella che lei stessa definì come una delle vittorie più belle e significative della sua carriera: a 36 anni e 4 mesi sconfisse la numero uno in carica, Monica, in tre set molto combattuti. Il destino ha voluto che quella fosse la loro ultima sfida; il 30 aprile seguente Monica venne accoltellata da uno squilibrato durante un cambio di campo, nei quarti del torneo di Amburgo. Solo nell'agosto del 1995, mezz'anno dopo il ritiro di Martina, Monica Seles tornò alle gare, con grande coraggio e sollecitata in tal senso proprio da Martina, per cercare di riaccaparrarsi quello scettro assurdamente strappatole con la violenza.
Il 1994 viene ricordato come l'anno del farewell tour, il tour dell'addio; alla fine del 1993 Martina aveva infatti annunciato la sua intenzione di lasciare il professionismo al termine dell'anno successivo. Ebbe modo così di congedarsi dai tornei che più aveva amato in ventun anni di carriera, e dal suo pubblico. A Roma venne sconfitta in finale dalla spagnola Conchita Martinez e ricevette un'interminabile standing – ovation. Fu poi la volta di Parigi, dove perse al primo turno; commovente il commiato di "Queen of Wimbledon" dal suo torneo, nel quale giocò un'ennesima, inaspettata finale, sconfitta nuovamente dalla Martinez. Tornò a casa con un ciuffo d'erba come ricordo, immortalata dai fotografi nell'atto di strapparlo dopo la premiazione. Il 14 ottobre, al torneo di Filderstadt, Martina giocò il suo ultimo incontro in Europa. Il 15 novembre, l'addio. Al primo turno dei Masters di New York, sconfitta da Gabriela Sabatini. Nell'atrio del Madison Square Garden era esposta un'enorme palla da tennis, con impresse diecimila firme di ammiratori e tifosi di Martina, ed una semplice, eloquente, scritta: “Thanks for the memories”.
A partire dal 2000 tornò a giocare nei tornei di doppio, e occasionalmente in singolare. Nel 2003 vinse il doppio misto agli Australian Open e a Wimbledon, in coppia con Leander Paes. Questo la rese in quel momento la più vecchia vincitrice in un torneo del Grande Slam (a 46 anni e 8 mesi). La vittoria agli Australian Open la rese la terza giocatrice nella storia a vincere tutti e quattro i tornei del Grande Slam sia nel singolare femminile, che nel doppio, che nel doppio misto. La vittoria a Wimbledon le permise di uguagliare il record di Billie Jean King, di 20 titoli di Wimbledon (sommando singolari e doppi) e portò il numero complessivo di titoli del Grande Slam a 58 (seconda solo a Margaret Court, che ne vinse 62). La Navrátilová vinse un incontro di singolo nel primo turno del torneo di Wimbledon del 2004, a 47 anni e 8 mesi, diventando la giocatrice più anziana a vincere un incontro di singolo in un torneo del circuito professionistico nell'era Open.
Nel corso della carriera ha vinto 167 tornei di singolare (più di chiunque altro nell'era Open) e 178 titoli di doppio. Il 5 luglio 2006, a Wimbledon, ha annunciato il suo addio definitivo anche alle competizioni di doppio, entro l'anno, per «andare verso la mia vita futura, passare più tempo a casa, con la mia compagna (one-and-only) e con i miei animali, e dedicarmi di più ai miei interessi». Successivamente ha reso noto che gli US Open di New York sarebbero stati il suo ultimo torneo.
A meno di due mesi dai 50 anni, è riuscita a restare in vetta fino all'ultimo: il 21 agosto 2006, agli US Open, insieme al connazionale Bob Bryan, ha battuto nella finale del doppio misto, i cechi Kveta Peschke-Martin Damm (6-2 6-3 il punteggio) salutando il tennis giocato alla sua maniera: con l'ennesimo titolo del Grande Slam.
Nel dicembre 2010 è stata curata nell'ospedale di Nairobi per un edema polmonare acuto che ha colpito la tennista a quota 4.500 metri, durante un tentativo di scalata del Kilimangiaro. Nel dicembre 2014 si è sposata con Julia Lemigova, sua compagna da diversi anni.

mercoledì 13 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 2012 alle 21:42 la nave da crociera Costa Concordia, con oltre 4000 persone a bordo, urta gli scogli nei pressi dell'Isola del Giglio, imbarca acqua dalla falla prodotta e si adagia quasi orizzontalmente sui bassi fondali. L'incidente ha provocato 32 morti. E' la nave passeggeri di maggior tonnellaggio mai naufragata.
La nave era partita da Civitavecchia, aveva preso una rotta sotto costa, quasi parallela al profilo tirrenico, doveva infatti raggiungere Savona, con la sola deviazione richiesta per aggirare il promontorio dell'Argentario. La nave virava però per rotta 276, proprio in direzione dell'Isola del Giglio.
Giunto nei pressi dell'isola, il natante avrebbe dovuto dirigere verso nord per riprendere la normale rotta parallela alla costa. La nave effettuava almeno due cambi di direzione, inizialmente virava in direzione 285; successivamente mostrava un'ulteriore correzione. La seconda virata è avvenuta troppo tardi per evitare l'impatto con gli scogli delle Scole; la nave  li urtava con la parte posteriore della murata di sinistra, al di sotto della linea di galleggiamento.
La Concordia proseguiva quindi verso nord, andava in rotazione per più di 180°, per incagliarsi infine di fronte all'isola, vicino a una scarpata sottomarina, con la prua rivolta a sud.
Dopo 27 minuti dall'urto la capitaneria di porto di Livorno si mette in comunicazione con la Costa Concordia (su avviso di un parente di un passeggero) per assicurarsi del loro stato, dopo che i Carabinieri di Prato avevano avvisato la capitaneria stessa di aver ricevuto una telefonata richiedente informazioni sullo stato delle cose.
Dai calcoli della Guardia Costiera l'urto avrebbe rallentato bruscamente la Costa Concordia, portandola dalla velocità di crociera di 15 nodi a circa 6 (da 28 a 11 km/h). Subito dopo l'urto, il comandante, sostiene di aver deciso di invertire la rotta per ruotarla e farla arenare sul basso fondale, facendola incagliare sulla scogliera davanti Punta Gabbianara.
Alle 23:15 la nave ha iniziato ad inclinarsi lentamente, per poi coricarsi sul fianco di dritta. Alle 22:58 il comandante ha dato l'ordine di abbandonare la nave, ma alcuni membri dell'equipaggio avevano già cominciato le operazioni di evacuazione alle 22:45. Secondo gli inquirenti, il comandante alle 23:30 non si trovava più a bordo della nave, quando la maggior parte dei passeggeri doveva ancora essere sbarcata;  Tuttavia, il dato dell'orario è stato smentito da un testimone che dichiara di aver visto alle 23:45 il comandante mentre stava aiutando alcuni passeggeri a salire sulle lance di salvataggio sul ponte 3.
Successivamente, sono state pubblicate le registrazioni di alcune telefonate in cui il capitano di fregata Gregorio De Falco della capitaneria di porto di Livorno, quella notte (alle 00:32, 00:42, 1:46) intimava al comandante di risalire sul relitto della nave ormai coricato sul fianco; questi rispondeva che stava coordinando le operazioni da una lancia di salvataggio, essendo ormai il relitto impraticabile. Durante la terza telefonata, quella delle 01:46, De Falco ordinò al comandante Schettino di tornare a bordo della nave e di coordinare lo sbarco dei passeggeri (la frase "torni a bordo, cazzo" è diventata popolare su Internet), non ottenendo però gli effetti desiderati.
Il 13 ottobre è iniziato a Grosseto il processo per il naufragio, che vede alla sbarra 9 imputati fra cui il comandante Francesco Schettino.
Al processo di Grosseto Schettino è stato accusato di reati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio colposo, abbandono di nave, abbandono di incapaci e omessa comunicazione all’autorità marittima. Cinque gli anni di reclusione riconosciuti per il reato di disastro colposo, dieci quelli per gli omicidi colposi plurimi e uno per l’abbandono di incapaci, per un totale di 16 anni, contro i 26 chiesti dall’accusa (non sono stati riconosciuti l’aggravante del naufragio colposo e l’aggravante della colpa cosciente per gli omicidi plurimi colposi).
Il 31 maggio 2016 la condanna a 16 anni è stata confermata anche in secondo grado dalla Corte d'appello di Firenze. Schettino è stato anche interdetto per 5 anni da tutte le professioni marittime. Le provvisionali a favore dei passeggeri che si sono costituiti parte civile anche in questo secondo grado di giudizio sono state tutte elevate, mediamente di 15.000,00 euro ciascuno, portando i risarcimenti riconosciuti ai sopravvissuti tra i 40.000 e 65.000 euro ciascuno.
Il giudizio penale è confermato in via definitiva dalla Corte di cassazione il 12 maggio 2017. Francesco Schettino si costituisce al carcere romano di Rebibbia immediatamente dopo la sentenza, benché il suo avvocato annunci un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo Nel frattempo il relitto, grazie a una imponente operazione, è stato sollevato e trasportato a Genova dove è stato demolito. L'80% dei suoi materiali è stato riciclato.

martedì 12 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 gennaio 2009 cessano le attività operative di Alitalia.
L'attività di Alitalia comincia il 5 maggio 1947, giorno del volo inaugurale effettuato con un Fiat G.12 Alcione, pilotato da Virginio Reinero sulla tratta Torino - Roma- Catania. Sin dai primi anni Alitalia riesce ad imporsi sul mercato italiano, nel 1950 salgono a bordo dei DC-4 le prime hostess che indossano creazioni delle sorelle Fontana; in quello stesso anno venne inaugurato il servizio di pasti caldi a bordo. Il successo della compagnia viene confermato negli anni '60 quando Alitalia diviene vettore ufficiale delle Olimpiadi di Roma del 1960. La crescita della compagnia prosegue anche negli anni '70 con i primi collegamenti verso il Nord America ed il Giappone, che le consentono di raggiungere il 7° posto nella classifica del traffico internazionale con alterne vicende e bilanci tra il rosso ed il nero, ma autorevole compagnia di bandiera che ci rappresenta degnamente nel mondo.
Negli Anni 90, con la liberalizzazione del trasporto aereo negli USA, ha fine il protezionismo con conseguenze in Europa: nascono le prime compagnie private, occorre una revisione delle strategie per affrontare costi crescenti, tariffe in competizione e partnership intercompany per aumentare l’efficienza. Il modello a rete con hub di smistamento diventa il più gettonato ed ogni paese importante ne ha almeno uno. Per l’Italia Linate evidentemente non va bene (non può gestire volumi da hub e non può crescere in dimensioni), Fiumicino non è politicamente corretto (non è in Padania ed il nord ricco in cui cresce la Lega è ansioso di non dipendere da Roma); si costruisce un hub dedicato in terra padana - quasi svizzera, completo di comunicazioni terrestri, costi che superano i 300 miliardi di lire, la maggioranza spesi sul territorio padano. Ma una grande alleanza internazionale ne garantirà il riempimento, affermano i promotori, politici ed imprenditori.
Alla fine del 1999  si da inizio alle operazioni di Malpensa, ma le infrastrutture di collegamento ancora latitano; Malpensa è scomodo ed i milanesi preferiscono Linate ed altri piccoli aeroporti per raggiungere le destinazioni volute; le compagnie low cost prendono la palla al balzo e offrono voli punto-punto molto più convenienti. L’accordo con KLM prospettato per creare sinergie tra Malpensa e Schipol viene abbandonato e KLM prenderà a breve la strada dell’incorporazione in Air France. Grande occasione persa, come facciamo a far crescere Malpensa? AirOne comincia a rosicchiare quote di mercato ad Alitalia sulla tratta Roma - Milano Linate. Tra il 2000 e il 2001 viene realizzato il piano Alitalia-AirFrance-KLM di fusione, concordato tra le compagnie. Alitalia otterrà il 35% del pacchetto azionario finale, il gruppo sarà il terzo a livello europeo. Le immense spese per la costruzione di Malpensa sono state sostenute dalla Comunità Europea e dallo stato italiano negli anni precedenti. Berlusconi dice NO ed il piano va a monte. Ma ormai l’aeroporto (e la frittata) è fatto, ma con cosa lo riempiamo? Occorre che Alitalia rimanga a Malpensa per qualche anno a tutti i costi (dei contribuenti, ovviamente).
Siamo nel 2002-2003 quando la crisi del trasporto aereo porta alla chiusura di molte compagnie aeree, altre si ristrutturano e/o si aggregano, Alitalia continua a bruciare cassa ma adesso c’è una scusa in più (il mercato va male) per non ottenere risultati nel risanamento. Gli altri (vettori esteri) hanno capito che a breve-medio termine potranno negoziare una fusione o un acquisto da una posizione molto vantaggiosa. Grazie alla crescita delle low-cost, il modello punto-punto si impone sul modello hub almeno per il medio-breve raggio: Alitalia si trova a competere con le low cost sulla maggior parte delle tratte, avendo tagliato pesantemente quelle intercontinentali.
Nel 2004  occorre una ricapitalizzazione con soldi pubblici, più di un miliardo di euro: durante il governo Berlusconi, Mengozzi e Cimoli si comportano da pre-commissari, tenendo d’occhio i bilanci senza colpo ferire. Era forse quello il momento di far partire tenendo un’asta pubblica, visto che i bilanci erano un minimo decenti.
Tra il 2007 e il 2008 il governo Prodi lancia una gara internazionale per l’acquisizione della maggioranza di Alitalia. Solo AirFrance-KLM presenta un’offerta seria per l’acquisto della compagnia; le altre, tra cui quella di AirOne, sono inconsistenti: AF offre 1.7 miliardi di euro con COPERTURA TOTALE dei debiti del vettore e 2100 esuberi. La campagna elettorale di inizio 2008 ruota attorno alle dichiarazioni di Berlusconi su un salvataggio molto meno oneroso per la compagnia. Air France fiuta puzza di bruciato e scappa. Il governo entrante chiede a Prodi di ricapitalizzare con 300 M€; si tratta di un prestito ponte, ma il nuovo governo la trasferisce in conto capitale.
Nel 2008 dopo un paio di mesi estivi di suspence per la preparazione del colpo finale, gli imprenditori italiani salvatori delle patrie aviolinee escono allo scoperto e Berlusconi supporta la cordata CAI piena di aspettative per affari futuri con lo Stato italiano. Il piano: oltre 6000 esuberi, copertura completa dei debiti da parte dei contribuenti, prendere o lasciare con lo spettro/ricatto del fallimento. Banca Intesa supporta l’offerta che oggettivamente sembra un affarone. Perchè tutto vada in porto basta che non vi sia altra scelta ed i tempi stringano. CAI ha questa opzione di giocare da sola ma ha il fiato di Berlusconi sul collo che ci si è giocato un pò di reputazione, anche loro se fossero stati liberi sul mercato avrebbero fatto come AirFrance e Lufthansa (e gli altri compratori potenziali, es: Aeroflot); spariti in attesa della fine. Business is business.
Il 12 gennaio 2009 dunque cessa di esistere Alitalia, e inizia a operare CAI, che ne acquisisce il marchio.
Il costo diretto per lo Stato della vendita a CAI ammonta a 1700 milioni per la mancata vendita ad Air France, più 1200 milioni di debiti rimasti (al 2012) alla cosiddetta "bad company" statale Alitalia LAI dopo la vendita di tutte le attività, più i 300 milioni del cosiddetto "prestito-ponte", dichiarato aiuto di stato illegittimo dalla Corte di giustizia europea. Il calcolo non considera i costi sociali per i licenziamenti, le società aeroportuali pubbliche come SEA e i risparmiatori.
Il primo volo intercontinentale della nuova compagnia decollò il 13 gennaio alle ore 6:10, dall'Aeroporto di Milano-Malpensa, diretto a San Paolo del Brasile (AZ676); alla stessa ora era decollato il primo volo nazionale, il Palermo-Roma Fiumicino operato con aeromobile AirOne (AP2853).
Alla fine del 2010 i ricavi registrarono un aumento del 14,1% passando a 3,225 miliardi di euro, facendo raggiungere il target predefinito del dimezzamento del debito, a fronte di un profondo rinnovamento della flotta che, se da un lato prevedeva ingenti investimenti iniziali, perlopiù verso società di leasing, dall'altro garantiva un'omogeneità nel campo della manutenzione, dell'efficienza nel risparmio dei consumi e nella manutenzione.
Nel marzo 2012 si verificò un cambio parziale di gestione, con la nomina di Andrea Ragnetti a nuovo amministratore delegato. A ottobre si è conclusa la dismissione degli MD-80 e dei Boeing 767 che operavano per Alitalia rispettivamente dal 1994 e dal 1996.
A metà del 2012, in seguito alla grave crisi internazionale Alitalia si trovò nuovamente a fare i conti, a distanza di 3 anni dalla costituzione, con gravi problemi di perdite: la compagnia perdeva in media 630 000 euro al giorno. Nonostante le importanti riforme introdotte nella compagnia, Alitalia ha perso in tre anni i 735 milioni di euro ottenuti in seguito alla ricapitalizzazione del 2009. Air France, che nel 2009 aveva offerto 1,7 miliardi di euro per assorbire la compagnia ed i relativi debiti, in seguito ai propri problemi finanziari perse interesse nella compagnia italiana. Tra le soluzioni disponibili, vi erano la vendita di Alitalia all'emiratina Etihad Airways o una ricapitalizzazione da parte di alcuni privati italiani tra cui l'ex premier Berlusconi. Nessuna delle due alternative fu attuata.
Nell'aprile 2013 venne nominato nuovo amministratore delegato Gabriele Del Torchio, proveniente da Ducati.
Il 3 luglio 2013 venne presentato il nuovo piano industriale 2013-2016, che prevedeva una ridefinizione del ruolo di Air One e Alitalia nel breve e medio raggio, uno sviluppo dell'attività intercontinentale, lo sviluppo di accordi di tipo infrastrutturale (specialmente per il trasporto ferroviario) e lo sviluppo di Alitalia Loyalty (società spin-off nata per gestire il settore Millemiglia).
Il 31 ottobre 2013 il Presidente Roberto Colaninno dichiarò che sia lui che tutto il Consiglio di Amministrazione avrebbero presentato le dimissioni una volta terminate le operazioni riguardanti l'aumento di capitale della compagnia e che non sarebbe più stato disponibile a ricoprire incarichi di vertice nella stessa. Nel novembre 2013 il governo italiano facilitò la ripresa dei colloqui tra Alitalia e Etihad Airways, grazie anche alla visita negli Emirati Arabi Uniti del consigliere del Premier Enrico Letta Fabrizio Pagani e di alcuni azionisti di Alitalia, durante l'Abu Dhabi Air Show.
Il 19 dicembre 2013 Etihad Airways confermò ufficialmente le trattative in corso con Alitalia, menzionando un investimento di oltre 500 milioni di Euro attraverso il quale la società araba avrebbe acquisito la quota di maggioranza. L'attenzione degli addetti ai lavori si focalizzò sui conti della compagnia italiana e sul nuovo piano industriale presentato dall'ad Del Torchio. Chistoph Franz, CEO di Lufthansa, consigliò di non vendere le quote della compagnia a Etihad, per le presunte intenzioni della stessa di far diventare Alitalia una navetta con cui connettere Roma ad Abu Dhabi, ma piuttosto di farla diventare una "low cost di qualità" come Aer Lingus. Molti esperti identificarono in questo "falso consiglio" di Lufthansa la speranza di allontanare Etihad dal vettore italiano, che potrebbe insediare la posizione della compagnia tedesca rubandogli parecchi passeggeri (Lufthansa è già attaccata dalla massiccia presenza di Emirates, l'altra compagnia di bandiera degli Emirati Arabi, sul suolo tedesco).
Il 2 febbraio 2014 venne reso noto che tra Alitalia ed Etihad era in corso un negoziato giunto nella fase finale che avrebbe potuto portare la compagnia di Abu Dhabi a investire in quella italiana.
L'8 agosto dello stesso anno venne siglato a Roma l'accordo che prevedeva l'acquisizione del 49% delle quote di Alitalia da parte della compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti Etihad Airways.
Parte del piano per ottimizzare le spese prevedeva la chiusura totale dello smart carrier AirOne a partire dal 30 settembre, con la sospensione delle rotte in partenza dalle basi di Palermo e Venezia. Le destinazioni servite dalle basi di Verona, Pisa, Milano-Malpensa e alcune fra quelle da Catania sono state ereditate da Alitalia. L'intera flotta AirOne verrà venduta per far fronte ai debiti della capofila.
Il 14 ottobre 2014, fu annunciata una collaborazione con il vettore tedesco Airberlin, che prevedeva il codeshare di voli tra l'Italia e la Germania operati dalle due compagnie. Oltre agli accordi di codeshare, la collaborazione prevede una partnership sui programmi frequent flyer e lo spostamento dei voli Airberlin da Milano Malpensa a Linate.
L'ingresso di Etihad nel capitale di Alitalia era subordinato alla decisione dell'Antitrust della Commissione Europea, che si espresse favorevolmente a metà novembre 2014, dando di fatto il via alla fase finale dell'integrazione.
Dal 1º gennaio 2015 viene ufficialmente costituita Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A., joint venture tra Alitalia - CAI, con una quota maggioritaria del 51% tramite MidCo S.p.A., ed Etihad Airways, con una quota minoritaria del 49%. Alla nuova Alitalia, la CAI ha trasferito i propri asset operativi, tra cui Alitalia CityLiner, e il marchio Alitalia, che dallo stesso giorno conducono le operazioni di volo della nuova compagnia.
Il 2 maggio 2017 l'assemblea dei soci Alitalia, approvò l'istanza di ammissione all'amministrazione straordinaria, decretando quindi l'uscita di Etihad Airways e di tutti i soci di minoranza dalla società. Erogato un prestito-ponte di 900 milioni di euro, il Ministero dello sviluppo economico italiano ha nominato Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari amministratori straordinari.
Con il decreto-legge 18/2020 ("Decreto Cura Italia") Alitalia viene nazionalizzata e il Ministero dell'Economia e delle Finanze acquisisce il 100% delle azioni. Il 29 giugno 2020 viene nominata la nuova dirigenza, ponendo termine al commissariamento.
Dall'11 novembre 2020 è in mano alla newco ITA-Italia trasporto aereo spa, di proprietà del Ministero dell'economia, la quale, con un capitale sociale di 20 milioni, è iscritta nel registro delle imprese dal 16 dello stesso mese.
Oggi a compagnia fa parte dell'alleanza SkyTeam e serve 92 destinazioni principalmente in Italia, Europa, Nord America, Sud America e Medio Oriente, raggiunte dall'hub di Roma-Fiumicino e dalle altre basi presenti sul territorio nazionale italiano. Dispone di una sussidiaria regionale, Alitalia CityLiner. In totale la compagnia offre 168 destinazioni e una flotta di 120 aeromobili.

lunedì 11 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.
L'11 gennaio 1503 nasce Girolamo Francesco Maria Mazzola.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, è nato a Parma, dove, proveniente dal Pontremolese, si era stabilita la sua famiglia di artisti. Inizia giovanissimo a dipingere sotto l'ala protettrice e incoraggiante degli zii Pier Ilario e Michele Mazzola (pittori come il padre Filippo, morto nel 1505). Figura tra le più originali del manierismo italiano, proprio nella sua città natale comincia a stupire il sospettoso ambiente artistico e religioso di provincia con le opere in San Giovanni Evangelista e a Fontanellato, suscitando curiosità e invidia nel più maturo maestro Correggio, dalle cui premesse era per altro partito.
Il suo stile diventa presto simbolo del gusto cortese, quasi imperiale. Basti pensare ai ritratti da lui eseguiti che compongono un'ampia galleria di personaggi di affascinante presenza, come quello celeberrimo di Carlo V, oppure al suo famoso "Autoritratto allo specchio", in cui si ritrae con ''l'aspetto grazioso molto e più tosto d'angelo che d'uomo'', mentre si accinge al suo desiderato viaggio a Roma. Qui rimane abbagliato dall'arte di Michelangelo e Raffaello, lui che pur in giovane età aveva già sperimentato tecniche e forme, confrontandosi senza paura con l'iconografia religiosa e letteraria del suo tempo, trovando uno stile d'espressione del tutto personale la cui cifra espressiva è legata ad una certa enigmaticità del rappresentare.
L'attività in questo senso è poi frenetica e si sviluppa in tutte le sedi tipiche dell'artista del tempo: tele, affreschi ma anche pale d'altare.
A Roma ha modo di accedere alle "enclave" del potere, di vedere da vicino non solo i personaggi più influenti del suo tempo in campo politico e finanziario, ma anche di avvicinare quegli artisti che, eredi della grande lezione di Raffaello, tentavano disperatamente di aggiudicarsi ricche commesse proprio da quei potenti: speranze frustrate dall'ormai tristemente celebre Sacco di Roma, in cui la città eterna fu conquistata e duramente saccheggiata da lanzichenecchi e spagnoli, i quali crearono anche notevoli danni al patrimonio artistico.
Per sfregio, ad esempio, il nome di Lutero fu inciso con la punta d'una spada sull'affresco "La Disputa del Santissimo Sacramento" nelle Stanze di Raffaello, mentre un altro graffito inneggiava a Carlo V imperatore.
Inoltre, oltre a qualcosa come dodicimila morti, stupri e soprusi, con il Sacco di Roma è andato perduto anche un tesoro d'arte inestimabile, ossia la maggior parte dell'oreficeria artigiana di chiesa.
Tutto ciò, stando ai resoconti dei biografi più autorevoli, turbò profondamente l'animo del già sensibile artista, apparentemente appagato e sereno. Il Parmigianino stranamente si allontana dalla passione pittorica e comincia a dedicarsi all'alchimia in maniera quasi ossessiva, inseguendo il sogno di sempre dei seguaci di questa disciplina, ossia quello di trasformare il mercurio in oro.
Il risultato di questa mancanza di concentrazione artistica è che il Parmigianino non riesce più a trovare per i suoi cicli pittorici la giusta ispirazione che mai gli era mancata.
Tale è lo stato di crisi dell'artista che per un lungo periodo non riesce neanche a finire gli affreschi della chiesa della Steccata in Parma. E proprio in quegli anni realizza un autoritratto dipingendosi con il volto segnato e l'aria stanca ma dallo spirito ancora bruciante, così come lo stesso Vasari ne riporta le caratteristiche di "uomo quasi salvatico".
Muore di lì a poco (24 agosto 1540) e vuol essere sepolto "nudo con una croce d'arcipresso sul petto in alto" a Casalmaggiore, lungo il Po.
Fra le ultime e più famose opere figurano la celebre "Madonna dal collo lungo", conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze e l'"Antea" nel Capodimonte di Napoli.

domenica 10 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 gennaio.
Il 10 gennaio 1814 nasce a Bologna Paolo Bovi Campeggi.
Nacque da Antonio e Maria Dalla Casa, famiglia di negozianti appartenente a quella borghesia bolognese che aveva aderito alle istituzioni napoleoniche. Giovane studente del patrio ateneo, si trovò implicato in agitazioni che lo condussero all'arresto. Rimesso in libertà, proseguì gli studi filosofico-matematici laureandosi nel 1837; esercitò poi per due anni (1845-1847) la professione di "agrimensore" e "architetto civile ed idraulico", prima presso uno studio poi per conto proprio.
Nel 1848 accorse nel Veneto insorto, dapprima fra i cacciatori del battaglione di volontari detto dell'"Alto Reno", capitanato da Livio Zambeccari, poi come maresciallo d'alloggio nell'artiglieria civica, prendendo parte alla difesa di Vicenza. Dopo la capitolazione rimpatriò, ma per breve tempo. Nel '49 partecipava come sottotenente d'artiglieria alla difesa della Repubblica romana, distinguendosi come eccellente tiratore al comando di una batteria alla sinistra di porta S. Pancrazio. Il 27 giugno, sotto un bombardamento francese, da una palla di cannone ebbe asportata la mano destra; solo dopo un'ulteriore ferita acconsentì a lasciare il posto per farsi trasportare presso un'ambulanza. Per il gesto fu poi nominato capitano il 3 luglio, con decreto del triumvirato. A fianco di Garibaldi nella ritirata attraverso l'Italia centrale, lo raggiunse a Tangeri e lo seguì nell'esilio di New York, ospiti entrambi di A. Meucci.
Nel 1851 fece ritorno a Bologna, dove il governo pontificio lo aveva intanto retrocesso al grado di maresciallo d'alloggio dal 1º sett. 1849 e messo in congedo. Allontanatosi dalla città natale, dal 1º agosto 1852 fino al 24 marzo 1858 lavorò a Cagliari come ingegnere a rilevare piani, disegnare lavori per migliorare vecchie saline, impiantare e dirigere la costruzione di nuove, presso la Compagnie des Salines de Sardaigne.
Nel 1859 partecipò alla guerra d'indipendenza, sempre al seguito di Garibaldi, dapprima come sottotenente, poi come luogotenente nello Stato Maggiore dei cacciatori delle Alpi, meritandosi gli elogi del generale Cosenz per l'operosità esplicata soprattutto nella sorveglianza delle vettovaglie e nell'approvvigionamento della truppa. Intimo di Garibaldi, fu tra i primi ad essere al corrente degli avvenimenti che si preparavano. Perciò si trovò a Quarto il 5 maggio 1860, pronto a partire per la spedizione dei Mille. Dapprima ebbe la qualifica di commissario di prima classe, poi di commissario generale presso l'intendenza militare dell'esercito dell'Italia meridionale, poi il grado di maggiore con le funzioni di intendente generale, infine di luogotenente colonnello nel corpo del treno d'armata dell'esercito stesso.
In sostanza, anche in questa campagna, a causa della sua mutilazione,  fu addetto prevalentemente al vettovagliamento dell'esercito dei volontari, servizio che esplicò con solerzia e competenza, apprezzato da Garibaldi, tranne in una circostanza, precisamente durante l'approdo a Talamone, quando il ritardo nel consegnare gli approvvigionamenti fece procrastinare di un giorno la partenza dei volontari.
Durante l'impresa fu decorato della medaglia commemorativa offerta dal Senato di Palermo ai Mille sbarcati a Marsala; al termine della guerra fu decorato della croce di cavaliere dell'Ordine militare di Savoia in memoria della campagna dell'Italia meridionale (r.d. 12 giugno 1861) come riconoscimento per il lodevole disimpegno del non facile incarico di commissario dell'intendenza. Più tardi fu pure nominato cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia.
Bovi Campeggi passò poi nell'esercito regolare, col grado di luogotenente colonnello, ma allo scoppio della guerra del 1866 ottenne di compiere, con lo stesso grado, la campagna quale addetto al quartier generale di Garibaldi, col quale combatté nel Tirolo. Ripreso il servizio nell'esercito regolare, il 16 genn. 1868, su domanda, fu collocato a riposo. Condusse vita ritirata sino alla morte, avvenuta a Bologna il 28 settembre 1874.
Le pubblicazioni di Bovi Campeggi sono un documento del suo interesse a problemi politici e amministrativi, riguardanti la sua città natale: Alcuni cenni di riforma nell'amministrazione generale del Comune di Bologna, firmato ing.e Bovi cav. Paolo, tenente colonnello, uno dei Mille, Bologna 1862; Progetto di un acquedotto presentato all'eccelso Municipio di Bologna dall'ingegnere Paolo Bovi, Bologna 1866; Sul riordinamento dello Stato. Cenni di Paolo Bovi, Bologna 1867; Memoria per un acquidotto d'acqua potabile per alimentare Bologna di Bovi Paolo, Bologna 1869; Risposta alla lettura fatta del maggior Bava agli ufficiali della guarnigione di Bologna il giorno 24 aprile 1870 sull'opuscolo del generale Nunziante duca di Mignano per Paolo Bovi, Bologna 1870.


sabato 9 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1957 inizia in modo definitivo a operare la base antartica Amundsen-Scott.
 La Base americana di Amundsen-Scott South Pole prende il nome dai 2 esploratori che raggiunsero il Polo Sud rispettivamente nel dicembre del 1911 (Amundsen) e nel gennaio del 1912 (Scott).
La sua ubicazione viene identificata con il Polo Sud geografico; è situata a 90°00’ Sud a 2.835 m s.l.m.; il primo insediamento risale al novembre del 1956.
La temperatura oscilla dai –13,6 °C ai –82,8 °C, con una media annua di –49 °C ed una media mensile, in luglio, di –60 °C; la velocità del vento può andare da una media di 5.5 m/s ad un massimo di 24 m/s; l’accumulo di neve è notevole e va da 6 a 8 cm (di acqua equivalente) per anno.
L’area centrale della Base è stata trasformata nel 1975 con la costruzione di un duomo geodetico di 50 m di diametro e 16 di altezza, con sottopassaggi in acciaio, ospitante costruzioni modulari, depositi di carburante, attrezzature e strumentazioni varie per la ricerca nei seguenti campi: astronomia, astrofisica, fisica dell’alta atmosfera, glaciologia, geofisica, meteorologia e studi biomedici.
Attualmente la ricettività è di 28 persone nel periodo invernale, che da metà febbraio a fine settembre restano isolate dal mondo, e di 130 unità nel periodo estivo.
Dal 1957 al 2007 sono state 1 188 le persone che, a vario titolo, hanno trascorso la stagione invernale nella base del Polo Sud.

venerdì 8 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1638 nasce a Bologna Elisabetta Sirani.
Elisabetta Sirani nasce e vive nella Bologna della Controriforma, seconda città dello Stato Pontificio, dove la presenza di un'antica università dà largo spazio a un ambiente culturale ricco e stimolante, nel quale la ragazza prodigio, molto colta, avida lettrice e brava musicista lavora (con incredibile rapidità) alle sue opere pittoriche, instradandosi in una professione quasi totalmente appannaggio degli uomini.
Figlia di Giovan Andrea, pittore e mercante d’arte allievo di Guido Reni, impara tecniche e modelli nell’officina paterna, tanto che a soli diciassette anni comincia a dipingere su commissione e crea dipinti di piccole dimensioni per la devozione privata. La giovane artista sviluppa ben presto una straordinaria tecnica personale: all’ideazione di schizzi veloci, seguivano gli studi ad acquarello e nonostante una grande velocità di esecuzione, non trascura il minimo particolare dell’opera. Le varie fasi della realizzazione del dipinto avvengono con una tale rapidità da poter assistere in breve tempo all’opera completa; il disegno dal quale prende forma il soggetto, la stesura dei colori e la grande padronanza del segno, le consentono di abbozzare e poi perfezionare l’opera senza tentennamenti né ripensamenti, dando forma a uno stile pulito e dai toni delicatissimi.
Elisabetta è nota per le sue rappresentazioni di temi allegorici e sacri (in particolare come pittrice di Madonne), nonché per i ritratti di donne eroine (prese dalla mitologia classica), che arrivano perfino a uccidere. Nei suoi lavori ama spesso apporre la sua firma nei bottoni, sulle scollature o sui merletti. Un esempio è la bellissima Dalila (Collezione Privata), presentata in lussuose vesti che lasciano intravedere i seni attraverso il tessuto leggero della camicia succinta. Questo elemento, insieme alle forbici e alla ciocca di capelli di Sansone alludono al ruolo della seduttrice, in quello che altrimenti sembrerebbe il ritratto di una dama riccamente ornata da orecchini e nastri. L’autrice pone la sua firma e la data, due volte, la prima nella fascia del corpetto impreziosito da una spilla “Elisa. Sirani F. 1657”, la seconda nello sfondo in alto a destra “Elis. Sirani”. Tra gli autoritratti si segnala l’Allegoria della pittura (Mosca, Museo Pushkin) firmato e datato sulla destra sotto i libri “Elisab.ta Sirani. F 1658”, che rappresenta una sorta di ritratto ideale, una dichiarazione della giovane pittrice di una raggiunta consapevolezza e fierezza delle proprie capacità. Altra testimonianza è l’Autoritratto come Santina (Bologna, Pinacoteca Nazionale) del 1658, dipinto per la Certosa di Bologna insieme ad un’altra Santa Certosina (Bologna, Chiesa di San Girolamo) e posizionate ai due lati del suo Battesimo. Quest’ultima ha lo sguardo verso il basso a differenza della Santina come autoritratto che volge lo sguardo al cielo, consegnandoci l’immagine che la pittrice vuole dare di sé.
Elementi di estrema dolcezza sono gli incarnati nei dipinti di Madonne con Bambino, spesso accompagnati a San Giovannino, nei quali l’affettività assume tratti di materna quotidianità. Questo è un tema molto caro alla pittrice che registra ben trenta opere con questo soggetto e tanti altri disegni preparatori; purtroppo si sono perse le tracce di molti di questi dipinti, per cui è spesso difficile metterli in relazione certa con i bozzetti. La Madonna della colomba (Isola Bella, Collezione Borromeo) firmata e datata 1663 lungo il bordo del cuscino è un esempio incantevole del dialogo d’affetti tra Bambino e Vergine. La tela dichiara il suo progressivo interesse sulla funzione della luce e anche dei suoi effetti simbolici. La fonte luminosa che parte da sinistra in corrispondenza dalla colomba e investe il Bambino, sembra voler indicare lo Spirito Santo anche se interpretato in chiave domestica.
I dipinti dal soggetto mitologico, soprattutto quelli raffiguranti coraggiose eroine, sono uno dei temi preferiti e più riusciti della pittrice: come la Timoclea (Napoli, Museo di Capodimonte) che getta in un pozzo il soldato di Alessandro Magno che l'aveva violentata. Allontanandosi dalla tradizionale iconografia dedicata solitamente ad Alessandro Magno che stupito dal coraggio della donna la perdona per aver ucciso il capitano, Elisabetta preferisce esaltare le doti di forza ed eroismo di Timoclea, con qualità di castità e bellezza tradizionalmente femminili. Il dipinto, datato e firmato in basso a sinistra sulla base del pozzo “Elisab. Sirani F. 1659”, appartiene a un periodo di maturità artistica in cui la pittrice si è già cimentata in dipinti di grande formato e si confronta con temi più inusuali. Altro esempio è dato dalla bella Porzia (Houston, Miles Foundation) abbigliata in un sontuoso costume rinascimentale rosso e oro che si ferisce la coscia per dimostrare al marito Bruto il proprio coraggio e la volontà di condividere le scelte politiche, poiché egli non desidera rivelare la congiura contro Cesare. Anche in questo caso l’iconografia è inedita rispetto a una tradizione figurativa che privilegia il suicidio dell’eroina. La Sirani pone l’attenzione su un’immagine di donna forte, in contrasto con quanto accade in secondo piano, dove da una porta aperta su di una stanza accanto alle spalle di Porzia, s’intravede una scena casalinga di cucito, ricamo e pizzo al tombolo, evidente richiamo di sommessa quotidianità. Il dipinto é firmato e datato 1664 in basso a sinistra e si evince, inoltre, una straordinaria qualità esecutiva unita a un’eccezionale soluzione cromatica, dai toni caldi e vibranti di derivazione neoveneta.
Attenta al linguaggio di Guido Reni e alla nuova linea della scuola bolognese, Elisabetta Sirani, propone uno stile personale, molto morbido e grazioso, di sicuro successo, che si rivela definitivamente quando a soli venti anni, nel 1658 (dopo numerosi dipinti per chiese locali) Daniele Granchio, priore del monastero, le commissiona il Battesimo per la chiesa bolognese di San Girolamo alla Certosa. L’opera fa parte di un importante ciclo cristologico, composto di nove grandi tele raffiguranti diversi episodi della vita di Cristo, commissionate tra il 1644 e il 1658 ad alcuni dei più significativi pittori operanti a Bologna: Francesco Gessi, Giovanni Andrea Sirani, Lorenzo Pasinelli, Domenico Maria Canuti e Giovanni Maria Galli Bibiena. A questi si aggiunge il giovanissimo pittore napoletano Nunzio Rossi, mostrando l’apertura intellettuale dei monaci certosini che non si limitarono a chiamare esclusivamente pittori di chiara fama ma che furono attenti a nuove influenze. Dell’importanza per la Sirani di questa commissione è la testimonianza del Malvasia nella Felsinea Pittrice, dove descrive Elisabetta che, appresa la notizia di tale e importante commissione, inizia da subito e con entusiasmo a lavorare agli studi preparatori, abbozzando ad acquarello un primo pensiero della composizione, conferendo immediato effetto pittorico. Come si può vedere nel disegno che si conserva all’Albertina di Vienna, si rivela l’iniziale progetto compositivo della Sirani che si è arricchito di numerosi episodi in corso d’opera.
Dopo la realizzazione di questo suo grande telero, seguono numerosissime commissioni da parte della nobiltà bolognese prima e straniera poi, ed è ormai considerata un’artista di successo internazionale, esponente di primo piano del classicismo bolognese ed europeo. La pittrice anticipa notevolmente i tempi e dà prova di una certa indipendenza quando apre uno studio proprio e crea una scuola d'arte per fanciulle (la prima di questo genere), nella quale sono allieve anche le sue due sorelle Anna Maria e Barbara. Una professionista nella Bologna del Seicento, ammirata da ospiti illustri e di nobile discendenza, che visitano casa Sirani in via Urbana 7, per vedere Elisabetta all’opera che “Lavorava dall'alba al tramonto, tutti i giorni eccetto la domenica, e trovava anche il tempo per intrattenere gli ospiti o i committenti con conversazioni spiritose e buona musica. Apriva il suo studio ad altre donne desiderose di imparare, tanto che finì per fondare una scuola” così scrive Germaine McGreer in Le tele di Penelope. Nelle case delle duchesse di Parma, di Baviera, di Braunschweigh e di Toscana era presente almeno una sua opera. Nella monografia di Adenina Modesti Una virtuosa del Seicento bolognese, Elisabetta è descritta come una donna ammirata e contesa ma consumata da qualcosa di eccessivo. Un primo segnale viene dalla rapidità con cui esegue le sue opere, da molti giudicata sospetta. Per dimostrare l’autenticità del suo lavoro, sceglie quindi di dipingere in pubblico, sotto gli occhi dei visitatori che poco a poco arrivano da tutta Europa per vederla all’opera. Diventa un personaggio molto noto, di cui il padre è inflessibile impresario, facendone una donna logorata dalla furia creativa, nella necessità di dover dimostrare in ogni momento il proprio talento e la tecnica.
L’attività instancabile e quasi febbrile è la principale causa della malattia che portò l’artista a una morte precoce dovuta a una grave ulcera gastrica, all’età di ventisette anni. I funerali di Elisabetta furono “lacrimosi e solenni come quelli d’una santa papessa”, e venne seppellita accanto alla tomba di Guido Reni nella cappella del Rosario della chiesa di San Domenico a Bologna. Carlo Cesare Malvasia, fu il suo scopritore e biografo, contribuendo a perpetuare il “mito Sirani” modellandolo consapevolmente su quello di Guido Reni. Nella biografia dell’artista pubblicata dal Malvasia nella Felsina Pittrice; l'autore ne piange la scomparsa prematura, e viene descritta come “l’angelo-vergine” della pittura bolognese del Seicento “che dipinge da homo, ma anzi più che da homo”, come “il prodigio dell’arte, la gloria del sesso donnesco, la gemma d’Italia, il sole della Europa”, perché seppe rendere grande la sua arte attraverso la propria femminilità.
La sua morte inaspettata e la dura agonia che dovette sopportare alimentò forti sospetti di avvelenamento, fomentati anche da una rivalità in amore per un signorotto locale e per la metamorfosi che il corpo subisce qualche ora dopo il suo decesso. Lucia Tolomelli, domestica della famiglia, è accusata di aver avvelenato la pittrice, causandone la morte e deve così affrontare un lungo processo (1665-1666) che, se pur senza sufficienti prove, si conclude con l’allontanamento della stessa dalla città. Malvasia, l’amico di famiglia che è stato testimone della carriera di Elisabetta, non si convince dalla sentenza, tanto da scrivere che i medici non erano affatto d'accordo fra loro e che probabilmente c'era stata una forma di lento avvelenamento; aggiunge che Elisabetta era una donna di temperamento assai vivace e, riferendosi all’episodio di un candidato rifiutato dal padre, che doveva esserle costato molto nascondere in modo drastico la sua propensione al matrimonio. Forse è anche per le insinuazioni del Malvasia se al ritorno della Tolomelli a Bologna, successivo alla morte del suo principale accusatore, Giovan Andrea Sirani, Lucia è comunque vista dall’opinione pubblica come la serva avvelenatrice. La verità, pare, è che Elisabetta muore per un’ulcera perforata, forse per il troppo lavoro, ma la leggenda creata attorno alla sua figura, rafforzata dalla vicenda della sua precoce morte per supposto avvelenamento, è alimentata nei secoli successivi, tanto che la Sirani diviene soggetto di numerosi testi letterari, tra i quali il Pennello lacrimato di Giovanni Luigi Piccinardi (1665). In seguito la sua figura trova un particolare successo nell’Ottocento, secolo sensibile alle eroine romantiche, dove la pittrice è celebrata da numerosi componimenti drammatici, romanzeschi e dipinti che ne esaltano la vita della giovane artista.
Oggi Elisabetta Sirani non è considerata solo l’erede al femminile di Guido Reni, ma un’abile professionista che intraprende un percorso artistico importante e significativo, capace di rendersi protagonista del secolo d’oro della pittura bolognese, nonostante i limiti severi (siamo in piena epoca controriformistica), entro cui è costretta a operare specie nelle grandi tele di argomento religioso. Una pittrice che esprime sempre una certa vivacità sia d’ideazione sia di espressione, seguita da grande originalità: come nei volti delle madonne e nel loro affettuoso e spontaneo atteggiamento nei confronti del figlio, o nella posizione che assumono nei ritratti le figure maschili e femminili, mai immobili, ma sempre in movimento. Anche i soggetti mitologici, testimonianza della grande istruzione che Elisabetta apprende nella biblioteca paterna, non hanno quasi mai l'aria artefatta che spesso è presente in tanta pittura dell'epoca (e bolognese), ma un aspetto più umano e persino più dimesso. Dal confronto con opere di soggetto analogo di altri pittori, è chiara la concretezza dell'impostazione della Sirani, che legge gli stessi episodi con altro punto di vista e attribuisce alle sue 'eroine' uno sguardo determinato mai sognante, dove è possibile individuare nelle figure femminili allegoriche, sacre e profane, alcuni suoi autoritratti. Nella pittura della Sirani l’esperienza femminile s’incarna in uno straordinario virtuosismo tecnico e in una folgorante rapidità, che le permettono di realizzare in soli dieci anni quasi duecento opere, da lei stessa catalogate accanto alle singole committenze nella sua Nota delle pitture fatte da me Elisabetta Sirani, documento di notevole importanza per la ricostruzione del suo percorso artistico.


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