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mercoledì 14 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2004 Fabrizio Quattrocchi, un paramilitare in Irak assunto da una compagnia di guardie del corpo, viene ucciso con due colpi di pistola dai rapitori che avevano catturato lui e altri tre suoi colleghi. Aveva 36 anni. I terroristi arabi lo avevano rapito alcuni giorni prima insieme ai suoi colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio perché, così facendo, volevano costringere i soldati italiani a lasciare l’Irak. Questi ultimi tre furono liberati dalle truppe americane l’8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.
La morte di Quattrocchi suscitò una forte emozione in tutto il mondo. Ripreso in video da un tale Abu Yussuf, che tra l’altro parlava italiano, le immagini ci mostrano il giovane genovese con blue jeans e maglietta, le mani legate dietro la schiena, la testa coperta da uno straccio, inginocchiato davanti ad un fosso. Poco prima di essere ucciso, Quattrocchi si rivolge al suo assassino e gli dice, distintamente e con voce ferma: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. Furono le sue ultime parole. Subito dopo due colpi di pistola lo colpirono alla testa e al torace ponendo fine alla sua esistenza. I resti di Fabrizio Quattrocchi, dilaniati e mutilati, furono restituiti all’Italia solo il 21 maggio 2004. I funerali avvennero, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale genovese di San Lorenzo.
Su proposta dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, il 13 marzo 2006 a Fabrizio Quattrocchi venne conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Consegnandola ai famigliari, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ne lesse la motivazione: “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese, 14 aprile 2004 – Irak”.
Con la sua morte venna svelata la realtà del conflitto iracheno,  cioè la realtà di una guerra cruenta e selvaggia dove le truppe regolari dei vari Paesi impegnati nel teatro delle operazioni non potrebbero agire come fanno, se non fossero affiancate da privati armati specializzati in quel lavoro di protezione delle persone che i normali militari non sono in grado di eseguire semplicemente perché non sono addestrati a farlo.
“Noi non cacciavamo nessuno – scrive in un diario una di queste guardie del corpo – eravamo le prede, dovevamo contare solo sulla prevenzione: non farci precedere e analizzare, in questo modo saremmo riusciti a rimanere vivi e a proteggere con successo i nostri Vip”. E aggiunge: “Non importa chi stai proteggendo, se un generale, un manager, un giudice o il presidente degli Usa, stai proteggendo una vita completamente nelle tue mani. La responsabilità di questa professione, da molti criticata ingiustamente, supera qualsiasi nobile sentimento; è una virtù, anzi un dono che pochi hanno. Molti professionisti sono dei grandi combattenti, dei killer nati, ma non hanno il dono di essere guardiani della vita altrui”.
Nella primavera del 2004 il gruppo di italiani diretti in Irak si incontrò all’aeroporto romano di Fiumicino, pronto ad imbarcarsi su un volo della Air Jordanian alla volta di Amman, in Giordania. Spinelli, Umberto Copertino e altri due appartenevano alla BGE 2000, una società di sicurezza francese con sede a Nizza. Erano tutti professionisti provenienti da varie forze armate italiane, erano stati istruiti dai reparti speciali dell’esercito israeliano e avevano partecipato a corsi con ex operatori dei corpi scelti americani della STTU di Los Angeles. Fu in quell’occasione che Spinelli e i suoi amici videro per la prima volta Salvatore Stefio, direttore della Praesidium Corporation, e cioè colui che li aveva assunti per quell’operazione. A offrire l’opportunità fu un ufficiale della Marina Militare Italiana che, a bordo di una motovedetta ormeggiata nel porto di Bari, disse loro che si trattava di un lavoro pulito e legale, in quanto consisteva nel proteggere uomini d’affari di una multinazionale americana.
Arrivati ad Amman, furono accolti “da un uomo sulla trentina con un forte accento genovese, alto circa 190 centimetri. Vestiva con un classico abbigliamento di chi opera in Paesi desertici, Desert boot dell’Alabama, pantaloni color sabbia della 511, una camicia scura e una kefiah verde e nera al collo, la stessa usata dagli uomini della Coalizione in Afghanistan”. Questo personaggio, che si presenta col nome di Kriss  pare che fosse piuttosto arrogante ma anche molto amico di Fabrizio Quattrocchi. E fu proprio Fabrizio che la comitiva incontrò all’Hotel Babylon di Baghdad, dove il genovese (ex caporalmaggiore degli alpini ed esperto di arti marziali) lavorava come guardia del corpo degli ospiti dell’ottavo piano. Ma in quell’occasione Stefio ricevette una telefonata dall’ufficiale della Marina Militare Italiana: l’operazione era saltata e tutti se ne potevano tornare a casa. Era successo che la Bearing Point, la compagnia americana che aveva richiesto i servizi del gruppo italiano, si era spaventata per l’eccesso di rischio in terra irakena e aveva sciolto il contratto. In pratica, erano tutti disoccupati, tranne Quattrocchi il cui mandato scadeva un mese dopo. Per lui, dunque, la disoccupazione era solo posticipata di trenta giorni. Che fare, quindi? Fu così che a Stefio venne la brillante idea di inviare i suoi ex dipendenti al CPA di Baghdad, e cioè lo stato maggiore delle forze di occupazione americane, per chiedere lavoro. La proposta era meno peregrina di quel che sembra, in quanto in Irak operava già da un pezzo la Compagnia delle Indie, cioè una società che forniva guardie private armate e che lavorava per il Dipartimento della Difesa americano sin dal 1948. La Compagnia delle Indie, da non confondersi con l’omonima società britannica di ottocentesca memoria, recentemente aveva condotto “operazioni particolari in Afghanistan, Bosnia Erzegovina e in altre aree di conflitto”.
Non tutti i componenti del gruppo erano d’accordo. Alcuni volevano tornare in Giordania e da lì prendere il primo volo per Roma. Per farla breve, l’indomani mattina Spinelli, Quattrocchi e Kriss si recarono al Gardenia Hotel, quartier generale della Compagnia delle Indie, dove vennero subito assunti con la paga mensile di diecimila dollari a testa. Spinelli e Kriss avrebbero preso servizio subito, Quattrocchi alla fine del suo mandato. Anche perché, prima di dedicarsi alla nuova occupazione, voleva accompagnare gli altri suoi amici, quelli che volevano tornare in Italia, in Giordania.
Ma il destino aveva ben altro in serbo per lui. Infatti fu proprio durante quel trasferimento da Baghdad ad Amman che Quattrocchi, Cupertino, Agliana e Stefio vennero rapiti dai terroristi islamici. E Fabrizio venne scelto come vittima sacrificale.
Fabrizio Quattrocchi, insomma, non era, al contrario di molti suoi colleghi, un uomo in cerca di emozioni forti, che sfogava nelle armi e nella violenza una mal interpretata voglia di vivere e di protagonismo. Lui voleva soltanto fare quel mestiere per mettersi qualche soldo da parte e poi tornarsene a casa dalla fidanzata.
D’altra parte il rischio di quell’attività paramilitare era veramente elevato. Soprattutto in caso di imboscata, mentre ci si trasferiva in auto da un posto all’altro. La sorte dell’equipaggio in quelle circostanze era questa: tutti morti, altrimenti sarebbero stati mutilati terribilmente, è difficile uscire intero quando una bomba di artiglieria esplode a un metro di distanza. Le schegge, lanciate dall’esplosione a mille metri al secondo, distruggono qualsiasi blindatura, squarciano i giubbotti antiproiettile e penetrano nelle membra. Le carni vengono lacerate e bruciate dalle schegge incandescenti, destabilizzate dalla velocità prodotta dall’onda d’urto. Le parti ossee del corpo vengono tagliate senza nessuna difficoltà e le ferite, molto irregolari, non lasciano scampo. E’ l’incubo peggiore, in Irak e in tutte le guerre, accade così rapidamente che non si ha il tempo di capire; se si è colpiti dall’esplosione l’unica cosa che si può sperare è di morire sul colpo e non tra dolori lancinanti in un letto d’ospedale.
Questo è quello che rischiano i contractors, oltre alla truppe regolari, in uno scenario di guerra. C’è da domandarsi, però, perché il ruolo di questi uomini non sia mai stato ben chiarito nel nostro Paese. La Radio Televisione della Svizzera Italiana (RTSI) il 14 maggio del 2004, durante il programma “Falò” ha mandato in onda un ampio servizio sulle guardie di sicurezza private operanti in Irak. L’inchiesta era nata da un’idea della Televisione Svizzera Francese. Nel reportage, durato quasi 40 minuti, gli ultimi otto minuti sono dedicati alla Praesidium Corporation, la compagnia di sicurezza per cui lavorava Quattrocchi. Nel video si vede appunto il giovane genovese, armato di fucile automatico e pistola, mentre sorveglia la zona dove si sta svolgendo l’intervista. In altre inquadrature si vedono Quattrocchi e altri due mentre si allenano sparando col fucile in un’area desertica. Il servizio diceva chiaramente che la Praesidium non addestrava forze armate irakene, né era impegnata in combattimenti al fianco delle truppe americane. Veniva invece spiegato che la missione di Quattrocchi e colleghi consisteva nel proteggere persone e infrastrutture. Perché questo servizio televisivo non è mai stato trasmesso in Italia?

martedì 13 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile è il giorno convenzionale del capodanno thailandese, chiamato Songkran. I festeggiamenti durano normalmente fino al 15.
Il Songkran è  principalmente una festa religiosa che segna l'inizio dell'anno buddistha, e per i tradizionalisti rimane tale, mentre ha assunto per molti altri un senso molto più moderno e festaiolo.
Infatti la tradizione vuole che che si facciano offerte al tempio bagnando le immagini di Buddha con schizzi di acqua e pulendo a fondo le loro dimore.
Per augurare buona fortuna in modo molto più festaiolo invece si getta acqua sui passanti, una vera e propria guerra di gavettoni e secchiate d'acqua che però non può dare fastidio più di tanto considerando le temperature del periodo.
In effetti è anche conosciuto come Festival dell'acqua (Water Festival) proprio perchè la gente crede che l'acqua lavi via la sfortuna.
Curiosi sono i modi per gettare l'acqua, da secchi e canne per l'acqua, ai mitra d'acqua e fino agli elefanti.
Il Songkran segna l'ingresso nel segno dell'Ariete ed il suo nome completo è Songkran Maggiore (Maha Songkran).
Questa festività non è solamente propria della Thailandia, ma viene osservata anche in Myanmar (Birmania), Laos e Cambogia.
Narra la tradizione di un giovane molto intelligente con una capacità di apprendimento incredibile e con la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli. Il Dio Kabil Maha Phrom era invidioso di questo, e decise di scendere sulla terra per sfidare il giovane con tre indovinelli da risolvere in sette giorni. La posta in palio era la testa del perdente.
Il giovane vista la difficoltà degli indovinelli decise di scappare per uccidersi piuttosto che sottostare alla sconfitta. Proprio durante la fuga, fermatosi un attimo per riposare ai piedi di un albero, sentì casualmente un'aquila consolare i suoi piccoli affamati, dicendo loro che presto avrebbero potuto sfamarsi con il corpo del giovane. L'aquila raccontò ai suoi piccoli della scommessa, degli indovinelli e soprattutto diede loro anche le risposte.
A quel punto il giovane accettò la sfida vincendola e il Dio fu costretto a privarsi della testa, però molto pericolosa, in quanto se avesse toccato terra sarebbe esploso tutto e se fosse finita in mare avrebbe prosciugato tutta l'acqua a seguito di un immenso calore.
Venne allora riposta in una caverna nel Paradiso delle divinità e ogni anno una delle sette figlie del Dio, a turno, porta in processione la testa del padre seguita da molte divinità, ovviamente durante il Songkran.
Il giorno della vigilia si tengono le pulizie delle case, mentre il giorno 13 i credenti aprono i festeggiamenti alla mattina con la processione al tempio (Wat) del villaggio per portare le offerte ai monaci, disposti in piedi attorno ad un lungo tavolo e con le ciotole allineate pronte a ricevere frutta, dolci e riso.
Il pomeriggio è dedicato alla cerimonia di purificazione dell'immagine del Buddha, dopo la quale si può dare inizio alla festa del versamento dell'acqua. I più giovani omaggiano, versando rispettosamente nel palmo delle mani degli anziani e dei loro cari acqua profumata. Di seguito li aiutano poi ad asciugarsi e indossare abiti freschi e puliti con cui celebrare il nuovo anno in maniera degna.
Nei tre giorni della festa i fedeli, con candele, bastoncini di incenso e bottigliette di acqua profumata, si recano al tempio, accendono una candela e tre bastoncini di incenso posizionandoli assieme ad una coroncina di fiori nei recipienti di fronte all'altare del Buddha. Inginocchiatisi di fronte all'immagine sacra poi nel classico gesto di preghiera che vuole i palmi delle mani uno contro l'altro e toccando ripetutamente la fronte a terra, terminano il rito versando una piccola quantità di acqua nelle mani della statua del Buddha.

lunedì 12 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin giungeva là, dove nessun uomo era mai giunto prima.
Il 12 aprile 1961, alle 9:07 ora di Mosca, dalla base spaziale di Bajkonur in Kazakistan decollava la Vostok 1, prima navicella spaziale con equipaggio umano. I 108 minuti che seguirono la videro compiere un'orbita completa intorno alla Terra per poi atterrare con successo, inaugurando trionfalmente l'era delle missioni celesti. All'interno della capsula, guidato da Terra, c'era l'uomo che in seguito sarebbe stato ribattezzato il "Cristoforo Colombo dei cieli": il pilota sovietico appena 27enne Jurij Gagarin.
Furono 3461 i candidati piloti selezionati per la missione Vostok. Di questi, solo 20 affrontarono un anno di duro addestramento psicofisico basato su prove di resistenza alle vibrazioni e alle alte temperature, permanenza in camera di isolamento e risposta alle accelerazioni improvvise. Il 25 gennaio 1961 ne furono selezionati 6: Gagarin era tra questi.
La mattina del lancio Gagarin e German Titov, il cosmonauta di riserva, furono svegliati alle 5:30. Jurij eseguì i consueti esercizi, si lavò e fece colazione con
un menù "spaziale": carne trita, marmellata di more e caffè. Poi i due cosmonauti indossarono una sottotuta blu, calda e leggera, e sopra una tuta protettiva arancione dotata di un sistema di pressurizzazione, ventilazione e alimentazione. In testa un paio di cuffie e un casco bianco con la scritta CCCP (URSS).
Secondo lo storico spaziale Asif Azam Siddiqi, l'ingegnere sovietico Sergej Pavlovic Korolëv, supervisore della missione Vostok 1, era talmente agitato la mattina del 12 aprile 1961 che dovette prendere una pillola per il cuore. Gagarin invece sembrava calmo, e a mezz'ora dal lancio il suo polso registrava 64 battiti cardiaci al minuto.
Durante il tragitto verso la rampa di lancio, Gagarin si fermò a far pipì sulla
ruota posteriore dell'autobus che lo trasportava. Da allora questo è diventato un rito obbligato e propiziatorio per tutti gli astronauti del Soyuz. Altre tradizioni perpetuate in memoria di Gagarin sono: tagliarsi i capelli due giorni prima del lancio, non assistere al trasporto e al posizionamento dei razzi e della navicella, bere un bicchiere di Champagne la mattina della partenza e firmare la porta della camera dell'hotel prima di uscire per raggiungere la rampa.
Del peso totale di 4,7 tonnellate e alta 4,4 metri, la Vostok 1 ("Oriente 1" in russo) era costituita da due parti: un modulo abitabile di forma sferica, che
ospitava l'astronauta, e un modulo di servizio provvisto della strumentazione di
bordo, dei retrorazzi necessari a frenare e far ricadere la sonda a Terra e di 16 serbatoi contenenti ossigeno e azoto. La capsula abitata era dotata di tre oblò, un visore ottico da orientare a mano, una telecamera, la strumentazione per rilevare pressione, temperatura e parametri orbitali, un portellone e un sedile eiettabile lungo più o meno quanto l'abitacolo di una Fiat 500 (all'epoca il cosmonauta non atterrava insieme alla navicella, ma veniva espulso all'esterno e paracadutato a Terra in fase di rientro).
La Vostok 1 compì un'orbita completa intorno alla Terra per atterrare, dopo 108 minuti, a Smielkova (Russia occidentale).
Inizialmente la capsula fu diretta verso la Siberia; quindi sorvolò l'oceano Pacifico e, già quando si trovava sopra l'Africa, si accesero i retrorazzi per frenare la navicella e consentirne il rientro. L'altitudine massima raggiunta fu di 302 chilometri e la minima di 175. La Vostok viaggiava a una velocità di 27400 chilometri orari.
Quella del 12 aprile 1961 era probabilmente la prima data utile per battere sul
tempo - in piena Guerra Fredda - l'Agenzia Spaziale Statunitense nella corsa alla conquista dello spazio. Alan Shepard, il primo americano nello spazio, avrebbe tentato l'impresa il 5 maggio dello stesso anno. Quello di Shepard a bordo della capsula Freedom 7, però, fu un volo balistico che non raggiunse l'orbita terrestre (la missione non lo prevedeva) e durò poco più di 15 minuti.
Per permettere a Gagarin di scegliere la frequenza migliore con cui comunicare, quattro stazioni radio terrestri trasmisero musica intervallata ogni 30 secondi da un messaggio di chiamata in codice morse, per tutta la durata della missione.
In piena Guerra Fredda, per gli Americani era prioritario avere la prova che i Sovietici avrebbero effettivamente mandato il primo uomo nello spazio, come da tempo si vociferava, e che non si trattasse di pura propaganda. Per questo già prima del lancio, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana progettò e fece realizzare speciali stazioni in grado di intercettare le comunicazioni dei Russi. Una di queste, posizionata a Shemya, nell'arcipelago delle Aleutine (Alaska), riuscì a captare le comunicazioni tra il cosmonauta e la base terrestre demodulando la trasmissione video e permettendo pertanto di vedere le immagini di Gagarin all'interno della Vostok (cosa già avvenuta nei due lanci precedenti della navicella che avevano però ciascuno, come passeggeri, un cane e un manichino). Così a soli 58 minuti dal lancio, i vertici militari statunitensi ebbero la conferma che l'Unione Sovietica stava facendo sul serio.
A bordo della Vostok 1 c'erano viveri e acqua sufficienti per dieci giorni: in caso di avaria dei retrorazzi, infatti, la capsula avrebbe impiegato questo lasso di tempo a ricadere sulla Terra, per effetto della forza d'attrito presente sulla traiettoria di arrivo studiata. L'eventualità di un rientro "naturale" sulla Terra non venne mai trascurata in fase di progettazione e fu tenuta come possibilità di emergenza.
Quella secondo cui Gagarin avrebbe desiderato vedere la Luna durante il suo viaggio è probabilmente soltanto una leggenda. La fase lunare di quel 12 aprile 1961 (Luna quasi nuova) e la distanza angolare dal Sole (20 gradi) rendevano impossibile vedere il nostro satellite, e pare improbabile che l'astronauta non fosse a conoscenza di queste condizioni.
«La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima» le parole che Gagarin pronunciò sbirciando fuori dall'oblò.
Poiché agli albori dell'era spaziale non si conoscevano i dettagli sugli effetti della permanenza del corpo umano in assenza di gravità, i medici sostenevano che durante la missione il cosmonauta avrebbe sofferto di disorientamento, e che fosse pertanto consigliabile fargli fare la parte del passeggero.
Ma gli astronauti erano di diverso avviso e fu raggiunto un compromesso: mentre i controlli di volo erano affidati a un autopilota, i comandi manuali potevano essere sbloccati in caso di necessità attraverso una combinazione numerica di tre cifre custodita in una busta sigillata. Nel caso di Gagarin, non fu necessario aprirla perché la capsula rientrò nell'atmosfera guidata da Terra.
Alle 10:25 il modulo di servizio con la strumentazione e i motori per il rientro sulla Terra accese i retrorazzi per 42 secondi, ma poi fallì il distacco dalla capsula in cui si trovava il pilota.
L'inconveniente modificò l'assetto della navicella che iniziò a roteare su se stessa fino a quando il calore dovuto all'entrata in atmosfera non sciolse i lacci che legavano i due moduli. A 7 mila metri di quota la capsula espulse il sedile con a bordo Gagarin: oltre al primo paracadute, però, si aprì anche quello di emergenza, e per qualche momento il cosmonauta, che nel frattempo si era separato dal sedile, temette che i lacci dei suoi due salvavita si potessero aggrovigliare.
Alle 10.55 del 12 aprile 1961, dopo 108 minuti dal lancio, Gagarin toccò il
suolo di una fattoria collettiva nella provincia di Saratov, Russia occidentale. Le prime persone che incontrò una volta atterrato furono la terrorizzata contadina Anna Taktatova e sua figlia, accompagnate da un vitellino.
Quella a bordo del Vostok fu l'unica missione di Gagarin nello spazio. Nella prima fase successiva all'impresa è probabile che i vertici sovietici non volessero offuscare la sua immagine con un nuovo, rischioso incarico. In seguito il cosmonauta fu inserito tra le riserve del Soyuz 1 (la cui missione fallì tragicamente nell'aprile del 1967 con la morte del colonnello Vladimir Komarov, prima vittima ufficiale nella storia del volo spaziale) ma morì prima di avere una nuova opportunità.
Il 27 marzo 1968 Gagarin decollò dalla base sovietica di Chkalovskij a bordo di un aereo supersonico, un MiG-15 UTI: con lui c'era l'esperto istruttore e collaudatore Vladimir Sergeyevich Seryogin. Alle 10:31 si interruppero le comunicazioni con la torre di controllo. I relitti del velivolo, insieme a quel che resta dei corpi dei piloti, erano avvolti da una fitta nube di fumo. Le cause dell'incidente non sono del tutto note, ma c'è chi dice di aver sentito due forti esplosioni. Le ceneri di Gagarin si trovano all'interno delle mura del Cremlino, nella Piazza Rossa a Mosca.

domenica 11 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 1868 in Giappone viene definitivamente abolita la carica di Shogun.
Il termine seii tai shogun, o semplicemente shogun, significa propriamente "grande generale conquistatore dei barbari" e tende a indicare quella carica che, tra l'VIII e il XII secolo, il governo imperiale conferiva provvisoriamente ai generali inviati a combattere le popolazioni ribelli delle frontiere nord-orientali del paese.
Quello di shogun era, in pratica, un titolo che ricevevano i capi più meritevoli per fronteggiare le tribù seminomadi dell'Honshu settentrionale, gli emishi o ezo (antenati degli attuali ainu), considerate barbare e causa di disordine politico. Infatti, queste popolazioni contrastavano la diffusione della cultura sedentaria e agraria, rappresentando, quindi, una minaccia per l'autorità imperiale, che da tale cultura si era sviluppata.
La carica di shogun cominciò, poi, ad assumere un significato diverso, quando l'Imperatore Go Toba la assegnò nel 1192 a Minamoto Yoritomo, membro di un ramo cadetto della famiglia imperiale, nonché l'uomo più potente nel Giappone dell'epoca. La novità di tale assegnazione consisteva nel fatto che, da quel momento, designava non più solo il generale provvisorio dell'esercito imperiale, ma anche il titolare permanente di un potere politico, che fino ad allora era stato esercitato esclusivamente dalla dinastia regnante e dai suoi reggenti (come nel caso dei Fujiwara).
Così, dal momento che Yoritomo poteva trasmettere il titolo di shogun all'interno della sua famiglia, vennero gettate le basi di una nuova forma di governo che sarebbe durata fino alla seconda metà del XIX secolo. Si tratta del bakufu, o "governo della tenda", un'istituzione militare a carattere nazionale presieduta, appunto, dallo shogun. Detto anche shogunato, il bakufu operò, inizialmente, in equilibrio con la corte imperiale, la quale garantiva la sua legittimità. Ne derivò una diarchia: da una parte c'era lo shogun, il detentore del potere militare; dall'altra, l'imperatore, fonte di legittimazione di tale potere in virtù del prestigio e della sacralità di cui godeva.
Ciononostante, lo shogun avrebbe finito, in seguito, per esercitare il potere effettivo e il controllo reale sulla nazione, mentre l'imperatore avrebbe, si, conservato la propria funzione sacerdotale ma perso il suo ruolo politico, occupando invece una posizione marginale nella gestione dello Stato.
L'ultimo Shogun, Tokugawa Yoshinobu, dovette rassegnare le dimissioni nel 1868, a seguito della guerra Boshin, persa contro le truppe dei clan fedeli all'Imperatore Meiji. La crisi che stava attraversando il paese da diverso tempo, si era acuita con l'intromissione nella politica interna delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che con la minaccia di aggressione obbligarono lo shōgun ad aprire i porti giapponesi al commercio con l'estero. Il paese uscì dall'isolamento in cui si era chiuso da lungo tempo e questo venne preso come pretesto da quei clan che erano stati messi in minoranza dopo la sconfitta di tre secoli prima a Sekigahara.
Dopo una serie di pesanti sconfitte, Yoshinobu fu costretto a rimettere i suoi poteri nelle mani del sovrano e venne confinato agli arresti domiciliari nel 1868. Le ultime sacche di resistenza da parte delle forze fedeli allo shogunato furono eliminate con le decisive sconfitte del 1869. Ebbe così fine la secolare dittatura degli shogun, con il ritorno al potere politico del sovrano, che diede inizio alla Restaurazione Meiji, nel corso della quale venne definitivamente smantellato tutto l'apparato politico degli shōgun.

sabato 10 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 2010, alle 10 e 41, ora locale, l’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski si schianta al suolo dopo un fallito tentativo di atterraggio all’aeroporto di Smolensk, in Russia.
Nessun superstite. Tra le novantasei vittime, il capo dello stato, sua moglie, il capo di stato maggiore dell’esercito, dei membri del governo e del parlamento, e anche il governatore della Banca di Polonia.
La delegazione perita nel tragico incidente stava andando a commemorare il 70. anniversario del massacro di Katyn, un triste episodio che per anni ha avvelenato le relazioni tra Varsavia e Mosca.
Ancora oggi non si è fatta piena luce sull’incidente di Smolensk, vissuto come una catastrofe nazionale.
Inchiesta russa, inchiesta polacca: i rapporti sullo schianto del Tupolev elencano i fattori critici: un errore umano del pilota, la fitta nebbia, la velocità alta, la scarsa illuminazione della pista d’atterraggio, informazioni errate dai controllori russi… una girandola di ipotesi che i polacchi seguono con attenzione.
Le ultime rivelazioni si trasformano in una bomba a tempo per il governo di Varsavia. Ancora oggi, lo schianto continua a pesare, e tanto, nei dibattiti della vita politica.
A Donald Tusk, allora primo ministro e in seguito presidente del Consiglio Europeo, si rimprovera che la Polonia non abbia potuto avere accesso ai resti del Tupolev, rimasto ancora in mano ai russi.
Nessun investigatore polacco si è mai recato sui luoghi dell’incidente, e nessuno ha partecipato alle autopsie sul corpo delle vittime.
Uno dei magistrati, il colonnello Ireneusz Szelag, ha detto che l’inchiesta – conclusa dopo quasi cinque anni – ha stabilito che la causa principale dell’incidente fu il brutto tempo, ma ha aggiunto che i controllori del traffico non hanno fatto il proprio dovere: uno dei due russi è stato incriminato per avere avuto una diretta responsabilità nell’incidente, mentre l’altro per responsabilità indiretta. Se condannati, i due rischiano fino a otto anni di prigione. Reuters ha comunque spiegato che è molto difficile che la Russia consenta che i due controllori partecipino al processo.
Per il fratello gemello del presidente una buona occasione politica. Col suo partito di destra, Diritto e Giustizia, il secondo del paese, puntava alle presidenziali nel 2015, poi vinte da Andrzej Duda. Parla perfino di attentato, e considera Tusk responsabile della morte del fratello.
Secondo un sondaggio il 32 per cento dei polacchi pensa che lo schianto sia stato causato dai russi, il 28 per cento crede che sia stata colpa dei piloti.
Per il 27 per cento ci sono responsabilità del governo di Varsavia e secondo il 18 per cento si è trattato di un attentato.


venerdì 9 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1992 viene arrestato e trasferito a Miami per essere processato Manuel Noriega, detto "faccia d'ananas" a causa del viso fortemente butterato dal vaiolo.
Manuel Antonio Noriega nasce a Panama il giorno 11 febbraio 1938. Dopo il liceo si laurea in ingegneria all'Accademia militare, segue corsi di antiguerriglia, antinarcotici, guerra psicologica e sopravvivenza nelle accademie degli Stati Uniti.
Nel 1969 rientra a Panama dove diventa capo dei servizi segreti, favorendo il golpe del generale Torrijo. Al vertice della carriera militare, nel 1983, viene nominato capo delle forze armate e nel 1984 depone il presidente della Repubblica Riccardo de la Espriella, sostituendolo con Nicolas Ardito Barletta.
Nel 1987 Manuel Noriega viene accusato dal colonnello Diaz Herrera di traffico di cocaina, brogli elettorali, riciclaggio di denaro sporco e dell'omicidio del guerrigliero Hugo Spatafora.
In concomitanza con le prime sollevazioni popolari, gli Stati Uniti applicano le sanzioni economiche e la Corte Federale della Florida apre un'inchiesta per chiarire il ruolo di Noriega nel narcotraffico internazionale.
Nel 1988 viene destituito da capo delle forze armate dal presidente panamense Arturo Delvalle, Noriega a sua volta destituisce Delvalle nominando al suo posto Manuel Solis Palma.
A marzo dello stesso anno un golpe mirato a rovesciare Noriega va a vuoto, intanto le sanzioni USA si inaspriscono, arrivando a sospendere la quota d'affitto del canale di Panama.
Il 7 maggio 1989 Noriega annulla le elezioni presidenziali e nomina presidente provvisorio Francisco Rodriquez. Il 3 ottobre 1989 un secondo golpe fallisce e il 20 dicembre le truppe americane invadono Panama. Noriega si rifugia nella nunziatura apostolica della capitale e chiede asilo politico: il 3 gennaio 1990 si consegna alle autorità.
Estradato negli Stati Uniti subisce un processo con dieci capi d'accusa, tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, truffa aggravata e associazione a delinquere. Il 13 luglio 1992 viene condannato a 40 di carcere.
Trovato colpevole di omicidio in contumacia nel 1995, nel 1999 il governo panamense cerca di ottenere l'estradizione di Noriega perché affronti i capi di accusa a Panama.
Alla fine di agosto 2007, pochi giorni prima della scarcerazione, respingendo la richiesta degli avvocati di Noriega per permettergli il ritorno a Panama, il giudice americano William Turnoff concede il via libera all'estradizione in Francia dell'ex dittatore: Noriega deve infatti scontare un'ulteriore condanna del tribunale francese.
Noriega è rientrato a Panama dalla Francia, dove si trovava detenuto, l'11 dicembre 2011.
Nel 2012 gli fu diagnosticato un tumore al cervello. Nel 2017 l'operazione chirurgica per rimuovere il tumore fallì e Manuel Noriega morì il 29 maggio.

giovedì 8 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1990 va in onda in USA la prima puntata di "I segreti di Twin Peaks".
Twin Peaks rappresenta senz'altro una delle esperienze televisive più originali e affascinanti di sempre. Creata nel 1990 dalle menti geniali di David Lynch e Mark Frost, è diventata in poco tempo una vera e propria serie di culto, capace di proporre e affrontare tematiche fino ad allora estranee alla televisione americana e non solo... E' importante sottolineare come non ci sia un termine ben preciso con il quale poterla classificare; essa è infatti il risultato della fusione di generi diversi,che vanno dalla commedia al thriller,dall'horror al sentimentale, dal drammatico al fantascientifico. Questo elemento di ambiguità ci accompagna in una dimensione apparentemente normale, ma al tempo stesso inquietante, misteriosa ed ignota. Tutto comincia il giorno in cui viene ritrovato su una spiaggia il cadavere nudo, avvolto in un sacco di plastica, della diciassettenne Laura Palmer, reginetta di bellezza della high school di Twin Peaks, una cittadina dello stato di Washington al confine con il Canada.
La risoluzione del caso viene affidata al bizzarro agente FBI Dale Cooper il quale, dotato di grandi abilità investigative, pian piano svela segreti fino ad allora ben custoditi. Ne viene fuori  che a Twin Peaks nessuno è in realtà quello che sembra essere, tutti o quasi hanno qualcosa da nascondere e di conseguenza in molti paiono essere i potenziali assassini della ragazza. La stessa Laura Palmer,agli occhi di tutti ragazza per bene e studentessa modello, si scopre essere stata coinvolta, in vita, in intricate storie di sesso e droga. Da questi presupposti nasce un grosso intreccio di vicende, spesso con risvolti soprannaturali. Così, prendendo in esame quella che inizialmente appare come una tranquilla e ridente cittadina di montagna, Lynch mette in evidenza con grande maestria gli oscuri segreti che questa stessa nasconde, e lo fa volgendo la sua attenzione sulla doppia realtà di ogni singolo personaggio.
E' infatti dominante il tema del Doppio (lo si può capire dal titolo stesso dell'opera: Cime Gemelle), di ciò che sembra ma non è, dell'ambiguità esistenziale. La presenza di alcuni personaggi, come lo storpio ed il nano, ci fa comprendere il fascino esercitato  sul regista dall'anormalità fisica e psicologica (intese come metafore del mistero) e quindi la sua continua e affannosa ricerca dell'Anomalia in tutte le sue forme e manifestazioni. Oltre alle molteplici  citazioni al mondo dell'arte, soprattutto della Pittura, che testimoniano la passione di Lynch per questa attività, sono presenti numerosi elementi di culto: il nano che balla e parla al contrario nella surreale red room, le improvvise apparizioni dello spirito maligno Bob, le lettere dell'alfabeto che il misterioso assassino infila sotto le unghie delle sue vittime, il gigante che compare nelle visioni di Cooper, il continuo ripetersi di messaggi enigmatici come Fuoco Cammina Con Me e I Gufi non sono quello che sembrano.
Elemento di grande rilevanza è sicuramente la cosiddetta Loggia Nera (sede  del male oscuro di Twin Peaks), la quale costituisce un' importante chiave di lettura per il susseguirsi  delle vicende. Da sottolineare, inoltre, la minacciosa presenza dei Boschi come elemento inquietante e affascinante al tempo stesso e, all'interno di essi, quella dei gufi, il cui verso cupo e misterioso è  un effetto sonoro che si ripete costantemente nel corso delle puntate. Notevole infatti l'importanza delle Componenti Musicali, fondamentali per la creazione delle tanto decantate atmosfere che hanno  reso celebre la serie; Lynch si affida per la loro composizione al musicista di origini italiane Angelo Badalamenti, scegliendo come colonna sonora la memorabile Falling cantata da Julee Cruise. Sono quindi numerosi gli elementi che hanno contribuito alla realizzazione di questo capolavoro televisivo.
La serie divenne immediatamente un fenomeno culturale negli Stati Uniti, ognuno seguiva gli episodi del serial il giovedì sera per poi poterne parlare il giorno seguente, esponendo le proprie interpretazioni sul mistero dell'omicidio ma anche sulle scene più ermetiche e oniriche. Divenne di moda organizzare delle proiezioni degli episodi, i cosiddetti "Twin Peaks Parties" e la tavola calda che faceva da ambientazione per il Double R Diner, il Tweede's Cafe, che allora si chiamava Mar-T Cafe, veniva visitata dai fan della serie in cerca della celebre torta di ciliegie. Nell'agosto del 1990 la catena statunitense di grandi magazzini Bloomingdale's dedica un'intera ala di un suo negozio a Twin Peaks. Il successo della serie ispirò la produzione di vasto merchandise non ufficiale che andava dal cibo (le ciambelle e il caffè consumati copiosamente nella stazione di polizia) al vestiario (i costumi dell'agente Cooper e di Audrey Horne che diventarono molto popolari nell'Halloween del 1990, t-shirt con la scritta "I killed Laura Palmer"). La frase Who Killed Laura Palmer?, utilizzata per la promozione della serie, divenne poi un vero e proprio tormentone, tanto da ricevere una nomination per la miglior storyline ai Soap Opera Digest Awards del 1991. Per evitare che i segreti della trama venissero svelati prematuramente, i copioni delle varie puntate non venivano resi disponibili agli attori fino al giorno delle riprese. Anche le scene in cui l'assassino agisce vennero girate più volte con diversi attori per evitare che il cast stesso ne conoscesse l'identità.
Uno dei principali sceneggiatori e produttori, Robert Engels commenta in questo modo l'enorme seguito della serie: «Era una serie su una colpa indefinita. Catturava qualcosa a cui il pubblico reagiva con le emozioni. E poi i personaggi di Twin Peaks erano così realistici: un elemento che manca in altre serie. Non abbiamo mai avuto dei fan tipo trekkie; quelli che seguivano Twin Peaks erano più, diciamo così, dei lobbisti della General Motors.»
Il successo della serie coinvolse anche l'Oriente: tramite Japan Travel Bureau dal Giappone erano soliti arrivare a Snoqualmie grandi gruppi di fan con l'intento di dormire nell'albergo luogo delle riprese del Greath Nothern Hotel, mangiare torta di ciliegie e farsi fotografare avvolti in sacchi di plastica emulando i personaggi. A causa del grande successo che la serie ebbe nell'isola nipponica, Fuoco cammina con me, uscì in contemporanea con la presentazione al Festival di Cannes, ossia nel maggio del 1992, mesi prima che negli Stati Uniti, dove uscì ad agosto. La grande popolarità fu insolita perché la visione degli episodi fu possibile solo su WOWOW, emittente satellitare a pagamento con solo 900 000 iscritti, o tramite VHS e Laserdisc, all'epoca molto costose.
Questo fenomeno televisivo, oltre ad attraversare il continente americano, raccolse estimatori di ogni ceto sociale arrivando a coinvolgere persino la monarchia inglese. Angelo Badalamenti ha dichiarato che mentre collaborava con Paul McCartney agli Abbey Road Studios, quest'ultimo gli raccontò che la Regina Elisabetta II una volta interruppe un suo concerto privato organizzato in onore del suo compleanno per andare a vedere un episodio della serie.
Anche in Italia la serie ebbe buon successo, tanto che i conduttori di Striscia la notizia di Antonio Ricci erano soliti esclamare il titolo stesso del telefilm durante notizie di particolare clamore. La popolarità della serie era così grande che tra 1991 e 1992 i casi di omicidio che avvenivano nei piccoli paesi di provincia venivano paragonati a quello di Laura Palmer. Come ad esempio il ritrovamento sulle rive del lago Trasimeno del cadavere della ventisettenne Francesca Ragni, avvolto in una coperta, il duplice omicidio di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura a Canelli, il caso di Pietro Maso a Montecchia di Crosara o il caso di Gianluca Bertoni a Somma Lombardo.
Nel 2017 va in onda una nuova serie revival prodotta per Showtime che mantiene il titolo dell'originale: Twin Peaks. Tutti gli episodi sono scritti da Frost e Lynch e diretti da Lynch, e vedono il ritorno di diversi personaggi della serie originale. Il seguito televisivo è stato anticipato da un libro, Le vite segrete di Twin Peaks, che approfondisce i temi della serie madre e racconta le vicende dei suoi protagonisti dopo il brusco finale della seconda stagione

mercoledì 7 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile del 1300 è la data convenzionale in cui Dante si perde nella "selva oscura", dando inizio alla storia raccontata nella Divina Commedia.
 La datazione dell'opera è problematica. Probabilmente fu iniziata negli stessi anni in cui vennero interrotti i trattati dottrinali del Convivio e del De vulgari eloquentia, ossia tra il 1305 e il 1307, anche se il Boccaccio sostiene che i primi sette canti dell'Inferno siano stati scritti prima dell'esilio (1302). L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulgato separatamente nei due anni seguenti. Il Paradiso fu forse iniziato nel 1316 e terminato negli ultimi anni di vita del poeta, mentre i singoli canti venivano divulgati man mano che erano compiuti. Dopo la morte del poeta cominciarono ad apparire commenti alle singole parti. Nell'epistola XIII, Dante spiega a Cangrande il titolo "comedia" (l'aggettivo "divina", usato da Boccaccio nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante fu introdotto in un'edizione a stampa del 1555). La ragione del titolo è retorica e connessa al tema ed al livello linguistico: l'opera inizia con una situazione spaventosa e termina felicemente (la tragedia invece ha inizio piacevole e fine tremenda), e il livello linguistico è dimesso e umile per facilitare la comunicazione (la parlata volgare).
Questo monumentale capolavoro dantesco, massima espressione di tutta la letteratura italiana, è un unico viaggio allegorico che il poeta compie attraverso i mondi ultraterreni al fine di ritrovare la propria fede e pace interiore perdute in una vita pericolosamente votata ai vizi e alla decadenza morale. L'opera è divisa in tre cantiche, "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso", ciascuna delle quali si compone di trentatre canti; un canto proemiale porta il numero totale dei canti a cento, ma è il numero perfetto e mistico per eccellenza, il tre, ad essere il fondamento di tutta l'opera. L'inferno, a forma di cono rovesciato, è uno scuro imbuto al fondo del quale è conficcato l'angelo del Male, il ribelle Lucifero, posto così nel luogo più lontano da Dio di tutto l'universo. Dante e la sua guida spirituale Virgilio lo discendono completamente, incontrando via via dannati colpevoli di delitti sempre più gravi. I personaggi danteschi sono personaggi storici e mitologici, ma anche contemporanei del poeta, protagonisti delle lotte intestine che dilaniavano tutti i comuni italiani e toscani in particolare. Lo sdegno del poeta colpisce tutti questi protagonisti dei mali italiani, e si appunta in modo particolare contro la corruzione del clero e del papato, più propensi ad occuparsi dei beni temporali che alla salute spirituale della cristianità. Le vicende personali di Dante, costretto all'esilio dopo anni di lotte tra le fazioni dei guelfi Neri e Bianchi di Firenze, offrono la chiave di lettura con la quale comprendere l'opera. Dopo la discesa agli inferi Dante risale nell'emisfero australe, dove sorge la montagna del Purgatorio; qui coloro che in vita si macchiarono di colpe minori si purificano attendendo il momento in cui potranno salire al cospetto del Creatore e prendere posto tra i beati. L'atmosfera di questa seconda cantica è molto più serena e calma, e la salita del monte si svolge senza intoppi; lo stesso Dante man mano che passa da una cornice a quella superiore vede mondarsi la propria anima dal peso dei peccati compiuti. Al termine si arriva nel Paradiso terrestre, dove la narrazione del viaggio lascia il posto ad allegorie mistiche sul ruolo dei due massimi poteri del tempo, il papato e l'impero, e sulla confusione dei loro rispettivi ruoli che purtroppo si è verificata nell'Europa del tardo Medioevo. Qui Virgilio, fedele compagno simboleggiante la ragione, lascia Dante alla guida di Beatrice: occorre infatti la Fede per salire al Paradiso e presentarsi al cospetto di Dio. La Beatrice che qui Dante ritrova non è più la donna sensuale delle canzoni amorose del giovane poeta: ora è una figura celestiale, spiritualizzata dalla Fede, che si pone come modello di vita religiosa e di splendore mistico, priva di caratteristiche terrene e completamente appagata dall'abbandono a Dio. Nel Paradiso Dante e Beatrice risalgono i cieli dei pianeti e delle stelle fisse, dove si presentano loro i beati che in diversa misura godono della contemplazione del Creatore; qui Dante incontra tra gli altri tutti i maggiori esponenti del pensiero cristiano, che si uniscono a lui nella deplorazione per la rovina dell'edificio che essi avevano costruito così mirabilmente; al termine dell'ascesa Dante giunge nell'Empireo, dove il mistico per eccellenza, San Bernardo, lo conduce alla visione di Cristo, della Vergine e dei Santi. La visione di Dio non può più essere un processo sensitivo, data l'insufficienza della condizione umana: solo un fugace atto intuitivo, permesso dalla Grazia divina, può far sì che Dante "veda" il Creatore di tutte le cose; ma il mistero divino e quello dell'Incarnazione di Cristo rimangono impossibili da penetrare e ancor più da riferire. Ancora due cenni sullo stile adoperato dal poeta: esso si adegua alla materia trattata, per cui nell'Inferno la lingua è "bassa" e volgare, gli episodi spesso buffoneschi, mentre nel Paradiso il discorso si fa ricco di concetti filosofici e difficili spiegazioni dottrinali, il che rende di solito la prima cantica molto più popolare della terza presso il pubblico.

martedì 6 aprile 2021

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 aprile.
Il 6 aprile 1896, ad Atene, hanno inizio le prime olimpiadi dell'era moderna.
 Quando Teodosio I mise fuorilegge i Giochi Olimpici, considerandoli un rito pagano, non immaginava certo che un discendente di quei popoli che avrebbero distrutto l'Impero Romano si sarebbe dato tanto da fare per ripristinarli quindici secoli dopo. E invece un francese nato a Parigi nel 1863, con il pallino dello Sport e della cultura classica, riuscì nell'intento di resuscitare Olimpia e dare vita, ad Atene nel 1896, alla prima Olimpiade dell'era moderna.
Pur ricco di inventiva e di caparbietà Pierre de Fredy barone de Coubertin non sarebbe riuscito da solo ad ottenere un così grande risultato. Un risultato cui alla fine dell'800 molti miravano, con il risveglio dell'interesse per i Giochi Olimpici dovuto alle scoperte archeologiche tedesche ad Olimpia tra il 1875 ed il 1881. Ad aiutare il barone ci furono personaggi meno celebri come Demetrios Vikelas, greco di Syros cresciuto a Londra e Parigi, e Georgios Averoff, plutocrate emigrato ad Alessandria d'Egitto.
La storia della prima Olimpiadi è strettamente connessa alla biografia ed agli interessi di de Coubertin. Il nobile francese, di ritorno dalla Gran Bretagna dove aveva presenziato ai Wenlock Olympic Games organizzati dal dottor Brookes, lanciò nel 1892, durante la riunione dell'USFSA di cui era segretario, l'idea di ripristinare i Giochi Olimpici. Per sostanziare la sua idea il barone decise di organizzare per il 1894 un Congresso sul tema del dilettantismo, in collaborazione con il Professor Sloane di Princeton e Charles Herbert, segretario dell'AAA.
Il Congresso, denominato inizialmente Congres International des Amateurs, ha, tra i punti all'ordine del giorno, "La possibilità di ristabilire i Giochi: a quali condizioni sarà realizzabile?". Solo pochi giorni prima del Congresso de Coubertin cambia il nome del convegno in Il Congresso Internazionale di Parigi per il ripristino dei Giochi Olimpici.
Il 16 Giugno si aprono i lavori, il 19 il barone propone Atene come sede della prima Olimpiade ad un comitato ristretto che rappresenta i 2000 delegati. La risposta è fredda: il nome di Londra appare nettamente favorito. Il 21 Vikelas ottiene tramite telegramma l'assenso dei reali greci allo svolgimento della prima Olimpiade in Grecia. De Coubertin invita Vikelas a presentare lui stesso la proposta della sede di Atene di fronte all'assemblea plenaria. Finalmente il 23 Giugno la mozione è approvata all'unanimità.
Vikelas viene nominato primo presidente del Comitato Olimpico Internazionale su proposta del barone. Il criterio ispiratore della nomina era che la Presidenza spettasse al Paese organizzatore del quadriennio. Il fatto che dal 1896 si siano succedute 31 edizioni dei Giochi e solo 9 Presidenti del CIO (Demetrios Vikelas, Pierre de Fredy barone de Coubertin, Henri de Baillet-Latour, Sigrid Edström, Avery Brundage, Lord Killanin of Dublin and Spittal, Juan Antonio Samaranch, Jacques Rogge, Thomas Bach) suggerisce che questa norma abbia visto un'unica applicazione.
Vikelas fu l'effettivo organizzatore dei Giochi di Atene 1896, tra mille difficoltà, non ultima l'ostracismo del primo ministro Trikoupis. Avvenimenti sportivi come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio sono ai nostri tempi una calamita per interessi che si quantificano in decine di miliardi di euro. Nel 1896, e l'opposizione del primo ministro greco ne è la dimostrazione, erano visti come una manifestazione folcloristica promossa da curiosi figuri con insoliti hobby. A sbloccare la situazione furono due eventi decisivi ed imprevedibili. In primo luogo le dimissioni di Trikoupis, sostituito da Deliyannis, decisamente più favorevole all'Olimpiade. Ancora più imprevedibile fu l'intervento finanziario di Georgios Averoff, inatteso benefattore che coprì per intero le spese per la costruzione dello stadio Panathinaikon. È la svolta: la notizia delle prime Olimpiadi dell'era moderna si diffonde.
Alle 15.30 del 6 Aprile 1896 (secondo il calendario gregoriano) re Giorgio dichiara aperti i Giochi Olimpici con una formula che muterà di poco nelle successive edizioni: "Dichiaro aperti i primi Giochi Olimpici internazionali di Atene. Lunga vita al Paese, lunga vita al popolo greco."
Gli sport in programma sono 9: atletica, ciclismo, ginnastica, lotta, nuoto, tennis, tiro, scherma, sollevamento pesi. Il numero di gare disputate è pari a 43, mentre gli atleti in gara, tutti di sesso maschile, sono 246. C'è una sola rappresentativa ufficiale, quella ungherese. Altre delegazioni sono spontanee, come quella USA (decisivo l'attivo interessamento del Professor Sloane) e tedesca. E se Svezia e Norvegia non rispondono agli inviti degli organizzatori, Italia, Belgio, Olanda e Svizzera negano esplicitamente la propria partecipazione.
Gli impianti vengono costruiti per l'occasione: il Panathinaikon ospita le gare di atletica, ginnastica, sollevamento pesi e lotta; il Nuovo Velodromo di Faliron quelle di tennis (che si giocano anche al Lawn Tennis Club di Atene) e ciclismo; a Kallithea viene costruita un'area di tiro; allo Zappeion vengono svolte le gare di scherma; mentre è alla baia di Zea che si affrontano i nuotatori.
La maratona ed i 100 metri si affermano da subito come le discipline principe dei Giochi Olimpici. È un'Olimpiade riservata solo ai dilettanti, e infatti alla gara sui 40 km si presentano solo corridori di altre discipline dell'atletica. Nessuno, ad eccezione dei greci, aveva mai corso su quella distanza. Blake, corridore dei 1500 m è in testa fino al 32° km, ma nonostante abbia cercato di farsi rinvigorire con l'alcool crolla, ed è costretto ad abbandonare. Al 37° km Flack è in testa, vacilla, viene soccorso ma in preda a delirio per la stanchezza aggredisce il suo soccorritore. Alla fine a vincere sarà il greco Spyridon Louis, seguito da un altro atleta ellenico, Vasilakos.
Sui 100 m. a vincere è lo statunitense Thomas Burke (già vincitore dei 400 m) in 12 secondi. Il tempo è misurato al quinto di secondo, ed il giudice di gara è uno solo. La mancanza di immagini o di riprese televisive ha dato vita al primo ex-aequo: si divisero la terza piazza l'ungherese Szokol e lo statunitense Lane.
Per molti anni si è ritenuto che non ci fosse stato alcun partecipante italiano alle prime Olimpiadi. Ricerche successive invece dimostrano che un difensore dei colori azzurri ci fu: Giuseppe Rivabella, nella gara di tiro con il fucile da 200 metri. La sua partecipazione venne riportata da un giornale greco, Akropolis, dal giornalista Vladis Gavrilidis e viene offerta come dato certo dal vincitore 2007 del ISOH Vikelas Plaque Thanassis Tarassouleas. Rivabella era un ingegnere, nato ad Alessandria, emigrato in Grecia già da diversi anni quando ad Atene si svolgono i Giochi. La sua prova, e quindi la prima apparizione di un italiano ai Giochi Olimpici, è datata 8 Aprile.

lunedì 5 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 aprile.
Il 5 aprile la Chiesa ricorda San Vincenzo Ferrer, morto il 5 aprile 1419.
San Vincenzo Ferrer è giustamente considerato come uno dei più grandi predicatori di tutti i tempi. Nacque a Valencia (Spagna) nel 1350 da una famiglia borghese. Uno dei suoi fratelli, Bonifacio, divenne più tardi Priore della Grande Certosa. Egli stesso vestì l'abito religioso nel convento domenicano della sua città natale (1367). I primi suoi biografi ci dicono che nell'anno di probazione egli fu "di una umiltà senza finzione, di un'orazione senza tiepidezza, di un'assiduità senza noia, di un'affabilità senza ombre". In vari conventi dell'Ordine, ma specialmente nello studio di Tolosa (Francia) ricevette una solida formazione intellettuale. Dovette apparire d'ingegno non comune se fu incaricato, appena ventenne, d'insegnare logica a Lérida (Spagna).
Il santo giovane fu consacrato sacerdote nell'anno in cui scoppiò il grande Scisma d'Occidente. A Gregorio XI (+1378), dopo un anno che era ritornato da Avignone a Roma, era succeduto Urbano VI, uomo di pietà e di zelo, ma di carattere aspro e violento. I cardinali francesi, atterriti, si erano radunati in conclave a Fondi, sotto la protezione di Giovanna I D'Angiò, regina di Napoli, e avevano eletto antipapa Clemente VII, il quale fu riconosciuto dalla Francia, Spagna, Savoia, Lorena e Scozia. Siccome in Italia il popolo ubbidiva a Urbano VI, egli dovette fuggire ad Avignone dopo aver invano tentato di conquistare la Città Eterna. In quel tempo il Ferrer trascorse la giovinezza e i primi anni della maturità nella predicazione, nella cura degli orfani e delle donne cadute. Fu anche scelto come lettore di teologia nella cattedrale di Valencia (1383-89). Non gli fu perciò difficile estendere le sue relazioni sociali ed entrare nell'intimità della famiglia reale aragonese che seguì nell'adesione al papa di Avignone.
Scrisse persino un Trattato sullo scisma moderno nel quale, in buona fede e nella confusione generale, negò la legittimità del papa romano a motivo delle intimidazioni perpetrate dal popolo che aveva gridato intorno al palazzo del conclave: "Romano lo volemo, o almanco italiano". L'aragonese Pietro de Luna, succeduto a Clemente VII nel 1394 col nome di Benedetto XIII, lo chiamò quindi presso di sé in qualità di cappellano e consigliere privato. Il nuovo papa in conclave aveva promesso che, se fosse stato necessario, per l'unità della Chiesa avrebbe deposto il papato "come svestiva la tonaca ogni sera". Invece, bellicoso e ostinato com'era, una volta eletto non ne volle più sapere, tanto che Carlo VI, re di Francia, gli sottrasse momentaneamente l'ubbidienza. Il Ferreri stesso attraversò una crisi di coscienza molto viva e rapida. Per estinguere lo scisma egli aveva predicato, pregato e macerato talmente il suo corpo da cadere malato. Il Signore gli apparve, lo consolò, lo risanò e gli raccomandò di percorrere le nazioni della terra annunciando il giudizio universale. Benedetto XIII, persuaso che le solenni missioni tenute un po' dovunque da quel suo dignitario avrebbero giovato alla sua causa, gli conferì i poteri di legato a latere Christi (1399).
Per una decina d'anni Vincenzo percorse il Delfinato, la Savoia, la Svizzera e il Piemonte e convertì intere vallate di Valdesi, costituenti il più antico nucleo di "evangelici" mantenutosi in vita fin da tre secoli prima della Riforma. Verso il 1410 il santo passò in Spagna. Da questo momento i suoi spostamenti assunsero l'importanza di una perpetua manifestazione europea. Ovunque le popolazioni accorsero in massa davanti al suo pulpito eretto sulle piazze essendo le chiese incapaci di contenerle tutte. Il predicatore itinerante vi giungeva a dorso di una mula, circondato da alcuni confratelli e dalla turba ognor crescente dei suoi discepoli. Allorché il corteo penetrava in città, essi cominciavano a martellare senza pietà i loro dorsi nudi a colpi di flagelli. Il predicatore preparava egli stesso i canti che dovevano accompagnare quel gesto di penitenza, vigilava perché non sorgessero scandali e poi procedeva alla rigenerazione della città con la liquidazione delle bische, la soppressione della mala vita, la pacificazione delle famiglie, la conversione di quanti vivevano ai margini del cristianesimo. Per ottenere più facilmente il ravvedimento dei peccatori più ostinati fece oggetto della sua predicazione la fine del mondo e il giudizio universale.
Allora si era indotti a vedere il compimento dei segni precursori della parusia nelle tristi conseguenze della peste nera (1348-49) che aveva portato via un terzo degli europei; dello Scisma d'Occidente, che aveva diviso in due la Cristianità; della guerra dei Cent'anni, scatenata da Edoardo III, re d'Inghilterra, bramoso di rivendicare a sé la corona di Francia (1337-1453); delle lotte che facevano i cristiani tra di loro e contro i turchi per impedire la caduta di Costantinopoli. La predicazione apocalittica del Ferrer gli valse il titolo di "angelo del giudizio". Essa fu comprovata da strepitosi miracoli, come si deduce dai processi di canonizzazione. Nella cattedrale di Salamanca l'uditorio, sconvolto dall'audace ardore della sua predicazione, gli domandò un giorno: "A buon conto, che prodigi precederanno il giudizio finale? Rassicurateci una volta per sempre al riguardo". "Mia buona gente, rispose il figlio di S. Domenico, che segno migliore posso io darvi dell'ultimo giudizio che la misericordia di Dio? Essa ha operato finora mediante questo peccatore che vi sta dinanzi più di 3.000 miracoli".
Per vent'anni enormi masse semianalfabete dell'Europa sud-occidentale accorsero a sentirlo parlare di Dio. Benché ovunque egli si esprimesse in catalano-valenzano, lo comprendevano nella propria lingua, lo gustavano e lo seguivano. Anche i più lontani dal suo pulpito sentivano distintamente la sua voce come i più vicini. Nella mente degli uditori sorgevano dei dubbi? Il santo glieli scioglieva immediatamente. Qualcuno li scriveva su pezzetti di carta che abbandonava ai piedi del pulpito? Il giorno dopo il santo aveva la risposta pronta per ciascuno di essi benché non li avesse ancora letti.
Alla fine del mondo giudei e infedeli, secondo una costante tradizione cristiana, si convertiranno. È del tutto naturale perciò che il Ferrer, credendo possibile la prossimità del giudizio universale, si sia applicato con zelo particolare alla conversione dei giudei e dei mori così numerosi nelle città spagnole. Nei suoi sermoni vi sono frequenti allusioni ad essi. Egli suggeriva di condurli alla fede soprattutto con il buon esempio. Una grande persecuzione era stata scatenata contro i giudei nel 1391, odiati per la loro sfrenata sete di guadagno, in tutta la Spagna. In molti casi fu lasciata loro soltanto la scelta tra la morte e il battesimo. Fra questi nuovi cristiani chiamati "marranos" pochissime furono le conversioni sincere e complete. Nella sua predicazione tra il 1410 e il 1414 S.Vincenzo Ferrer ottenne tra loro numerosi conversioni con la sua vita penitente e il dono dei miracoli. Ma oltre che per la conversione di mori ed ebrei il santo operò per la pacificazione politica del suo paese. A Caspe (1412) nove giudici delegati dalle popolazioni elessero re di Catalogna-Aragona, come successore di Martino l'Umano, morto senza eredi, Ferdinando d' Antequera, delfino di Castiglia, contro il diritto di Giacomo, conte di Urgel. Il membro più influente di quel compromesso fu il Ferrer il quale così preparava l'unità della Spagna, costituita ancora da un complesso di stati, di feudi e di paesi protetti gli uni contro gli altri dai loro statuti, dalle loro libertà locali.
Molto importante dovette essere pure l'azione svolta dal santo per estinguere lo Scisma d'Occidente se i catalani lo biasimarono per aver causato la caduta di Benedetto XIII. Questi era stato eletto a condizione che contribuisse all'estinzione della divisione. Rifiutandovisi ostinatamente, anche per il Ferrer si fece strada l'idea che un concilio fosse per quell'occasione l'unico mezzo adatto ad eleggere un papa legittimo all'infuori del concorso dei cardinali. Dopo tante discussioni molti cardinali delle due ubbidienze avevano indetto a Pisa un concilio (1409), avevano deposto il papa di Roma e di Avignone ed eletto l'arcivescovo di Milano, Pietro Filargo, col nome di Alessandro V. Siccome però un papa legittimo non poteva essere deposto nemmeno da un concilio, fu riconosciuto soltanto da una piccola frazione della cristianità. Ne risultò così che i papi contemporanei erano tre. Per riparare alla confusione generale l'imperatore Sigismondo di Lussemburgo (11437) ottenne con abilità che fosse convocato un nuovo concilio a Costanza (Svizzera) nel 1414, che fu il 16° ecumenico. GregorioXIl, il papa romano, abdicò, gli altri due e cioè l'avignonese e il pisano, furono deposti.
Nell'estate del 1415 Sigismondo si diresse con splendido corteo e coi documenti comprovanti la rinuncia del papa romano a Perpignano per tentare di ridurre a più miti consigli Benedetto XIII con l'ausilio del suo antico confessore, S. Vincenzo Ferrer, che in quel tempo stava evangelizzando la Francia sud-orientale. Quando si accorse che si voleva assolutamente la sua rinuncia, egli fuggì nell'imprendibile bicocca di Peniscola, sul mare di Valencia, dove resistette a molti assalti, convinto che tutta la Chiesa fosse con lui come tutta l'umanità nell'arca di Noè. Nonostante avesse minacciato la scomunica contro quei principi che si fossero sottratti alla sua ubbidienza, a Narbona il re d'Aragona, di Castiglia e Navarra, lo abbandonarono al suo destino (30-1-1416), spronati da S. Vincenzo. Giovanni Gersone, principale artefice della composizione dello scisma, gli scrisse riconoscente da Costanza: "Senza di voi un simile accordo non si sarebbe mai fatto. Grazie a questa grande opera che è la vostra, noi tutti speriamo di giungere al bene tanto desiderato della pace".
Il santo al concilio non comparve perché riprese la sua predicazione. A Besancon s'incontrò con S. Coletta (+1447), che per incarico di Benedetto XIII aveva riformato molti conventi di Urbaniste e con lei s'intrattenne sulle necessità della Chiesa. Suo compito fu quello di percorrere la Francia per alleviare i mali fisici e morali derivanti dallo scisma e dalla guerra dei Cent'anni, nonché di ristabilire la perfetta osservanza nei conventi domenicani. Il compendio dei suoi insegnamenti ai religiosi è contenuto nel Trattato sulla vita spirituale. Raggiunse pure i principali feudatari del re di Francia, comparve alle corti di Borgogna e di Bretagna e predicò davanti a Enrico V, re di Inghilterra, e ai suoi soldati a Caen (Normandia) meravigliandoli col dono delle lingue. Carlo VI, dopo la sconfitta francese di Azincourt (1415), lo aveva nominato suo erede e successore.
Era stabilito che il Ferrer finisse i suoi giorni a Vannes (Bretagna), anziché a Valencia, in seguito ad una specie di rapido invecchiamento causato dalla durezza della sua vita itinerante. A forza d'insistere, chi ne ebbe cura riuscì a fargli svestire il cilicio, accettare un materasso e qualche pozione fortificante. Morì il 5-4-1419. Fu sepolto nella cattedrale di Vannes e canonizzato nel 1458 da Pio II. La curia romana ritenne come autentici 873 miracoli ottenuti per sua intercessione.

domenica 4 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 2000 muore a New York Tommaso Buscetta, detto Don Masino.
Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928 ad Agrigento, in un quartiere popolare, da una modesta famiglia del posto. La madre è una semplice casalinga mentre il padre fa il vetraio.
Ragazzo sveglio e dalla pronta intelligenza, brucia le tappe di una vita intensa sposandosi molto presto, a soli sedici anni, anche se nella Sicilia di allora i matrimoni fra giovanissimi non erano così infrequenti.
Ad ogni modo il matrimonio procura delle precise responsabilità a Tommaso, fra tutte quella di assicurare il pane alla sua giovane sposa. Si tenga presenta che nella Sicilia profonda degli anni '30 non era concepibile che una donna svolgesse un qualunque lavoro....
Buscetta, quindi, per campare intraprende attività legate al mercato nero; in particolare, smercia clandestinamente tessere per il razionamento della farina: è il 1944, la guerra sfianca i civili e devasta le città, non esclusa Palermo, soffocata sotto un cumulo di macerie, quelle del bombardamento dell'anno prima.
Malgrado questo quadro apparentemente poco felice, l'anno dopo i Buscetta mettono al mondo una bambina, Felicia, mentre due anni dopo arriva anche Benedetto. Con i due figli, crescono anche le esigenze economiche. A Palermo, però, di lavoro regolare proprio non se ne trova; si fa avanti allora lo spettro dell'unica soluzione possibile, anche se dolorosa: l'immigrazione. Cosa che puntualmente, come per tantissimi italiani degli anni '40, si verifica. Saputo che in Argentina c'è buona possibilità di sistemazione per gli italiani, don Masino si imbarca dunque a Napoli per poi sbarcare a Buenos Aires, dove si inventa un lavoro originale sulle orma dell'antica professione paterna: apre una vetreria nella capitale sudamericana. L'attività non fa certo affari d'oro. Deluso, nel '57 fa ritorno nella "sua" Palermo, deciso a ritentare nuovamente la strada della ricchezza e del successo con...altri mezzi.
In effetti, Palermo in quel periodo stava cambiando non poco, usufruendo anch'essa, seppure in maniere limitata, del Boom economico di cui stava beneficiando l'Italia, grazie allo sforzo di milioni di lavoratori intelligenti e capaci. Una febbre di rinascita sembra avere sanamente attanagliato la città siciliana: dovunque si costruiscono nuove opere, si demoliscono antichi palazzi per farne sorgere di nuovi e insomma dappertutto ferve una grande voglia di riscatto, di ricostruzione e di benessere.
Purtroppo, la mafia aveva già steso i suoi lunghi tentacoli su gran parte delle attività allora avviate, soprattutto sui numerosi palazzi in cemento armato, il nuovo materiale per le costruzioni di massa e popolari, che spuntavano come funghi qua e là. Don Masino intravede soldi facili in quel mercato e si inserisce nelle attività controllate da La Barbera, boss di Palermo centro. Inizialmente Don Masino è affidato alla "divisione tabacchi", con funzioni di contrabbando e simili ma poi si farà strada con incarichi più importanti. Per ciò che riguarda le gerarchie, La Barbera controllava la città mentre alla sommità della cupola mafiosa, invece, vi era Salvatore Greco detto Cicchiteddu, il boss dei boss.
Nel 1961 esplode la prima guerra di mafia, la quale vede pesantemente coinvolte le famiglie che si spartiscono il territorio palermitano. La situazione, in mezzo a vari morti ammazzati, si fa rischiosa anche per Don Masino che, saggiamente, decide di sparire per un bel po'. La latitanza di Buscetta, a conti fatti, si protrarrà per ben dieci anni, ossia dal 1962 fino al 2 novembre del 1972. Nel lungo lasso di tempo si sposta in continuazione fino ad arrivare, nei primi anni '70, a Rio De Janeiro. In questa situazione precaria e infernale, anche la vita familiare non poteva che essere rivoluzionata. Infatti cambia per due volte moglie fino a costruire due altre famiglie. Con la seconda moglie, Vera Girotti, condivide un'esistenza scapestrata e pericolosa, sempre sul filo dell'agguato e dell'arresto. Con lei, alla fine del 1964 fugge in Messico per poi approdare a New York, importando per vie illegali anche i figli di primo letto.
Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena la sposa civilmente. Nel 1968, sempre nel tentativo di sfuggire alla giustizia, indossa i nuovi panni di Paulo Roberto Felici. Con questa nuova identità sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. La differenza di età è notevole. Buscetta è un mafioso quarantenne mentre lei è solo una ragazza di ventuno anni, ma le differenze non spaventano Don Masino. La latitanza, fra mille difficoltà, continua.
Finalmente, il 2 novembre del 1972, la polizia brasiliana riesce a mettere le manette ai polsi all'imprendibile mafioso, accusandolo di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa ma lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Nel dicembre del 1972 si apre per lui la porta di una cella del terzo braccio del carcere dell'Ucciardone. In carcere rimane sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello.
In carcere Don Masino cerca di non perdere la calma interiore e la forma fisica. Insomma, cerca di non farsi travolgere dagli eventi. Il suo regime di vita è esemplare: si sveglia molto presto e dedica un'ora o più, agli esercizi fisici. Il fatto è che, pur restando in carcere, la mafia lo aiutava a mantenere una vita più che dignitosa. Colazione, pranzo e cena erano direttamente fornite dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo...
Ad ogni buon conto, gli anni che Buscetta trascorre all'Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sul piano personale, invece, sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano.
Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L'assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna quindi in clandestinità. È l'8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay, porto franco per avventurieri di mezzo mondo. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Condotto al più vicino commissariato don Masino propone: "Sono ricco, posso darvi tutti i soldi che vorrete, a patto che mi lasciate andare".
Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta durante lo storico colloquio non ammette nulla ma, proprio quando i magistrati si stavano allontanando, lancia un segnale: "Spero potremo rivederci presto". Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione.
Durante il tragitto verso l'Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d'ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l'aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Con il giudice scatta un'intesa profonda, un senso di fiducia che sfocerà in un rapporto del tutto particolare. Non è esagerato affermare che fra i due vi fosse stima reciproca (sicuramente da parte di Buscetta). E' la base fondamentale per le prime rivelazioni di Don Masino, che presto diventeranno come un fiume in piena. E', di fatto, il primo "pentito" della storia, un ruolo che si assume con grande coraggio e una scelta che pagherà a caro prezzo (praticamente, con gli anni, la famiglia Buscetta è stata sterminata per ritorsione dalla mafia).
Nelle intense sedute con Falcone, Buscetta svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Nel 1992, quando viene assassinato il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana Salvo Lima dirà che "era uomo d'onore". In seguito, le sue dichiarazione hanno puntato sempre più in alto, fino ad indicare in Giulio Andreotti il riferimento più importante, a livello istituzionale, di Cosa nostra nella politica.
Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per sè e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.
Il 4 aprile del 2000, all'età di 72 anni e ormai irriconoscibile per via delle numerose plastiche facciali affrontate allo scopo di sfuggire ai killer della mafia, Don Masino è deceduto a New York per un male incurabile.

sabato 3 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 aprile.
Il 3 aprile 1882 viene ucciso Jesse James, il famoso fuorilegge americano.
Jesse James nacque il 5 settembre 1847 da Robert Sallee James e Zerelda Cole.
Suo padre, Robert - un coltivatore di canapa e pastore battista, migrato nel Missouri dopo il matrimonio con Zerelda Cole - morì, dopo aver intrapreso un viaggio in California, per esercitare il suo ministero fra i cercatori d'oro, quando Jesse aveva soltanto tre anni. Dopo la morte del marito Robert, Zerelda si risposò, una prima volta con Benjamin Simms, quindi con un medico di nome Reuben Samuel. Dopo il loro matrimonio nel 1855, Samuel si trasferì nella casa di James.
Jesse James aveva due fratelli: il fratello maggiore, Alexander Franklin "Frank" e una sorella minore, Susan James Lavenia.
Il conflitto tra Nord e Sud rovina l' azienda della madre, e Frank, il fratello maggiore, si dà alla guerriglia. Nel 1863, dopo una serie d' incursioni in territorio nemico, Frank ritorna a casa. Un battaglione nordista lo scopre, e Frank riesce a fuggire. Ma Jesse, che ha quindici anni, viene pestato a sangue, e la tenuta è distrutta. Da quell' istante, i due fratelli non si guardano più indietro. Frank ha già preso parte allo sterminio di 200 uomini e adolescenti a Lawrence nel Kansas. Adesso Jesse si unisce a lui nell' assalto a un treno a Centralia, al seguito del comandante Bill Anderson, un killer detto «il sanguinario». A bordo vi sono ventitrè soldati nordisti in licenza e disarmati: Anderson li uccide e ne scotenna alcuni. Nel quinquennio successivo, mentre la amministrazione repubblicana, che ha scalzato i democratici sudisti, affronta la guerriglia, i fratelli James formano la loro banda, coinvolgendosi negli atroci regolamenti di conti che dilaniano il Missouri e il Kansas. E nel 1866 compiono la loro prima rapina in banca. Neppure il leggendario Robert Pinkerton, il capo della più temuta polizia privata degli Stati Uniti, è capace di catturare i fratelli James. Ci prova, e perde due agenti: «Odio Jesse - scrive Pinkerton -. Non teme la morte e uccide a sangue freddo. E' più che un bandito, è un rivoluzionario». Il nemico di Jesse James è il governo federale, che a suo parere privilegia gli ex schiavi e smantella le istituzioni, e contro cui il bandito ricorre al terrorismo: in una rapina, la sua banda indossa i cappucci del Ku Klux Klan; in un' altra, inneggia a un ricercato, il leader sudista Sam Hildebrand. Jesse ha l'appoggio di un potente editore di giornali, John Edwards, che nel 1872 gli dedica un inserto di ben venti pagine sul St. Louis dispatch e che conferisce una dimensione eroica alle sue imprese; e ha un largo seguito nella fascia più retriva della popolazione del Missouri. Lo agevola la vergognosa condotta delle banche e delle ferrovie, che intimidiscono e sfruttano il pubblico. Jesse si sente una forza politica: alle elezioni del '72 si batte per il candidato democratico alla presidenza Horace Greeley, e scrive una lettera contro quello repubblicano, il generale Ulisse Grant, il vincitore della guerra civile. Nel 1875 l'odio spinge Jesse a Northfield nel Minnesota. Il generale nordista Adelbert Ames ha messo tutti i soldi, 75 mila dollari, nella locale First national bank, e il bandito vuole rovinarlo. La rapina fallisce, Ames è tra i militari che circondano la banca: con l'eccezione di Jesse e Frank James che riescono a fuggire, l'intera gang viene catturata o uccisa. Sono passati dieci anni dalla fine della guerra civile, ed è un'amara lezione: i due fratelli smetteranno per qualche tempo. Riprenderanno saltuariamente nel 1880, e Jesse pagherà con la vita: il 3 aprile 1882 dopo aver mangiato a casa di Jesse James, Robert Ford, neo-membro della sua banda e il fratello Charlie Ford, ormai entrato nelle grazie di Jesse, entrano nella camera da letto del bandito. Era una mattina molto afosa e Jesse si tolse il cinturone con i due revolver e li gettò sul letto coprendoli con il cappotto, lo fece perché le finestre e le porte erano aperte per il caldo e non voleva che la gente che passava per strada si insospettisse troppo vedendolo armato anche in casa. Jesse dopo essersi accorto che un quadro appeso al muro di casa sua era storto, salì su una sedia per raddrizzarlo. I due fratelli che erano alle sue spalle ne approfittarono, dato che quella era l'unica occasione per poterlo uccidere (infatti più tardi ammisero che se avessero voluto catturarlo vivo o ucciderlo mentre era armato sarebbe stato come gettarsi in faccia alla morte). Così i fratelli estrassero i revolver, li puntarono alle sue spalle ma solo Robert Ford gli sparò, uccidendolo, un colpo diretto alla nuca, con una Colt 45, placcata in argento, con manico in madreperla regalatagli dallo stesso Jesse. Lo fecero per 20 mila dollari, la taglia messa sulla sua testa dalle ferrovie e dalle banche. Frank verrà processato, ma se la caverà con una lievissima condanna e con la grazia.

venerdì 2 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Il 2 aprile 1989 Yasser Arafat viene proclamato presidente della Palestina.
Esiste una disputa sul giorno e sul luogo di nascita di Yasser Arafat, il quale affermava di essere nato il 4 agosto 1929 a Gerusalemme, mentre il certificato di nascita ufficiale afferma che sia nato in Egitto, a Il Cairo, il 24 agosto 1929.
Arafat nasce in una importante famiglia originaria di Gerusalemme, gli Husseini.
Il suo vero e completo nome è Mohammed Abd al-Rahman Abd al-Raouf Arafat ma è stato anche conosciuto con un altro appellativo, quello usato in guerra, ossia Abu Ammar. Il padre era un commerciante di successo, la madre muore quando lui ha solo quattro anni. Trascorre l'infanzia al Cairo, poi a Gerusalemme presso uno zio. Entra da subito nelle fazioni in lotta contro la costituzione dello Stato israeliano. Diciannovenne, prende parte attiva alla lotta palestinese.
Intanto studia ingegneria civile all'università del Cairo dove, nel 1952, si unisce alla Fratellanza musulmana e alla Lega degli studenti palestinesi di cui diviene anche il presidente. Consegue il diploma di laurea nel 1956. Allo scoppio della guerra per il controllo del canale di Suez è sottotenente dell'esercito egiziano.
Ormai facente parte del gruppo di leader del nascente movimento palestinese è un personaggio scomodo, ricercato dalle autorità israeliane. Per evitare l'arresto abbandona l'Egitto per il Kuwait dove nel 1959 fonda, con altri importanti componenti delle fazioni ribelli, "al-Fatah". L'organizzazione riesce a convogliare nelle sue fila centinaia di giovani palestinesi e a creare un movimento consistente ed incisivo.
Dopo la sconfitta nella guerra araba contro Israele nel 1967, al-Fatah converge nell'OLP, "l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina": nel febbraio 1969 Yasser Arafat diventa presidente del Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale della Palestina.
Con il suo carisma e la sua abilità politica Arafat indirizza l'OLP verso la causa palestinese allontanandola dai disegni panarabi. Allo stesso tempo la crescita del suo ruolo politico corrisponde a maggiori responsabilità militari: nel 1973 diventa Comandante in capo dei gruppi armati palestinesi.
Nel luglio 1974 Arafat decide una svolta importante dell'OLP, rivendicando per il popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese; a novembre, in uno storico discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite, Arafat chiede una soluzione pacifica, politica, per la Palestina, ammettendo implicitamente l'esistenza di Israele.
Nel 1983, nel pieno svolgimento della guerra civile libanese, sposta il quartier gnerale dell'OLP da Beirut a Tunisi e, nel novembre di cinque anni più tardi, proclama lo Stato indipendente di Palestina. Chiede inoltre il riconoscimento delle risoluzioni ONU e chiede di aprire un negoziato con Israele.
Nell'aprile 1989 è eletto dal Parlamento palestinese primo Presidente dello Stato che non c'è, lo Stato di Palestina.
E' un periodo rovente, che vede l'esplosione delle sue tensioni sotterranee nella Guerra del Golfo, scatenata nel 1990 dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein, reo di aver proditoriamente invaso il vicino Kuwait.
Arafat stranamente - forse accecato dall'odio nei confronti dell'Occidente e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti - si schiera proprio con Saddam. Una "scelta di campo" che gli costerà cara e di cui lo stesso Arafat avrà di cui pentirsi, soprattutto alla luce degli avvenimenti legati all'attentato alle Torri Gemelle dell'11 Settembre 2001.
La mossa attira su di lui sospetti consistenti di avere le mani in pasta nelle frange terroristiche che pullulano in Medio Oriente. Da qui l'incrinarsi della sua credibilità come controparte sul piano delle trattative con Israele.
Ad ogni modo, piaccia o non piaccia, Arafat è sempre rimasto l'unico interlocutore attendibile, a causa di un fatto molto semplice: è stata l'unica personalità che per anni i palestinesi hanno riconosciuto come loro portavoce (escludendo le solite frange estremiste). Pur essendo accusato da più parti di essere fomentatore del terrorismo e della linea integralista, per altri Arafat è sempre stato invece sinceramente dalla parte della pace.
I negoziati fra Israele e palestinesi condotti da lui, d'altronde, hanno avuto una storia travagliata, mai conclusa.
Un primo tentativo si fece con la conferenza per la pace in Medio Oriente a Madrid, poi con trattative segrete portate avanti dal 1992, fino agli accordi di Oslo del 1993.
Nel dicembre dello stesso anno per Arafat arriva un importante riconoscimento dell'Europa: il leader palestinese è ricevuto come capo di Stato dal Parlamento europeo, al quale chiede che l'Unione diventi parte in causa del processo di pace. Un anno più tardi, nel dicembre 1994, riceve il Nobel per la pace ex aequo con importanti esponenti dello Stato israeliano, Yitzhak Rabin e Shimon Peres. Nel frattempo il leader palestinese si trasferisce a Gaza, dove guida l'Autorità Nazionale Palestinese (Anp).
La sua eventuale successione, all'interno di un quadro che vede le istituzioni dell'Anp assai fragili e poco consolidate, delinea potenzialmente scenari da guerra civile palestinese che rischiano di alimentare ancora di più il terrorismo internazionale.
In questa realtà, gruppi fondamentalisti e fautori del terrorismo più sanguinario come quelli di "Hamas" suppliscono all'assenza di uno Stato con attività di proselitismo, ma anche di assistenza, istruzione islamica e solidarietà fra famiglie.
E' grazie a questa rete di supporto e di guida che Hamas riesce a condizionare i suoi adepti fino a portarli al sacrificio di se stessi nelle famigerate azioni suicide.
Sul piano della sicurezza dunque, sostiene lo stesso Arafat, non è possibile poter controllare tutte le frange di terroristi con un poliziotto ogni cinquanta palestinesi, in questo trovando supporto e consensi anche in parte dell'opinione pubblica israeliana.
Alla fine di ottobre 2004 Arafat viene trasferito urgentemente a Parigi, in terapia intensiva, per curare il male che lo ha colpito. Nei giorni che hanno seguito il suo ricovero sono continuamente susseguite voci e smentite di una sua probabile leucemia, di sue varie perdite di conoscenza e su un coma irreversibile.
La sua morte è stata annunciata dalla tv israeliana nel pomeriggio del 4 novembre, ma subito è nato un giallo perchè il portavoce dell'ospedale dove Arafat era ricoverato smentiva. In serata è stata ufficializzata dai medici la sua morte cerebrale.
Dopo un frenetico susseguirsi di voci sulle sue condizioni nei giorni successivi, Yasser Arafat è morto alle 3:30 del giorno 11 novembre.


giovedì 1 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo aprile, giornata tradizionalmente legata agli scherzi.
Le origini del Pesce d'aprile, ricorrenza che si tramanda da secoli in molti paesi del mondo, sono incerte e sono numerose le ipotesi.
Non si conosce esattamente il periodo in cui ebbe inizio, né per opera di chi. Gli studiosi di tradizioni popolari forniscono diverse versioni - basate più su congetture teoriche che su dati antropologicamente provati - che avvolgono la nascita di questa tradizione in un alone di mistero.
Si dice, per esempio, che il primo Pesce d'aprile sia stato ordito in Egitto, intorno al 40 a.C., addirittura da Cleopatra, quando sfidò l'amante Marco Antonio a una gara di pesca. Lui tentò di fare il furbo, incaricando un servo di attaccare all'amo una grossa preda che lo avrebbe fatto vincere. Ma Cleopatra, scoperto il piano, diede ordine di far abboccare un grosso finto pesce in pelle di coccodrillo.
L’ipotesi più accreditata negli ambienti accademici fa risalire l’origine del pesce d’aprile ad un periodo antecedente al 154 A.C., quando il primo di aprile segnava l’inizio dell’anno. Più tardi, la Chiesa soppresse la festa stabilendo l’inizio dell’anno il primo di gennaio. La vecchia tradizione continuò comunque a sopravvivere tra i pagani che per questo venivano derisi e scherniti.
Più in generale vi è chi sostiene che l'usanza derivi semplicemente dalle prime pesche primaverili, agli inizi di aprile appunto, quando era frequente che i pescatori ancora non trovassero pesci sui fondali e, tornando in porto a mani vuote, suscitassero l'ilarità dei compaesani.
Una diversa teoria si rifà invece alla riforma gregoriana del calendario. Fino al 1582, infatti, il Capodanno veniva festeggiato tra il 25 marzo e il primo aprile. A seguito della riforma da parte di Gregorio XIII,  il capodanno fu spostato al primo gennaio. Non tutti però si abituarono subito al cambiamento e questi vennero chiamati gli "sciocchi d'aprile".Un’altra ipotesi, abbastanza diffusa, si rifà invece al rito pagano, legato all’antico calendario giuliano, quando il primo di aprile segnava l’inizio del solstizio di primavera. Terminato l’inverno, l’avvento della stagione primaverile segnava il rinnovamento della terra e della vita. In questa occasione, tra il 25 di marzo e il primo di aprile, si usava propiziare gli dèi offrendo doni e facendo sacrifici in loro onore. La festa era anche occasione per esprimersi in massima libertà con lazzi, burle e buffonerie.
Quali che siano le origini di questa tradizione burlesca, indubbio è il fatto che ogni anno si assiste a una vera e propria gara alla ricerca dello scherzo più fantasioso e meglio riuscito.
Sono state tantissime le clamorose beffe giocate nell’arco della storia nel fatidico primo giorno del mese d’aprile. Scherzi a volte di dimensione e architetture strabilianti. Di seguito vogliamo ricordare alcuni fra gli scherzi più celebri della storia, alcuni dei quali sono riusciti ad andare al di la della mera burla per rimanere significativa traccia della memoria.
La bravata più antica di cui si ha notizia è quella del maestro Buoncompagno da Firenze. Sul finire del XIII secolo questo simpatico personaggio fa sapere al popolo bolognese che il 1 aprile avrebbe sorvolato la città usando un congegno di sua invenzione. Tra la popolazione la curiosità è tanta e tutti, nel giorno stabilito, si recano al Monte di Santa Maria per assistere allo strepitoso spettacolo. Puntuale, Buoncompagno si presenta all’appuntamento con un paio di enormi ali ma… un improvviso vento sfavorevole impedisce il volo! Quella che doveva essere una simulazione del volo d’uccello in realtà era un goliardico pesce d’aprile.
Nel marzo 1878 la Gazzetta d’Italia annuncia un’altra strana notizia. Il 1 aprile, nel parco delle Cascine, i fiorentini avrebbero potuto assistere alla cremazione di un mahrajà indiano. La curiosità per una cerimonia del tutto sconosciuta in quell’epoca attira una grande folla. Inizia l’attesa, passano le ore ma non arriva nessun carro funebre con la salma dell’indiano da cremare. Poi, all’improvviso, tra i cespugli, si fa strada un gruppo di ragazzi che gridano: "Pesci d’Arno fritti!". Fortunato l’indiano, che non era morto, e beffati i fiorentini che, come raccontano le cronache dell’epoca, si allontanano ammutoliti... facendo gli indiani.
Lo scherzo più difficile, ma anche uno tra i più riusciti, è quello di Orson Welles. Per il 1 aprile 1938 il celebre regista americano progetta uno speciale programma radiofonico. A causa di problemi tecnici, però, non è possibile mandarlo in onda. Ma Welles non si arrende e decide di riprovarci nel giorno della festa di Halloween, il 30 ottobre. La radio trasmette "La Guerra dei Mondi": radiocronaca dello sbarco dei marziani. Tra la popolazione è subito panico generalizzato. I centralini radiofonici delle stazioni di polizia e dei giornali vengono invasi da centinaia di telefonate: gli americani vogliono capire cosa stia succedendo. Qualcuno tira fuori la maschera antigas della prima guerra mondiale, tutti scappano terrorizzati nelle strade, prendendo d’assalto autobus e treni. C’è persino chi afferma di averli visti davvero quei marziani. La cronaca della radio, che già all’epoca era considerata - soprattutto tra le masse - un medium di massima fiducia, si trasformava in una realtà da incubo. L’indomani torna finalmente la calma, ma per le strade si contano danni per milioni di dollari. Il giorno prima non era stato il 1 aprile, ma ugualmente il programma di Orson Welles era stata una bella beffa per gli americani.
Nel 1955, a Monaco, i giornali danno la notizia che un giacimento di petrolio è stato scoperto nel sottosuolo cittadino. Gli abitanti sono pregati di munirsi di secchi per raccoglierne il più possibile.  Nel 1962 Radio Mosca comunica che è stato raggiunto un accordo per il disarmo totale e che tutti i missili sono stati buttati in un lago.
Firenze, 1967: un volantino dell'URFA, Ufficio recuperi felini abbandonati, annuncia che i gatti sono banditi da Firenze. Alcuni si sbarazzano degli animali gettandoli nell'Arno.
Ad Ascoli Piceno, nel 1969, un giornale pubblica che l'Ufficio delle Imposte ha deciso che si può detrarre dalla dichiarazione dei redditi il 45% delle multe pagate durante l'anno.
Qualcosa di simile, ma paradossalmente al contrario, accade in Francia nel 1967. Il primo aprile i giornali pubblicano che il governo ha deciso di cancellare tutte le multe per infrazioni al Codice stradale prese prima del 1966. Tutti credono a uno scherzo, invece la notizia è vera.
Nel 1970, in Italia, durante una trasmissione televisiva, viene annunciato il primo esperimento di trasmissione degli odori via etere. Molti telefonano affermando di aver sentito qualcosa.
Parigi, 1971: Una radio annuncia che la Cee ha stabilito la guida a sinistra in tutti i paesi membri.
La stampa del 1 aprile 2001: Su Marte sarebbero esistite forme complesse di vita biologica, giganteschi vermi che hanno lasciato le loro tracce sul terreno del pianeta. Lo ha comunicato il Jet Propellent Laboratory di Pasadena, dopo avere analizzato le foto inviate sulla terra dalla sonda spaziale Mars Global Explorer. Le immagini, diffuse dalla Nasa, mostrano le tracce lasciate dai vermi marziani: grandi tunnel a livello della superficie, del diametro di decine di metri, che presentano strane striature parallele, disposte con regolarità per tutta la loro lunghezza.
Nello stesso giorno la Repubblica da invece la notizia di un esperimento finlandese di telepatia. Secondo l'inesistente studioso Bass, della prestigiosa scuola di Lounasma del Politecnico di Helsinki, "la lettura telepatica del pensiero umano potrebbe diventare una realtà entro pochi anni".
1 aprile 1999: A Bari vengono distribuiti volantini pubblicitari della Campagna "Addotta una mignotta". Si promuoveva l'adozione di prostitute per fini sociali (dalle vetrine dei negozi "animate", alle colf per i condomini, ai doposcuola per i bambini). In fondo al volantino il numero di telefono della redazione della Gazzetta del Mezzogiorno. Decine le telefonate.

mercoledì 31 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1991 viene chiuso il Patto di Varsavia.
Il Patto di Varsavia o Trattato di Varsavia fu un'alleanza militare tra i paesi del Blocco Sovietico intesa a organizzarsi contro la presunta minaccia da parte dell'Alleanza Atlantica NATO, fondata nel 1949. Il trattato fu elaborato da Khrushchev nel 1955 e sottoscritto a Varsavia il 14 maggio dello stesso anno; i paesi membri erano: Unione Sovietica, Albania, Bulgaria, Romania, Germania Est, Ungheria, Polonia, e Cecoslovacchia. Ovvero tutti i paesi comunisti dell' Europa Orientale ad eccezione della Jugoslavia. I membri dell'alleanza promettevano di difendersi l'un l'altro in caso di aggressione. Il patto giunse a termine il 31 marzo 1991 e fu ufficialmente sciolto durante un incontro tenutosi a Praga il 1 luglio.
Il Patto di Varsavia era dominato dall'Unione Sovietica. Tentativi di abbandonare il patto da parte di altri membri furono schiacciati con la forza, ad esempio durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. L'Ungheria progettò di lasciare il patto e dichiararsi neutrale durante la guerra fredda, ma nell'ottobre 1956, l'Armata Rossa invase la nazione e eliminò la resistenza in due settimane.
Le forze del Patto di Varsavia furono utilizzate occasionalmente, come durante la Primavera di Praga del 1968, quando invasero la Cecoslovacchia per affossare le riforme democratiche che il governo stava implementando. Questo portò alla luce la politica sovietica che governava il patto. La Dottrina Brezhnev, che sentenziava "Quando forze ostili al socialismo cercano di deviare lo sviluppo dei paesi socialisti verso il capitalismo, questo diventa un problema, non solo della nazione interessata, ma un problema comune a tutti gli stati socialisti." Dopo l'invasione della Cecoslovacchia, l'Albania si ritirò formalmente dal patto, anche se aveva cessato di supportarlo fin dal 1962.
Le nazioni appartenenti alla NATO e al Patto di Varsavia non si affrontarono mai in un conflitto armato, ma combatterono la Guerra Fredda per più di 35 anni. Nel dicembre 1988, Mikhail Gorbachev, capo dell'Unione Sovietica, annunciò la cosidetta Dottrina Sinatra che sanciva l'abbandono della Dottrina Brezhnev e la libertà di scelta per le nazioni est-europee. Quando fu chiaro che l'Unione Sovietica non avrebbe usato la forza per controllare le nazioni del Patto di Varsavia, si avviarono una serie di rapidi cambiamenti politici. I nuovi governi dell'Europa orientale non erano più sostenitori del patto e nel gennaio 1991, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia annunciarono il loro ritiro entro il primo di luglio. La Bulgaria seguì in febbraio e fu evidente che il patto era definitivamente morto. L'Unione Sovietica riconobbe il fatto e il patto fu ufficialmente dissolto durante un incontro a Praga l'1 luglio 1991.
Il 12 marzo 1999 gli ex membri del Patto di Warsavia: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia si unirono alla NATO. La Romania è stata invitata a entrare nella NATO nel 2004.

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