Cerca nel web

giovedì 17 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1878 Giovanni Passannante attentò, senza riuscirvi, alla vita di re Umberto I di Savoia.
Giovanni Passannante nacque il 19 febbraio del 1849 a Salvia, oggi Savoia di Lucania (Pz).
Ultimo di dieci figli, fu anarchico e repubblicano; si avvicinò dapprima ai giornali e agli scritti Mazziniani poi, trasferitosi a Salerno per motivi di lavoro, abbracciò le idee repubblicane frequentando i circoli mazziniani. Questa sua partecipazione attiva gli costa un arresto, viene trattenuto per due mesi.
Ben presto passa da posizioni repubblicane a posizioni anarchiche. Trasferitosi a Napoli, dove trova impiego come cuoco, si rende protagonista dell’attentato al Re.
Era il 17 novembre e Umberto I, accompagnato dalla regina Margherita, dopo un viaggio attraverso diverse città meridionali, giungeva a Napoli. Percorrendo le vie partenopee con la sua carrozza, all’altezza del Largo della Carriera Grande, Passannante si avvicinò alla carrozza reale. Salito sul predellino estrasse da uno straccio rosso un coltellino, lungo non più di 4 dita, e vibrò un colpo. Il sovrano rimase leggermente ferito al braccio sinistro.
Benedetto Cairoli, presidente del consiglio che sedeva accanto al re, nel tentativo di proteggere il sovrano venne ferito alla gamba destra. L’attentatore fu colpito da una sciabolata al capo, arrestato in flagranza, interrogato e torturato.
Come conseguenza del gesto di Passannante tutta la sua famiglia fu arrestata il giorno seguente e fu condotta al manicomio criminale di Aversa.
Il consiglio comunale del paese di Passannante tramutò il nome da Salvia in Savoia di Lucania come gesto riparatore nei confronti della famiglia reale.
L'attentato sconvolse il regno intero e produsse opposti sentimenti da una parte, con cortei di protesta solidali nei confronti del Re, cui si contrapposero coloro che invece elogiarono l'attentatore. Il giorno successivo, a Firenze, venne lanciata una bomba contro un corteo monarchico: due uomini e una bambina restarono uccisi e una decina di persone furono ferite. Si attribuì la tragedia agli internazionalisti e vennero arrestati diversi esponenti del movimenti, che verranno poi scarcerati per mancanza di prove. Uno di loro, Cesare Batacchi, verrà graziato solo il 14 maggio 1900. Secondo alcuni, l'arresto di Batacchi e degli altri internazionalisti sarebbe stato una strumentalizzazione poliziesca per reprimere le associazioni avverse alla monarchia.
A Pisa, un'altra bomba venne esplosa durante una manifestazione a favore del re, ma non si registrarono vittime. Venne arrestato un tale Pietro Orsolini, che, nonostante diverse prove di innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887. La notte del 18 novembre venne assalita una caserma a Pesaro con un deposito di 5000 fucili: un internazionalista fu arrestato. Si registrarono sommosse in tutta la nazione e il governo, che temeva un complotto anarchico contro la corona, intervenne con un'opera di repressione. Vi furono scontri con le forze dell'ordine in città come Bologna, Genova, Pesaro e molte persone vennero arrestate al solo elogio verso l'attentatore o alla sola denigrazione nei confronti del re, come accadde a Torino, Città di Castello, Milano, Guglionesi, La Spezia e Bologna.
Il poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di aderenti ad ambienti socialisti a Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante. Subito dopo la lettura, Pascoli distrusse l'ode e di tale componimento si conosce solo il contenuto dei versi conclusivi, di cui è stata tramandata la parafrasi: «Con la berretta del cuoco, faremo una bandiera». Pascoli, in seguito, verrà arrestato per aver manifestato a favore degli anarchici che erano stati a loro volta tratti in arresto per i disordini generati dalla condanna di Passannante. Durante il loro processo, il poeta urlò: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!».
Pochi giorni dopo il tentato regicidio, in Parlamento la condanna dell'attentato fu unanime ma il governo Cairoli fu attaccato dalla destra e da una parte della sinistra, con l'accusa di incapacità nel tutelare l'ordine pubblico e di eccessiva tolleranza nei confronti delle associazioni internazionaliste e repubblicane. L'11 dicembre 1878, il ministro Guido Baccelli presentò una mozione di fiducia al governo, che fu respinta con 263 voti contrari, 189 favorevoli e 5 astenuti, costringendo Cairoli a rassegnare le dimissioni.
Il Passannante intanto fu rinchiuso in una cella angusta, priva di latrina, alta soltanto un metro e quaranta, posta sotto il livello del mare a Portoferraio, sull’isola d’Elba.
Visse di stenti in completo isolamento e solo dopo anni fu trasferito presso il manicomio criminale di Montelupo Fiorentino dove morì il 4 febbraio 1910.
Dopo la morte il cadavere, in ossequio alle teorie dell'antropologia criminale dell'epoca, miranti ad individuare supposte cause fisiche alla "devianza", fu sottoposto ad autopsia e decapitato. Non si sa ancora chi abbia dato l'autorizzazione. Mentre del suo corpo non si hanno più notizie, il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati nel manicomio di Montelupo Fiorentino per poi essere portati alla Scuola Superiore di Polizia associato al carcere giudiziario "Regina Coeli" di Roma.
Nel 1936 i suoi resti, assieme ai suoi blocchi di appunti, vennero trasferiti presso il Museo Criminologico dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma, ove il cervello, immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato. Nel 1982 il cervello fu oggetto di studi del prof. Alvaro Marchiori dell'Istituto di Medicina Legale dell'università romana "La Sapienza". Il cervello e il cranio rimasero ivi esposti sino al 2007.
La permanenza dei resti nel Museo causò proteste e interrogazioni dei parlamentari: tra questi Francesco Rutelli, che sollecitò la tumulazione delle spoglie dell'anarchico nel suo paese natio.  Del caso si occupò anche l'allora eurodeputato Gianni Pittella, che portò la questione alla Commissione e al Consiglio europeo chiedendo, in base alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE, di darne umana sepoltura. Il 23 febbraio 1999 il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per la traslazione dei resti di Passannante da Roma a Savoia di Lucania, che avvenne però solamente otto anni dopo. L'attore Ulderico Pesce diede vita a una raccolta di firme che contribuì a portare le spoglie rimanenti del defunto nella città natale. All'iniziativa aderirono numerosi personaggi dello spettacolo e della letteratura tra cui Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Oliviero Diliberto, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca e Giorgio Tirabassi.
 Il 7 gennaio 2012, la tomba di Passannante è stata profanata da ignoti: la lapide è stata presa a martellate e gravemente danneggiata. Nei giorni seguenti, Vittorio Emanuele di Savoia ha condannato l'atto vandalico.

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog