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lunedì 10 ottobre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 1892 nasce a Reggio Emilia Renato Dall'Ara, il "Presidentissimo", per trenta anni alla guida del Bologna Football Club, dal 1934 al 1964.
Dall'Ara, divenne ricco a miliardi con il suo celebre maglificio, che aprì una volta trasferitosi nel capoluogo Felsineo. Il successo imprenditoriale lo raggiunse mettendo in commercio una specie di giaccona a maglia, che Dall'Ara aveva visto indossare in una foto al generale Umberto Nobile (il famoso trasvolatore sul Polo Nord). La giacca a maglia venne lanciata sul mercato con il marchio "Norge" e fu un trionfo di incassi e di immagine personale; in breve divenne uno degli imprenditori più in vista della città. Dopo la caduta in digrazia presso il regime di Leandro Arpinati, serviva un nuovo uomo forte alla guida del Bologna. I gerarchi locali scelsero proprio lui, Renato Dall'Ara, 42 anni, sposato con la signora Nella e senza figli. Fu subito grande amore ma furono anche grandi trionfi. 5 scudetti, 1 Coppa Europa, il Trofeo dell'Expo di Parigi, 1 Mitropa. Un Presidente eccezionale. Non mancarono però i momenti bui e le contestazioni, soprattutto nel dopoguerra, quando la squadra stentava e i successi non arrivavano più. Ma nel momento in cui sentì la "minaccia" del petroliere Attilio Monti - che una larga maggioranza di tifoseria voleva presidente -, si sentì punto nell'orgoglio e cominciò la costruzione, anno dopo anno, della squadra che portò al Bologna il 7° e ultimo scudetto, giocando un calcio meraviglioso, paradisiaco. Purtroppo non poté godere assieme ai suoi ragazzi e alla città quel trionfo; morì in Lega Calcio il 3 giugno 1964 - quattro giorni prima del trionfo rossoblù all'Olimpico di Roma -, colpito da infarto mentre discuteva animatamente con il presidente dell'Inter Angelo Moratti. Il suo cuore, già minato da un infarto precedente, non resse.
 La notizia d’agenzia fece fremere la città e suggerì al capotifoso Gino Villani la dura frase: «L’hanno fatto morire!». Il campionato di quell’anno, infatti, era stato da crepacuore. Il Bologna, incontenibile sui campi di gioco, era stato bloccato dal «caso doping» cioè dall’accusa che alcuni suoi giocatori avessero fatto uso di sostanze stimolanti. Penalizzazione di tre punti, perdita del primato in classifica poi la scoperta dell’inganno e fine campionato a pari punti con l’Inter. Il Commendatore aveva seguito l’ambaradan dalle caute relazioni del medico che gli curava il cuore malato; quasi mai allo stadio, in tribuna solo per l’ultima partita anch’essa da struggimento per un equivoco. Il Bologna stava vincendo 2 a 0 sulla Lazio e c’era attesa per quello che avrebbe fatto l’Inter con l’Atalanta. L’altoparlante dello stadio teneva informati i tifosi e alla fine urlò «spareggio!» per comunicare che anche i nerazzurri avevano vinto e così si doveva giocare la bella. Solo che nel frastuono generale tutti capirono «pareggio» (a San Siro) quindi Bologna campione e abbracciarono e festeggiarono Dall’Ara che poi ebbe la cruda amarezza della delusione. Allora il suo cuore vacillò forte e fu sopraffatto, tre giorni dopo, nel colloquio milanese per la divisione degli incassi nello spareggio da giocare all’Olimpico. Il presidentissimo aveva ritenuto i giocatori rossoblù i suoi unici e veri figli.
 La salma fu portata a Bologna la sera del 4 giugno, la camera ardente fu allestita nella villa sui colli, i funerali furono celebrati il 5 in San Pietro. Autorità civili e i più alti esponenti del mondo sportivo, assenti solo i suoi giocatori (presenti solo Pascutti e Corradi perché infortunati) chiusi nel ritiro di Fregene in vista dello scontro con l’Inter che vinceranno la domenica successiva. Una folla sconfinata, molto molto di più di quella che seguirà Giorgio Morandi due settimane dopo. Il presidentissimo era, per molti bolognesi, un vero stereotipo. Era l’industriale parsimonioso che diceva: «Sono economo ma umano» e l’uomo ricco d’umili origini, in perenne conflitto con il corretto lessico italiano. «S’attacchi ai manutengoli (invece che alle maniglie dei tram)», «Basta con le supposte (invece che con le supposizioni)», «Suonate pure la gran carcassa (invece che grancassa)» e «Fiat lux (facci lui)». Probabilmente Dall’Ara non ha mai detto tutto quello che gli hanno fatto dire; ma anche questo sciocchezzario ha contribuito a fare di lui un vero mito popolare che perdura.


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