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mercoledì 24 agosto 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Secondo una testimonianza di Plinio il Giovane, che ne parla in una lettera indirizzata a Tacito, il 24 agosto del 79 d.C. iniziò l'eruzione del Vesuvio, che distrusse Pompei ed Ercolano.
Dopo secoli di completo riposo, durante i quali le pendici del vulcano si erano ricoperte di fitta vegetazione, il risveglio del Vesuvio è annuncianto fin dal 62 o 63 d.C. con un terremoto. L'episodio è noto perché avvenne proprio mentre l'imperatore Nerone era impegnato a cantare in un teatro di Napoli.
Secondo Seneca, le scosse si ripeterono per diversi giorni, fino a che si fecero meno intense, ma ancora in grado di causare danni. Le città maggiormente colpite furono Pompei e Ercolano e, in misura minore, Napoli e Nocera.
La terra deve essersi mossa di frequente anche nei 17 anni successivi, se Plinio il Giovane riferisce che immediatamente prima dell'eruzione per molti giorni si erano succeduti terremoti, ma non temevamo perché essi sono comuni in Campania.
Anche Dione Cassio (150-235 d.C.) riferisce che prima dell'eruzione vi erano stati terremoti e brontolii sotterranei e che i giganti erano stati visti vagare nella zona. Fin nelle mitologie più antiche, la visione dei giganti viene associata ai fenomeni naturali catastrofici.
I terremoti sono testimoniati anche dalle riparazioni provvisorie e dalle ristrutturazioni in corso in molti edifici privati e pubblici, compresi quelli intorno al Foro di Pompei e i luoghi di culto, segno evidente di danni subiti poco prima dell'eruzione.
I terremoti sono i segnali precursori più comuni del risveglio di un vulcano quiescente. Al Vesuvio la stessa cosa si era verificata prima dell'eruzione del 1631, anche questa avvenuta dopo un lungo periodo di inattività. Nel descrivere l'eruzione del 1631, l'abate Braccini (1632) dice che la zona intorno al vulcano: "tremava quasi nel continuo".
L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. inizia con la formazione di un'alta colonna, descritta da Plinio.
Plinio, da Miseno (21 km dal vulcano), può osservare la colonna eruttiva in tutto il suo sviluppo. La sua descrizione è tanto efficace che il termine pliniano viene utilizzato nella vulcanologia moderna per indicare una fase eruttiva durante la quale si forma una colonna verticale sopra il cratere, composta da una miscela di cenere, pomici e gas.
Nel 79 d.C., dalla colonna pliniana caddero pomici in direzione di Pompei, dove si accumularono formando uno strato alto circa 4 metri. Nello stesso tempo, su Ercolano pioveva solo una sottile cenere e la città fu risparmiata per molte ore dal disastro. Sapendo quel che sarebbe successo, gli ercolanesi avrebbero potuto salvarsi.
Dalla stima del volume totale delle pomici e dei valori di flusso tipici di fasi eruttive pliniane di eruzioni recenti, la colonna dovrebbe essere rimasta alta nel cielo tra 10 e 20 ore.
L'ipotesi possibile è che il magma in profondità fosse diviso in due strati, di cui quello più siliceo e più leggero era migrato verso il tetto della camera magmatica ed era stato espulso in superficie per primo.
La porzione di magma da cui derivano le pomici grigie si trovava probabilmente in una zona più profonda, dove era affondato sotto quello siliceo, contenendo una maggiore quantità di specie mineralogiche pesanti. Tra le pomici grigie si trovano numerosi frammenti di rocce che segnalano la demolizione di parti del vulcano stesso.
Dopo il passaggio da pomici bianche a pomici grigie, la colonna superò i 30 Km di altezza, provocando una più ampia dispersione delle pomici grigie. La stima del volume di magma emesso in questa fase è di circa 2,6 Km3.
L'eruzione può essere stata innescata da un progressivo aumento di pressione all'interno della camera magmatica. Una delle circostanze in cui questo avviene è quando il magma ha in soluzione la quantità massima possibile di gas (magma saturo) e interviene una variazione nei diversi parametri che controllano l'equilibrio del sistema (temperatura, cristallizzazione, ecc.). Parte del magma può diventare così soprassatura e non essere in grado di trattenere in soluzione il gas in eccesso che si separa e forma delle bolle (processo di essoluzione).
Il processo di essoluzione del gas causa un aumento di pressione nella camera magmatica che innesca la risalita del magma
Una volta iniziata l'eruzione, l'apertura del condotto e lo svuotamento di parte del serbatoio di magma crea una rapida diminuzione di pressione nella camera magmatica. Una minore pressione è la condizione per avere altro magma soprassaturo, dal quale può continuare a separarsi la fase gassosa.
Se cresce la quantità di gas essolto, riprende a crescere anche la pressione all'interno della camera magmatica e il gas risale nel condotto vulcanico trascinando il magma. Le bolle gassose cominciano a esplodere, frammentando il magma, mentre si muovono verso l'alto, al progressivo decrescere della distanza con la superficie e, pertanto, della pressione esterna.
A un incremento di pressione nella camera magmatica corrisponde la maggiore altezza raggiunta dalla colonna eruttiva cui corrisponde, alla stessa distanza dal cratere, la caduta di frammenti di magma ormai solido (pomici) più grandi. L'allargamento del condotto e la frantumazione di rocce in profondità è indicata dall'abbondanza crescente di litici che si trovano insieme alle pomici.
La forte pressione all'interno della camera magmatica preme sulle rocce circostanti e le frattura, dando luogo al tremore che accompagna la fase pliniana. Queste scosse hanno un'origine più profonda di quelle avvertite all'inizio dell'eruzione e la terra trema anche oltre le pendici del vulcano, come testimonia Plinio da Miseno.
Dopo la fase a colonna pulsante, l'eruzione cambia completamente. Il materiale vulcanico non si alza più sopra il cratere, nemmeno a intervalli come nella fase precedente, ma scivola veloce dalla cima del Vesuvio con una successione di flussi densi di cenere e pomici, che travolgono come violenti e torridi fiumi tutto quello che incontrano.
Il cambiamento di stile eruttivo viene ricollegato al continuo variare delle condizioni di equilibrio tra pressione interna al serbatoio magmatico e pressione esterna.
La pressione interna, che era bruscamente diminuita al momento dell'apertura del condotto, veniva poi rapidamente incrementata dall'essoluzione di gas, causando il crescendo di violenza della fase pliniana.
Quanto più magma era espulso dalla camera magmatica, tanto più vi erano le condizioni per la formazione di altre bolle di gas nel magma residuo. Il movimento verso la superficie di grandi quantità di bolle prossime all'esplosione, trascinava una crescente quantità di magma, fino a che al cratere si formarono i flussi piroclastici che rappresentano il momento di maggiore distruzione.
Come in una bottiglia di bibita gassata aperta improvvisamente, dopo un certo tempo, dal liquido si libera sempre meno gas. Così, quando il magma non è più in grado di essolvere gas in quantità sufficiente a controbilanciare la pressione delle rocce che formano le pareti del serbatoio, queste, già in parte fratturate nel corso della fase pliniana, cominciano a cedere, trascinando anche le falde acquifere. Il contatto tra rocce, acqua e magma innesca le ultime, violente esplosioni.
I prodotti delle esplosioni finali, quelle innescate dall'apporto di acqua di falda o di rocce umide, sono prevalentemente cenere contenenti aggregati sferici (pisoliti vulcaniche) che si formano in presenza di vapore acqueo.
Le eruzioni esplosive sono eventi devastanti. Le ceneri delle colonne pliniane si disperdono su aree molto vaste e compromettono anche per anni pascoli e raccolti, con conseguenti carestie e catastrofi tra gli animali.
I flussi piroclastici e i surge, al contrario, non lasciano praticamente scampo anche a notevoli distanze, sia per la loro velocità di propagazione che per la temperatura.
Anche le persone non direttamente investite dal flusso possono subire gravi danni o morire per soffocamento o ustioni.
L'eruzione del 79 d.C. ha cancellato nel giro di poco più di un giorno intere città, consegnandoci, sotto una coltre di pomici e ceneri, pezzi intatti di vita quotidiana dell'epoca romana. Purtroppo, gli scavi, che durano ormai da oltre due secoli, raramente conservano, come meriterebbero, i prodotti vulcanici con i segni dell'improvvisa catastrofe.
Solo negli ultimi tempi gli archeologi hanno rivolto maggiore attenzione all'aspetto vulcanologico, consentendo di sfruttare i dati degli scavi in corso per studi sul rischio vulcanico.
D'altra parte, in nessun altro luogo al mondo esiste una testimonianza così ampia e completa dell'impatto di un'eruzione esplosiva su un'area densamente abitata.
Si è notato, ad esempio, che contrariamente alle aspettative, dei 1044 corpi recuperati a Pompei, il 38% era perito nel corso della caduta di pomici e, di questi, l'80% è stato rinvenuto in luoghi chiusi, per lo più cantine. Da una stima fatta sulle eruzioni esplosive avvenute negli ultimi 400 anni, solo il 4% delle vittime risulta colpito a morte dalla caduta di pomici.
Il soffitto a volta delle terme urbane di Ercolano ha retto alle ondate dei flussi piroclastici. I prodotti vulcanici avevano comunque invaso gli ambienti, che quindi non sarebbero stati un rifugio sicuro, deformando con il loro peso il pavimento
Se i luoghi chiusi e sotterranei sembrano essere un riparo talvolta sufficiente per salvarsi dai flussi piroclastici, evidentemente non lo sono per la caduta di pomici, in teoria meno pericolose.
I cadaveri trovati a Pompei all'aperto giacciono sopra lo strato di pomici e le ceneri del primo surge, coperti dai prodotti dei flussi piroclastici successivi.
E' probabile che tentassero di salvarsi dopo essere rimasti al coperto durante la caduta di pomici, oppure che, allontanatesi, siano tornate sui loro passi per cercare di recuperare qualche cosa dalle abitazioni e siano state sorprese dall'arrivo dei flussi.
Questo potrebbe significare che, tra la fase pliniana e quella dei flussi, l'eruzione abbia avuto una tregua che ha tratto in inganno e causato la morte di molte persone.
Le vittime rinvenute in ambienti chiusi, come cantine o stanze dove il tetto reggeva al peso delle pomici, anche se non raggiunte direttamente dai flussi sono morte soffocate dall'aria resa irrespirabile dal calore, dalla cenere che aderiva alla trachea e intasava i polmoni e dal gas residuo tra i prodotti vulcanici.
A Ercolano, dove non sono cadute pomici, quasi tutte le vittime, oltre duecento, sono state trovate nei portici antistanti la spiaggia, sepolte dai prodotti dei flussi. Per loro la morte deve essere sopraggiunta mentre tentavano di fuggire via mare, causata soprattutto dall'alta temperatura.
Dopo l'eruzione, Marziale (40-104 d.C.) descrive il Vesuvio "poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi (...) Ora tutto giace sommerso in fiamme e in tristo lapillo"
Le morti e i danni materiali causati dal Vesuvio furono tanto gravi che l'Imperatore Tito incaricò due ex-consoli (Curatores Restituendae Campaniae) di sovrintendere ai lavori di ricostruzione e di risolvere le questioni legali sorte per la scomparsa di così tante persone.
L'economia della regione ne uscì compromessa e la produzione di vino subì una drastica riduzione. Pompei era famosa anche per una salsa di pesce detta "garum" che esportava in grande quantità.
Il ritrovamento di numerose anfore di tipo gallico, con la completa scomparsa di quelle provenienti dalla Campania, testimonia che a Roma, dopo l'eruzione, si importava vino e altri prodotti dalla Gallia.
Le pomici della fase pliniana caddero verso Sud-Est e i flussi scesero verso a Sud e Ovest, ma anche le altre zone intorno al vulcano, pur essendo state risparmiate dai danni più gravi, subirono serie conseguenze economiche.
Pochi centimetri di ceneri o di pomici possono compromettere il raccolto per anni ed è possibile che le colture dell'intera Campania siano state distrutte con conseguenti carestie, perdita di bestiame per mancanza di foraggio e malattie.
Marco Aurelio (121-180 d.C.) e Dione Cassio (150-235 d.C.) parlano dei gravi danni riportati a Pompei e a Ercolano e riferiscono anche che le ceneri dell'eruzione raggiunsero l'Africa, la Siria e l'Egitto, dove causarono pestilenze.
Non vi sono molte notizie sulle conseguenze dell'eruzione a Napoli o nelle zone non direttamente investite dai prodotti dell'eruzione. Nelle sue lettere, Plinio il Giovane riferisce solo della morte dello zio, avvenuta sulla spiaggia di Stabia, e del terrore seminato dall'evento fino a Miseno.
Papinio Stazio (40- 96 d.C.) nella sua opera "Silvae" parla di danni a Napoli e dovrebbe trattarsi di una testimonianza diretta, dal momento che il poeta visse nella città e probabilmente vi si trovava durante l'eruzione (ritirò un premio di poesia nella città nel 78 o nell'80).
Allontanatosi dopo l'eruzione, Stazio torna a Napoli nel 92 e scrive alla moglie Claudia cercando di convincerla a tornare a vivere in Campania. Napoli gli appare come una città viva e brulicante di gente. Promette alla moglie di farle visitare i templi e il porto di Pozzuoli con le sue belle spiagge. Vuole che torni nei luoghi dove " l'inverno è mite e l'estate fresca, dove il mare lambisce la terra con pigre onde".
Il ricordo dell'eruzione sembra rapidamente svanito, probabilmente perché a Napoli e nei Campi Flegrei i danni agli edifici non furono rilevanti e non vi erano state perdite di vite umane.
Al contrario, le condizioni di altre zone danneggiate e più vicine al vulcano dovevano essere molto diverse. Stabia fu la prima a riprendersi lentamente e a costruire un'importante via di comunicazione con Nocera nel 121.
La zona di Portici e Torre del Greco fu rioccupata tra il II e IV-V secolo d.C. e quella di Pompei e Ercolano solo tra il III e V secolo.
La memoria delle città sepolte perdurò per secoli ma, dopo la caduta dell'impero romano, se ne persero praticamente le tracce. Eppure, in ogni opera di scavo e nella coltivazione dei campi, immancabilmente emergevano vestige di una città che veniva chiamata "La Civita".
Gli scavi sistematici iniziarono a Ercolano nel 1738, e dieci anni dopo a Pompei, per volere di Carlo III di Borbone, re delle Due Sicilie. A tutt'oggi, i siti continuano a riservare sorprese che aggiungono alla documentazione archeologica i particolari di una cronaca dettagliata non solo della sciagura, ma anche dell'eruzione che la provocò. La lunga e spesso tormentata vicenda degli scavi rappresenta da sola un capitolo di storia nella storia.


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