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lunedì 22 agosto 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 agosto.
Il 22 agosto 1978 muore a Ginevra Ignazio Silone.
Nato a Pescina dei Marsi (Aq) nel 1900 (vero nome Secondo Tranquilli), nel 1911 entra in Seminario, ma nel 1915 deve abbandonare gli studi, in seguito al terremoto avvenuto nello stesso anno nella Marsica, durante il quale muoiono il padre e cinque fratelli. Inizia a dedicarsi alla politica fin da giovanissimo. Partecipa alla fondazione del Partito Comunista, che con Togliatti rappresenta a Mosca nel Komintern, dal quale si dimette nel 1930 non condividendo le purghe staliniane.
Antifascista, è costretto all’esilio e soggiorna in Svizzera dal 1930 al 1945. È  in questi anni che comincia la sua vocazione di scrittore, che gli dà notorietà all’estero molto prima che in Italia. Dopo la Liberazione, entra nel Partito Socialista ed è Deputato alla Costituente.
Nel 1956 aderisce al Partito Socialdemocratico guidato da Giuseppe Saragat.
I suoi primi romanzi sono: “Fontamara”, del 1930; “Pane e vino”, 1936; “Il seme sotto la neve”, 1942. Essi denunciano la condizione umana del proletariato contadino, anche se con ironia grottesca, lo sfruttamento secolare e le lotte dei “cafoni” della Marsica. Altri romanzi sono: “Una manciata di more”, 1952; “Il segreto di Luca”, 1956; “La volpe e le camelie”, 1960. Inoltre scrive alcune commedie per il teatro, come: “Ed egli si nascose”, 1944; “Avventura di un povero cristiano”, 1968. Questi ultimi lavori sfiorano un evangelismo socialista fino a vagheggiare una sorta di cristianesimo primitivo e pauperistico. Nella sua saggistica politica troviamo: “La scuola dei dittatori”, 1938; “Uscita di sicurezza”, 1955, che viene ripubblicata nel 1965 con altri scritti e dà il titolo alla raccolta. Il suo lavoro di saggista si esprime nella veduta europea dell’antitotalitarismo con un forte impegno morale più che ideologico.
Fontamara è il romanzo più noto di Ignazio Silone. Tradotto in innumerevoli lingue, ha ottenuto ampio riconoscimento di pubblico in tutto il mondo. La sua descrizione di un universo contadino, disperato ed immutabile nel tempo, ha trovato ampi riscontri in luoghi remoti rispetto alle montagne dell'Abruzzo, dove è ambientato il romanzo (un esempio è il Giappone).
Fontamara è un paesino arretrato economicamente e tecnologicamente. Fontamara era e sarà uguale a sé stessa per sempre, non cambierà nulla e ogni anno sarà uguale a quelli precedenti e a quelli successivi: prima la semina, poi l'insolfatura, in seguito la mietitura e, infine, la vendemmia.
In questo universo contadino, sia le catastrofi naturali che le ingiustizie vengono subite passivamente; ecco perché nella premessa tutta la vicenda di Fontamara, ovvero la rivendicazione del diritto all'acqua, è definita come "un fatto strano".
Semplice nella trama e nel linguaggio, il romanzo ha a volte il tono di una fiaba, ma assume nel complesso un aspetto epico.
Un altro aspetto del libro è la denuncia contro i potenti e le autorità.
L'azione di denuncia è volta anche contro il fascismo; infatti attraverso l'episodio di Berardo l'autore ci presenta la realtà della censura e dei tentativi d'insurrezione attraverso la stampa clandestina che incitava la gente alla disobbedienza e alla ribellione. Silone descrive anche l'aspetto violento di quell'epoca, ovvero la dura repressione contro i rivoluzionari attuata anche con la pena capitale.
Si scorge il sentimento religioso popolare quando nei dialoghi l'opera di deviazione del corso d'acqua è considerata un sacrilegio, un peccato contro Dio, poiché cambia la natura che Egli ha creato.
Da Fontamara viene un ricco contributo documentario per la conoscenza del meridione italiano. Silone riesce a cogliere la fatica e la miseria dei contadini del Sud, le attività agricole nel variare delle stagioni vengono illustrate con minuzia e competenza. Nelle sue pagine non c'è soltanto una descrizione realistica, finalmente senza retorica, Silone analizza criticamente, dalla parte del Sud e dei cafoni, tutto uno scorcio di storia italiana: l'annessione al regno sabaudo è avvenuta con le modalità della conquista coloniale, mentre sono rimasti intoccati il latifondo e i rapporti sociali che esso determina. I governi post-unitari non hanno soddisfatto la fame di terra dei contadini, infatti non si è praticato l'esproprio, neppure parziale, dei grandi possidenti né sono state assegnate ai cafoni le terre confiscate agli ordini religiosi, oggetto, invece di una vendita all'asta che ha favorito solo i detentori di capitale liquido.
Nel 1932, l'anno in cui si svolgono le vicende di Fontamara, non diversamente dal periodo borbonico, la sopravvivenza del cafone dipende dal suo minifondo, in cui pratica una stentata agricoltura di sussistenza, e dipende dal lavoro a giornata, precario e mal pagato, sulle terre dei latifondisti. E alla miseria dei cafoni si collegano strettamente ignoranza, vulnerabilità agli imbrogli e ai soprusi, dipendenza dai notabili per ogni contatto con il mondo evoluto e complicato della città. Il regime fascista legalizza il sopruso, emana provvedimenti che peggiorano la situazione dei cafoni, come le leggi sull'emigrazione e la riduzione dei salari, ma non rappresenta nulla di realmente nuovo: Silone individua infatti una sostanziale continuità, almeno per quanto riguarda la politica meridionale, fra il fascismo e i governi liberali del periodo post-unitario, esprimendo così una recisa condanna anche nei confronti di questi ultimi.
Per la prima volta nella letteratura italiana, i cafoni sono protagonisti e narratori e le altre opere importanti, successive a Fontamara, che colgono la vita e i problemi del Sud, sono certamente debitrici a quest'opera: ad esempio, Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, Le terre del sacramento di Francesco Jovine, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Fontamara ha avuto un grande successo in tutto il mondo e traduzioni in moltissime lingue, come a confermare che «...i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano a tutti i paesi del mondo...» come afferma Ignazio Silone nella prefazione del romanzo.

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