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sabato 4 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 4 luglio.
Il 4 luglio 1865 Charles Ludwige Dogson pubblica, con lo pseudonimo di Lewis Carroll, il libro "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie".
 “«Oh, non puoi evitarlo» ribatté il Gatto: «siamo tutti matti qui. Io sono matto, tu sei matta.» «E da cosa giudichi che io sono matta?»­ «Devi esserlo perchè altrimenti non saresti qui. »”
Il viaggio di Alice inizia nella tana del Bianco Coniglio: nascosta nella dimensione confusa e precaria, dove tutto può essere reale, l’immaginazione esercita un potere assoluto, influenza e condiziona le percezioni sensoriali. La convinzione d’appartenere al tempo e allo spazio va via via sgretolandosi. Si piomba nella dimensione del sogno e, attendendo il magico accesso nel giardino oltre la serratura, la memoria è ormai dimenticata.
La lucidità dapprima atterrisce, quindi corrode, infine impone quasi d’essere rifiutata. Niente è ciò che sembra: la logica è stata sbaragliata su ogni fronte.
 “Il Bianco Coniglio cavò dalla tasca del panciotto un orologio.” Ecco l’errore del sistema per sedurre, per affascinare e per imprigionare la mente nel nuovo, fantastico mondo: il paese delle meraviglie, in cui l’assurdo può essere vero, come reale sarà anche il consiglio di un bruco saccente.
Il Bianco Coniglio, animali che nuotano in un pozzo di lacrime, il Gatto del Cheshire. La Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, le Rose e le Carte sprigionano luminosità e vivacità; ogni visitatore cambia forma, aspetto e neanche il suo essere rimane immutato. Si è proiettati nel regno del nonsense, del paradosso, del grottesco.
È il Reverendo Charles Ludwige Dogson, conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, che ha illuminato di dolcezza e fantasia la caduta della mente nella tana del Bianco Coniglio. Alice si divincola dalle catene del metodo, delle consuetudini e della conoscenza: dimostra di poter credere a tutto quel che incontra. “Le erano già accadute tante cose straordinarie che ormai tutto le pareva possibile.”
Un libro con figure e dialoghi, così come piace ad Alice. Un tuffo in un mondo dominato dalla fantasia: è la sterminata e incontaminata essenza del sogno, spogliatasi della realtà conosciuta.
Lewis Carroll, matematico e assertore di nuove e deliranti logiche, scrittore borghese di metà ottocento, innamorato cantore dell’innocenza e nostalgico poeta dell’immaginazione perduta, si oppose alla mediocrità e alla prosaicità del sistema e della società, regalando ai suoi contemporanei, in forma di favola, una chiave di accesso al giardino, dove rose e carte possono parlare e il viaggiatore può dimenticare d’essere esistito e di aver conosciuto perché tutto ciò che vede è novità senza nome.
 All’interno del libro molte sono le disposizione matematico-logiche operate dall’autore. Esse affascinano ancor di più il lettore e lo fanno scivolare in un mondo esponenzialmente meraviglioso.
In particolare, nel capitolo Un the di matti, il Cappellaio Matto inizia col porre un indovinello ad Alice: “Why is a raven like a writing-desk?” (“Sai dirmi perché un corvo assomigli ad uno scrittoio?”). Le chiavi di lettura della proposizione sono due: like e is. In matematica, la similitudine è una corrispondenza biunivoca tale che sempre due coppie di elementi omologhi siano proporzionali; il rapporto tra questi elementi (rapporto di similitudine) si indica solitamente con la lettera k. In casi particolari, quando k=1, si ha un rapporto di congruenza. Like e is rappresentano questa duplicazione semantica. Su questa base, l'indovinello di Carroll si biforca: "Perché un corvo è come uno scrittoio?" oppure "Perché un corvo assomiglia ad uno scrittoio?". La seconda domanda, per trovare risposta, necessita dell'aiuto sia della logica che dell'immaginazione: immersi in uno stato ipnagogico (stato onirico di semi-coscienza che precede il risveglio) si potrebbe rispondere che ciò che fa assomigliare un corvo ad uno scrittoio sia il colore nero; sebbene uno scrittoio tutto nero possa non piacere, il non-senso dell'indovinello si esaurisce nella sua significazione. Il primo indovinello, così com'è stato formulato, rappresenta una questione prettamente geometrica. In linea di principio, l'uguaglianza è quella relazione fra due enti che godono delle stesse proprietà e, più precisamente in geometria, è la relazione tra due figure che, sovrapposte, coincidono punto per punto. Ora, come può un corvo coincidere punto per punto con uno scrittoio?
Detto questo, non si può tacere nemmeno della friabilità della risoluzione del secondo indovinello: essa è logicamente fantastica e non fantasticamente logica. In definitiva, essa non è fondata su niente.
Il quesito del Cappellaio è, nel libro di Carroll, irrisolto: esso è nonsense allo stato puro. Alice non vi risponde, non trova niente; né tantomeno ne sa niente il Cappellaio che, da parte sua, risponde alla bambina di non averne la più pallida idea.
Lo studioso Deleuze, filosofo francese del XX secolo ed importante critico del libro di Carroll, a questo proposito risponde così: “La domanda si svolge in problemi, e i problemi si avvolgono in una domanda fondamentale. E così come le soluzioni non sopprimono i problemi, ma al contrario vi trovano le condizioni sussistenti senza le quali esse non avrebbero alcun senso, le risposte non sopprimono affatto la domanda né la soddisfano, e questa persiste attraverso tutte le risposte. Vi è dunque un aspetto per cui i problemi restano senza soluzione e la domanda senza risposta.”
Successivamente il Cappellaio, assieme alla Lepre Marzolina, espone esempi nei quali il valore semantico di una proposizione cambia se l’ordine degli addendi viene invertito (proprio come nella divisione): “«Allora, dì quello che intendi» continuò la Lepre. «Certo» rispose Alice; «almeno… almeno… intendo ciò che dico; che è poi tutt’uno, mi pare». «Tutt’uno un cavolo!» esclamò il Cappellaio. «In egual modo, potresti sostenere che <io vedo quello che mangio, > sia lo stesso che dire: <io mangio quello che vedo!>»”
“E qui la conversazione cadde, e la compagnia stette per qualche minuto in silenzio, mentre Alice passava in rivista tutto quel che sapeva riguardo ai corvi e agli scrittoi.
Il primo a rompere il silenzio fu il Cappellaio: «Sai a quanti del mese siamo?»”. Si passa dunque a discutere riguardo l’orologio del Cappellaio che segna solo i giorni del mese.
“E’ un pezzo che è pazzo; mettiamolo in un pozzo”  dice la Lepre riferendosi all’orologio: un orologio strano che si cerca di riparare, sempre se realmente rotto, con il burro.
Il tempo è, nella sua essenza originaria, un desiderio. Il desiderio che a qualcuno venga tagliata la testa; il desiderio che a qualcuno venga sottratto il potere di cambiare.
Esso non si fa battere dalla musica né formulare da un’equazione: “«Potreste impiegare molto meglio il vostro tempo» osservò Alice «e non sprecarlo in siffatto modo, proponendo degli indovinelli che non hanno spiegazione». «Ah, se tu conoscessi il tempo come lo conosco io!» ribatté il Cappellaio. «Scommetto che tu non gli hai mai parlato.» «Non credo» disse Alice prudentemente. «So che lo devo battere, quando faccio gli esercizi di musica.» «Ah, no! Egli non sopporta le bastonate! Bisogna avergli riguardo. Soltanto a questa condizione, egli farà camminare il tuo orologio come desideri. Supponi, per esempio, che sono le 9 di mattina, l’ora delle lezioni: tu lo trattieni in bel modo, gli dai una spintarella, ed ecco che l’orologio in un attimo gira, e segna il mezzogiorno, l’ora del pranzo!» «Volesse il cielo che fosse l’ora del pranzo!» sospirò la Lepre.”
Sono sempre le sei del pomeriggio. La tavola è grande, ma non c’è tempo per lavare le tazze; bisogna scalare di posto per averne qualcuna pulita. E’ certo che non si può bere dalla stessa tazza. Eppure le tazze finiranno e sarà sempre l’ora del tè.
Ecco la sostituzione del tempo con lo spazio: lo spazio "scorre" (infatti, si cambia posto sul tavolo) ed il tempo "resta fermo" (infatti, è sempre l'ora del tè).
Anche la tavola è finita: bisognerebbe ricominciare.
Che ore sono? Sempre le sei. L’orologio è come prima.
Del resto si tratta di una questione di tempo e si sta sognando...
“«Chi sei?» domandò il Bruco «Io…» balbettò Alice, e il suo fare era imbarazzato e timido; «non lo so, signore; so chi ero quando mi sono alzata questa mattina, ma penso che da allora sono stata cambiata più di una volta»”
Alice è una bambina molto curiosa: “da una situazione iniziale di indolenza e di noia, Alice scatta alla rincorsa del Coniglio, mossa unicamente dalla curiosità, la stessa molla che la porterà ad aprire tutte le porte, a mangiare o a bere tutto ciò che trova, ad avventurarsi in dialoghi rischiosi: è la curiosità dello scienziato, della mente libera e indipendente, che affronta l’oggetto nella più totale assenza di pregiudizi”. Tuttavia, solitamente, la mente di uno scienziato non è libera e indipendente, è erede di una serie di leggi e di fenomeni vincolati ai «nomi propri» di altri scienziati; tale scienziato è legato ad una tradizione. Questo è un fisico archivista , e l’unica alternativa ad esso sta in una nuova figura: il fisico-Alice.
Il fisico archivista rimuove il piano di referenza attraverso una schematizzazione fisica del mondo e crede di poter intrappolare tutta la realtà in una semplice equazione. È il potere che rende allo scienziato in questione la facoltà di concepirsi come il solo a poter tracciare la via d’accesso a questo mondo reale, l’unico a poter produrre gli enti che vanno poi ad abitare questo mondo: è ciò che gli fa dire io sono l’unico a poter capire la legge, “che ha potuto sposar gli elementi senza farli scoppiare” . Il fisico archivista, allora, solo dopo essersi riconosciuto in questo io, assicura di essere in grado di strappare alla profondità della Natura i suoi segreti e di riversare quella stessa profondità in una legge. Questa è una situazione in cui il fisico alza la voce e non riconosce la singolarità della propria pratica. Alice può allora suggerire una strada diversa da percorrere.
L’itinerario che segue Alice, così come viene suggerito da Gilles Deleuze, è molto preciso. Vi è una prima parte (cap. I-III) dedicata alle profondità (si pensi che il titolo iniziale dell’opera era Le avventure di Alice nel sottosuolo) in cui Alice è immersa in un mondo di rovesci; persino lo stesso processo della crescita diventa un paradossale e incontrollabile disarticolarsi tra il grande e il piccolo. Tutto ciò finisce per ripercuotersi sul concetto stesso che Alice ha della propria identità (“«Ma allora, » pensava la povera Alice «non mi servirebbe a niente fingere di essere due persone. Di me è rimasto tanto poco, che basta appena a fare una sola persona che si rispetti!»”).
Vi è poi una seconda parte (cap. IV-VII) in cui si osserva qualche cambiamento. Anche qui Alice cresce e rimpicciolisce, ma la sua crescita non è più finalizzata ad alcun obiettivo da raggiungere (una chiave da prendere o una porta da aprire). Tutto comincia ad essere riunito in una sola direzione: “Se prima la crescita-decrescita si sviluppava lungo i poli definiti dal bere-mangiare, ora è solo il fungo che determina questo continuo crescere-decrescere”  . È questa la chiave di lettura che bisogna usare per episodi come quello in cui Alice parla col Gatto del Cheshire (cap. VI) quando si trova ad un bivio e deve scegliere che strada intraprendere. Il Gatto dice ad Alice che da una parte abita il Cappellaio e dall’altra la Lepre Marzolina; e non ha importanza a chi Alice decida di far visita, se alla Lepre o al Cappellaio, tanto “sono pazzi tutti e due”. E l’essere pazzi, come evento che li accomuna, glieli farà trovare nello stesso luogo, disposti attorno ad una tavola rettangolare. Tale è “la simultaneità del divenire” : “la non distinzione delle due direzioni” , è come se Alice stesse andando a destrasinistra quando decide di raggiungere la Lepre Marzolina. Sembra, inoltre, che per Alice non sia più così strano trovarsi al cospetto degli eventi puri: se nella prima parte era spaventata dal suo continuo crescere-decrescere, ora non si meraviglia più di tanto se il Gatto scompare e riappare continuamente. È il sogghigno senza gatto il vero evento: il mero evento svuotato dalla dimensione fisica di profondità. “Un gatto senza riso, si capisce, ma un riso senza Gatto! No davvero, non ho mai visto nulla di più straordinario in vita mia.”  È anche vero, tuttavia, che Alice avverte ancora un po’ di timore nei riguardi di questo Gatto (Alice nota le “unghie molto lunghe e i denti numerosi.” )
È solo nell’ultima parte (cap. VIII-XII) che il Gatto diventa un suo amico. D'altronde tutti gli animali che popolano il paese delle meraviglie sono, ora, solo strumenti di gioco inoffensivi (i fenicotteri con cui Alice gioca a palla dalla Regina) e fra gli abitanti del giardino i più numerosi sono “carte senza spessore, figure piane” . Alice si eleva al di sopra di tali figure, è in grado di rilevare lo stato delle cose senza modificazione alcuna: rileva, cioè, l’evento puro. Ha  finalmente guadagnato la superficie degli eventi.
In definitiva, il tentativo di mettere in scena una breve e scarna storia della fisica seguendo l’itinerario di Alice vuol dire immettere in questa storia la possibilità di un nuovo fisico, il fisico-Alice; egli rimuove la singolarità della sua pratica in nome di un’immagine unificata,  e non importa se essa venga dichiarata impossibile da realizzare. Il divenire del mondo, in caso contrario, verrebbe meno. La Scienza non è sacrosanta, per il fisico archivista, invece, “la Ragione si unisce alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l'Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità ed i loro predecessori più concreti, gli Dèi, che furono usati un tempo per incutere timore nell'uomo e per limitarne il libero e naturale sviluppo.” Al contrario, secondo il fisico-Alice, “i procedimenti della scienza non si conformano ad alcuno schema comune, non sono "razionali" in riferimento a nessuno schema del genere. Gli uomini intelligenti non si lasciano limitare da norme, regole, metodi, ma sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all'interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine.” 
E’ ora che “il fisico smetta di precipitare e tonfi senza farsi del male.”  Si ritrova nelle realtà microscopiche della Natura, all’inizio di un lungo corridoio. Tutto questo per seguire un Bianco Coniglio.
Il Coniglio, contrapponendosi ad Alice, rappresenta il fisico archivista; egli ha nel panciotto un orologio: questo è lo strumento per eccellenza della meccanica classica, si potrebbe ipotizzare che gli sia stato dato da Sir Isaac Newton in persona.
Nella storia di Carroll, infatti, il Coniglio Bianco è la figura dell’adulto ossessionato dal Tempo: il tempo scandito al ritmo del mondo di chi è sveglio. Questo scansione temporale si può evincere da alcuni passi in cui il Coniglio sembra essere l’unico a seguire un comportamento pienamente «normale». Per esempio, nel capitolo XI (Chi ha rubato le torte?), quello del processo, è proprio il Coniglio che ricorda al Re che prima di emettere il verdetto bisogna seguire un determinato iter processuale: “«Pronunciate il verdetto» disse il Re alla giuria. «Non ancora! Non ancora!» interruppe il Coniglio Bianco. «prima bisogna discutere.»”
In base alle teorie della meccanica quantistica, ogni osservazione di un determinato stato di cose (a livello microscopico) modifica il suddetto stato. Il principio d’indeterminazione di Heisenberg ne è la più lucida espressione, sia a livello fisico che filosofico. Si può dimostrare che i corpi dipendono dagli eventi e non sussistono di per sé, ossia non sono sostanza: piuttosto esse sono cose potenziali. Tra un’osservazione e l’altra è sospeso ogni giudizio circa la natura dell’oggetto in questione: non si può dire cosa esso sia a priori, si deve osservarlo, il che significa cambiarlo. Non ha più senso la domanda circa l’essenza (immobile) della cosa.
“Possiamo paragonare lo scienziato, che abbandona il campo dell’intuizione viva per scoprire più vasti rapporti, con l’alpinista che vuole scalare la più alta cima di una ponderosa catena di montagne per abbracciare con lo sguardo , nel suo insieme, il paese sottostante. Anche l’alpinista deve abbandonare le fertili valli abitate dagli uomini. Quanto più egli sale tanto più vasto si apre il paesaggio al suo sguardo, e tanto più si rarefa la vita che lo circonda. Infine egli giunge in una limpida e abbagliante regione di nevi e di ghiacci, in cui tutta la vita è spenta, in cui anch’egli non può respirare che con grande difficoltà.”
L’ontologia della fisica delle particelle, ovvero lo studio dell’essere secondo questa scienza, è un’ontologia difettosa: ogni concezione della realtà è eventuale, anche l’esistenza stessa. Questo tipo di ontologia sfugge ad una rigorosa formulazione logica, fa implodere i canoni del vecchio scientifichese, le cui regole sintattiche erano fondate su una concezione deterministica della realtà (rigido meccanismo causa-effetto).
La teoria quantistica consegna il mondo al suo paradosso:  il paradosso “distrugge il senso comune come assegnazione di identità fisse.”  Alice, nel libro di Carroll, lascia il sottosuolo e comincia a giocare con le carte, che sono prive di spessore. A tavola dal Cappellaio ci si muove lateralmente, anche se c’è ancora spazio per la verticalità del profondo.
“In tutta l’opera di Carroll si tratta degli eventi nella loro differenza con gli esseri, le cose e gli stati di cose.”  Il soggetto sfugge al presente, dilaniandosi tra futuro e passato, percorrendo il limite superficiale dell’evento.
La chiave è l’evento. La realtà, nel suo paradosso, necessita di un’altra logica e, forse, tutto ciò produrrà un nuovo soggetto, un uomo diverso: il fisico-Alice.
E' straordinario, leggendo il libro di Carroll, sentirsi Alice e, come lei, rimanere coinvolti e stravolti in quel meraviglioso paese. È come essere inghiottiti e trascinati in un mondo surreale ma non per questo falso, perché la verità non è nella forma che ci appare.
Risulta evidente, inoltre, la componente inconscia. Alice, infatti, può essere paragonata all'acqua la quale, in chiave freudiana, simboleggia l'inconscio.
L’acqua è vista come elemento pericoloso, come sostanza che bevuta la fa sviluppare esageratamente di statura e quindi la fa "crescere", trasformandola in un adulto, perciò in qualcosa di negativo. Le sue lacrime diventano così grandi e copiose che arrivano a formare un mare, nonostante imponesse a se stessa di smettere: “Le lagrime venivano giù, grosse, insistenti, una dietro all’altra, benché di quando in quando si riprendesse, e si dicesse che era vergognoso piangere così.”
È come se, trovandosi impreparata ad una situazione di crisi, Alice facesse la cosa più naturale che capita in situazioni di paura e smarrimento: mettersi a piangere; ma le hanno insegnato che una bambina grande non piange. L’universo è costruito in modo pragmatico, caotico e Alice, obbedendo ai canoni della società, cerca di impartirgli un ordine, necessita di esso anche se consapevole del fatto che l’ordine non può appartenere al paese delle meraviglie. Il mondo “reale” pretende da lei controllo, esige che indossi una, anzi centomila maschere, tante quante sono le situazioni, i luoghi, i tempi e i personaggi che si trova dinanzi.
 “La vita è un flusso continuo[…]. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci.”
La frammentarietà del reale si riflette anche nell’uomo che si ritrova privo di identità: egli riveste un ruolo e da persona diventa personaggio. Tuttavia il soggetto non ne è cosciente e, perché lo diventi, è necessario sovvertire tutte le certezze, demistificare le verità assolute: tutto è probabile. “È stato un attimo, ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s’aggira piccola, solita, tra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? Come portarle rispetto?”
La possibilità di salvezza è incarnata in colui che è cosciente della molteplicità delle maschere che ognuno indossa e riesce a sfuggire alle limitazioni imposte dalla convenzionalità: questa è proprio Alice. “E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni. […] Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”
Alice è pura coscienza, diventa una maschera nuda: tutto quello che le succede lo avverte come sensazione, non riesce a razionalizzare: quello che i diversi animali o strane creature incontrati le dicono, non corrisponde a quello che dovrebbe essere (così come le è stato insegnato) realmente giusto. Ma è realmente possibile stabilire cosa è giusto?
In verità, sia nel mondo “reale” (in maniera occultata), che nel paese delle meraviglie, è impossibile stabilire una logica onniesplicativa. Nel primo la realtà caotica delle cose fluisce inarrestabile e l’uomo raziocinante tenta di fermarla costringendola in delle forme; nel secondo, invece, l’unica regola vigente è non avere alcuna regola. Alice cade dunque in continua contraddizione e confusione; le creature che incontra le pongono strane domande e subito dopo la aggrediscono verbalmente, mettendo in discussione le sue risposte, il suo essere. Indecisa tra quello che le hanno insegnato, tra quello che è diverso e quello che lei sa che è vero. È come se tutte le varie trasformazioni e mutamenti interiori che, naturalmente accadono ad ognuno, diventassero, per Alice, tangibili.
Carroll tende così ad identificarsi con Alice, per mezzo della quale (come attraverso lo Specchio), vive nel modo in cui vorrebbe vivere, essendo se stesso: il candido desiderio di Alice di far parte del paese delle meraviglie rappresenta, infatti, l'utopia dell’autore di evadere il rigido rigore vittoriano.
Considerato che “l’artista sa trovare la strada di ritorno dal mondo della fantasia alla realtà”  e che “le sue creazioni, le opere d’arte, sono soddisfazioni fantastiche di desideri inconsci, come i sogni” , il libro di Carroll può essere assimilabile ad un sogno e diviene un manifesto dell'assoluto mistero dell'inconscio; questo è un luogo senza confini, non c'è un riferimento, un inizio e una fine, non si può afferrare, perché è in continuo movimento con leggi proprie e apparentemente incomprensibili, ma, in realtà, meno disordinate del gran caos che è la vita fuori (ecco perché viene associato all'acqua).
 “Le carte si sollevavano, le volavano addosso, la perseguitavano. Un piccolo grido, un grido di angoscia mista a sdegno, le sfuggì dalle labbra, mentre cercava da cacciarle indietro e di liberarsene; e ad un tratto, si trovò sulla panca, con la testa in grembo alla sorella, che dolcemente le scoteva dai capelli alcune foglie secche cadute dall’albero. «Svegliati, Alice cara» le disse sua sorella.  Che dormita hai fatto!» «Ho sognato un sogno così strano, se sapessi!»”
Ecco, negli ultimi passi del libro, che il segreto viene svelato: è stato tutto un sogno.
Il sogno che Alice vive è, in termini freudiani, una produzione psichica caratterizzata da immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in maniera irreale, svincolandosi dalla normale catena logica degli eventi reali. La realtà nella quale Alice cade è, difatti, una realtà governata dall’irrazionalità, nella quale tutto è possibile (anche aggiustare un orologio imbevendolo in una tazza di thé).
Per Freud “i sogni non devono essere paragonati ai suoni discordanti che provengono da uno strumento musicale percosso da un tocco estraneo invece che dalla mano del musicista; non sono privi di significato, non sono assurdi; non implicano che una parte delle nostre rappresentazioni sia addormentata, mentre un’altra parte comincia a svegliarsi. Al contrario, sono fenomeni psichici pienamente validi, […] i sogni si rivelano, senza alcuna maschera, come appagamenti di desideri.”
 Nel sonno viene meno il controllo della coscienza sui pensieri dell’uomo e può quindi liberamente emergere il suo inconscio travestendosi in immagini di tipo simbolico. Il sogno è, quindi, la via régia verso la scoperta dell’inconscio: una forza attiva, dotata di proprie finalità e operante con una propria logica, diversa dalla logica della vita cosciente (che è basata ad esempio sul principio di causalità, di non contraddizione, sulle sequenze temporali ordinate di passato, presente e futuro).
D'altronde anche Breton condanna la ricerca calcolata della felicità limitata alla realtà prudente e senza sorprese, che rinuncia al sogno e al desiderio e, asserendo che solo nel sogno l'uomo è completamente libero, tutto è possibile.
Il paese delle meraviglie è la meta che ognuno vorrebbe raggiungere, anche se solo nel lontano inconscio: un paese senza regole né limiti nel quale, senza maschere, l’uomo fluirebbe libero nella felicità come una nuvola, ascensione sublime dell’acqua ormai slegata da vincoli terreni, è sospinta dal vento.



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