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lunedì 1 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo settembre.

Il primo settembre 100 d. C. Gaius Caecilius Secundus (noto oggi come Plinio il Giovane) – nato a Como nel 61 o 62 e adottato formalmente, per via testamentaria, da Gaio Plinio Secondo – pronuncia in Senato, alla presenza dell’imperatore, l’orazione di ringraziamento per l’assunzione della carica di console. Era una pratica consolidata, probabilmente, fin dall’età repubblicana: gratiarum actio solevano chiamarla i Romani. L’atto di ringraziamento dei consoli, appunto, all’entrata in carica: rivolto precedentemente agli dei, durante l’impero esso si trasforma in un vero e proprio omaggio all’imperatore.

L’idea preziosa di Plinio il Giovane è quella di riprendere in mano l’orazione, un po’ di tempo dopo, rielaborarla, limarla e ampliarla in vista di una pubblicazione.

Nasce così il Panegirico nei confronti dell’imperatore Traiano, che mantiene inalterato uno straordinario interesse sia storico che letterario: da una parte, infatti, è l’unico esempio rimasto dell’oratoria latina nei due secoli successivi alla morte di Cicerone; dall’altra è una fonte sui primi anni del principato di Traiano (anche se in questo caso, è giusto e bene ricordarlo, non possiamo giurare sulla completa attendibilità di un’opera che vuole essere soprattutto encomio e lode).

Il tema centrale del discorso, successivamente divenuto opera scritta, è il rapporto tra imperatore e senatori. È questo ciò che sembra stare particolarmente a cuore al neo-console, che esalta il principato di un sovrano illuminato che, prima di tutto, rispetta l’istituzione Senato e le tradizioni senatorie. E questo non può che essere garanzia di quel valore repubblicano sempre rimpianto a Roma dopo l’instaurazione dell’Impero: la libertas. Plinio esalta la generosità e l’affabilità dell’imperatore, e si compiace del ritrovato clima di “benessere libertino” che si respira a Roma. Oltre a tessere le lodi del regnante, l’autore dell’orazione lo esorta a perseverare in uno stile di vita virtuoso:

Persta, Caesar, in ista ratione propositi: “Persevera, Cesare, in questo tuo metodo di vita”. 

È stato notato che era la prima volta che in un panegirico l’oggetto dell’elogio venisse invitato, persuaso più che lodato.

Leitmotiv dell’opera è poi il confronto tra il regno di Traiano e di Domiziano, suo predecessore, tiranno crudele e inviso al popolo. Costante è il richiamo al precedente imperatore, accusato di aver troncato il rapporto con i senatori e di aver fondato il regno della paura e del pericolo.

Per colpire uditorio e lettori, Plinio si affida soprattutto alla figura retorica dell’antitesi (celebre è il passo Non hai vinto per celebrare il trionfo, ma lo celebri perché hai vinto) all’interno di una struttura generale che per alcuni critici rappresenta un esempio di oratoria “asiana”, mentre altri mettono in luce una sostanziale coerenza con l’insegnamento del grande Quintiliano.

sabato 27 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 98 d.C. Marco Ulpio Traiano diventa Imperatore.
Marco Ulpio Traiano nacque in Spagna, nella Betica, nella città di Italica nel 53 d.C. Di famiglia senatoria (il padre fu console in Siria e in Asia e governatore della Betica) Traiano fu per dieci anni nell'esercito, facendovi una reale esperienza delle armi e del comando. Percorse poi i gradi della carriera civile senatoria: fu pretore in Spagna, comandò una legione in Germania, dove partecipò alla repressione della ribellione di Antonio Saturnino, fu console ordinario (91) e, quando Domiziano fu ucciso (96), era governatore della Germania superiore.
Nerva, che aveva bisogno del sostegno d'un uomo forte e onesto e che godesse prestigio presso l'elemento militare, lo adottò nell’ottobre del 97. Morto Nerva (98), Traiano gli succedette, divenendo imperatore a assumendo l'impero a soli 45 anni. Non venne subito a Roma, ma si trattenne a sistemare il problema del confine renano: sistemato durevolmente il confine del Reno, passò a quello del Danubio, preoccupandosi specialmente della sistemazione della Dacia. Rientrò a Roma solo nel 99 d.C.
Attivissimo e intelligente nell'amministrazione come nelle armi, amato dal popolo e dalla classe militare, Traiano riuscì durante il suo regno a mobilitare intorno a sé anche i migliori elementi senatorî ed equestri. L'imperatore si preoccupò di alleviare alcune imposte e di arricchire il fisco vendendo largamente beni che i precedenti imperatori avevano accumulato e immobilizzato nel proprio patrimonio mediante acquisti, confische, doni, legati testamentarî.
La sicurezza e la facilità degli scambî commerciali nei confini dell'Impero aumentarono notevolmente; si creò un'atmosfera di grande e non fittizia sicurezza finanziaria. Un provvedimento notevole fu l'istituzione degli alimenta, ossia la costituzione di una rendita destinata a fornire in Italia i mezzi di sussistenza a fanciulli e fanciulle povere, organizzata in modo tale da rappresentare al tempo stesso una forma di prestito agrario a basso interesse, con cui agevolare il rifiorimento dell'agricoltura italica. Sistemate le faccende interne, Traiano ritenne necessario risolvere definitivamente alcune gravi questioni di confine, in primo luogo quella del Danubio, da tempo minacciato dal potente regno di Dacia, col suo re Decebalo. Negli anni 101-102 e 105-106 ebbero così luogo, sotto la sua personale direzione, le guerre daciche.
Le operazioni militari della spedizione sono riprodotte con meticolosa precisione nei bassorilievi che si avvolgono a spirale intorno alla colonna eretta nel foro che porta il nome dell'imperatore, a Roma (colonna Traiana).
 Le famose terme di Traiano sorgevano sul colle Esquilino , fatte costruire sopra l'ala principale della neroniana Domus Aurea e inaugurate nel 109 d.C. Sebbene al giorno d'oggi non rimanga molto delle terme, la loro planimetria può essere ricostruita almeno approssimativamente. E da quel che è rimasto si comprende che la costruzione per grandiosità doveva superare qualunque cosa mai veduta in precedenza; in altre parole, si trattò delle prima terme cittadine di grandi dimensioni e che in tempi successivi furono imitate 11 volte.
Gli impianti termali che formavano il nucleo del complesso di Traiano avevano dimensioni triple di quelle delle vicine terme di Tito. Al centro v'era un enorme salone sormontato da cupola, e nel recinto circostante erano ospitate tutte le molteplici attività di un centro sociale. L'opera imponente e progettata con criteri utilitaristici del tutto moderni, era il frutto del genio di Apollodoro di Damasco, un architetto che seppe servirsi con maestria della tecnica del calcestruzzo, affidandosi ad essa per la realizzazione di aeree volte, di archi e di absidi.
Apollodoro fu anche il progettista del foro di Traiano, l'ultimo, il più complesso e il più sontuoso dei fori che i vari imperatori fecero costruire intorno all'originario foro romano. Esso aveva forma press'a poco rettangolare (metri 164 x metri 108), che venne ricavata tagliando e asportando tutta la parte più bassa del colle Quirinale. V'erano biblioteche in lingua latina e greca, che però, come la maggior parte del complesso, non sono più visibili; mentre sta ancora in piedi la colonna eretta per celebrare la conquista della Dacia.
In prossimità sorgeva la sala colonnata e absidata della Basilica Ulpia. E la grande piazza delimitata da colonne, terminante a nord e a sud con ampliamenti semicircolari (exedrae), ospitava la statua equestre dell'imperatore.
La parete curva a nord formava la facciata dei Mercati Traianei, che si estendevano al di là della stessa, ma più in alto. Questo elaborato complesso sviluppava con abilità la formula familiare del mercato cittadino rispondendo alle esigenze maggiormente varie e più impegnative della metropoli dell'impero. Realizzato con 3 livelli di terrazze sul pendio collinare reso artificialmente ripido, l'intero complesso ospitava più di 150 negozi e uffici.
Il materiale impiegato per l'intera costruzione fu il calcestruzzo rivestito di durevoli mattoni cotti al forno, che da allora in poi furono spesso utilizzati, senza il parametro esterno del marmo o pietra, anche a scopo puramente decorativo. Il punto centrale del complesso era la sala del mercato, costruita da uno spazio rettangolare coperto con volta a crociera, lunga 25 metri e larga circa 9.
Traiano fece anche costruire ex novo, nell'arco di 12 anni (100-112 d.C.), sempre dall'architetto greco-nabateo Apollodoro di Damasco,  il celeberrimo porto di Traiano esagonale nella zona di Fiumicino (i cui resti sono ancor oggi imponenti) che collegava Roma con le regioni occidentali dell'Impero e che fu collegato con un nuovo canale al Tevere in modo da facilitare il trasferimento delle derrate a Roma.
Tra i problemi di politica interna, egli doveva affrontare quello dei cristiani, verso i quali fu intransigente, cercando però di rispettare i principî di giustizia del diritto romano. Altro grave problema era quello dei rapporti col regno dei Parti, e Traiano colse l'occasione del contrasto scoppiato a proposito della successione al regno di Armenia, per iniziare, più che sessantenne, la nuova guerra. Traiano compì vittoriosamente grandi operazioni militari, annettendo l'Armenia, giungendo in Mesopotamia, e scendendo con la flotta il Tigri, fino a Babilonia e al Golfo Persico. Ma una violenta sollevazione dei Giudei, il riapparire di forze nemiche qua e là nelle regioni conquistate, la ribellione di città occupate, e altri improvvisi rovesci, lo costrinsero a rinunciare al disegno della conquista totale e a incoronare egli stesso un nuovo re dei Parti. Ammalatosi in Siria, Traiano affidò l'esercito al parente Publio Elio Adriano, e si avviò per tornare a Roma, ma a Selinunte di Cilicia improvvisamente morì.

venerdì 24 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno 109 d.C. l'imperatore Traiano inaugura l'acquedotto che porta il suo nome.
Pochi monumenti sopravvissuti dall'antichità rappresentano il pragmatismo romano, l'ingegno e il desiderio di impressionare come gli acquedotti, costruiti per soddisfare la necessità apparentemente incontenibile dei romani per l'acqua. Intorno alla fine del I secolo d.C., l'imperatore Traiano iniziò la costruzione di un nuovo acquedotto per la città di Roma. Al momento, le esigenze in materia di approvvigionamento idrico della città erano enormi. Oltre a soddisfare le esigenze utilitaristiche di un milione di abitanti di Roma, come pure quelle dei ricchi residenti nelle loro ville suburbane e rurali, l’acqua alimentava impressionanti bagni pubblici e monumentali fontane in tutta la città. Anche se il sistema era già sufficiente, la volontà di costruire acquedotti era spesso più una questione di ideologia che non di assoluta necessità.
In risposta alle necessità, che fossero autentiche o no, un nuovo acquedotto era comunque una dichiarazione di potenza di una città, di grandezza e influenza in un'epoca in cui tali cose erano di grande importanza. La sua creazione glorificava anche i suoi sponsor. Traiano — provocato, in parte, dai progetti incompiuti del suo predecessore grandioso, Domiziano — colse l'opportunità di lasciare la propria eredità monumentale alla capitale: l'Aqua Traiana ("acquedotto di Traiano" in latino). L'acquedotto portò ulteriore lustro all’immagine dell'imperatore, portando un enorme volume d’acqua a due dei suoi altri grandi progetti — le Terme di Traiano, che dominano il Colosseo e la Naumachia di Traiano, un vasto bacino aperto nella pianura del Vaticano, circondato da posti a sedere per gli spettatori, in cui mettere in scena le battaglie navali.
Al suo completamento, l'Aqua Traiana fu uno degli 11 acquedotti che, entro la fine del regno dell'imperatore, portavano centinaia di milioni di litri di acqua al giorno. Fu anche uno dei più grandi degli acquedotti che sostennero l'antica città tra il 312 a.C., quando Roma subì il suo primo assedio, e il 537 d.C., quando i Goti assediarono la città e si dice che tagliassero ogni condotto fuori delle mura della città. Al momento della sua inaugurazione, nel 109 d.C., l’Aqua Traiana correva per più di 25 km, iniziando da un gruppo di sorgenti sul lato nord-occidentale del lago di Bracciano, per andare a sud-est verso Roma. Tuttavia, nonostante l’importanza dell'acquedotto per la città, le sue sorgenti e l'architettura che lo contraddistingueva hanno eluso gli archeologi nonostante secoli di ricerca. Ora, grazie a un'insolita serie di circostanze che le hanno preservate, le fonti dell’Aqua Traiana sono state finalmente riportate alla luce. E per la prima volta le fonti ben conservate di un monumentale acquedotto romano sono state identificate.
Nel 2008, i documentaristi Ted e Mike O' Neill hanno avviato un progetto per esaminare nuovamente gli acquedotti di Roma. Hanno cominciato a riesaminare gli studi sulle fonti da cui provenivano le acque. I risultati non erano affatto soddisfacenti. Gli studiosi avevano ripetutamente ignorato o mal interpretato preziose testimonianze dai documenti descrittivi, risalenti ai sec. XVII - XIX — per esempio, la Storia della acque di Roma del 1832, di Carlo Fea. Presto, l'Aqua Traiana divenne il centro della loro ricerca, poiché sapevano che aveva goduto di un periodo di rinascita secoli dopo la sua costruzione. Durante il Medioevo, l'acquedotto era caduto in rovina. Nel primo 1600, Papa Paolo V — un ambizioso costruttore molto simile a Traiano — intraprese la costruzione di un nuovo acquedotto. A quel tempo, alcuni resti in piedi dell’Aqua Traiana erano probabilmente ancora visibili qua e là nella campagna. Molte delle sorgenti originali erano ancora funzionanti. E potrebbe essere stato possibile individuare sezioni sepolte dell'acquedotto seguendo il percorso sotterraneo.
L'imperatore Traiano emise un sesterzio di bronzo con la sua immagine (recto) per festeggiare il completamento dell'acquedotto. Il Dio sdraiato (verso) rappresenta l'acquedotto, e l'arco suggerisce le grotte alle sue fonti.
Il Papa incaricò i suoi ingegneri di localizzare le sorgenti che scorrevano ancora, comprando la terra su cui si trovavano, e connetterle all'acquedotto progettato. Ancora una volta, le acque furono portate a Roma, dai pendii sopra il lago di Bracciano, questa volta sotto il nome di Acqua Paola. Nonostante l'affermazione pubblica del Papa, che si era fatto affidamento sulle fonti e i resti di un antico acquedotto per costruire l'Acqua Paola, nessuno era mai stato in grado di verificare questa affermazione, molto meno d’associare i resti dell'acquedotto rinascimentale con quelli di qualsiasi antico acquedotto.
Molte sezioni sopra e sottoterra dell’Aqua Traiana sono conosciute oggi, ma poche di loro furono direttamente incorporate nell'acquedotto del Papa. Questi resti antichi sono costruiti nello stile caratteristico del secondo secolo d.C., con pareti in calcestruzzo a vista o in muratura o in opus reticulatum — pietre quadrate in una griglia diagonale precisa. Sia nelle parti sopra sia in quelle sotto il suolo, il canale d'acqua era a volta con calcestruzzo normale e allineato di sotto della volta con cocciopesto, un cemento che i romani utilizzarono per secoli per fare pavimenti impermeabili, cisterne e acquedotti. Al contrario, le parti dell'Acqua Paola che scorre ancora oggi non mostrano alcuna traccia di antica muratura.
In realtà, un rivestimento di cemento moderno nasconde interamente cosa potrebbe nascondersi nelle pareti sottostanti. La prova migliore per il matrimonio di vecchio e nuovo è nei settori "morti" dell’Acqua Paola, i rami remoti che non contengono acqua e sono stati per la maggior parte ignorati dagli studiosi alla ricerca di prove delle fonti dell’Aqua Traiana. Nel sec. XIX e all'inizio del sec. XX, il paesaggio intorno al Lago di Bracciano consisteva di pascolo più aperto, rispetto ai boschetti densi che oggi coprono i terreni privati ferocemente sorvegliati sui pendii che scendono verso il lago. Ma anche allora, le ricerche compiute rivelarono poche tracce dell'acquedotto più antico. Nei recenti anni settanta, gli archeologi della British School di Roma hanno condotto un'indagine intensiva nella zona. Sono stati in grado di documentare frammenti precedentemente sconosciuti dell'acquedotto, e hanno trovato anche delle strutture che potrebbero essere identificate come il segno d’una fonte.
Dopo mesi di ricerche negli archivi, gli O' Neill si resero conto che gli studiosi avevano trascurato indizi importanti che potrebbero portare alle fonti dell’Aqua Traiana e forse anche a qualche antica architettura romana. Anche se i nomi medievali di tre sorgenti — Matrix, Carestia e Fiora, in prossimità della città di Manziana, sul lato occidentale del lago di Bracciano — appaiono nelle relazioni scritte dagli ingegneri dell’Acqua Paola, si è sempre pensato che mai nessuna di queste sorgenti avesse contribuito a tale acquedotto. La sorgente di Santa Fiora era stata in uso costante per decenni da parte della famiglia Orsini, i proprietari terrieri locali dominanti, per alimentare i loro redditizi mulini sul lago. Ma gli O' Neill si chiedevano se uno qualsiasi dei tre luoghi avesse anche rifornito l’Aqua Traiana, quasi 1.500 anni prima. Alcuni antiquari nel Settecento e dell'Ottocento avevano sostenuto ciò, ma avevano detto troppo poco per aiutare gli studiosi successivi a identificare le fonti.
Una sorgente denominata "Matrix", che esiste ancora oggi, è stata chiaramente in uso fin dall'epoca pre-romana. La sorgente emerge da un tunnel di irrigazione etrusco chiamato cuniculus, che risale al sec. VI o V a.C., ma non mostra alcuna prova visibile di epoca romana. Poiché il nome di "Carestia" è sconosciuto nella regione oggi, gli O' Neill si focalizzarono sulla Fiora come possibile fonte dell’Aqua Traiana. Essi sapevano che gli ingegneri di Papa Paolo, Luigi Bernini e Carlo Fontana, avevano misurato il flusso dell'acqua della Fiora nel XVII secolo, ed era la più abbondante di tutte le sorgenti della regione in quel momento. Dopo una rapida occhiata ad alcune mappe, comprese quelle più recenti, essi hanno notato un luogo con il nome di "Santa Fiora". Con grande sorpresa degli O' Neill, tuttavia, da principio non si poteva trovare una descrizione dettagliata di quel luogo né nei documenti moderni né in quelli più vecchi, così decisero di trovare il luogo essi stessi.

Alla fine del 2008, con l'assistenza dei funzionari locali, gli O' Neill raggiunsero l’ingresso al sito chiamato Santa Fiora, che si trova in una piccola fattoria a Manziana. Ciò che videro, nascosto all'interno di un fitto ciuffo di alberi, li stupì. Sotto un enorme fico sporgente, una grotta artificiale quasi perfettamente conservata sbirciava fuori dal fianco della collina. Su per la collina, si vedevano le tracce di una struttura che un tempo sorgeva su di essa. Visite successive agli archivi avrebbero rivelato che si trattava di una chiesa del XIII secolo chiamata Santa Fiora, dedicata alla Madonna del fiore. Anche se la chiesa aveva avuto una storia lunga, ben documentata, era quasi sconosciuta agli studiosi. Le memorie della chiesa erano conservate negli archivi degli Orsini, la diocesi locale e l'ospedale di Santo Spirito in Saxia a Roma, che controllava la proprietà da già nel 1238. Questi documenti contengono una ricchezza di informazioni circa la chiesa — che era un eremo, ad esempio, e che essa possedeva un ritratto miracoloso della Vergine Maria. A giudicare dalle sporgenze per lampade che costellavano i muri, sembrava che gli eremiti vivessero nella grotta stessa.
Anche se solo la camera centrale si apre all'esterno, la grotta è divisa in tre camere affiancate di diverse dimensioni e forme, ciascuna con una propria volta e apertura di luce. Originariamente, ampie arcate si aprivano nei muri che dividono le camere. Con l'eccezione di un arco di pietra ben conservato e di tutta la parte anteriore della grotta, quasi l'intera struttura è stata fatta di malta, mattoni e cemento romano antico. Tracce dell'affresco originale azzurro cielo rimanevano sulle volte. Una nicchia al centro della parete di fondo della camera centrale doveva un tempo contenere una statua in piedi. Era il punto focale di tutto lo spazio originale e chiaramente era destinato a ispirare reverenza nel visitatore. Anche non si conosce se l'identità della statua, che non sopravvive, i candidati più probabili sono Traiano o la ninfa residente che rappresentava le acque locali.
Sulla parete sopra la nicchia è una cornice di stucchi di epoca rinascimentale recanti il simbolo della famiglia Orsini, un fiore a cinque petali. La corrispondenza con il nome di Santa Fiora può essere una coincidenza, perché la chiesa precede la presenza degli Orsini in quest'area, ma la famiglia avrebbe fatto la maggior parte della costruzione. In realtà, questa cornice racchiudeva probabilmente un'immagine affrescata della Madonna della Fiora, il ritratto miracoloso della Vergine menzionato nei registri parrocchiali. Questi registri segnalano che l'affresco fu gradualmente distrutto dall'umidità.
Una sorpresa si trova anche nella terza camera a destra, che può essere raggiunta attraverso una piccola porta rettangolare appena sotto la cima dell’arco destro. Dall’altro lato della porta, il pavimento scende al suo livello originale, rivelando una sorgente incontaminata romana. La volta in calcestruzzo della camera conserva le tracce dell'affresco originale blu, insieme a un pozzo di luce cilindrico al centro, creando uno spazio impressionante che poteva esser visto dalla sala centrale. A una certa distanza lungo il tunnel in discesa, la muratura cambia in opus reticolatum, la firma a griglia diagonale della muratura dell’Aqua Traiana. A questo punto, comincia anche la spessa fodera impermeabile dell’opus signinum. Alla giuntura di questi due punti, un grande pozzetto verticale, ora bloccato molto più in alto, penetra la volta a botte del traforo. Secondo i proprietari terrieri, questo settore dell'antico acquedotto serviva Manziana ancora fino al 1984 — ma è rimasto sconosciuto agli archeologi.
Una mappa del 1718 negli Archivi di Stato a Roma rappresenta Santa Fiora come una modesta chiesa con terreni coltivati, un frutteto, un cortile, un pozzo con un dispositivo di sollevamento dell'acqua in un albero adiacente e una piccola capanna vicino alla strada di accesso. Ma non tutto è come può sembrare sulla mappa. Il pozzo, che è etichettato come "pozzo di acqua corrente", doveva essere il grande foro principale che penetrava nel tunnel dell’acquedotto, pescando nell'acquedotto stesso. Oggi, la casetta di muratura robusto, la cui targa recita "chiusa per l’acqua che va a Bracciano", è ancora in piedi vicino alla strada che fronteggia la proprietà. All'interno della capanna, una scalinata conduce fino alla biforcazione tra l’Aqua Traiana e un moderno condotto, forse risalente al XVIII secolo, che fu costruito per la città di Bracciano. Questo condotto ha origine in un altro nelle vicinanze della sorgente. Con tutto il suo potere, il Papa non poté convincere la famiglia Orsini a consegnare la Fiora.
Nell'estate del 2010, il gruppo identificò l’origine della fonte perduta chiamata "Carestia", che doveva essere vicino alla chiesa di Santa Maria della Fiora. Una mappa del 1716 dagli archivi Orsini presso la University of California, Los Angeles, aveva fornito un indizio essenziale per la sua posizione — una sezione d’acquedotto isolata, disegnata a nord-est della chiesa, con l'etichetta "canale che ha catturato le acque perse chiamate la Carestia, e che le ha condotte per la Fiora". Ora, sapendo di dover cercare nella foresta densa a nordest, il gruppo identificò presto un'altra grotta artificiale di epoca romana che ha quasi le stesse dimensioni e concezione architettonica di quella di Santa Fiora. Qui, il soffitto a volta ha ceduto, il suo pozzo di luce cilindrico si è spezzato quasi a metà. La parte superiore di una nicchia centrale che doveva contenere una statua sbircia fuori sopra il suolo della foresta.
Più di recente, l’obiettivo del gruppo si è spostato verso i rami "morti" dell’Acqua Paola — quelli che sono caduti in rovina perché sono troppo lontani da mantenere. Poiché queste sezioni morte sono secche e a volte anche rotte, rivelano di più sulla loro storia di costruzione rispetto ai rami ancora in vita, perché possono essere esaminati in sezione trasversale. La squadra può anche strisciare lungo i canali per cercare l’antica muratura. E’ diventato chiaro che poco del condotto dell’Acqua Paola in queste aree è stato costruito da zero. Invece, l'acquedotto era un ibrido che si è basato direttamente sui resti dell’Aqua Traiana, ove possibile. Nel ramo più meridionale dell'Acqua Paola, in una fattoria a Pisciarelli (la colorita denominazione per le sezioni in cui l’acqua "piscia indietro"), la squadra ha trovato prove indiscutibili che l’Aqua Traiana era già passata di lì 15 secoli prima. La sezione inferiore del condotto e la perforazione del tombino di ventilazione sono costruite in precise bande alternati di mattoni romani e opus reticulatum. Attraverso un burrone remoto a nord, il team ha anche incontrato due ponti di acquedotto. Uno, nello stile caratteristico dell'Acqua Paola, era intatto ma asciutto. Eppure, subito a valle, un pezzo massiccio del ponte dell’Aqua Traiana giaceva su un fianco, esponendo la sua superficie, in opus signinum. Parte di un arco romano vacillava sopra la sponda di cui sopra. Violente inondazioni devono avere dilavato questo ponte fuori a lungo prima che arrivassero gli ingegneri del Papa, costringendoli a costruire un ponte più forte appena a monte. Circa un centinaio di metri del condotto danneggiato lungo la riva hanno rivelato la stessa costruzione ibrida del settore Pisciarelli — il pavimento, pareti e rivestimenti in opus signinum dell’Aqua Traiana furono riutilizzati ovunque possibile, e nuove volte sono state applicate dove era necessario.
Nonostante la presenza delle fonti nel cuore dell'Italia, è notevole il fatto che molti dei resti di uno dei più grandi acquedotti di Roma avessero eluso gli sforzi degli archeologi per trovarli. Eppure le sorprendenti scoperte degli ultimi anni stanno cominciando a mostrare un pezzo di storia romana che è stato ignorato, incompreso e addirittura completamente sconosciuto fin dal Medioevo. Una parte di questa storia è nata dal desiderio di un Papa di elevare la sua statura ed emulare uno dei grandi costruttori dell'antichità, anche riutilizzando alcuni tratti del precedente acquedotto di Traiano. Un altro è la piccola chiesa di Santa Fiora, che riflette il desiderio di preservare la santità della fonte, che una volta alimentava l’Aqua Traiana. Con la prosecuzione della ricerca degli O' Neills, non c'è dubbio che ancora di più di questa storia sarà rivelato.

mercoledì 12 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 113 d.C. viene innalzata a Roma la Colonna Traiana.
 L'imperatore Traiano fu l'ultimo grande conquistatore: combatté contro le popolazioni germaniche, sconfisse i parti, distrusse i daci, invase l'Armenia, la Siria e la Mesopotamia. Con lui l'impero raggiunse la massima estensione.
La conquista della Dacia fu la sua operazione militare meglio riuscita (101-106 d.C.). I daci erano una popolazione che occupava le terre a nord del Danubio, dove ora c'è la Romania.
Erano tribù nomadi, diventate sedentarie col tempo. Nel I sec. a.C. si erano fuse in un unico grande popolo, per fronteggiare l'avanzata romana.
Traiano fu costretto a organizzare una spedizione particolarmente agguerrita, che nell'arco di cinque anni ebbe la meglio sui suoi nemici.
Dopo la vittoria le legioni romane restarono in Dacia e la colonizzarono interamente, costituendo una regione latinizzata, tanto che ancora oggi si parla una lingua romanza, il rumeno, derivata dal latino, benché la Romania sia circondata da paesi la cui lingua è di origine slava.
A ricordo di questa guerra fu scolpita a Roma il più grande capolavoro dell'arte romana: la cosiddetta "Colonna Traiana", posta nel Foro Traiano, all'interno del Foro Romano.
Scopo di quest'opera non era solo funerario e celebrativo, ma anche didascalico, in quanto come un lungo papiro il monumento si srotola a spirale, dal basso verso l'alto, senza interruzioni, raccontando tutte le imprese dell'imperatore.
La lunghezza di questo enorme papiro di sculture (che fa venire in mente anche la pellicola di un film) è di ben 200 metri e i giri che compie intorno alla colonna sono 23. Le figure sono migliaia: solo Traiano è rappresentato 58 volte. Le sculture hanno uno spessore che varia dai due ai tre centimetri.
Conclusa nel 113 d.C. da uno scultore a noi ignoto, ma si pensa che il progettista sia stato il grande architetto Apollodoro di Damasco, già progettista del Foro Traiano, la colonna, che è un bellissimo esempio di fusione tra architettura e scultura, è alta 30 metri, anzi 39,83, se calcoliamo anche la base, che ha un diametro di sei metri: è come un palazzo di nove piani.
Nel monumentale piedestallo non sono presenti solo le ceneri di Traiano ma anche l'inizio di una scala a chiocciola scavata nel marmo e illuminata da molte feritoie.
La scala permette di arrivare in cima al monumento. Qui in origine c'era una statua in bronzo di Traiano, che scomparve nel Medioevo e che fu sostituita nel 1587 con una statua di s. Pietro dal papa Sisto V.
Architettonicamente la colonna è simile a quella di Marco Aurelio, ma con importanti differenze. Anzitutto tra le imprese di guerra e le azioni di pace dei soldati romani, prevalgono quest'ultime, mentre in quella di Marco Aurelio risalta l'azione violenta e dura dei vincitori sui vinti: armi, scudi, lance, elmetti e corazze si ripetono con ritmi incalzanti.
I bassorilievi della colonna Traiana hanno un carattere pittorico più che plastico, poiché il modellato e le figure hanno poco volume e anche perché le superfici dei piani sono trattate in modo morbido e sfumato: non ci sono rilievi fortemente marcati, come appunto in quella di Marco Aurelio, dove i profili dei personaggi sono più nitidi, le figure sono schierate, allineate e rinserrate su diversi piani e dove persino i particolari naturalistici e paesaggistici vengono considerati del tutto insignificanti.
La narrazione della colonna Traiana è attenta e scrupolosa e corrisponde ai fatti storici, almeno così come noi li conosciamo. Si possono vedere i soldati romani passare il Danubio su un ponte di barche e costruire fortificazioni, Traiano celebrare i sacrifici rituali, parlare alle truppe. Vediamo le battaglie, l'opera di soccorso ai feriti, la conquista dei villaggi nemici, la resa degli avversari.
Traiano appare sempre deciso, ricco di personale carisma, un "comandante" cui l'esercito è fedele, ma anche il capo dei daci, Decebalo, è visto come un grande ed eroico guerriero, cui va tributato l'onore delle armi: i romani vincono su un grande avversario.

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