Cerca nel web

lunedì 5 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1993 il velocista canadese Ben Johnson, dopo essere stato trovato positivo per la seconda volta ai controlli antidoping, viene squalificato a vita dalle competizioni ufficiali.
Il doping ha probabilmente la stessa età dello sport. E' nato nel momento in cui l'uomo ha desiderato confrontare le proprie abilità col suo simile o con gli animali (riproponendo gli scenari delle battaglie e della caccia in eventi e manifestazioni a scopo ludico) e, per farlo, ha iniziato a prepararsi al confronto aiutandosi con qualsiasi sistema.
Il doping, più o meno subdolamente, si è insinuato come pratica sleale e pericolosa per il raggiungimento del risultato sportivo e, quindi, per il conseguimento di riconoscimenti e onori nel modo più facile e rapido possibile. L'obiettivo era vincere. Non solo nelle gare il cui esito era segnato dalla vita o morte dei partecipanti, ma anche per arrivare al primo premio. Denaro, proprietà dello Stato devolute, esenzione dal servizio di leva costituirono la posta più ambita già per i giovani atleti dell'antica Grecia che parteciparono alle prime Olimpiadi.
La storia racconta che i gladiatori, prima di scendere nell'arena dell'anfiteatro Flavio, erano soliti assumere una bevanda preparata con una miscela composta dal sudore dei "colleghi" risultati vincitori negli incontri del giorno precedente e dalla sabbia del "campo di gioco" che aveva accolto il sangue dei vinti.
Al di là di preparazioni puramente simboliche e con significati pseudo-magici, presso i Romani e presso numerosi altri popoli dell'antichità erano diffuse pratiche "dopanti" dotate anche di un certo significato farmacologico. Si ha notizia di preparati a base di frutta fermentata a elevato contenuto alcolico (per conferire all'atleta euforia e ridurre la paura dello scontro), di alimenti preparati con interiora e testicoli di toro (dotati di vago significato anabolizzante), di estratti di passiflora e tiglio (ad effetto ansiolitico) e di altre improbabili misture dotate di più o meno blanda efficacia farmacologica.
La prima morte documentata di un atleta a causa dell'uso sconsiderato di sostanze dopanti risale al 1896 quando il ciclista Arthur Linton, durante la corsa Bordeaux-Parigi, fu colpito da una crisi cardiaca in seguito ad overdose di stimolanti.
Nei primi decenni del 1900 fu molto in uso, soprattutto tra i ciclisti, la pratica di preparare e consumare - anche nel corso della gara stessa - le cosiddette "bombe": veri e propri miscugli composti da associazioni di stimolanti naturali o artificiali diluiti nella borraccia con vino o acqua.
Nel 1967 la morte dell'atleta Tommy Simpson, avvenuta al traguardo della tappa del Mont Ventoux del Tour de France, scosse l'opinione pubblica. Il ciclista aveva assunto una dose consistente di amfetamine e morì a causa di un collasso cardiocircolatorio poco dopo aver completato la sua prova.
Il Comitato internazionale olimpico (fondato nel 1894 dal Barone Pierre de Coubertin) decise in tale occasione di dedicarsi con maggiore attenzione a un fenomeno così pericoloso, e dilagante, istituendo i controlli antidoping e preoccupandosi di stilare un elenco di sostanze vietate agli atleti nel contesto delle competizioni sportive di qualsiasi livello e disciplina. Da allora tale lista è stata completata, aggiornata e revisionata.
Dalla morte di Simpson a oggi la storia del doping ha conosciuto molti altri momenti bui. Tra i più drammatici c'è il periodo della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, nel corso degli anni '80. All'epoca lo scontro e la sete di supremazia tra le due superpotenze passò anche attraverso la bramosia di mostrare al mondo la paternità della gioventù sportiva più sana e forte possibile. Per gli atleti russi e americani furono impiegati i prodotti più pericolosi. Furono sperimentate nuove sostanze dopanti per intervenire anche sulla regolazione dello sviluppo fisico e sessuale dell'individuo, secondo un'etica distorta dalla mente criminale di ricercatori privi di ogni scrupolo.
Il fenomeno del doping è purtroppo pericolosamente diffuso. Esistono i controlli (talvolta molto difficili, specie in ambito amatoriale), una disciplina e sanzioni in ambito agonistico, ma è altrettanto importante che tutti i giovani, gli sportivi occasionali e gli amatori conoscano i gravi rischi per la salute che la pratica del doping comporta.
Oggi i fattori che favoriscono la diffusione del doping sono: la spinta insana a ottenere sempre e comunque risultati, i benefici economici e la notorietà; ma anche gli sponsor che pagano molto bene i campioni dello sport (ma solo finché il campione vince) o l'aumento dei carichi di allenamento altrimenti insostenibili. Particolarmente inquietante è il fatto che il mondo della criminalità organizzata si è ormai impossessato del traffico delle sostanze dopanti, che seguono gli stessi canali degli stupefacenti.
L'uso di sostanze dopanti non è una prerogativa dell'atleta professionista, anzi è spesso ben più frequente tra atleti che non praticano attività sportiva per professione.
Talvolta la ricerca di una sostanza che migliori la prestazione è frutto dell'ignoranza sui rischi per la propria salute e sulla scarsa capacità di riconoscere i propri limiti. Voler apparire un campione a tutti i costi senza la voglia o il tempo di allenarsi in modo adeguato spinge stoltamente qualcuno a cercare aiuto nel doping.
La prevenzione e la conoscenza di tale fenomeno, soprattutto tra i giovani, deve essere promossa a più livelli, oltre che in ambito familiare, nel contesto scolastico, nelle società sportive di appartenenza e da parte degli esperti del Servizio sanitario nazionale.

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog