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lunedì 28 agosto 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 agosto.
Il 28 agosto 1963 Emily Hoffert e Janice Wylie vengono assassinate nel loro appartamento di Manhattan.
Il 28 agosto 1963 è normalmente ricordato come il giorno della storica marcia a Washington di Martin Luther King, e del suo discorso "I have a dream". Ma lo stesso giorno, due giovani donne in carriera, Janice Wylie e Emily Hoffert, furono brutalmente assassinate nel loro lussuoso appartamento nell'Upper East Side di Manhattan. Ciò portò a una serie di eventi che sconvolsero la città e in particolare il Dipartimento di polizia di New York.
La stampa ribattezzò l'evento "gli omicidi delle donne in carriera", coinvolgendo il pubblico ogni giorno di più sulla vicenda a tal punto che i newyorkesi si resero conto che quanto accaduto stava cambiando la città.
Già nei primi anni 60 vi erano segnali evidenti che il crimine stava drammaticamente aumentando e i giornali, specialmente i tabloid, si nutrivano di queste paure. Persino il liberale New York Post stava dedicando ampio spazio alle storie di crimini, alla stessa stregua dei concorrenti tabloid.
Le indagini sui sensazionali omicidi delle donne in carriera rimasero in prima pagina per mesi, finchè un nuovo, ancor più sensazionale omicidio ne prese il posto in tutti i giornali del mondo: quello del 22 novembre 1963, quando il presidente John F. Kennedy venne assassinato a Dallas.
Se si esclude un unico articolo sul caso pubblicato nel marzo del 64 sul New York Herald Tribune intitolato "il  caso irrisolto numero uno della citta: chi ha ucciso le donne in carriera?", non venne più scritto nulla sugli omicidi fino al 64. Il silenzio si interruppe bruscamente alle 3.30 del 25 aprile 1964, quando alla sala stampa di ogni quotidiano newyorkese venne inviato un bollettino che diceva:
"Un negro diciannovenne ha confessato di aver assassinato Janice Wylie ed Emily Hoeffert nel loro appartamento nell'East Side il 28 agosto scorso". Il bollettino aggiungeva che il sospettato era stato identificato come George Withmore Junior, ed era trattenuto nel 73esimo distretto della sezione di Brownsville a Brooklyn.
La scena al distretto, che rispecchiava il carattere fatiscente delle case intorno ad esso, era ovviamente caotica, con reporter, fotografi, giornalisti della radio e della TV che si accalcavano in una piccola stanza dove il capo dei detective Lawrence McKearney stava per tenere una conferenza stampa. All'interno della stanza vi era un ragazzotto diciannovenne malvestito, dalla faccia coperta di acne e un look confuso, spaventato e stranamente passivo che si guardava intorno dalla gabbia in cui era rinchiuso.
McKearney lesse un foglio, dando una precisa narrazione degli eventi. Disse ai giornalisti che Whitmore era stato arrestato il giorno prima perchè sospettato di un'aggressione a una donna a Brownsville. Dopo essere stato identificato dalla vittima, Whitmore aveva confessato l'aggressione, nonchè l'omicidio di un'altra donna a Brooklyn e, inoltre (ciò che tutti i giornalisti stavano aspettando), gli omicidi Wylie-Hoffert. McKearney aggiunse, non senza soddisfazione, "abbiamo l'uomo giusto, senza dubbio. Ci ha fornito dettagli che solo l'omicida poteva sapere".
McKearney svelò solo parte della confessione, rispondendo alle domande dei rumorosi giornalisti. Whitmore viveva a Wildwood, New Jersey, col padre separato; tuttavia veniva spesso a trovare la madre ed altri parenti a New York. Whitmore era un borseggiatore che aveva preso la metro fino a Times Square e poi aveva girovagato per la 88esima est. Secondo McKearney, il sospettato aveva deciso di vedere cosa c'era sul tetto del palazzo delle vittime e poi, preso da un impulso irrefrenabile, era entrato nel loro appartamento.
Sempre secondo McKearkey, Whitmore ammise che avendo trovato in casa le vittime, aveva usato una bottiglia di coca cola e tre coltelli, rompendo le lame di due di essi, per colpire e infilzare le donne e infine legare insieme i corpi coperti di sangue. Ammise inoltre di essersi lavato le mani prima di abbandonare l'appartamento grondante sangue, portandosi via anche parecchie fotografie, una delle quali gli venne trovata addosso al momento dell'arresto.
McKearney divenne evasivo quando i giornalisti gli chiesero se c'erano altre prove oltre alla confessione. Parlò della fotografia che si supponeva fosse stata rubata dalla scena del delitto e trovata in possesso di Whitmore, ma si rifiutò di mostrarla in quanto elemento di prova, e si dimostrò anche poco sicuro che si trattasse veramente della foto di una delle vittime. Aggiunse anche che non vennero rilevate impronte digitali del sospettato nell'appartamento poichè aveva usato i guanti per ucciderle. Palesemente stanco per essere stato alzato tutta notte e infastidito dall'atteggiamento dei giornalisti, quasi a considerare lui stesso un sospettato, McKearney ripetè esasperato quanto già detto in precedenza, che l'arrestato era sicuramente il colpevole in base alla conoscenza di fatti noti solo all'assassino e ad altre prove. La conferenza stampa si chiuse.
Tuttavia, a mente fredda, restavano alcune domande spinose:
Come e perchè Whitmore scelse quel quartiere, quel palazzo e quell'appartamento per scatenarsi?
Come mai non vi era alcuna prova nell'appartamento che riconducesse a lui, fatta eccezione per la fotografia?
Per quale motivo portava con sè dei guanti in agosto, visto che non aveva alcuna premeditazione per commettere il delitto?
In poche settimane cominciarono a girare notizie in città che vi erano problemi nel caso Whitmore, e che i detective del distretto di Manhattan, capitanati dal leggendario Frank Hogan, non avevano chiuso il caso e stavano anzi controllando meglio il sospettato. Le autorità di Brooklyn tentarono di mettere a tacere queste voci, sostenendo che erano alimentate dalla "gelosia" delle loro più famose controparti di Manhattan. Tentarono inoltre di portare a giudizio Whitmore per i due crimini di Brooklyn, convinte che in caso di condanna, non fosse nemmeno necessario processarlo per l'omicidio Wylie-Hoffert.
Nel frattempo i detective di Manhattan stavano controllando e ricontrollando ogni dettaglio. Li preoccupava la quasi totale mancanza di prove alla sua confessione, se si esclude la fotografia. Mostrarono la fotografia ad amici e parenti delle donne, e nessuno identificò Janice come soggetto della foto; si venne poi a sapere che essa rappresentava invece una ragazza di Wildwood, lo stesso paese di Whitmore. Inoltre trovarono testimoni che ricordavano di aver visto nel paese il sospettato, quel giorno in cui parlò Martin Luther King. Dunque i detective di Manhattan erano convinti che Whitmore avesse un alibi.
Alla fine fu trovato un drogato, che viveva a pochi isolati di distanza, come principale sospettato del duplice omicidio. Il 26 gennaio 1965 venne arrestato Richard Robles e furono fatte cadere tutte le accuse contro Whitmore. Robles venne condannato a vita e dopo alcuni anni Whitmore venne prosciolto anche dall'accusa di aggressione alla vittima di Brooklyn.
Gli eroi di questa storia sono naturalmente gli investigatori di Manhattan che hanno tentato di trovare la verità senza accontentarsi di avere un capro espiatorio, ma anche tutti quei giornalisti che con i loro reportage hanno sollevato dubbi sull'operato della polizia di Brooklyn, seguendo la migliore tradizione del giornalismo americano.
Furono scritti molti libri sul caso, incluso uno di Raab intitolato "Justice in the Back room", da cui fu tratto un film per la TV, "Gli omicidi Marcus-Nelson", nel quale Telly Savalas interpretava il tenente Theo Kojak. Il film portò poi alla serie televisiva di grande successo "Kojak", con lo stesso Savalas protagonista.


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