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venerdì 9 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 1815 viene firmato l'atto finale del Congresso di Vienna.
Il Congresso di Vienna arrivava dopo ventidue anni di timore per un’Europa unita, controllata e governata dalla Francia. Si trattava di formare un ordine legittimo dopo che la rivoluzione francese aveva scardinato il principio secondo il quale i re governavano per diritto divino. I vecchi sovrani e i loro ministri acquistavano nuovamente un ruolo fondamentale e come prima cosa imponevano alla Francia la restaurazione dei Borbone, col legittimo erede: Luigi XVIII.
Si apriva un acceso dibattito politico tra sostenitori della vecchia Europa e quelli della nuova Europa; tra i più lungimiranti sostenitori del ripristino della situazione pre-rivoluzionaria era però evidente la necessità di scendere a compromessi. Non era possibile dare un colpo di spugna alle conquiste della rivoluzione diffusesi grazie all’imperialismo napoleonico. Conquiste come la nazionalizzazione dei beni del clero e l’idea della libertà (fosse questa di stampa, riunione o associazione) erano ormai assimilate e fatte proprie da gran parte della popolazione europea.
Simbolo di questa libertà era diventata la Costituzione, scritta nella maggior parte dei casi, sulla quale i sostenitori di vecchia e nuova Europa si confrontavano in un dibattito che evidenziava le maggiori differenze in relazione alla natura della sovranità. I primi propendevano per una Costituzione concessa dal sovrano come atto di bontà nei confronti dei sudditi e i secondi intendevano la Costituzione come un diritto dei sudditi, detentori della sovranità.
In quest’atmosfera si apriva, il 3 Ottobre del 1814, il Congresso di Vienna. Per la prima volta nella storia dell’Europa moderna, tutti i sovrani e i loro ministri partecipavano ai dibattiti di un grande congresso in prima persona. I protagonisti erano Charles Maurice Talleyrand-Pèrigord per la Francia, Robert Stewart visconte di Castlereagh per l’Inghilterra, Klemens Wenzel Lothar principe di Metternich per l’Austria, barone Karl August von Hardenberg per la Prussia e lo zar Alessandro I Pavlovic per la Russia.
La presenza degli esponenti di maggior spicco dell’aristocrazia europea provocava un clima di euforia tale da trasformare il congresso in un evento mondano di grande importanza, mentre il tipo di incontri tra governanti, invece che plenario, era soprattutto di tipo bilaterale. Lo svolgimento del Congresso può essere ben compreso dalle parole di uno dei protagonisti, Metternich lo descriveva così: “grazie a un concorso di circostanze unico negli annali del mondo, i principali attori di questo dramma si sono trovati riuniti negli stessi luoghi […] il capo del gabinetto inglese quasi ogni giorno ha avuto contatti con i suoi colleghi d’Austria, di Prussia e di Russia […] e le usanze diplomatiche hanno dovuto per forza di cose adeguarsi alle circostanze. Gli affari più complessi, le questioni più ardue vengono trattati in vari modi in questa o quella sala: niente corrieri, niente scambi di note scritte, niente intermediari tra le corti […] i problemi più gravi erano sempre agitati e discussi durante le riunioni familiari che avevano luogo fra i tre sovrani oltre che fra i capi di gabinetto, e solo allorché queste questioni fossero giunte a un certo grado di maturità i ministri tenevano conferenze regolari e stendevano verbali”.
Il personaggio che più influenzava lo svolgersi del Congresso di Vienna, anche perché in rappresentanza della parte perdente, era certamente Talleyrand, ex vescovo di Autun, che dopo aver avuto un ruolo importante sotto Napoleone, si era messo al servizio dei Borbone. Suo obiettivo era quello di tenere la Francia, pur sconfitta, nella cerchia delle grandi potenze. Per far ciò sosteneva con fermezza che il colpevole degli avvenimenti dell’ultimo ventennio era stato solo e soltanto Napoleone e non il popolo francese. Talleyrand riusciva a far accettare i propri principi, arrivando perfino a concludere un’alleanza con Inghilterra e Austria contro Russia e Prussia (Gennaio 1815) rompendo così il fronte, sino a quel momento unito, dei vincitori.
Per comprendere il nuovo sistema di principi è necessario prioritariamente esaminare i fondamenti ideali che Talleyrand sfruttava per far uscire la Francia dalla posizione difficile in cui si trovava alla vigilia del Congresso. I due grandi assiomi che guidavano i negoziatori erano: legittimità ed equilibrio europeo. Dove per legittimità non si intendeva giustizia, ma accordo internazionale sui modi e sui fini della politica estera. In base a questi principi, risultava indispensabile restituire ai legittimi sovrani i propri territori e laddove non era possibile farlo si sarebbe dovuto procedere secondo le regole dell’equilibrio.
Talleyrand era il più logico difensore della legittimità e scriveva così: “l’equilibrio sarebbe dunque solo una vana parola se non si tenesse conto dell’effettiva forza morale, che consiste nella virtù, anziché di quella effimera e ingannevole prodotta dalle passioni. Ora, nei rapporti tra un popolo e l’altro la prima virtù è la giustizia”. La giustizia di Talleyrand non era determinata dai diritti dei popoli, dal diritto di autodeterminazione, dal diritto di scegliersi la forma statuale, bensì dalla giustizia della legittimità, infatti affermava che “la confisca, bandita nei rispettivi codici dalle nazioni illuminate, nel XIX secolo debba essere consacrata dal diritto generale dell’Europa […] e che la sovranità si perda e si acquisisca per il solo fatto della conquista; che le nazioni dell’Europa siano unite loro solo da nessi morali […] in una parola che tutto sia legittimo per chi è il più forte”. Con queste parole Talleyrand esprimeva con estrema forza il concetto secondo il quale la solidarietà europea fondata sulla legittimità e l’equilibrio fossero i fondamenti più saldi per garantire la pace.
Henry Kissinger esemplificherà molto bene il concetto di legittimismo dicendo che “un ordine la cui struttura è accettata da tutte le grandi potenze è legittimo; un ordine che includa una potenza che ne considera oppressiva la struttura è rivoluzionario” e continuando in relazione all’equilibrio affermerà che “in politica interna, la sicurezza è data dal predominio dell’autorità; in un sistema internazionale, è data dalla parità dei rapporti di forza e dalla sua espressione, cioè l’equilibrio”.
Il principale antagonista del Talleyrand era il Metternich, Cancelliere austriaco e figura autorevole nel panorama politico europeo, meno cinico del francese e certamente molto pragmatico, egli stesso si definiva “l’uomo della prosa e non della poesia”. Un suo collaboratore, il diplomatico Gentz scriveva: “coloro che avevano colto la natura e gli obiettivi del Congresso, non potevano certo ingannarsi circa i suoi sviluppi, quale che fosse il giudizio sui risultati […] i grandi proclami di ricostruzione dell’ordine sociale, rigenerazione del sistema politico europeo, pace durevole erano proclami per tranquillizzare i popoli ma il vero scopo del Congresso era quello di dividere tra i vincitori le spoglie dell’Impero sconfitto”. Il Metternich era però molto meno scettico del suo consigliere ed era estremamente sensibile al problema dell’equilibrio e infatti si esprimeva così: “l’Austria non nutre gelosie nei confronti della Prussia, ma al contrario considera questa potenza quale uno dei paesi più utili sulla bilancia delle forze in Europa […] situate tra i grandi imperi di est e ovest, la Prussia e l’Austria sono complementari quanto a sistemi di difesa: unite le due monarchie formano infatti una barriera invalicabile contro le iniziative di qualsiasi sovrano conquistatore che forse un giorno tornerà a occupare il trono di Francia o quello di Russia”.
Il Metternich fautore dell’equilibrio europeo, non intendeva soffocare il perdente, spingeva invece verso una politica di concerto europeo per il governo del continente al fine di garantire una pace duratura e su questo trovava il pieno appoggio del Castlereagh. Il Ministro degli Esteri inglese, infatti, teorizzava il non intervento nelle questioni interne agli altri Stati e grazie al vantaggio dato dalla posizione insulare della Gran Bretagna dava pieno appoggio alla teoria dell’equilibrio. Le posizioni dell’asse Austria-Inghilterra riscuotevano il maggior consenso e in effetti passava la nuova linea di condotta dell’equilibrio degli Stati, pur con la restaurazione delle vecchie dinastie. Ciò che Metternich e Castlereagh erano riusciti a fare altro non era che la stabilizzazione di un ordine accettato da tutti che tenesse latenti le tensioni e che riducesse al minimo la necessità di utilizzare la forza nelle questioni internazionali interne all’Europa, proprio in virtù dell’equilibrio nei rapporti di forza.
Metternich, anima razionale e ostile al romanticismo, era stato il primo politico europeo a vedere un progresso dominato dall’ordine e dall’uguaglianza (intesa davanti alla Legge) e a basare il suo ragionamento sulla forza del diritto, cosa per nulla scontata sino a quel momento. A parte lo statista austriaco, che prestava attenzione estrema all’equilibrio e la pace ma ignorava peraltro il progresso interno dei singoli Stati, nessuno dei partecipanti al Congresso riusciva a cogliere la vera portata storica di quell’evento epocale.
Nel 1814 il Conte Charles-Henri de Saint-Simon coglieva l’occasione del Congresso di Vienna per far conoscere le proprie idee: inviava a tutti i negoziatori un opuscolo intitolato Riorganizzazione della società europea, ovvero della necessità e dei modi di raccogliere i popoli dell’Europa in un unico corpo politico, conservando a ciascuno la propria nazionalità. Il Congresso era però rimasto sostanzialmente indifferente alle tesi del filosofo francese. Simon aveva poi cessato di essere europeista per trasformarsi in universalista, ma le sue idee illumineranno molte menti su quella che sarebbe diventata la sostanza dell’Europa: ferrovie, gallerie transalpine, grandi imprese, diffusione del commercio e del libero scambio sono tutti aspetti impliciti, anche inconsapevolmente, delle teorie del francese.
Finito il Congresso, i governanti d’Europa, nel rispetto del principio di legittimità ispiratore di gran parte delle decisioni scaturite dai negoziati, avevano l’onere di stabilizzare e bloccare la situazione di compromesso raggiunta al fine di garantire la pace. Erano necessarie garanzie contro il pericolo francese e contro pericoli esterni all’Europa, ma obiettivo primario era garantire il regime degli Stati europei. A parte poche eccezioni, tutti gli Stati avevano regimi monarchici, solo alcuni dei quali con Costituzioni concesse dai sovrani. Ma nella maggior parte delle situazioni le monarchie continuavano ad essere assolute: sciolte cioè da ogni vincolo coi propri sudditi o, come si iniziava a intendere dopo la rivoluzione francese, coi cittadini.
Garantire i regimi esistenti significava garantire il principio di legittimità, contro i liberali e contro tutti coloro che parlavano di volontà nazionale o popolare nel tentativo di limitare il potere regio. Metternich campione dell’immobilismo interno agli Stati era però riuscito nell’intento di garantire una pace quasi secolare e un equilibrio europeo che sarebbe durato a lungo. Infatti solo nella seconda metà dell’ottocento praticamente tutti i sovrani d’Europa saranno costretti a concedere le Costituzioni.
Andando quindi oltre l’analisi della storiografia del diciottesimo secolo, il Congresso di Vienna può essere inquadrato in due modi contradditori tra loro, ma ugualmente validi: da un lato era stato certamente un momento di restaurazione politica interna agli Stati nazionali, ma allo stesso tempo era stato un momento di progresso grazie soprattutto alla teoria del “concerto europeo” del Metternich e alle proposte ancora utopiche del visionario Saint-Simon, tra le quali quella di un Parlamento europeo.
I risultati raggiunti a Vienna tra il 1814 e il 1815 saranno ben descritti da Henry Kissinger che dirà come “stupisce non quanto fosse imperfetto l’accordo raggiunto, ma quanto fosse ragionevole; non quanto fosse reazionario secondo le ipocrite teorie della storiografia del XIX secolo, ma quanto equilibrato” e continuerà affermando che “non corrisponde alle speranze di una generazione di idealisti, ma diede loro qualcosa di più prezioso: un periodo di stabilità che diede alle loro speranze la possibilità di realizzarsi senza un’altra guerra e senza una rivoluzione permanente”.
In sostanza nella prima metà dell’Ottocento veniva costruito un ordine legittimo, condiviso da tutte le potenze europee, che garantiva per la prima volta nella storia un equilibrio tra gli Stati e una pace duratura, ovvero un momento cruciale per il continente. Il 9 giugno 1815 nella riunione plenaria dell’Europa (unica riunione ufficiale di tutto il Congresso) veniva sottoscritto l’Atto finale di Vienna: era stato inconsapevolmente piantato il seme per un’Europa pacificata e unita, praticamente l’inizio di una nuova era.

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