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mercoledì 28 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi




Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 2012 è stato rinvenuto al largo dell'Isola della Maddalena il relitto della Corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
La Roma fu una nave da battaglia, la terza unità della classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico e consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942, venne danneggiata nel corso di un bombardamento aereo statunitense quasi un anno dopo mentre era alla fonda a La Spezia, subendo in seguito altri danni che la costrinsero a tornare operativa, dopo le dovute riparazioni, solamente il 13 agosto 1943.
Il 9 settembre 1943, a seguito dell’armistizio tra italiani e angloamericani, il gruppo bombardieri speciale dell'aviazione tedesca ricevette l’ordine di decollare dalla base di Istrès (Marsiglia) per attaccare le navi italiane presso la Sardegna con delle speciali nuove bombe radiocomandate. Il comandante Steimborn di Stoccarda e Sumpf di Hannover erano tra gli aviatori.

La Roma era la più nuova delle tre moderne e potenti navi da battaglia della flotta italiana (con la Vittorio Veneto e l’Italia, ex Littorio). L’ultimo gioiello della Regia Marina, di 46.215 tonnellate, con nove cannoni da 381 mm, aveva raggiunto la notevole velocità di 32 nodi nelle prove. La Roma aveva subito in porto a La Spezia gli effetti di almeno due bombardamenti americani (5 e 23 giugno 1943), compiuti con numerosi bombardieri quadrimotori, con danni non gravi, sfondamento di parti non vitali e una falla provvisoriamente tamponata. Nonostante la potenza delle bombe, questo tipo di bombardamento non era preciso e se colpiva una parte più centrale e veramente corazzata, come avvenne con la torre poppiera delle artiglierie, non aveva conseguenze.
In quei primi giorni di settembre si conosceva la drammatica situazione militare di un paese invaso, con la prospettiva della sconfitta e l’attesa di un impiego della Regia Marina, forse in un’ultima battaglia con il probabile sacrificio delle navi maggiori. L’ordine ricevuto di salpare per ignota destinazione significava dunque prepararsi al peggio. La notizia dell’armistizio colse tutti di sorpresa, con grande disorientamento, dallo scoramento degli ufficiali alla caduta della tensione combattiva negli equipaggi, con incertezze sugli ordini e le azioni che sarebbero state richieste: arrendersi ai nemici di ieri o difendersi dagli alleati di ieri divenuti nemici.
La sera del 8 settembre 1943 la Flotta sotto il comando dell’Ammiraglio Bergamini, a bordo della nave ammiraglia Roma, salpava da La Spezia per la Maddalena in Sardegna, seguendo gli ordini del Re, in attesa di conoscere istruzioni più precise. Al dramma di molti ufficiali, propensi più all’autoaffondamento che alla consegna delle navi, si affiancava il disordine degli equipaggi, impegnati in discussioni e supposizioni, deconcentrati rispetto ai loro compiti, forse convinti che la pace fosse arrivata e le armi non sarebbero più servite.
Giunta nelle Bocche di Bonifacio di giorno, la formazione si poneva in linea per il passaggio nei campi minati, ma invertiva bruscamente la rotta davanti a La Maddalena, perché era stata informata appena in tempo che la base era passata sotto controllo tedesco.
Dopo l’avvistamento di un ricognitore inglese, contro cui nessuno aprì il fuoco, vennero avvistati cinque aerei non identificati già sulla verticale in alta quota. Forse avevano appena superato la posizione per il lancio di ordigni tradizionali (troppo avanti per una traiettoria di caduta per gravità) e questo sembrava indicare che non avessero intenzioni aggressive. Le vedette non li avevano segnalati (conferma indiretta di una generale diminuzione dell’attenzione). In quel momento si vide una scia luminosa scendere velocemente fino ad associarsi con il sibilo di una bomba. Cadde in mare con un’alta colonna d’acqua: le corazzate italiane erano sotto attacco. Che gli ordigni fossero inglesi o tedeschi, non faceva gran differenza.
Ventotto aerei tedeschi Do.217, decollati da Istres, si erano diretti nelle Bocche di Bonifacio, divisi in più ondate. La prima ondata, comandata dal maggiore Jope, era divisa in pattuglie, di cui la prima comprendeva cinque bombardieri, una sola bomba radiocomandata per ogni velivolo. A questa pattuglia apparteneva il velivolo di Steimborn e Sumpf.
Arrivati sull’obiettivo i velivoli avevano rallentato al massimo per ottenere le condizioni ottimali di lancio, sulle corazzate italiane che procedevano in linea. Steimborn osservò il lancio del primo velivolo sulla seconda corazzata italiana, apparentemente colpita. Poi il secondo velivolo colpì in pieno la terza corazzata (la Roma) che ridusse visibilmente la velocità.
Steimborn si concentrò su questa come bersaglio ideale, incurante del fuoco contraereo perché era a più di seimila metri di altezza. Aveva ridotto la velocità del bombardiere, mentre il puntatore segnalava l’avvicinamento al momento di sgancio.
All’avviso, venne sganciata l’unica bomba PC1400X, azionando anche la macchina fotografica motorizzata per seguire la traiettoria e documentare il risultato. Dopo 42 secondi la nave fu centrata perfettamente.
La corazzata Italia (ex Littorio) si avvicinò molto alla Roma, per poi allontanarsi perché una bomba le era esplosa vicinissima a poppa e aveva bloccato temporaneamente i timoni.
La prima bomba che aveva colpito la Roma aveva forato lo spesso ponte corazzato sul lato a dritta vicino al bordo, uscendo dalla fiancata ed esplodendo in mare sotto la carena. L’esplosione subacquea aveva provocato una falla, allagando e bloccando caldaie e macchine di poppa, e due delle quattro eliche. La velocità scese a 16 nodi e la nave cominciò ad inclinarsi a dritta, ma il sistema di compensazione automatica, o interventi manuali, limitarono subito l’inclinazione. La Roma poteva ancora salvarsi.
Sul ponte molti marinai si affollavano all'ingresso per entrare nel torrione corazzato, probabilmente per cercare riparo dietro le spesse corazze (senza immaginare cosa li attendeva). Il fragore dell’apertura del fuoco con i cannoni antiaerei (da 90 mm) e le mitragliere pesanti segnalava un altro attacco: la seconda bomba era visibile in tutta la sua traiettoria sempre più vicina.
La bomba perforò il ponte corazzato ed esplose nel deposito munizioni della torre n.2 del medio calibro. L’esplosione delle munizioni sfondò le vicine caldaie e probabilmente gli effetti combinati con il vapore bollente provocarono l’ulteriore deflagrazione del deposito munizioni di grosso calibro. L’enorme scoppio proiettò in mare l’intera torre trinata da 381, del peso di 1500 tonnellate. La colonna di fuoco avvolse l’altissimo torrione corazzato del comando e direzione tiro che si deformò accartocciandosi. Al suo interno doveva trovarsi l’Ammiraglio Bergamini e il suo Stato Maggiore. Pezzi di lamiere e parti della nave cadevano ovunque e i proiettili di tutte le armi scoppiavano, falciando gli uomini, i feriti e gli ustionati che vagavano sul ponte.
Da prora avanzava un muro di fiamme e di fumo nero, che saliva e copriva il cielo. Il fungo dell’esplosione saliva a cinquecento metri. Cercavano di ripararsi a poppa moltissimi marinai feriti a cui venne ordinato dagli ufficiali di buttarsi a mare, operazione facilitata dal fatto che la nave era molto immersa e inclinata a dritta con il bordo del ponte ormai a pelo d’acqua. Con fatica vennero liberate le zattere fissate sopra la torre di grosso calibro di poppa: una si era schiantata cadendo sul ponte, mentre l’altra veniva messa in mare e subito assalita dai naufraghi. Cresceva l’inclinazione e l’idrovolante cadeva dalla catapulta, scivolando in mare. Rivoli di sangue dei morti e feriti solcavano trasversalmente la coperta di teak, scorrendo verso il lato di dritta. Diversi marinai erano irriconoscibili per le ustioni e coperti di sangue. Altri avevano profonde ferite da taglio.
L’acqua era calda e tutti vivevano le drammatiche situazioni tipiche di un naufragio. Chi era gravemente ustionato provava provvisorio sollievo al contatto con l'acqua. I marinai che si erano buttati a mare erano una scia di punti bianchi che la nave si lasciava dietro. Un centinaio di marinai era ancora a poppa. Improvvisamente la Roma si rovesciava, con molti che cercavano di aggrapparsi sulla chiglia, le eliche di bronzo ferme. La nave, lunga 240 metri e sottoposta a forte torsione, si spezzava nettamente in due: la poppa scivolava lenta e orizzontale sott’acqua, trascinando con sé i marinai vicini. La prora si sollevava verticalmente in alto e poi scompariva all’indietro. Con l’ammiraglio Bergamini persero la vita circa milletrecento uomini mentre furono recuperati seicento superstiti
I naufraghi vennero soccorsi abbastanza rapidamente, per la vicinanza delle unità di scorta, alcune delle quali, come il caccia Mitragliere, si avvicinarono senza attendere l’ordine di farlo.
L’improvvisa e completa scomparsa del gruppo di comando della nave ammiraglia costrinse alcuni ufficiali ad assumersi responsabilità inattese e fu necessario prendere importanti decisioni. Numero e gravità dei naufraghi feriti imponeva di dirigersi subito verso porti attrezzati come capacità ospedaliere e che fossero vicini, ma con alcune perplessità. Infatti, dopo l’accaduto, ogni porto italiano poteva riservare sorprese tedesche, come era avvenuto a La Maddalena, e d’altra parte dirigersi su porti neutrali, come alle Baleari, esponeva al rischio di internamento. Dirigere invece su porti occupati dagli angloamericani, come era negli ordini finali, creava altri dubbi sul destino delle navi. L’angoscia della tragedia si sommava quindi alle incertezze e preoccupazioni su cosa attendeva gli equipaggi e le navi, a seguito dell’armistizio. Le unità che si diressero verso le Baleari, dopo lo sbarco dei feriti si autoaffondarono, oppure rimasero bloccate e vennero internate. Il resto della flotta proseguì verso porti alleati, dove rimasero sotto controllo e disarmate, pur mantenendo la bandiera.
In quei momenti dell’armistizio affondarono anche i cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli: il primo rimase vittima di attacco aereo tedesco, con le bombe HS293, mentre l’altro saltò su un nuovo campo di mine britannico. Purtroppo i naufraghi del Da Noli per un malinteso non vennero soccorsi dai caccia che già si dirigevano con i feriti della Roma verso le Baleari e non furono trovati superstiti in una successiva ricerca. Anche la corazzata Italia era stata colpita dall’attraversamento di una bomba radiocomandata, che aveva prodotto una falla di metri 21 x 9 nella carena e altri danni, da cui entrarono circa ottocento tonnellate d’acqua, subito compensate con l’ingresso di altre quattrocento tonnellate dal lato opposto per mantenere l’equilibrio della nave.
Nonostante la complessità e l’alto livello di una imponente realizzazione tecnologica, alla Roma bastava una bomba (sia pure sofisticata) per annientarla. Uno stupefacente risultato che poneva seri dubbi sul futuro delle navi da battaglia, per la vulnerabilità rispetto all’enorme investimento. Il dato di fatto suggeriva un modo diverso di impostare la guerra sul mare. Anche le bombe americane erano ormai in grado di perforare le corazzature orizzontali: nel caso della Vittorio Veneto a La Spezia, avevano attraversato un totale di 21 centimetri di acciaio.
E’ infine interessante notare il diverso modo con cui angloamericani, italiani, tedeschi avevano affrontato il problema di distruggere le navi da battaglia. Gli angloamericani avevano puntato ad una soluzione di forza, con un gran numero di potenti ordigni, soluzione probabilistica adatta alle caratteristiche della loro abbondante aviazione. I tedeschi avevano preferito una soluzione sicura e tecnologica, congeniale al loro primato e alla loro mentalità. Gli italiani preferirono invece una soluzione insidiosa o subacquea, basata su operatori coraggiosi: un approccio basato però sulla sorpresa e non facilmente ripetibile.
Per la Roma si parla spesso di “esplosione” del deposito munizioni, mentre alcuni precisano che si trattò di “deflagrazione”, ovvero di combustione dell’esplosivo con dilatazione progressiva. In effetti la Roma non si spezzò per scoppio delle munizioni (come avvenne ad altre navi) ma per rovesciamento e affondamento.
Ogni esplosivo, all’accensione, produce una enorme e veloce dilatazione che incontra prima o poi un ostacolo, come un involucro circostante, raggiungendo elevatissime pressioni e temperature che alla fine sfondano l’ostacolo con un violento e rumoroso scoppio. Così avviene nelle mine e bombe dove l’involucro amplifica con lo scoppio la potenza distruttiva dell’esplosivo.
Nelle munizioni la dilatazione dell’esplosivo deve invece spingere il proiettile nella canna con una progressiva accelerazione e quindi si tratta di esplosivo a più lenta combustione. In particolare le armi navali di maggior calibro hanno il proiettile (che va sul bersaglio) nettamente separato dalle cariche di lancio (non stanno insieme in un bossolo metallico come nelle armi leggere). Nel deposito munizioni della Roma l’esplosivo era in gran parte costituito da cariche di lancio, non protette e sensibili, che forse si accesero per simpatia di esplosioni contigue. La loro progressiva ma enorme dilatazione avrebbe certo fatto a pezzi lo scafo della nave se la particolare conformazione dei locali non le avesse fatte sfogare nella seconda torre dei cannoni. Queste torri rotanti sono semplicemente appoggiate e tenute ferme dal loro stesso peso. La torre da 1500 tonnellate volò quindi in mare come un tappo di sughero. Al posto dello “scoppio” ci fu una immensa deflagrazione con un forte spostamento d’aria e intenso calore (descrizione riscontrabile in molte testimonianze) che provocò comunque fatali distruzioni e strage dell’equipaggio.
Durante l'estate 2012 è stato trovato il relitto della corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
Scopritore del relitto è stato l'Ingegnere Guido Gay, che lo cercava da anni. E non era il solo. La zona di ricerca non era infinita ed era stata individuata una rilevazione sonar significativa a più di mille metri di profondità, quota non facile da esplorare. Il relitto è stato raggiunto da un piccolo robot subacqueo, progettato e realizzato dallo stesso Gay, le cui riprese video potevano essere analizzate dagli esperti per una sicura identificazione. Fra i molti particolari di un relitto ben conservato e leggibile, un caratteristico cannone antiaereo da 90 mm non ha lasciato dubbi.
Il relitto con le sue affascinanti immagini è stato segnalato dai principali media, che hanno dovuto accompagnare la notizia con una breve descrizione della vicenda, un richiamo ai fatti di cui fu protagonista e vittima la nave con il suo equipaggio: l'armistizio del 1943.
Ritrovamento e attenzione all'argomento sono fatti positivi, perché viene coinvolto un più vasto pubblico, accendendo qualche curiosità in chi non ne sapeva niente. Ciò conferma quanto siano importanti i relitti, non soltanto per il loro valore storico intrinseco, quello che possono raccontare, ma per il fatto di essere oggetti concreti, capaci di provocare emozioni, suggestionare, stimolare, certo più delle semplici pagine di storia che tutti dovrebbero conoscere.

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