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sabato 6 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1906 si corre in Sicilia la prima Targa Florio.
Quando Vincenzo Florio cominciò ad organizzare manifestazioni sportive e turistiche aveva soltanto diciotto anni. A quell’età il suo bagaglio di viaggi era carico di esperienze maturate all’estero. Infatti, per acquisire una migliore conoscenza della vita europea e perfezionare le lingue, a quindici anni si era trasferito per un po’ di tempo a Parigi dallo zio, duca di Camastra, e poi a Londra al College Eton.
Correva il 1901 quando un pomeriggio di metà maggio, allo Sport Club di Palermo, Vincenzo intavolò una lunga conversazione sulle montagne delle Madonie con Francesco Orestano, presidente del Club Alpino Siciliano. L’argomento che più calamitava l’interesse del giovane era quello concernente la Grotta del Fico di Isnello, dove nel marzo 1891 un pastore, un certo D’Alfonso, aveva scoperto un centinaio di scheletri umani ben conservati, coralli di pietra bianca e vasi di terracotta. Si trattava di un sepolcro di epoca neolitica.
A quel tempo le Madonie erano poco esplorate, un campo quasi vergine, e Florio, dopo aver visto alcune fotografie dei luoghi, chiese all’amico Orestano di portarlo in giro per quelle montagne misteriose e piene di fascino.
La gita si effettuò nei primi giorni di giugno del 1901, con più tappe, a bordo di una voiturette Renault con motore De Dion - Bouton, di proprietà del principe Pietro Lanza di TRABIA, suo cognato.
La provincia di Palermo dei primi del Novecento era dotata di una rete di strade assai limitata, destinata esclusivamente a veicoli a trazione animale. Così, lungo il viaggio spesso la vettura traballava a causa del pessimo fondo stradale. Comunque, Vincenzo Florio non si scoraggiò. Superato Termini Imerese, volle continuare imperterrito la sua marcia. La meta era Isnello.
Quando arrivò a Collesano rimase folgorato dal paesaggio, dai capolavori sparsi per le chiese e nei conventi. Apprezzò gli affreschi del Cappellone con le storie dei SS. Pietro e Paolo.
Consumato un frugale pranzo, Florio e Orestano proseguirono per Isnello facendosi accompagnare dall’ing. Filippo Sciarrino, direttore di un corpo scelto di guide del Club Alpino Siciliano residenti a Collesano. I tre visitarono i ruderi del castello di Rocca dell’Asine, che prese nome dalla voce punica “hassinor” riferendosi alle fresche acque del fiume sottostante, e la famosa Grotta del Fico. Il giovane Vincenzo fu ammaliato da Fauna e flora. I suoi occhi mostravano irrequietezza per gli spettacolari scenari che presentava il percorso.
Dopo quattro giorni di salire e scendere lungo quel territorio, rientrò nella sua casa palermitana dell’Olivuzza e dell’avventuroso viaggio parlò al fratello Ignazio jr e alla madre Giovanna D’Ondes. Quelle località poco conosciute offrivano sicuramente un certo interesse ai visitatori anche dal punto di vista artistico, ed erano valide soprattutto per un turismo alternativo. Visitare la provincia costituiva occasione di distrazione e di svago ma significava arricchire pure la cultura dei gitanti attraverso costumi e cose.
Arrivò l’estate e Vincenzo Florio per alcuni mesi dimenticò le montagne delle Madonie. Intanto la sua passione per i motori diventò maniacale. Continuò a viaggiare per l’Europa, dove ebbe modo di provare diverse vetture da corsa. All’inizio del 1902 partecipò alla gara di velocità “Bovolenta-Padova” con una Panhard - Levassor, mettendo alle spalle fior di piloti come Lancia e Cagno. Portò in Sicilia la targa d’oro che il conte di Rignano aveva messo in palio e tutti gli amici gliela invidiarono.
Da quel momento il suo chiodo fisso fu quello di riuscire ad organizzare una corsa di velocità lungo le tortuose strade delle Madonie. Chi gli stava vicino cercò di dissuaderlo, una competizione su quelle strade ai più apparve come un suicidio. Ma Vincenzo, fortemente cocciuto nelle sue idee, non mollò. Ascoltava tutti, poi faceva di testa sua.
Le partecipazioni a manifestazioni motoristiche diventarono sempre più frenetiche. Fece esperienze correndo al Circuito di Brescia con una Mercedes 60 HP, dove mise in palio anche un trofeo che chiamò “Coppa Florio”.
Vincenzo debuttò come organizzatore di manifestazioni automobilistiche il 18 marzo 1904 con la cronoscalata “Palermo - Monreale”. Era la sua prima “creatura”, come ricordò qualche tempo dopo. Per questa nuova esperienza creò la “Commissione Challenge”, composta da personaggi di spicco come il principe Deliella, il cav. Valcarenghi, il principe Furnari, il cav. Ducrot, il cav. D’Angelo. I cinque commissari e lo stesso Florio stilarono anche un regolamento. I partecipanti alla gara furono quattordici - parecchi considerati i tempi -, sette dei quali non siciliani. Don Vincenzo ebbe anche la geniale idea di far coincidere la gara col varo del “Caprera”, la prima nave costruita nei Cantieri Navali di Palermo. Per l’occasione vennero da Roma l’on. Majorana, in rappresentanza del Governo, e il contrammiraglio Aubry.
La corsa, tra l’entusiasmo degli spettatori, fu vinta dal conte Ludovico Majorca su Fiat 24 HP. La manifestazione andò benissimo e si concluse a pomeriggio inoltrato, quando nella piazza D’Acquisto di Monreale il trombettiere dei carabinieri Reali suonò la “ritirata” per tutti.
Dopo la felice esperienza Vincenzo Florio andò sempre più maturando l’idea di allestire una grande competizione lungo il territorio delle Madonie.
Nella primavera del 1905 volle portare in giro per quelle montagne il marchese Della Motta, suo amico e soprattutto grande appassionato di motori. I due partirono a bordo di una Fiat e lo scopo della visita fu quello di tracciare un percorso dove disputare una corsa di automobili.
Quando giunsero a Castelbuono, Florio non ebbe più dubbi: la gara era realizzabile. La certezza definitiva la ebbe quando si trovò a Geraci, che per la sua posizione fu nel passato teatro di dure vicende guerresche. La gara doveva servire a richiamare l’attenzione dei turisti verso la Sicilia e, nel contempo, far conoscere le Madonie, una terra vergine con una popolazione che viveva da tempo immemorabile in uno stato di letargo. Dunque, non solo mare per i vacanzieri, ma anche la possibilità di visitare un entroterra interessante dal punto di vista artistico e del territorio. La scommessa di Florio con se stesso cominciava a prendere corpo.
Il marchese Della Motta rimase affascinato dai luoghi ed incoraggiò l’idea.
A Castelbuono durante il pranzo i due amici parlarono del percorso competitivo ma si soffermarono anche per un po’ a discutere del castello dei Ventimiglia, una costruzione trecentesca dalla vista suggestiva.
A quel punto, rientrando a Palermo, Vincenzo diede vita all’Associazione Permanente per l’Incremento Economico, Feste e Riunioni Sportive. Di questo organo fu il presidente.
E nell’autunno di quel 1905 non mancò di trascorrere due mesi a Parigi, ospite del cognato Ottavio Lanza Branciforti. Lo sportsman palermitano aveva poco più di ventidue anni.
Era una mattina di ottobre quando si recò al “Cafè Moderne” in Boulevard Haussmann, ritrovo di piloti e appassionati di automobilismo. Lì conobbe Henry Desgrange, direttore del famoso giornale L’Auto, con il quale simpatizzò subito. Una sera Florio lo invitò a cena insieme ai piloti Rigal, BABLOT, Le BLON e Faraux; tra una portata e l’altra, tirò fuori un foglio dalla tasca interna della giacca e lo porse a Desgrange, che lesse: <Bonfornello, Cerda, Caltavuturo, Castellana Sicula, Petralia Sottana, Geraci, Castelbuono, Isnello, Collesano, Campofelice, Bonfornello>.
Quei nomi di piccoli centri del territorio madonita non dicevano nulla al francese. Allora Vincenzo prese un biglietto da visita e vi disegnò una vettura da corsa. A quel punto Desgrange, divertito, esclamò: <Si j’ai bien compris tu veur organiser un tour en Sicile>. L’idea piacque subito ai piloti presenti. Proprio nel momento in cui l’automobilismo sportivo viveva un periodo di crisi, il progetto di quel giovane siciliano, per giunta ricchissimo, venne a galvanizzare l’ambiente, soprattutto perché prevedeva la copertura finanziaria. Il gruppo si lasciò dandosi appuntamento al giorno dopo nella sede dell’Auto. Tre ore di animata discussione e il progetto fu varato. La corsa si chiamò “Targa Florio”: 148 chilometri di strada tortuosa da percorrere tre volte, che prese il nome di “Grande circuito delle Madonie”. Ormai la sfida di Vincenzo con la sua terra era partita.
Florio per questa gara mise in palio una targa d’oro creata da Lalique (valore 5 mila lire) e un montepremi di ben 50 mila lire. Una vera fortuna per i tempi.
Lui, per non farsi nemico l’organizzatore di gare automobilistiche francesi Etienne Giraud, lo invitò a far parte del comitato della corsa madonita. Giraud apparentemente accettò con entusiasmo ma dentro di sé sperava che la competizione non si disputasse.
A quel punto l’organizzazione palermitana cominciò a tempestare di missive i sindaci affinché si incaricassero delle segnalazioni stradali ai concorrenti, che venivano effettuate di giorno con striscioni e bandiere, di notte con fanali ad olio e torce. Le lettere inviate da Vincenzo Florio ai sindaci si concludevano così: <Nutro fiducia che la S.V. vorrà accordare il suo valevole appoggio a questo grande avvenimento sportivo cui viene legato il nome di codesto Comune. Con i sensi della migliore considerazione. Il presidente>.
A Florio lo sviluppo della provincia palermitana stava a cuore, tanto quanto l’automobile.
Intanto, però, man mano che si avvicinava la data della manifestazione gli sportsman francesi trovavano pretesti per non partecipare alle riunioni. A Don Vincenzo il cervello camminava come la luce. Capì che a Parigi volevano in realtà boicottargli la corsa. Così aguzzò l’ingegno e rese pubblica la manfrina con una missiva aperta indirizzata al direttore parigino de “L’Auto” e a quello de “L’Ora”, denunciando lo scorretto comportamento dei francesi e in particolare dell’organizzatore Etienne Giraud. Quest’ultimo pretendeva un comitato di alto livello. E Florio gliene sfoderò uno con dentro il conte di Isnello, Orazio Odolfredi, il conte Camillo Martinoni; e il quarto era proprio Giraud. Era il meglio che l’automobilismo sportivo europeo potesse offrire.
Ma qual era il motivo del boicottaggio? E perché, allora, quell’entusiasmo iniziale? Alcuni giorni di riflessione furono chiarificatori. I francesi temevano che il flusso turistico potesse orientarsi non più verso le loro coste ma verso la Sicilia; e poi, l’iniziativa di Vincenzo Florio poteva danneggiare le corse francesi.
Per la prima edizione della Targa gli scioperi dei portuali di Marsiglia e di Genova diedero una mano ai transalpini che si presentarono alla manifestazione madonita con due BAYARD CLÉMENT pilotate da M. FOURNIER e A. FOURNIER; e ancora, una BERLIET con BABLOT e una HOTCHKISS con Le BLON. Altre otto vetture francesi non riuscirono ad imbarcarsi. Tra queste c’erano due Darracq, quelle di HEMERY e Henriot, una Mendelssohn ed una Mors.
Il 6 maggio 1906, al “via” della competizione parteciparono soltanto dieci vetture. Alle quattro macchine francesi si aggiunsero cinque Itala con Rigal, Pope, Cagno, Graziani, De Caters e una Fiat con Vincenzo Lancia. Le partenze vennero date dal signor Gilberto Marley, cronometrista dell’Automobile Club d’Italia. Il primo bolide sfrecciò dal rettilineo di Bonfornello alle sei del mattino con un colpo di cannone; l’alba appena sorta profumava di ginestre. Le altre macchine a distanza di dieci minuti l’una dall’altra. Lo scenario era pittoresco.
Vincenzo Florio, in quel deserto di Bonfornello, in pochi giorni creò una “cittadella” con direzione corsa, tribune, ristorante, pronto soccorso (altri dodici lungo il circuito), telegrafo. Nei punti nevralgici del circuito, soprattutto nelle curve, fece versare del “fix”, una speciale composizione di bitume e catrame: fissava la polvere ed evitava pericolose sbandate ai bolidi.
In aiuto a Florio arrivò l’amministrazione delle Ferrovie che organizzò alcuni treni speciali con una riduzione del 75% sul prezzo del biglietto. Da Palermo si giungeva al bivio di Cerda dopo 85 minuti di treno. All’eccezionale evento non vollero mancare diverse migliaia di persone, che invasero soprattutto il rettilineo di Bonfornello. Le tribune, abbellite da tralci di limoni e di aranci, erano strapiene di gentiluomini e signore elegantemente vestite. Ed era proprio tra le belle signore che avveniva, sia pure silenziosamente, una seconda competizione fatta di ammiccamenti, di sorrisi accattivanti e battute ironiche. Non mancò lo scintillio di gioielli. Alcuni commissionati appositamente a Parigi tra le griffe più rinomate. E rimasero famosi i grossi brillanti sfoggiati da Franca Florio, l’indiscussa regina della Targa. Altri, provenienti dal passato, come i famosi “battipetto” in brillanti, rubini e smeraldi, erano vanto di un tradizionale passato nobiliare siciliano. Vestiti e gioielli si fondevano in una eleganza mozzafiato. E rimaneva nella cronaca mondana colei che aveva stupito non soltanto per la propria avvenenza, ma anche per l’esclusivo abbigliamento all’ultima moda commissionato a Parigi da Tiffany.
Ovunque c’era fermento. Anche il totalizzatore funzionava animatamente e fioccavano le scommesse. Il pranzo al ristorante all’aperto costava 3 lire. Ecco il menu: <Tagliatelle alla Bonfornello; tacchino al Marsala; Arrosto di cappone; formaggio; verde di stagione; pane; schiumone alla siciliana; frutta; vino Corvo bianco; caffè>.
Ma andiamo a rivivere la competizione della prima Targa Florio. Vincenzo Lancia, prima di fondare l’omonima Casa automobilistica (1907), era un bravo collaudatore e pilota della Fiat. Poi imparò il mestiere imprenditoriale da Giovanni Agnelli e si mise per conto suo. Nella corsa delle Madonie, però, ebbe parecchia sfortuna. Il vercellese nelle prime due ore di corsa fu perseguitato da due forature consecutive in pochi minuti. Poi, nei pressi dell’abitato di Isnello investì una pecora, andò fuori strada e, aiutato da alcuni contadini, riuscì a far ripartire la vettura. Successivamente ebbe problemi con il serbatoio della benzina, che perdeva. Ma, come se ciò non bastasse, alla fine del secondo giro spaccò due cilindri e dovette, a quel punto, ritirarsi. La gente gli sorrideva e gli stringeva le mani, un modo per rincuorarlo. Gesti che piacquero molto a Lancia.
Le BLON, che correva in coppia con la moglie, nella prima ora di corsa non ebbe nessun inconveniente. La sua HOTCHKISS filava tra le prime posizioni. A metà gara il diavolo ci mise del suo e il povero barbuto francese infilò una serie di forature interminabili tanto da arrivare al traguardo fuori tempo massimo.
Rigal su Itala e BABLOT su BERLIET furono traditi dalla fretta dei meccanici, che versarono acqua invece di carburante e buonanotte ai motori.
Non più fortunato l’inglese Pope. Andò fuori strada diverse volte, poi nel secondo giro nei pressi di Collesano bucò il serbatoio del carburante e, nonostante il prodigarsi della gente del luogo, fu costretto al ritiro con molto rimpianto. La corsa massacrante mise a dura prova mezzi e concorrenti.
Molto fortunato, invece, il torinese Alessandro Cagno. La sua Itala rimase senza benzina a Castellana Sicula, a due passi dal punto di rifornimento. Il pilota dovette percorrere a piedi soltanto una cinquantina di metri. Così fu il più veloce ed arrivò al traguardo dopo 9 ore 32 minuti e 22 secondi; la media fu di 46,800 chilometri orari. Alle sue spalle si classificarono nell’ordine: Graziani (Itala), BABLOT (BERLIET), Rigal (Itala), De Caters (Itala). Tutti i piloti vennero fotografati dal famoso Meurisse, un personaggio popolarissimo nel mondo dell’automobilismo. La sua agenzia “Agence Rapide”, fu la prima a diramare fotografie da Parigi per il mondo intero e a far conoscere le bellezze della Sicilia e l’avvenimento della Targa.
Il sipario della prima Targa Florio era calato. La gente lasciò le tribune di Bonfornello entusiasta. I premi vennero consegnati da Donna Franca Florio, cognata di Vincenzo, la sera al Grand Hotel di Termini Imerese, dove venne organizzata una sontuosa festa con la migliore aristocrazia siciliana. A conclusione della premiazione di Cagno, Vincenzo diede appuntamento all’anno successivo per una competizione ricca di sorprese.


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