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venerdì 5 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
Il 5 maggio 1972 a Pisa l'anarchico Franco Serantini, 20 anni, viene pestato furiosamente e in seguito arrestato dalla polizia perchè insieme ad altri esponenti di Lotta Continua cercava di impedire il comizio elettorale di un esponente del MSI. Morirà in carcere 2 giorni dopo.
Franco Serantini nasce a Cagliari il 16 luglio 1951. Abbandonato al brefotrofio, vi rimane due anni. Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Ma la famiglia si sfascia – malattie, emigrazioni, bisogni materiali – e chiede che Franco venga ricoverato in qualche istituto di assistenza in Sicilia per poterlo andare a trovare. L’amministrazione provinciale di Cagliari, responsabile del destino del ragazzo, nell’aprile 1960 ordina che Franco sia invece affidato all’Istituto del Buon Pastore di Cagliari. L’Istituto è alla periferia di Cagliari in un quartiere chiamato “Il Giorgino”.
Un ghetto sottoproletario, allora, con una desolata aria di abbandono, in un paesaggio nord-africano dove le stagioni sono segnate, dall’estate alla primavera successiva, dall’arrivo dei fenicotteri, una lunga striscia di uccelli bianchi, rosa e rossi che prendono dimora nello stagno di Santa Gilla. Franco non ha ancora compiuto dieci anni, finisce le elementari. Poi le suore del collegio lo iscrivono alla scuola media “Giuseppe Manno” di Cagliari. È un bambino e poi un ragazzo chiuso, taciturno, infelice. Di carattere duro, difficile, bisognoso d’affetto e d’attenzione, matura nella solitudine i suoi pensieri attorcigliati e contorti. Non è un bravo scolaro e neppure un bravo studente. Ha ormai quindici anni, i suoi rapporti con le suore non sono buoni, il conflitto non ha tregua. A quell’età, negli istituti di assistenza, avviene quasi sempre la rottura con i ricoverati perché le amministrazioni provinciali smettono di pagare le rette.
Agli inizi del 1968 le suore del Buon Pastore si rivolgono al giudice del Tribunale dei minorenni, esprimono l’impossibilità di continuare a ospitare Franco nell’Istituto, motivano le ragioni del conflitto con l’umore del ragazzo, il cattivo carattere, la maleducazione, l’aggressività. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.
L’Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all’Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L’équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70.
Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. La città lo affascina. È il diverso modo di vivere che lo affascina. In Toscana esiste da sempre una pietosa attenzione popolare per gli orfani. Anche l’essere uno del San Silvestro, l’istituto Thouar che lo ospita, non gli pesa, non gli importa molto dire che è uno del riformatorio. È relativamente libero, può uscire anche la sera, fino alle 9 e mezzo. Certo, non ha mutato di colpo il carattere, è soggetto a sbalzi d’umore, spesso insonne, ribelle per amore e per mancanza di affetti. Ma diventa rapidamente un altro in quel ’68, nell’esplosione collettiva di protesta, di manifestazioni, di marce, di parole spesso incomprensibili. È orgoglioso, con un profondo senso della solidarietà, come hanno testimoniato quanti l’hanno conosciuto e gli sono stati vicini. La passione per la politica prende anche lui.
Ha solo quattro anni di vita, Franco Serantini. Spende bene quelle sue ultime stagioni. La sua vicenda, ricordata anche con patimento tanti decenni dopo, vale in assoluto, simbolo di tutta una generazione, inadeguata forse, utopica, presuntuosa, che dopo ha spesso tradito se stessa, incapace di pesare la consistenza dei rapporti di forza che è poi la politica, ma piena di passione, di voglia di fare.
Pisa è in quegli anni, con Trento e Torino, la capitale della contestazione studentesca. Franco Serantini si trova subito a suo agio in quel gran trambusto. Si è come risvegliato. Va a scuola volentieri, prende la licenza media, si iscrive all’Istituto professionale di Stato per il commercio che fa conseguire diplomi di contabili, segretari d’azienda, addetti agli uffici turistici. È attento a tutto e a tutti, come se volesse recuperare un tempo perduto. Studia, legge quel che trova, confusamente, acerbamente, con difficoltà, privo com’è di ogni base di saperi. Frequenta la Federazione giovanile comunista, poi la federazione giovanile socialista. Non possiede idee generali, neppure a livello elementare, cerca di supplire con la volontà di capire. Spesso non comprende i linguaggi che devono tener conto delle tattiche partitiche. È una lastra levigata. Rifiuta le prudenze, le contraddizioni, gli opportunismi.
La strage di piazza Fontana è un evento essenziale per comprendere quegli anni infuocati. Una cesura. Serantini si appassiona di quel che è accaduto a Milano, vuol sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, della strage di Stato. Comincia a farsi vedere nella sede di Lotta Continua, è individualista, non accetta neppure le regole più normali del gruppo. Si dà da fare, il ragazzo sardo. Donatore di sangue, cameriere d’estate a Viareggio, operaio stagionale in una fabbrica di piastrelle. Se non si racconta con minuzia la povera, ma orgogliosa vita di Franco Serantini, non si può comprendere appieno la ferocia della sua morte. L’esperienza del mercato rosso al Cep, nato da un’idea di Lotta Continua, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa.
Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un’economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. Il ragazzo sardo continua a leggere, vuol colmare i suoi vuoti, si appassiona a tutti i libri che gli capitano in mano. Compra, chissà come, chissà perché, Magnati e popolani a Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini. La cultura come vita, strumento essenziale per capire il mondo. Costruita dal nulla sulla cera vergine.
Ha un carattere più aperto, meno difeso, fa la conoscenza di tre giovani coppie della borghesia colta. Lo invitano nelle loro case accoglienti. Sono spiritosi, affettuosi, cercano di dare anche un ordine al suo povero bagaglio culturale. Acquista un quaderno dalla copertina nera, ci scrive sopra tutto quel che gli viene in mente, Valpreda, Pinelli, i fatti della Bussola del ’68, il ferimento di Soriano Ceccanti, la contestazione, l’autunno caldo. Frequenta un corso di contabilità d’azienda, fa lavori precari in un ufficio di perforazione schede appaltato dall’Ibm. Con i suoi guadagni ha messo da parte qualche soldo e ha comprato un Ciao usato color blu. Su e giù per le strade della città, una festa. La vita e la morte di Franco Serantini, un puntino nella storia del mondo, possono fare da specchio a quel che accade nell’intero mondo.
Il ragazzo sardo abbandona Lotta Continua, detesta i piccoli capi imperiosi, le volontà egemoniche, le gerarchie, le burocrazie. Alla fine del 1971 si avvicina con naturalezza agli anarchici. Ha letto nel frattempo, con i libri sul fascismo, sull’antifascismo e la Resistenza che lo appassionano, i testi classici dell’anarchia, Bakunin, Malatesta, Cafiero, Kropotkin. Non è un estremista della violenza, è esuberante, desideroso di agire. Lavora come un dannato a scrivere volantini, li tira al ciclostile, va a distribuirli dove e come può. I vecchi anarchici che passano le loro giornate immobili nel camerone di via San Martino, vicino alla Confraternita della Misericordia, sono colpiti e qualche volta anche disturbati dall’attivismo dei giovani del Gruppo anarchico Pinelli di cui Serantini è l’anima.
Ha pochi anni di vita, Franco Serantini. Un breve conto alla rovescia con la morte, il suo. Il 1972 arriva in fretta, il ragazzo sardo non ha ancora compiuto 21 anni. Il nuovo governo Andreotti non ottiene la fiducia del Senato e si dimette. Il presidente della Repubblica Leone scioglie il Parlamento e indice le elezioni per il 7 e l’8 maggio. A Pisa la campagna elettorale è aspra, il clima politico è avvelenato, si temono incidenti per la giornata di chiusura della campagna elettorale, venerdì 5 maggio. La città sembra in stato d’assedio. Da Roma è arrivato il I Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Sono in programma un comizio fascista al quale si oppone con durezza Lotta Continua e un comizio della sinistra. Il sindaco, l’amministrazione è di sinistra, cerca di opporsi, inascoltato, all’uso di quel posto pericoloso. Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia.
Franco Serantini è immobile, solo – un segno del destino – all’angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle.
Anche nella morte Franco Serantini soffre della stessa sfortuna che gli è toccata in vita. Viene arrestato, poco dopo le 8 della sera di quel venerdì 5 maggio. Il commissario di PS annota sul suo verbale quel che gli viene contestato: «Manifestazione sediziosa, vilipendio delle forze dell’ordine». Non ha mosso un dito. Gridava insulti, nient’altro. Viene portato in una caserma. Non riesce a restar ritto, dicono i testimoni. All’una di notte è rinchiuso nel carcere Don Bosco. Sta visibilmente male, è bianco come un cencio, ha il corpo spezzato. Dopo il mezzogiorno del sabato è interrogato in carcere dal sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Sellaroli: non si rende conto che Franco sta morendo. Sta male, non riesce neppure a tener su la testa, risponde alle domande del magistrato con il capo appoggiato al tavolo. Viene chiuso in una cella di isolamento.
Un medico frettoloso lo visita nell’infermeria del carcere alle 4 e mezzo del pomeriggio. Gli prescrive: «Sympatol-Cortigen, borsa di ghiaccio in permanenza». Anche un profano capirebbe che il ragazzo ha la testa rotta o qualcosa di molto grave, ma non risulta che gli sia stata misurata nemmeno la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla alla luce, prove che avrebbero rivelato subito la drammaticità delle condizioni del detenuto. Dentro il carcere Don Bosco, tra l’altro, funziona un attrezzato centro medico-specialistico adatto a ogni genere di intervento. L’ospedale è vicino.
Franco Serantini non viene ricoverato, non gli viene fatta una radiografia, viene semplicemente rimandato in cella da dove era venuto. Ma entro sera avrà la borsa di ghiaccio da mettere sul capo prescritta dal medico. Muore alle 9,45 del 7 maggio 1972. Il certificato di morte parla di emorragia cerebrale. Tutto qui. La sorte, se così si può dire, seguita a infierire su Franco Serantini. Si tenta di seppellirlo in fretta, di nascosto. Manca il nulla osta del procuratore della Repubblica, non sono neppure passate le 24 ore prescritte dal regolamento. L’impiegato dello Stato civile del Comune fa quel che deve, rifiuta di firmare l’autorizzazione e il tentativo va a monte. Non è finita per Serantini. Il 25 ottobre di quell’anno, quando viene depositata la perizia medico-legale, subisce un altro affronto. Quasi a dire che Franco se l’è voluta la sua morte, visto che anche fisicamente non era uguale agli altri. È scritto nella perizia, firmata da illustri luminari, che Serantini Franco era «portatore di una voluminosa milza», da bambino, infatti, aveva avuto la malaria e le ossa della sua testa – scrivono i periti – erano più sottili del normale: la diploe – lo strato di tessuto situato tra le ossa del cranio – di Franco Serantini era di 0,30 centimetri di spessore invece di 0,40, 0,45 e quindi aveva una minore resistenza ai colpi.
A Franco Serantini è toccata una doppia morte. La morte selvaggia a opera della polizia e la morte decretata dalle istituzioni che non hanno fatto giustizia, tra conflitti giudiziari, avocazioni, tentati trasferimenti di magistrati, reticenze, bugie. Se almeno fosse servita a evitare morti atroci venute dopo, a impedire violazioni della legge e della Costituzione della Repubblica, la somma Carta che si fa di tutto in questi anni per cancellare! Non è accaduto. Uomini dello Stato, il cui compito è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, sono risultati responsabili di gravi illegalità. Il più delle volte non hanno pagato alcuno scotto, quando non ne hanno tratto vantaggi di carriera. Dalla vita, Franco Serantini ha avuto soltanto un dono, il funerale.
Le indagini per scoprire i responsabili della morte di Serantini affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei "Non ricordo" degli ufficiali di PS presenti al fatto. I sessanta uomini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma che sono i protagonisti della vicenda scompaiono nelle nebbie delle stanze della magistratura. Ma la vicenda di Serantini rimane all'attenzione dell'opinione pubblica: attraverso una costante campagna stampa dei giornali anarchici, di Lotta continua, del movimento, di quelli democratici, dei comitati "Giustizia per Franco Serantini" e infine del libro di Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini, uscito nel 1975, si è potuto conoscere e mantenere in vita la memoria di un ragazzo, assassinato in una strada dell'Italia dei primi anni settanta, che credeva nella libertà, nella giustizia e in un mondo migliore. Nel 1977 il dottor Mammoli, medico del carcere Don Bosco, responsabile di non aver preso seriamente in esame Franco Serantini che accusava forti dolori alla testa causa una forte emorragia interna al cranio, venne ferito seriamente; il ferimento venne rivendicato da Azione Rivoluzionaria (gruppo armato che operava in quegli anni).

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