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mercoledì 17 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1890 va in scena per la prima volta, a Roma, "Cavalleria rusticana", di Pietro Mascagni.
 “Cavalleria Rusticana” è considerata la prima opera “verista” italiana e, se pensiamo che “Carmen” di Bizet, di qualche anno precedente, è un’opera in lingua francese ambientata in Spagna  ci sentiamo autorizzati ad affermare che “Cavalleria” sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione,  sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l’approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all’aperto con moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta “questione meridionale” si andava configurando, mentre solo nell’ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l’ Italia si era data un governo se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe “Cavalleria” nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo e non attraverso la lettura di “Vita dei campi”.
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza,  un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino, di comporre un melodramma su “Cavalleria rusticana” e ai due si affiancò il Menasci con l’incarico di “limare “ i versi.
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tant’è che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso,  al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall’editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un’immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle  “leghe” che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua “emigrazione” nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa,  preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto e la morte dell'autore, sopraggiunta  in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese, l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne  metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un’opera che nel breve volgere di circa 50 minuti, rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta  a ritenere nell’ordine naturale delle relazioni umane  il delitto d’onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l’orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia;  il verismo di Verga e Mascagni, se  ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire “onore” sottrae dignità all’amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità  che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di “mammoni”, piagnoni paladini dell’onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
L’intera vicenda si svolge nella giornata di Pasqua nella Sicilia di fine XIX secolo.
Turiddu, un contadino, che aveva sedotto Santuzza prima di partire soldato, è l’amante di Lola, una appariscente donna che, durante l’assenza di Turiddu, è andata  in sposa al carrettiere  Alfio.
Subito dopo il preludio strumentale Turiddu intona una canzone in forma di siciliana:
O Lola ch'hai di latti la cammisa
Si bianca e russa comu la cirasa,
Quannu t'affacci fai la vucca a risa,
Biato cui ti dà lu primu vasu!
Ntra la porta tua lu sangu è sparsu,
E nun me mporta si ce muoru accisu...
E s'iddu muoru e vaju mparadisu
Si nun ce truovo a ttia, mancu ce trasu.
L’ultimo a venire a conoscenza degli adulteri  è sempre il marito tradito: Alfio entra in scena cantando con entusiasmo i privilegi del proprio mestiere (“O che bel mestiere”). Mentre qui è là si leva  qualche sorrisetto ironico dei giovani del paese, circa la fedeltà di Lola.
Santuzza, sopraffatta dalla gelosia e ferita nell’orgoglio, rivela ad Alfio la relazione tra Turiddu e Lola, mentre il paese intero si appresta alle solenni celebrazioni della Pasqua.
Dopo un brindisi provocatorio, Turiddu e Alfio si scontrano e si sfidano a duello “rusticano” al coltello.
Un accorato saluto a Mamma Lucia con la raccomandazione di “fare da madre a Santa” , precede  l’epilogo tragico: Alfio uccide Turiddu mentre  una donna urla annunciando :” Hanno ammazzato compare Turiddu!”
L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
In ambito cinematografico ha fatto da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, quella nel film Il padrino - Parte III. È stato anche usato anche nei titoli di testa del film Toro scatenato di Martin Scorsese.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura, è stato ripreso da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007 ed è presente nella canzone Mascagni di Andrea Bocelli.
Tra gli spot pubblicitari che lo hanno utilizzato troviamo quello dei Ferrero Rocher e dell'Enel (2011).
L'intermezzo è presente anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

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