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sabato 13 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1978 viene approvata in Italia la legge 180, detta Legge Basaglia, che sancisce la chiusura dei manicomi.
“Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato, possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”: si apre così la legge 180, approvata il 13 maggio del 1978 e destinata non soltanto a rivoluzionare il trattamento medico-psichiatrico della malattia mentale, ma soprattutto a trasformare radicalmente l’impianto teorico della cultura psichiatrica nel nostro paese. L’incompatibilità tra cura della malattia e privazione della libertà, della dignità e dei diritti civili del malato non era in quegli anni un concetto universalmente riconosciuto e accettato. Le condizioni disumane in cui vivevano i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici solo da pochi anni avevano suscitato qualche perplessità e dato origine alle prime tendenze riformatrici.
Franco Basaglia aveva 37 anni quando incontrò per la prima volta la realtà del manicomio: nel 1961, dopo aver rinunciato alla carriera universitaria intrapresa presso l’università di Padova, assunse la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia. L’impatto fu traumatico: il giovane psichiatra osservava con sconcerto le pratiche in uso all’interno del manicomio e i trattamenti vessatori a cui i degenti erano sottoposti. Elettroshock, camicia di forza, contenzione, induzione di febbri malariche erano solo alcune delle torture non soltanto tollerate, ma addirittura prescritte dal regolamento di questi istituti. Basaglia iniziò a guardare con interesse alle correnti psichiatriche di origine fenomenologica ed esistenziale (Jaspers, Minkowski, Binswanger) e provò gradualmente a ricreare, all’interno dell’ospedale psichiatrico, il modello della “comunità terapeutica”, di origine britannica. “Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (...) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”, ripeteva il nuovo Direttore ai medici ed agli infermieri del suo manicomio.
Iniziò così, all’interno dell’Istituto goriziano – allora abitato da circa 650 degenti – una vera e propria rivoluzione: abolite le pratiche più inumane e lesive della dignità della persona, Basaglia si impegnò a costruire un rapporto tra i pazienti e il personale medico e infermieristico. Ciò richiese naturalmente un difficile lavoro di formazione professionale e culturale, che incontrò non poche difficoltà e opposizioni. Nel 1969 Basaglia lasciò Gorizia, per assumere la direzione dell’ospedale di Colorno e, due anni dopo, del manicomio “San Giovanni” di Trieste. Anche qui lo psichiatra ripropose il modello della “comunità terapeutica” e introdusse laboratori artistici e creativi, capaci di sviluppare e valorizzare le capacità dei pazienti. Fu in quegli anni che Basaglia sentì la necessità di estendere il proprio campo di azione e di cercare di trasformare non soltanto la vita interna agli istituti, ma tutta la cultura e la politica della salute mentale in Italia. Arrivò così a proporre la chiusura dei manicomi, alla luce del fallimento di queste strutture, che di fatto avevano ottenuto l’unico risultato di allontanare il malato dalla società e condannarlo all’isolamento e all’abbandono.
Nel 1973 Basaglia fondò il movimento Psichiatria Democratica e quello stesso anno Trieste venne designata "zona pilota" per l'Italia nella ricerca dell'Oms sui servizi di salute mentale. Nel 1977 il manicomio di Trieste fu chiuso e, l’anno successivo, il Parlamento approvò la legge 180, che recepiva le richieste e le idee del nuovo movimento e sanciva la chiusura degli ospedali psichiatrici. “E’ vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali, istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche e neuropsichiatriche (…). Negli attuali ospedali psichiatrici possono essere ricoverati, sempre che ne facciano richiesta, esclusivamente coloro che vi sono stati ricoverati anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge e che necessitano di trattamento psichiatrico in condizioni di degenza ospedaliera”. La psichiatria e, in generale, la cura della malattia mentale, dovevano dunque uscire dall’isolamento in cui fino allora erano state costrette, per essere affidate a “specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura (…) organicamente e funzionalmente collegati, in forma dipartimentale, con gli altri servizi e presidi psichiatria esistenti nel territorio”. Nel novembre del 1979 Basaglia si trasferì a Roma, dove assunse l'incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio, ma appena un anno dopo morì.
A quasi 40 anni dall’entrata in vigore della legge 180, molti restano i nodi irrisolti nella cura della malattia mentale e tanti i problemi ancora aperti nella cultura psichiatrica del nostro paese.
La legge n. 180/1978 demandò l'attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private per il 18%, o delle strutture di altre province per il 27%.
Di fatto, solo dopo il 1994, con il "Progetto Obiettivo" e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la previsione di legge di eliminazione dei residui manicomiali.
Nonostante critiche e proposte di revisione, le norme della legge n. 180/1978 regolano tuttora l'assistenza psichiatrica in Italia.

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