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sabato 28 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Dopo 42 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il 28 gennaio 1982 il generale statunitense James Dozier viene liberato dalle unità antiterrorismo italiane.
17 dicembre 1981. Erano da poco passate le 23 e 30 quando una nota dell'Ansa rese noto che non si avevano più notizie di un generale americano di stanza nella base di Verona. Poco prima che venisse confermata la scomparsa dell'alto ufficiale, alla redazione Ansa di Milano giunse una telefonata anonima. Un uomo che affermava di parlare a nome delle Brigate Rosse disse semplicemente: "Abbiamo rapito il generale di brigata Dozier, a Verona, in via Lungo Adige 5. Seguirà comunicato". Anche l'ambasciata statunitense dovette confermare il rapimento del generale James Lee Dozier, 55 anni, sottocapo delle forze terrestri della Nato del Sudeuropa. Il successivo comunicato dei terroristi faceva riferimento agli obiettivi della guerra del fronte combattente comunista nei confronti del capitalismo e di quell'imperialismo di cui la Nato era considerato il simbolo principale.
L'operazione si era svolta con una facilità impressionante. Alcuni brigatisti travestiti da idraulici erano riusciti a introdursi nell'abitazione del generale. Dopo aver imbavagliato la moglie, il commando aveva potuto trasferire in tutta tranquillità l'ostaggio a Padova, dove ancora non era stata messa in moto la macchina dei controlli di polizia.
Era la prima volta che una cellula terroristica riusciva a rapire un generale americano. Il colpo fu accusato oltre che in Italia, dove si temette di dover assistere impotenti a una replica del rapimento Moro, fino all'esito estremo, anche e forse soprattutto negli Stati Uniti. Il presidente Reagan espresse tutta la sua indignazione in modo piuttosto colorito. Gli pareva assurdo che in un Paese alleato "quattro straccioni vagabondi" (così disse testualmente ai suoi collaboratori), potessero impunemente rapire nientemeno che un generale dell'esercito statunitense.
Il sequestro Dozier appare oggi come l'ultimo colpo di coda del terrorismo rosso in Italia e costituisce lo spartiacque che, dopo la liberazione del generale, rese finalmente consapevoli le forze politiche, quelle dell'ordine e l'opinione pubblica intera della possibilità di sconfiggere il terrore che dai primi anni Settanta insanguinava l'Italia.
Ma nei giorni immediatamente successivi al rapimento le sensazioni che attanagliavano il Paese erano le stesse vissute all'indomani del rapimento Moro: sorpresa, spaesamento, senso di paura e di impotenza. Con in più la consapevolezza del salto di qualità nella strategia terrorista, che ora puntava a trovare consensi nella battaglia contro la Nato e l'imperialismo americano: argomenti questi che riscuotevano da tempo un ampio consenso tra l'elettorato di sinistra.
Ma se visti da fuori i nuovi obiettivi dei terroristi sembravano una ulteriore conferma della loro invincibilità e della loro superiore capacità logistica, l'aria che si respirava all'interno dell'"organizzazione" era completamente diversa. Le Brigate Rosse si trovavano in quel momento in un periodo di transizione e di crisi di credibilità. Molti militanti erano stati arrestati sotto l'incalzare dell'azione repressiva dello Stato, mentre sul piano dell'internazionale del terrore le azioni BR risultavano piuttosto 'provinciali' rispetto a quelle dei terroristi palestinesi e della RAF (il gruppo terroristico tedesco), con i quali esistevano certo profondi legami a livello organizzativo (strutture comuni per ospitare terroristi in pericolo all'estero, canali distributivi per il rifornimento di armi ecc.), ma improntati a una certa subordinazione. Parenti poveri dell'internazionale terrorista, le BR avevano deciso la clamorosa operazione sperando di recuperare, con un solo colpo ben assestato, il rapporto con la RAF e con i palestinesi, e nel contempo scavalcare queste due formazioni aprendo nuovi contatti con i movimenti di liberazione schierati su posizioni antiamericane.
Ma non è tutto. Altri argomenti ad uso interno indussero le BR al rapimento. Dopo il sequestro e l'uccisione dell'ingegnere Giuseppe Taliercio, direttore della Montefibre di Marghera, progettato ed eseguito nella tarda primavera dello stesso anno dalla colonna veneta delle BR, si era prodotta una divisione nella formazione terroristica. Ne era nata una nuova colonna autonoma, le BR-Partito della Guerriglia. Il rapimento Dozier, pianificato nel corso di una riunione della Direzione strategica tenutasi a Padova nel mese di ottobre, doveva servire anche a ricomporre le divisioni interne attorno a un obiettivo 'gradito' a tutte le sparse anime delle BR. Al fine di evitare conflitti sul diritto di primogenitura, nel corso della riunione si era deciso di gestire l'azione sotto una nuova denominazione comune, le Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Antonio Savasta, che gestì tutta l'operazione del rapimento, raccontò in seguito - con una confusione sintattica che è sintomatica della vaghezza ideologica vissuta dal terrorismo dei primi anni Ottanta - i motivi che portarono alla scelta dell'obiettivo: "[Vi era] la possibilità di propagandare un programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi, dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla politica dei due blocchi. [...] Sono sempre due facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli all'interno del programma rivoluzionario".
Motivazioni a parte, sul piano pratico i brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla, fatta eccezione per un breve interrogatorio e l'invio di una serie di comunicati. Ma dietro questa apparente immobilità si scatenò una poderosa caccia al generale, portata avanti a colpi di indagini segretissime, soffiate e coinvolgimento dei servizi segreti dei due blocchi.
Infatti, nel corso delle indagini gli inquirenti delle forze dell'ordine italiane furono costantemente appoggiati dai servizi segreti italiani e statunitensi. Anche se non sempre nella logica di un sano spirito di collaborazione. La fiducia degli americani nei confronti delle nostre capacità di indagine, all'epoca, era ridotta ai minimi termini. Lo dimostra un dettaglio relativo al giorno del rapimento e venuto alla luce solo anni dopo. Judy, la moglie del generale lasciata in casa legata e imbavagliata, una volta liberatasi avrebbe avuto come prima preoccupazione quella di avvertire le autorità americane. Nell'abitazione di via Lungo Adige intervennero quindi per prime non le nostre forze dell'ordine ma la polizia militare statunitense e la Cia. Solo dopo un'ora e mezzo fu avvisata la polizia italiana, che di fatto riuscì ad allestire i primi posti di blocco quando il commando e il rapito erano ormai giunti nel covo di Padova. Dozier e la moglie, ricostruendo gli avvenimenti a posteriori, furono costretti, per non ammettere quell'imbarazzante ritardo, a spostare l'orario dei fatti di novanta minuti. Secondo alcuni poliziotti, la tardiva comunicazione avrebbe ostacolato seriamente le prime indagini, facendo concentrare erroneamente le ricerche entro la cintura veronese.
Gli stessi servizi segreti americani nutrivano una scarsissima fiducia nei loro omologhi italiani. All'origine di questa diffidenza contribuiva certo un atteggiamento di superiorità, condito da superficialità, da parte degli USA nei confronti del fenomeno terrorismo, allora non ancora sperimentato oltreoceano. La convinzione della Casa Bianca, lo abbiamo visto sopra, era di trovarsi di fronte a guerriglieri "straccioni" che avrebbero potuto essere messi a tacere con una semplice e ben orchestrata operazione di polizia. Il corollario era che da parte italiana non vi fosse la capacità, la volontà o una chiara determinazione nel voler debellare il fenomeno terrorismo. E qui veniamo al vero motivo della diffidenza americana. Ovvero l'atteggiamento ambiguo e altalenante che effettivamente aveva contraddistinto, fino al 1981, la lotta contro il 'partito armato' in Italia.
Nel decennio precedente, tra il 1974 e il 1976, l'organizzazione delle BR era già stata ridotta ai minimi termini per effetto di una pressione costante delle forze di sicurezza che aveva condotto all'arresto di numerosi esponenti di primo piano (Curcio e Semeria su tutti). Ma dopo pochi anni la pressione venne meno e i pochi brigatisti residui riuscirono a riorganizzare le proprie forze e a compiere il salto di qualità da un terrorismo "propagandistico" di sinistra verso uno di esclusiva matrice sanguinaria. Col senno del poi appare quindi incomprensibile lo scioglimento, avvenuto nel 1975, del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Soprattutto perché sembra che negli stessi anni i servizi di sicurezza avessero percepito la riorganizzazione delle BR a un più alto livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale Tempo aveva pubblicato le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi responsabili dei Servizi, il generale Maletti: "Nell'estate del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR, n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con programmi più cruenti. [...] Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere." Lo stesso Maletti, in un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe".
Di più. La Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani noterà, sempre a proposito delle smagliature nella repressione del terrorismo, il sorprendente scioglimento dell'Ispettorato antiterrorismo nel gennaio 1978, pochi mesi prima del rapimento Moro. La preziosa esperienza organizzativa dell'Ispettorato, che dal 1974 sotto la direzione del questore Santillo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, fu buttata a mare proprio nel momento in cui poteva tornare utile.
Le tensioni sociali vissute dall'Italia nel 1977 e la guardia bassa tenuta nella lotta al terrorismo resero quindi possibile la rinascita del partito armato e la messa a segno dell'azione più clamorosa diretta al cuore dello Stato, il rapimento e l'uccisione di Moro. Fu solo dopo quel dramma che il Presidente del Consiglio Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, decisero di reintegrare il generale Dalla Chiesa nell'esercizio dei suoi poteri, conferendogli "compiti speciali operativi" nella lotta al terrorismo in stretto rapporto con il Ministro dell'interno. Dalla Chiesa ricostruì il Nucleo antiterrorismo mettendo a segno in poche settimane alcuni arresti eccellenti, il più importante dei quali fu quello dei cinque membri dell'esecutivo BR nel covo milanese di via Monte Nevoso.
Questa lunga digressione per spiegare in quale scenario storico si inserisca il rapimento Dozier. Un'altalena di attentati, rapimenti e assassini cui si risponde con provvedimenti contrastanti, spesso illogici, con tempi e metodi che visti oggi sembrano totalmente al di fuori di una chiara percezione dell'emergenza vissuta dal Paese. Non sorprende quindi l'atteggiamento di superiorità, misto a sfiducia nei confronti della nostra intelligence, da parte delle autorità americane incaricate di collaborare a sciogliere i nodi del sequestro Dozier.
Non a caso, in una ricostruzione cinematografica di qualche anno fa, intitolata "Stato d'emergenza", il regista Carlo Lizzani ha impostato la vicenda Dozier proprio partendo da questo aspetto. Evidenziando cioè il contrasto psicologico e la diffidenza tra agenti italiani e americani, i primi più intuitivi e attenti a sfruttare i fiancheggiatori locali, i secondi orientati a spostare le indagini verso i legami con il terrorismo internazionale. Entrambi gli inquirenti, italiani e americani, avevano tuttavia le loro buone ragioni. Se sarà infatti la soffiata di un fiancheggiatore a svelare l'indirizzo della "prigione del popolo" di Padova, la pista del terrore internazionale non era assolutamente campata in aria.
Anzi, è proprio il rapimento Dozier a far trasparire dal fondo lo scenario della guerra fredda, svelando legami - ancora oggi ampiamente sottovalutati, se non bellamente trascurati - con i servizi segreti dei Paesi del blocco sovietico.
Abbiamo già visto come le BR intendessero il rapimento del generale come una credenziale per accedere a contatti con movimenti simili al di fuori del vecchio continente. Attraverso un loro militante irregolare, Loris Scricciolo, i terroristi avevano aperto un canale informativo con due personaggi che curavano i rapporti internazionali del sindacato UIL. Dovevano essere questi due personaggi (Luigi Scricciolo e Paola Elia, rivelatisi poi cugini dello stesso Loris Scricciolo) a fornire i contatti per imbastire nuovi legami con movimenti terroristici in altre aree calde del mondo e a diffondere all'estero materiale propagandistico. In realtà l'aggancio più consistente che riuscirono a ottenere fu con i servizi segreti bulgari, in quegli anni braccio armato, nonché prestanome, del ben più potente KGB. I cugini di Scricciolo fecero sapere che esisteva la possibilità di incontrare un funzionario dell'ambasciata bulgara, in quanto i servizi segreti bulgari - che il 13 maggio di quello stesso 1981 avevano armato la mano di Ali Agca in Piazza San Pietro contro il Papa - erano interessati a sapere qualcosa dall'alto ufficiale americano. In cambio della disponibilità BR a cogestire il sequestro, i bulgari avrebbero garantito la possibilità di ottenere finanziamenti e armi.
Secondo quanto riferì dopo il suo arresto il brigatista Savasta, l'offerta fu giudicata dall'esecutivo BR come "una indebita ingerenza" per quanto riguardava la pretesa di interferire nello svolgimento del sequestro e, invece, estremamente interessante per quanto atteneva l'offerta di armi e denaro. Davanti alla Corte d'Assise di Roma Savasta ha tenuto a precisare che nelle intenzioni dei brigatisti "non ci sarebbe stato scambio di nulla, assolutamente di nulla, ma ci sarebbe stata soltanto la possibilità per le BR di avere un rafforzamento di tipo logistico, e niente altro, perciò non un rapporto politico né, tanto meno, fra servizi segreti". Aggiunse inoltre che secondo lui "la Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia".
Una cosa è certa, l'appuntamento fissato per la seconda metà del mese di gennaio del 1982 in un cinema romano tra i terroristi e un misterioso "funzionario" bulgaro saltò all'ultimo momento, in quanto il funzionario mantenne fino in fondo l'anonimato non presentandosi. E nulla si è potuto apprendere su eventuali successivi contatti, in quanto Savasta, che era uno dei carcerieri di Dozier, fu arrestato pochi giorni dopo il fallito appuntamento al cinema durante l'irruzione degli agenti del covo di Padova.
Su questi legami non meglio approfonditi con i servizi segreti dell'est si è espressa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo, giungendo alla conclusione che un mercanteggiamento alle spalle del generale rapito ci fu, anche se condotto con eccessive velleità di 'potenza' da parte delle BR. "La Commissione - si legge nel paragrafo della relazione relativa al sequestro Dozier - ritiene sostanzialmente credibile il racconto fatto da Savasta giacché è pacifico l'interesse dei servizi del Patto di Varsavia a conoscere i segreti NATO e non essendo l'occasione di ottenere informazioni riservate da un generale tra quelle che i servizi del campo avverso si lasciano scappare.
La mancata presentazione del funzionario bulgaro fu giustificata dagli intermediari con un'improvvisa ed imprevista partenza per Sofia. Tale giustificazione indusse l'esecutivo BR a ritenere che il funzionario dell'ambasciata romana fosse andato a Sofia a 'saggiare la situazione'. Se ne potrebbe desumere che l'iniziativa era stata presa a Roma ma che si fosse ritenuto successivamente, data la delicatezza dell'operazione, di doverne discutere con una più alta autorità politica.
Ma c'è anche un'altra ipotesi non meno probabile: che, informati della indisponibilità delle BR ad offrire la contropartita Dozier, i bulgari avessero deciso di lasciar cadere la cosa o di attendere che le BR scendessero a più miti consigli.
La pretesa delle BR di ottenere aiuti senza pagare contropartite può apparire assurda in quanto addirittura travalica il concetto, già velleitario, di rapporto da potenza a potenza, per approdare a quello di una potenza dominante (le BR) che vuole imporre le sue condizioni ad una potenza subalterna. Ma bisogna considerare la deformazione psicologica dei brigatisti che li porta ad avere una fiducia cieca nelle loro capacità di analisi e a scambiare le loro conclusioni con la realtà. E non va quindi dimenticato che la loro analisi aveva portato alla 'verità' che l'URSS e il Patto di Varsavia sarebbero ben presto stati 'costretti' ad aiutare le BR.
Da qui il rifiuto (contrariamente a quanto suggeriva Savasta) al rapporto politico e la pretesa di ottenere finanziamento e forniture di armi senza contropartita."
Il 28 gennaio 1982, ovvero quarantadue giorni dopo il rapimento, Dozier venne liberato a Padova da un commando dei Nocs (Nuclei operativi centrali di sicurezza) guidato dal comandante Salvatore Genova. La brillante operazione scattò in tarda mattinata, attorno alle 11 e 30, per trarre il massimo vantaggio dal traffico cittadino e dal rumore prodotto dal bulldozer di un cantiere nelle vicinanze. Ormai da tre giorni una cinquantina di agenti stavano tenendo sotto controllo il condominio della "Guizza", nella periferia sudovest della città. L'obiettivo era uno degli alloggi di un fabbricato di otto piani con due ingressi. Dieci uomini dei Nocs arrivarono a bordo di un furgoncino indossando abiti civili. Mentre un membro della squadra d'assalto provvedeva ad isolare il supermaket attiguo alla porta dello stabile in cui era tenuto in ostaggio il generale, in modo da evitare il coinvolgimento di civili innocenti, gli altri nove davano inizio all' operazione. Due terroristi di pattuglia nel corridoio al primo piano furono rapidamente immobilizzati mentre una carica al plastico fece saltare la porta dell'appartamento. L'irruzione all'interno si svolse fulmineamente, al punto che non fu esploso neanche un colpo. Dozier si trovava in una tenda canadese piantata in mezzo a una stanza, sotto la minaccia di un carceriere che fu rapidamente sbaragliato. "Wonderful italian police" pare abbia esclamato il generale dal lettino in cui, vestito con una tuta da ginnastica e senza scarpe, era incatenato da più di un mese. Alle 12 e 23 una nota dell'Ansa rese di dominio pubblico il brillante successo dell'operazione. La notizia arrivò subito anche a Washington. Sulle pareti degli uffici del Pentagono vennero appesi cartelli con la scritta "Viva l'Italia".
"La fermezza ha pagato" titolò il giorno successivo il Corriere della Sera. Il presidente americano Reagan, dopo le pesanti critiche di poco più di un mese prima commentò entusiasta: "Lo stesso coraggio e determinazione che James Dozier aveva dimostrato sul campo di battaglia in tempo di guerra gli hanno fatto superare con tutti gli onori questa nuova prova [...] Il nostro Paese e i nostri alleati possono essere fieri di questo uomo coraggioso [...] Ho anche parlato col presidente Pertini esprimendogli l'apprezzamento dell'America per l'efficacia e dedizione dell'opera delle autorità italiane nel localizzare i rapitori e salvare la vita del generale Dozier. Anche le autorità italiana hanno assolto al loro compito con onore".
Subito cominciarono anche a circolare le notizie in merito alla "soffiata" che avrebbe consentito l'esito positivo della missione. Il giorno dopo la liberazione dell'ostaggio i giornali italiani pubblicarono infatti indiscrezioni su di un terrorista pentito catturato di recente che avrebbe ricoperto il ruolo di "gola profonda" della situazione.
Il risultato dell'operazione delle forze dell'ordine non si limitò alla liberazione. In seguito alla collaborazione di tre dei cinque terroristi catturati, e in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vennero effettuate decine di arresti in tutta Italia. Dopo il fallimento della 'campagna Dozier' le BR emanarono un laconico comunicato in cui si accennava alla necessità di una "ritirata strategica [...] in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti".
Dozier, finora l'unico ufficiale americano ad essere mai stato catturato da un gruppo terrorista, fu in seguito promosso Generale Maggiore. Attualmente è un pensionato ottantacinquenne.

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