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giovedì 16 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell’arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All’insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. É più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai decennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. É spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. É, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettali parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell’ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude all’umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall’arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt’a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall’altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all’altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all’invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.

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