Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 2007 l'Assemblea Generale dell'ONU approva, con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, la moratoria universale della pena di morte.
'L'approvazione, a maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di morte è stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui diplomazia, abilmente diretta dal ministero degli Esteri, ha svolto un'azione intelligente ed efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto fermo in una battaglia di civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto meno ad abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a farlo. Ha dunque solo un alto valore simbolico, è solo uno strumento di pressione morale? No. Essa produce anche importanti effetti pratici, il cui significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica ai numerosi Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire la pena di morte, ma sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni movimenti politico-religiosi, che si accaniscono a voler punire l'assassinio (ma anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi possono ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo, a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi, che cominciano ad aver dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno essere indotti dalla risoluzione ONU a ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro ogni arbitrio. Ad esempio la Cina ha limitato il numero di crimini per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema, sottraendola dunque alle corti locali, ogni decisione finale in materia. Su questa strada la Cina, che pure ha votato contro la risoluzione e continua ad essere lo Stato con il più alto numero di esecuzioni, potrà fare altri passi avanti, spinta dalla pressione dell'ONU.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. Adesso la questione della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine del giorno di ogni Assemblea Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque, una questione che finora era tabù in seno ai massimi organi dell'ONU, diviene finalmente oggetto "normale" di dibattito politico-diplomatico. Si ha finalmente una presa di coscienza collettiva della necessità di ingerirsi in un recesso finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto della risoluzione è che i vari organi dell'ONU sono automaticamente autorizzati a "lavorare" ed operare su questo tema. E già si sa che l'Alto Commissario per i Diritti Umani intende istituire una "task force", anche per assistere i paesi che vogliono gradualmente introdurre serie limitazioni alla comminazione della pena capitale.
Un altro effetto è non meno importante: ogni anno il Segretario Generale dell'ONU deve presentare all'Assemblea Generale un rapporto sull'attuazione della risoluzione approvata: per elaborare questo rapporto, egli deve ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente celato quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, devono fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma un autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa informazione sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il fatto stesso di dover dar conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno, non può non costituire, per quei paesi, un incentivo psicologico e politico notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il risultato dell'abile strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente evitato ogni trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro diplomatico e l'umiliazione politica degli avversari. Favorendo invece toni concilianti, isolando i "pasdaran" e intensificando il dialogo con i moderati, essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i sostenitori della pena capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena arcaica, per trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si è visto in occasione del voto: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le manovre procedurali che avevano messo in atto un mese prima, in Commissione e - tranne Barbados, Nigeria e Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la risoluzione.
La risoluzione non è dunque un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma un punto di partenza, l'inizio di un processo politico-diplomatico da favorire con pazienza e tenacia per arrivare tra dieci o venti anni alla scomparsa definitiva del boia.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza come l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi. E' uno spazio che si colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico, ma piuttosto in quello della difesa di valori universali, e della promozione tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore politico - per ora soprattutto potenziale - a livello planetario.
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lunedì 18 dicembre 2023
domenica 17 dicembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 dicembre.
Secondo la tradizione latina, il 17 dicembre cominciavano i festeggiamenti dei 6 giorni di Saturnalia.
I Saturnali erano un'antica festività della religione romana dedicata all'insediamento nel tempio del dio Saturno e alla mitica età dell'oro; si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, come stabilito da Domiziano.
I saturnali avevano inizio con grandi banchetti, sacrifici, a volte orge; i partecipanti usavano scambiarsi l'augurio io Saturnalia, accompagnato da doni simbolici.
Durante questi festeggiamenti era sovvertito l'ordine sociale: gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e come questi potevano comportarsi; veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un princeps -una sorta di caricatura della classe nobile- a cui veniva assegnato ogni potere. Il "princeps" era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali prevaleva il rosso (colore degli dei) e poteva ricordare il nostro Babbo Natale.
Era la personificazione di una divinità inferica, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettrice delle campagne e dei raccolti.
In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l'offerta di doni e di feste in loro onore nonché indotte a ritornare nell'aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.
Si trattava di una lunga "sfilata di carnevale" (perché a tale festa sono riconducibili i saturnalia e tutti i riti agrari successivi).
Catullo definiva i Saturnalia “i giorni più belli dell’anno“. La festa era dedicata a Saturno, dio dell’”età dell’oro“, descritta da Esiodo ne “Le opere e i giorni” come la prima età mitica nella quale «…un’aurea stirpe di uomini mortali crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano». In questa “aurea aetas” tutti gli uomini vivevano quindi in pace e senza bisogno di lavorare, esattamente come nel Paradiso Terrestre (primo parallelismo con il Cristianesimo).
L’inizio dei Saturnalia era dato dallo svolgimento di riti religiosi davanti al Tempio di Saturno, nel Foro, cui seguivano dei banchetti (lectisternium) e festeggiamenti che coinvolgevano tutta la popolazione romana e che sono facilmente assimilabili ai festeggiamenti carnevaleschi. Questa sorta di carnevale era caratterizzata dalla più completa libertà di comportamenti: in omaggio al ricordo dell’uguaglianza dei “tempi d’oro”, veniva concesso agli schiavi un periodo di libertà ed essi potevano così permettersi di banchettare assieme ai propri padroni, da cui potevano addirittura pretendere di essere serviti a tavola, in quello che era un vero e proprio scambio di ruoli. In effetti agli schiavi era perfino concesso ubriacarsi, stando alla stessa tavola con i padroni, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe portato frustate o altre punizioni corporali e, in casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione.
Gli schiavi andavano in giro per la città mascherati e con in testa il berretto frigio (che normalmente veniva posto sul loro capo soltanto in occasione del bramato momento della liberazione, quando cessavano di essere schiavi e diventavano cittadini romani, liberi a tutti gli effetti) abbandonandosi alla più sfrenata baldoria, mentre musici e danzatrici, attori e saltimbanchi improvvisavano ovunque i loro spettacoli. In quei giorni si potevano fare scommesse e giocare d’azzardo e dare luogo a scherzi d’ogni genere. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette di terracotta o di cera o perfino di mollica di pane, che alludevano agli uomini soggetti alla sorte e al “gioco” degli dèi.
Questo scambio di doni somiglia molto a quanto avviene nel nostro Natale. Un altro stupefacente parallelismo con i giorni nostri è relativo al fatto che i festeggiamenti del “Sol Invictus” erano immediatamente seguiti dalle “Sigillaria“: una festività dedicata ai bambini in occasione della quale si regalavano loro dadi, anelli e piccoli oggetti in pietra o tavolette dipinte… praticamente la nostra Epifania.
Saturno non è soltanto il dio che presiede al rinnovamento dell'anno e che attraversa le acque, è anche il dio che giunge felicemente alla riva, che regna sulla nuova Età dell'Oro. E' un dio che spegne il passato ed accende il futuro, è il dio che, nel governo del mondo, succede a Giano, dio Creatore ed Iniziatore dalle due facce. Pertanto, ne assimila molti dei connotati, soprattutto l'idea di passaggio, di una Verità Una e Bifronte. Saturno precede il solstizio d'inverno, regnando sulle contraddizioni solstiziali: euforia, confusione, desiderio di rinnovamento, nostalgia di qualcosa che muore, attesa di quel che verrà. Saturno è colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico e che regola l'ordine universale; non a caso abbiamo parlato di gioco: nei giorni a lui dedicati si svolgeva il Grande Gioco di Saturno, il gioco-oracolo con il quale si esercitava una forma di divinazione. Il dio, così, permetteva agli uomini di conoscere, per una volta, i disegni divini. II gioco d'azzardo era infatti strettamente connesso con Saturno, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia.
I saturnali romani col tempo assunsero connotazioni licenziose e orgiastiche, connesse a gozzoviglie e copiose crapule.
La categoria del carnevale, le cui origini si fanno risalire proprio alla festa dei Saturnali, è metafora, per antonomasia, di pazza e allegra trasgressione, con più implicazioni, tutte riconducibili allo scompaginamento dei ruoli sociali.
Secondo la tradizione latina, il 17 dicembre cominciavano i festeggiamenti dei 6 giorni di Saturnalia.
I Saturnali erano un'antica festività della religione romana dedicata all'insediamento nel tempio del dio Saturno e alla mitica età dell'oro; si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, come stabilito da Domiziano.
I saturnali avevano inizio con grandi banchetti, sacrifici, a volte orge; i partecipanti usavano scambiarsi l'augurio io Saturnalia, accompagnato da doni simbolici.
Durante questi festeggiamenti era sovvertito l'ordine sociale: gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e come questi potevano comportarsi; veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un princeps -una sorta di caricatura della classe nobile- a cui veniva assegnato ogni potere. Il "princeps" era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali prevaleva il rosso (colore degli dei) e poteva ricordare il nostro Babbo Natale.
Era la personificazione di una divinità inferica, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettrice delle campagne e dei raccolti.
In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l'offerta di doni e di feste in loro onore nonché indotte a ritornare nell'aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.
Si trattava di una lunga "sfilata di carnevale" (perché a tale festa sono riconducibili i saturnalia e tutti i riti agrari successivi).
Catullo definiva i Saturnalia “i giorni più belli dell’anno“. La festa era dedicata a Saturno, dio dell’”età dell’oro“, descritta da Esiodo ne “Le opere e i giorni” come la prima età mitica nella quale «…un’aurea stirpe di uomini mortali crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano». In questa “aurea aetas” tutti gli uomini vivevano quindi in pace e senza bisogno di lavorare, esattamente come nel Paradiso Terrestre (primo parallelismo con il Cristianesimo).
L’inizio dei Saturnalia era dato dallo svolgimento di riti religiosi davanti al Tempio di Saturno, nel Foro, cui seguivano dei banchetti (lectisternium) e festeggiamenti che coinvolgevano tutta la popolazione romana e che sono facilmente assimilabili ai festeggiamenti carnevaleschi. Questa sorta di carnevale era caratterizzata dalla più completa libertà di comportamenti: in omaggio al ricordo dell’uguaglianza dei “tempi d’oro”, veniva concesso agli schiavi un periodo di libertà ed essi potevano così permettersi di banchettare assieme ai propri padroni, da cui potevano addirittura pretendere di essere serviti a tavola, in quello che era un vero e proprio scambio di ruoli. In effetti agli schiavi era perfino concesso ubriacarsi, stando alla stessa tavola con i padroni, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe portato frustate o altre punizioni corporali e, in casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione.
Gli schiavi andavano in giro per la città mascherati e con in testa il berretto frigio (che normalmente veniva posto sul loro capo soltanto in occasione del bramato momento della liberazione, quando cessavano di essere schiavi e diventavano cittadini romani, liberi a tutti gli effetti) abbandonandosi alla più sfrenata baldoria, mentre musici e danzatrici, attori e saltimbanchi improvvisavano ovunque i loro spettacoli. In quei giorni si potevano fare scommesse e giocare d’azzardo e dare luogo a scherzi d’ogni genere. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette di terracotta o di cera o perfino di mollica di pane, che alludevano agli uomini soggetti alla sorte e al “gioco” degli dèi.
Questo scambio di doni somiglia molto a quanto avviene nel nostro Natale. Un altro stupefacente parallelismo con i giorni nostri è relativo al fatto che i festeggiamenti del “Sol Invictus” erano immediatamente seguiti dalle “Sigillaria“: una festività dedicata ai bambini in occasione della quale si regalavano loro dadi, anelli e piccoli oggetti in pietra o tavolette dipinte… praticamente la nostra Epifania.
Saturno non è soltanto il dio che presiede al rinnovamento dell'anno e che attraversa le acque, è anche il dio che giunge felicemente alla riva, che regna sulla nuova Età dell'Oro. E' un dio che spegne il passato ed accende il futuro, è il dio che, nel governo del mondo, succede a Giano, dio Creatore ed Iniziatore dalle due facce. Pertanto, ne assimila molti dei connotati, soprattutto l'idea di passaggio, di una Verità Una e Bifronte. Saturno precede il solstizio d'inverno, regnando sulle contraddizioni solstiziali: euforia, confusione, desiderio di rinnovamento, nostalgia di qualcosa che muore, attesa di quel che verrà. Saturno è colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico e che regola l'ordine universale; non a caso abbiamo parlato di gioco: nei giorni a lui dedicati si svolgeva il Grande Gioco di Saturno, il gioco-oracolo con il quale si esercitava una forma di divinazione. Il dio, così, permetteva agli uomini di conoscere, per una volta, i disegni divini. II gioco d'azzardo era infatti strettamente connesso con Saturno, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia.
I saturnali romani col tempo assunsero connotazioni licenziose e orgiastiche, connesse a gozzoviglie e copiose crapule.
La categoria del carnevale, le cui origini si fanno risalire proprio alla festa dei Saturnali, è metafora, per antonomasia, di pazza e allegra trasgressione, con più implicazioni, tutte riconducibili allo scompaginamento dei ruoli sociali.
sabato 16 dicembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1985 a New York vengono uccisi Paul Castellano e Thomas Bilotti. La morte dei due capomafia rende John Gotti capo assoluto della potente famiglia Gambino.
John Gotti nacque a New York City il 27 ottobre del 1940. Fu il capo di una delle cinque famiglie mafiose di New York e attirò su di sé l'attenzione, non solo degli inquirenti, ma anche dei media per la sua capacità di sembrare un personaggio da copertina oltre che un gangster. Fu un uomo elegante e furbo, capace di controllare i suoi affari delinquenziali schivando pericoli e trappole.
La sua carriera criminale iniziò a Brooklyn, il quartiere dove la sua famiglia si trasferì quando lui aveva 12 anni. A Brooklyn, John e sui fratelli, Peter e Richard, entrarono in una gang di quartiere e cominciarono a commettere piccoli furti. Successivamente entrò a fare parte della famiglia Gambino per la quale svolse diversi furti, in particolare all'aeroporto J. F. Kennedy, che all'epoca si chiamava Idlewild. I furti erano soprattutto di camion. La sua attività insospettì l'FBI che cominciò a pedinarlo.
Dopo diversi appostamenti riuscì ad individuare un carico che John Gotti stava rapinando insieme a Ruggiero, che diventerà il suo braccio destro, e arrestò entrambi. Successivamente venne arrestato per un altro furto: un carico di sigarette che gli valse una condanna di tre anni che scontò nel penitenziario federale di Lewisburg. Aveva 28 anni, era sposato con Victoria Di Giorgio, che gli avrebbe dato 5 figli, ed era già un notabile della famiglia Gambino.
Dopo la galera rientrò nell'ambiente criminale e fu promosso capo regime sotto la protezione di Carmine Fatico, affiliato della famiglia Gambino. Questa volta non rigò dritto ed iniziò a sviluppare un giro di spaccio di eroina per proprio conto. Questa decisione lo mise contro i vertici della famiglia Gambino che non gli avevano dato il permesso di entrare nel giro della droga.
Dopo diversi scontri e attentati, John Gotti riuscì ad uccidere il boss Paul Castellano, uno dei capi, e a prendere il suo posto. La sua carriera da questo punto in poi fu inarrestabile. Ma non fu infallibile. Gotti, infatti, tornò più volte in prigione. Scontò le pene tornando sempre a ricoprire il suo ruolo, fino al dicembre del 1990 quando un'intercettazione dell'FBI registrò alcune sue conversazioni, dove ammetteva omicidi e diverse attività criminali di cui era stato l'ispiratore e l'ideatore.
Arrestato, fu poi condannato, anche grazie alla confessioni di Gravano, suo braccio destro, e Philip Leonetti, capo regime di un'altra famiglia criminale di Philadelphia, che testimoniarono come Gotti avesse ordinato diversi omicidi nell' arco della sua carriera. E' il 2 aprile 1992 quando viene condannato per omicidio e gestione del racket: la sentenza di morte fu poi commutata in quella di ergastolo. John Gotti muore all'età di 61 anni il giorno 10 giugno 2002 a causa di complicazioni causate da un cancro alla gola che lo perseguitava da diverso tempo.
A Gotti furono affibbiati i soprannomi di "The Dapper Don" ("il Boss Elegante"), per la sua eleganza nel vestire, e "The Teflon Don", per la facilità con cui riusciva a far scivolare via le accuse a lui attribuite. Il suo personaggio ha ispirato diverse opere in campo cinematografico, musicale e televisivo: la sua figura ha ispirato ad esempio il personaggio di Joey Zasa nel film "Il padrino - Parte III" (di Francis Ford Coppola); nel film "Terapia e pallottole" (1999) ha ispirato il personaggio di Paul Vitti (Robert De Niro); nella celebre serie "I Soprano", il boss Johnny Sack è ispirato a Gotti.
Il 16 dicembre 1985 a New York vengono uccisi Paul Castellano e Thomas Bilotti. La morte dei due capomafia rende John Gotti capo assoluto della potente famiglia Gambino.
John Gotti nacque a New York City il 27 ottobre del 1940. Fu il capo di una delle cinque famiglie mafiose di New York e attirò su di sé l'attenzione, non solo degli inquirenti, ma anche dei media per la sua capacità di sembrare un personaggio da copertina oltre che un gangster. Fu un uomo elegante e furbo, capace di controllare i suoi affari delinquenziali schivando pericoli e trappole.
La sua carriera criminale iniziò a Brooklyn, il quartiere dove la sua famiglia si trasferì quando lui aveva 12 anni. A Brooklyn, John e sui fratelli, Peter e Richard, entrarono in una gang di quartiere e cominciarono a commettere piccoli furti. Successivamente entrò a fare parte della famiglia Gambino per la quale svolse diversi furti, in particolare all'aeroporto J. F. Kennedy, che all'epoca si chiamava Idlewild. I furti erano soprattutto di camion. La sua attività insospettì l'FBI che cominciò a pedinarlo.
Dopo diversi appostamenti riuscì ad individuare un carico che John Gotti stava rapinando insieme a Ruggiero, che diventerà il suo braccio destro, e arrestò entrambi. Successivamente venne arrestato per un altro furto: un carico di sigarette che gli valse una condanna di tre anni che scontò nel penitenziario federale di Lewisburg. Aveva 28 anni, era sposato con Victoria Di Giorgio, che gli avrebbe dato 5 figli, ed era già un notabile della famiglia Gambino.
Dopo la galera rientrò nell'ambiente criminale e fu promosso capo regime sotto la protezione di Carmine Fatico, affiliato della famiglia Gambino. Questa volta non rigò dritto ed iniziò a sviluppare un giro di spaccio di eroina per proprio conto. Questa decisione lo mise contro i vertici della famiglia Gambino che non gli avevano dato il permesso di entrare nel giro della droga.
Dopo diversi scontri e attentati, John Gotti riuscì ad uccidere il boss Paul Castellano, uno dei capi, e a prendere il suo posto. La sua carriera da questo punto in poi fu inarrestabile. Ma non fu infallibile. Gotti, infatti, tornò più volte in prigione. Scontò le pene tornando sempre a ricoprire il suo ruolo, fino al dicembre del 1990 quando un'intercettazione dell'FBI registrò alcune sue conversazioni, dove ammetteva omicidi e diverse attività criminali di cui era stato l'ispiratore e l'ideatore.
Arrestato, fu poi condannato, anche grazie alla confessioni di Gravano, suo braccio destro, e Philip Leonetti, capo regime di un'altra famiglia criminale di Philadelphia, che testimoniarono come Gotti avesse ordinato diversi omicidi nell' arco della sua carriera. E' il 2 aprile 1992 quando viene condannato per omicidio e gestione del racket: la sentenza di morte fu poi commutata in quella di ergastolo. John Gotti muore all'età di 61 anni il giorno 10 giugno 2002 a causa di complicazioni causate da un cancro alla gola che lo perseguitava da diverso tempo.
A Gotti furono affibbiati i soprannomi di "The Dapper Don" ("il Boss Elegante"), per la sua eleganza nel vestire, e "The Teflon Don", per la facilità con cui riusciva a far scivolare via le accuse a lui attribuite. Il suo personaggio ha ispirato diverse opere in campo cinematografico, musicale e televisivo: la sua figura ha ispirato ad esempio il personaggio di Joey Zasa nel film "Il padrino - Parte III" (di Francis Ford Coppola); nel film "Terapia e pallottole" (1999) ha ispirato il personaggio di Paul Vitti (Robert De Niro); nella celebre serie "I Soprano", il boss Johnny Sack è ispirato a Gotti.
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