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venerdì 3 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Le rivolte a Madrid contro Napoleone ispirano Francisco Goya a dipingere la tela "Il 3 maggio 1808".
Il quadro celebra la lotta del popolo spagnolo contro l'occupazione napoleonica. Goya, in una lettera, descrisse così il suo lavoro: "Sento forte il desiderio di perpetuare, per mezzo dei miei pennelli, le azioni e le scene più eroiche e notevoli della nostra gloriosa insurrezione contro il tiranno d'Europa".
La rivolta del due di maggio 1808 si generò a Madrid a fronte della situazione di incertezza politica causata dalla presenza degli occupanti francesi. La protesta venne ferocemente repressa dalle forze napoleoniche presenti in città, ma si sparse per tutto il paese un'ondata di proclami di indignazione e di incitamento all'inserruzione armata che ben presto sfociò nella guerra d'indipendenza spagnola.
A Madrid il comandante francese Gioacchino Murat ordinò una feroce repressione contro coloro che si erano ribellati agli occupanti francesi.
Gli scontri più violenti avevano avuto luogo nel Parco dell'Artiglieria. Dopo varie ore di lotta cruenta gli spagnoli furono debellati, molti di loro si rifugiarono nelle case o nelle stalle, ma i contadini in particolare trovarono le porte chiuse e restarono in balia dei soldati, i quali ebbero l'ordine di catturare e giustiziare chiunque fosse trovato in possesso di un'arma, da fuoco o anche da taglio.
Le fucilazioni avvennero all'alba del giorno seguente nel Valle del Manzanares, ai piedi della montagna del Principe Pio.
Goya, nel 1814, propose al Consiglio della Reggenza di dipingere scene della sollevazione di Madrid, per perpetuare la memoria dell'eroica resistenza della gente madrilena contro le forze napoleoniche. Ottenuto l'incarico, realizzò questo dipinto e "Il 2 maggio 1808: la carica dei Mammelucchi" entrambi esposti al museo del Prado a Madrid.
Questo secondo dipinto raffigura gli avvenimenti del giorno precedente, appunto il 2 maggio, nella capitale spagnola, con la rivolta dei popolani e la repressione dei soldati francesi.
Nel 1850 il pittore José de Madrazo, direttore del Prado, mise in dubbio che Goya avesse dipinto questa tela affermando che "l'immagine è di qualità nettamente inferiore rispetto alle altre del maestro".
Settant'anni più tardi, durante il periodo d'oro dell'impressionismo e del Romanticismo, il quadro finalmente divenne famoso in tutto il mondo, essendo considerato un precursore diretto di tali stili.
Durante la guerra civile, nel 1937, il quadro fu spostato a Valencia insieme con l'intera collezione del Prado per prevenire possibili danni. Durante il viaggio, però, la tela ebbe un incidente. Il danno venne riparato con i restauri effettuati nel 1938, 1939, 1941 e 2008. In quest'ultimo caso si è proceduto a una pulizia completa che ha eliminato le vernici ingiallite che coprivano gran parte del dipinto.
La novità di questo dipinto sta nel fatto che non solo esprime il sentimento e la sensibilità dell'artista, ma segna l'inizio di un'arte che diventa anche manifesto di denuncia sociale.
Rompendo con il tradizionale trionfalismo della pittura di guerra, ne condanna violenza e brutalità, ponendo come protagonisti gente del popolo.
Goya propone un forte contrasto di chiaroscuri: l'ombra controluce della lanterna simboleggia la luce della libertà e l'ombra della guerra. Non ci sono margini ben definiti, quindi le pennellate sono veloci e approssimative. I violenti contrasti di luce e ombre alludono allo scontro tra le forze della morte e dell'irrazionale contro quelle della vita e della ragione.
Ma è dalla camicia bianca del condannato che si irradia la luce più intensa che illumina il dipinto. Ancor più che dalla lanterna davanti ai soldati. Questa luce, quasi abbagliante, attira l'occhio dell'osservatore che viene così guidato subito al nucleo centrale dell'opera.
La posizione a mani aperte, la ferita sulla mano, la luce che irradia, ricordano il Cristo.
Il senso del dramma è accentuato dal fatto che i soldati che sparano gli sono così vicini.
Per attirare ulteriormente l'attenzione sulla figura centrale, Goya non rispetta le proporzioni: il protagonista è in ginocchio ma se si sollevasse le figure intorno apparirebbero piccolissime.
La figura centrale non è un eroe classico, anzi è un antieroe, un civile senza nome, ucciso da soldati anonimi.
Il bianco degli occhi della ragazza è un richiamo al suo terrore.
Le sensazioni così forti destate dal quadro sono dovute al fatto che il pittore, seppur da lontano, assistette a queste scena da una fattoria. Come racconta il suo domestico Isidro: "Il mio padrone osservò la scena da una finestra, con un cannocchiale in una mano e un fucile carico nell'altra, pronto a reagire se i francesi fossero venuti dalla nostra parte".
A notte inoltrata, poi, sempre seguito da Isidro, il pittore si recò sul luogo delle esecuzioni e alla luce della luna schizzò alcuni abbozzi di quello spettacolo terribile.
Così la scena è vivida come una fotografia, senza bisogno di essere realista: le pennellate spesse e rapide, quasi violente, non perdono tempo nei particolari, ma colgono l'emozione, che ci fa quasi sentire il respiro pesante dei condannati, il loro senso di terrore impotente. Ma quel che più conta fanno sentire impotente anche lo spettatore: impotente a reagire o a fare qualcosa. Il che sintetizza il dramma universale della guerra e dell'ingiustizia.
Ad incrementare il paragone con la figura del Cristo, il personaggio centrale ha, sulla mano destra, una ferita, quasi una stigmata.
I soldati sono raffigurati di spalle, senza nessun volto visibile, tutti nella stessa posizione, non uomini ma macchine di morte. Questo consente a Goya di abbinare questa scena specifica a un'immagine universale di crudeltà.
Sembrano quasi dei burattini in uniforme, sinonimo di un ordine che è violenza, con gli sguardi fissi sulle canne dei fucili, quasi per non voler vedere (e capire) quello che stanno facendo.
I fucili si stagliano netti nella scena scura quasi a sottolineare la bestialità umana rappresentata in tutta la sua crudele realtà.
Un concetto enfatizzato dai contrasti luci-ombre, dall'atmosfera tragica, dagli effetti cromatici e dai contrasti netti tra staticità e movimento, impassibilità e angoscia.

giovedì 2 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 maggio.
Il 2 maggio 1945 le truppe sovietiche entrano a Berlino.
Il 2 maggio del 1945 a Berlino cessò il fuoco. Finiva così il Terzo Reich, che dal 1933 guidava la Germania e che trascinò l'Europa in una spirale di morte. Il suo capo, Adolf Hitler, si era suicidato nel suo bunker pochi giorni prima, il 30 aprile.
Durante le settimane precedenti i Sovietici avanzarono rapidamente da Est, in una corsa per battere gli alleati Americani. L'avanzata fu così frenetica che molte vittime tra i soldati dell'Armata Rossa furono sacrificate pur di arrivare primi nella gara per il cuore del Reich. Lo storico inglese Anthony Beevor ha recentemente studiato le carte contenute negli archivi dell'ex Unione Sovietica e ha aggiunto un ulteriore significato all'impeto sovietico degli ultimi giorni della guerra. Stalin era al corrente del programma atomico di Washington ed era a conoscenza del fatto che gli Americani avevano avuto informazioni sul programma nucleare di Mosca, l'operazione "Borodino". A Berlino, presso il Kaiser Wilhelm Institut, erano conservate tre tonnellate di ossido di Uranio, introvabili nell'URSS del 1945 e molto appetibili per Stalin.
Nell'aprile del 1945, inoltre, gli Americani avevano passato il fiume Oder e procedevano spediti verso Berlino. Questo indusse Stalin a ordinare ai generali Zukhov e Konev di stringere i tempi e la morsa sulla capitale tedesca. Il 15 aprile 1945 l'Armata Rossa aprì uno dei più potenti attacchi d'artiglieria della storia contro le ultime difese del Reich. Al fronte si trovavano oltre 2,5 milioni di soldati sovietici, 6000 carri armati e oltre 40.000 bocche di fuoco. A difendere l'ultimo lembo del Terzo Reich erano rimasti circa 300.000 tedeschi, decisi a combattere perché consapevoli della furia dei russi, che avevano avuto, a causa dell'aggressione nazista, oltre 23 milioni di morti.
L'Armata Russa attaccò in massa, con un impeto animalesco. Furono addirittura sacrificati i mezzi corazzati, i famosi T-34, usati come arieti contro le fortificazioni della Wehrmacht. Una delle battaglie più sanguinose prima della caduta di Berlino fu quella che si consumò ad Halbe, una zona boscosa a sud-est della capitale. Qui la 9a Armata tedesca comandata dal generale Busse fu circondata e schiacciata dalla furia sovietica. Ma gli uomini di Konev ebbero gravi perdite per la natura difficile del terreno e per l'angustia dei passaggi nella foresta germanica. In poche ore la battaglia costò la vita ad oltre 50.000 persone, civili e militari.
A Berlino i difensori estremi della Germania hitleriana erano circa 90.000 di cui molti anziani e ragazzi della Gioventù hitleriana. Lo sfondamento era imminente. Tra gli ultimi a combattere per il führer vi erano 700 francesi inquadrati nella "Divisione Charlemagne" delle Waffen-SS. Il Reichstag cade il 2 maggio 1945. L'orda di oltre un milione di soldati dell'Armata Rossa invade Berlino, e la rabbia si trasforma in violenza. Molti gli episodi di stupro e gli assassinii dovuti alle grandi quantità d'alcool trovate nella capitale dai soldati sovietici. Berlino, ridotta a un ammasso di macerie ancora fumanti è una città fantasma, dentro cui vagano disperati i civili tedeschi affamati, feriti, disperati. Ai sovietici l'assalto finale a Berlino era costato oltre 70.000 vite.

mercoledì 1 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo maggio.
Il primo maggio 1282 ebbe luogo la cosiddetta carneficina di Forlì.
L’evento di sangue, noto anche come la “Battaglia di Forlì”, si svolse tra un esercito reclutato in Francia, inviato da papa Martino IV nel tentativo di sottomettere i ghibellini forlivesi. Le truppe pontificie furono sconfitte grazie all’abilità strategica di Guido da Montefeltro e del suo consigliere, l’astrologo Guido Bonatti. L’episodio è ricordato nella “Divina Commedia” da Dante Alighieri, il quale, una ventina d’anni dopo quell’evento, fu a Forlì, ospite di Scarpetta degli Ordelaffi, signore della città, per cui svolse mansioni di segretario.
Nel Canto XXVII dell’Inferno, dopo aver incontrato Ulisse, Virgilio e il Sommo Poeta s’imbattono in Guido da Montefeltro. Questi domanda all’esule fiorentino in che stato si trovi la Romagna. Com’è noto dal canto di Farinata degli Uberti, i dannati sono in grado di vedere il futuro ma non il presente. Il montefeltrano porta nel cuore la Romagna, la dolce terra in cui a lungo visse e che ricorda con affetto e malinconia. La risposta di Dante sta in tre endecasillabi (vv 37-39): “Romagna tua non è, e non fu mai / Senza guerra né cuor de’ suoi tiranni, / Ma palese nessuna or ven lasciai”. Il senso di queste parole va ricercato nei fatti storici. All’inizio del XIII secolo i signori di Romagna continuavano ad avere sempre la guerra al primo posto nei loro desideri, anche se, nel momento in cui Dante scrive, non vi erano conflitti in atto, giacché nell’aprile del 1300, a Castel San Pietro, si era sancita la completa pacificazione di queste terre.
In tre rapidi endecasillabi (“La terra che fé già la lunga prova / e di Franceschi sanguinoso mucchio, / sotto le branche verdi si ritrova”, vv 43-45) Dante parla anche di Forlì, definendola “La terra che fé già la lunga prova”, ove per “lunga prova” il poeta intende la professione di fede ghibellina che portò alla prolungata resistenza al papa.
Nel verso seguente (“e di Franceschi sanguinoso mucchio”) l’Alighieri tratteggia l’episodio della Battaglia di Forlì, il trionfo militare di cui si resero protagonisti Guido da Montefeltro e Guido Bonatti.
Per narrare i cruenti fatti che avvennero nei giorni a cavallo tra l’aprile e il maggio del 1282, ci spostiamo nell’attuale piazza Saffi dove, su un lato del campanile di San Mercuriale, è posta una piccola iscrizione su cui sono riportati i tre celeberrimi e già citati endecasillabi danteschi (“La terra che fé già…”). Pare che il punto d’osservazione dell’astrologo Bonatti fosse proprio in cima al campanile, nella cella campanaria dell’Abbazia di San Mercuriale, il punto più alto della città da cui poter ammirare il firmamento.
Alla fine del 1281 l’esercito francese aveva cinto d’assedio la città, rimasta forse l’ultima roccaforte ghibellina in Italia. Per sottomettere alla sua giurisdizione la ribelle Forlì, il pontefice Martino IV aveva inviato in Romagna il fior fiore del suo esercito, composto da francesi e guelfi italiani, guidato dal generale Giovanni d’Appia, anch’esso transalpino.
Le truppe papaline si erano accampate nei borghi appena fuori le mura di Forlì e li avevano rasi al suolo. Dopo alcuni mesi d’assedio, la città era stremata dalla fame e dalle privazioni ed era sul punto di arrendersi. Fu allora che il condottiero dei forlivesi, Guido da Montefeltro, consigliato dal saggio e anziano Guido Bonatti, giocò l’ultima carta per tendere una trappola all’esercito guelfo. Un escamotage che si rivelò un vero e proprio “cavallo di Troia” vincente. L’idea del montefeltrano era di lasciare campo libero ai francesi, mentre dall’alto del campanile l’astrologo Bonatti, con un segnale convenuto, avrebbe guidato la resistenza forlivese.
Il capitano del Popolo aveva consultato l’astrologo, il quale si era dichiarato certo riguardo al buon esito della battaglia. Bonatti aveva osservato che Marte stava entrando in Capricorno, la costellazione alla quale è legata la città. Spinse perciò allo scontro, profetizzando la vittoria. Secondo alcune fonti pare anche che Bonatti avesse predetto il proprio ferimento durante l’assedio, cosa che poi in effetti si avverò.
Nella notte tra il 30 aprile e il 1º maggio 1282, dal piano si passò all’azione: Guido da Montefeltro e i suoi uomini, col favore delle tenebre, uscirono di nascosto dalle mura e si appostarono nei dintorni della città mentre un altro gruppo di armati si nascondeva nel centro cittadino.
La mattina seguente i forlivesi finsero la resa, aprendo le porte della città e tributando grandi onori ai soldati francesi, i quali, ben felici di non aver rischiato la vita in uno scontro corpo a corpo con i ghibellini, passarono la giornata tra feste e bagordi, gozzovigliando a più non posso, depredando le dispense delle case, facendo incetta di vino e libagioni. Di certo non si salvarono le donne che furono, loro malgrado, vittime delle attenzioni particolari dei soldatacci del papa.
Sta di fatto che gli uomini di d’Appia, tra una bevuta e l’altra, tra una mangiata e una violenza, ubriachi e fiaccati nel fisico, al calare della sera si stesero a riposare ovunque capitasse.
Fu allora che Bonatti salì sul campanile di San Mercuriale e, secondo alcune fonti suonò le campane, secondo altre accese un fuoco. Era il segnale convenuto. Dalle case in cui si erano nascosti e dalle porte riaperte della città, i soldati forlivesi irruppero sui francesi, travolgendoli e sterminandoli a colpi di lancia e di spada.
La vittoria di Guido da Montefeltro provocò molte centinaia di morti (c’è chi parla di 700, chi di 2.000) e spezzò la fama d’invincibilità di cui le truppe francesi godevano da lungo tempo.
Grazie all’intervento dei Battuti Neri, i caduti vennero onorevolmente sepolti in una grande fossa comune, scavata sul lato est della piazza, a ridosso del cimitero dell’abbazia. Come pietoso ricordo delle tante vittime fu eretta una cappella, la Crocetta, che era posta in posizione quasi frontale rispetto all’attuale via Allegretti. Senza il consenso della civica magistratura e tra il malcontento della popolazione, la Crocetta fu demolita nel 1616 per ordine del legato pontificio, il quale voleva probabilmente eliminare un monumento ormai vecchio e ingombrante e comunque scomodo alla Chiesa per ciò che ricordava.

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