Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 1898 a Ginevra, moriva per mano di un anarchico Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota ai più come principessa Sissi.
Nata il 24 dicembre 1837 a Monaco di Baviera, dal duca Massimiliano Giuseppe di Baviera e dalla duchessa Ludovica, la sua infanzia fu trascorsa con una educazione borghese e non rigidamente legata ai precetti della nobiltà e dell'etichetta.
Quando nel 1853 fu organizzato l'incontro tra il figlio della arciduchessa Sofia, Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, ed Elena, prima figlia della duchessa Ludovica (sorella di Sofia), fu chiaro a tutti che l'imperatore si era invaghito della figlia minore, Elisabetta.
Si decise dunque di organizzare il matrimonio tra di loro, non appena ottenuta la dispensa papale (gli sposi erano cugini di primo grado).
I primi tempi a corte furono traumatici per l'imperatrice, che dovette in poco tempo colmare le sue lacune di educazione, imparando l'italiano, il francese, la storia d'Austria e soprattutto tutti i rigidi cerimoniali a cui lei non era abituata. il 5 marzo 1855 nacque la prima figlia Sofia, e un anno più tardi la seconda, Gisella.
Elisabetta volle portare i figli con sè nei viaggi di stato che il marito periodicamente compiva, accorgendosi per la prima volta che fuori da Vienna il popolo non era poi così favorevole all'imperatore come le facevano credere; al contrario, molto interesse era suscitato dalla presenza di Sissi, di cui tutti volevano ammirare la famosa bellezza.
Secondo le cronache, Elisabetta era alta 1 metro e 72 e pesava 50 kg, aveva capelli castani folti e lunghissimi, che sciolti le arrivavano alle caviglie. Quasi tre ore occorrevano quotidianamente per vestirsi, poiché gli abiti le venivano quasi sempre cuciti addosso per far risaltare al massimo la snellezza del corpo; la sola allacciatura del busto - per ottenere il suo famoso vitino da vespa - richiedeva spesso un'ora di sforzi. Il lavaggio dei capelli era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac ed uova e richiedeva un'intera giornata, durante la quale l'Imperatrice non tollerava di essere disturbata. Altre tre ore erano dedicate all'acconciatura dei capelli, che venivano intrecciati da Fanny Angerer, ex parrucchiera del Burgtheater di Vienna, di cui all'imperatrice erano piaciute le fantasiose acconciature delle attrici. Elisabetta era impegnata per il resto della giornata con la scherma, l'equitazione e la ginnastica (a tal scopo, aveva fatto allestire in tutti i palazzi in cui soggiornava delle palestre attrezzate con pesi, sbarra e anelli). Costringeva inoltre la propria dama di corte a seguirla durante interminabili e forsennate passeggiate quotidiane. Per preservare la giovinezza della pelle Elisabetta faceva uso di maschere notturne (a base di carne di vitello cruda o di fragole) e ricorreva a bagni caldi nell'olio d'oliva; per conservare la snellezza, oltre a rispettare il rigoroso regime alimentare, dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati e beveva misture di albume d'uovo e sale. Mascherava la propria anoressia con l'ossessione per un'alimentazione sana.
Durante un viaggio di Stato in Ungheria la prima figlia Sofia si ammalò e morì; Sissi si dava la colpa avendola voluta con sè per il viaggio, e non volle più curarsi personalmente dell'educazione della figlia Gisella, affidandola a Sofia (la nonna).
Nel 1858 nacque Rodolfo, finalmente un maschio, erede dell'impero. Nel 1860 i tumulti che scuotevano l'Europa portarono Francesco Giuseppe sempre più lontano da corte, ed Elisabetta si ammalò. Le sue continue e robuste diete dimagranti, la forte attività fisica a cui si sottoponeva per mantenere il fisico tonico e bello, la indebolirono a tal punto che le fu consigliato di svernare in un paese caldo, a Madeira, dove abbandonò quasi completamente la vita di corte.
Nel 1889 il figlio Rodolfo morì suicida con l'amante, la baronessa Maria Vetsera; Sissi ne fu ulteriormente colpita nell'animo. Nel 1898, a Ginevra, mentre stava per imbarcarsi su un battello, l'anarchico italiano Luigi Lucheni la colpì con una stilettata al cuore. Il busto di Elisabetta era talmente stretto che lei non provò alcun dolore e continuò a camminare come se nulla fosse successo per altri 20 minuti, prima di abbattersi al suolo per l'emorragia interna.
Oggi riposa insieme al marito e al figlio nella cripta dei Cappuccini, a Vienna.
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giovedì 10 settembre 2020
mercoledì 9 settembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1973 a Belgrado, durante i campionati del mondo di nuoto, Novella Calligaris a soli 19 anni vince l'oro e registra il nuovo record del mondo sugli 800 m stile libero.
Piccola e minuta, un fisico che non si direbbe adatto al nuoto veloce, Novella già 13enne cominciò a vincere titoli italiani in molte discipline del nuoto, non avendo sostanzialmente alcun rivale. Alla fine della carriera i titoli italiani furono 76, con primato italiano in tutte le distanze nello stile libero dai 100 ai 1500 metri, nonchè nei 200 m farfalla, nei 200 e 400 m misti e nella staffetta 4 x 100 libero e mista.
Nel 69 a 15 anni il primo record europeo; poi nel 72 alle olimpiadi di Monaco, vince le prime medaglie olimpiche in assoluto nel nuoto dell'Italia, argento nei 400 m stile libero e bronzo negli 800, in entrambe con record europeo.
Mark Spitz, il dominatore di quella olimpiade con 7 ori olimpici (record battuto solo da Michael Phelps con 8 a Pechino 2008), ebbe a dire: "Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione dell'Olimpiade è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris…"
L'anno dopo, ai primi campionati di nuoto del mondo, la Calligaris vince e segna il record del mondo in 8:52,97; è stata la sola italiana a vincere medaglie nei campionati mondiali di nuoto fino al 94, e la sola a vincere medaglie olimpiche fino all'argento di Atene di Federica Pellegrini. Nel 1986 è stata inserita nella international swimming hall of fame.
Oggi le nuotatrici, gradevolmente statuarie, sembrano però tutte Brigitte Nielsen, la moglie di Ivan Drago in Rocky IV, ma c’è stato un momento di gloria internazionale che poggiò invece sulle spallucce - si fa per dire - della campionessa Novella Calligaris, una piccola fanciulla padovana di appena un metro e sessantatré, sotto i cinquanta chilogrammi di peso. Un magico fuscello atletico. Le questioni sportive in quegli anni (è nata nel 1954) erano ben diverse da oggi; uno poteva iniziare a tredici anni a vincere, come nel suo caso, incassare in carriera un record del mondo e ben ventuno record continentali, e poi ritirarsi prima di aver compiuto i vent'anni. Una parabola compressa, gloriosa sì, ma in un certo senso tronca, se la si vede con l’ottica del presente, quando a quell'età, a diciannove anni, una nuotatrice avrebbe ancora tutti i denti da latte per battersi ancora a lungo in corsia, ed essere una Novella promessa. E comunque le bastarono quei pochi anni per scrivere il suo nome nella storia del nuoto, essendo stata la prima fra i nuotatori italiani, uomini e donne, a vincere una medaglia olimpica e a stabilire un primato mondiale negli ottocento metri stile libero. Una donna da primato, che a quanto raccontano le cronache del tempo, non piaceva ai giornalisti, per via di un carattere appuntito e poco disponibile con la carta stampata, nota per risposte secche e brucianti, che le valsero per due volte un premio, il “Premio Limone”, ossia una specie di riconoscimento giocoso assegnato al personaggio più scostante. Come la metti la metti, la Calligaris prende premi, anche quelli all'acido sapore d’agrume, ma tant'è. E tant'è che oggi è lei a fare le domande, perché è diventata giornalista sportiva, e commenta, e domanda e vede le gare e forse ricorda quegli anni dei record come un fondo di memoria dalla quale prendere le misure con l’attualità d’uno sport che ha ampi margini di miglioramento, e che cambia in molti aspetti, dalla muscolatura, agli allenamenti, all'alimentazione, ai costumi, per dire. E allora lei diventa non solo una cronista, una competente, ma un esempio. Un esempio di libertà collegato ad anni che esaltarono il valore della libertà come rottura dal pregresso stato di coercizione sociale.
Ecco, una donna di stile, di stile libero.
Il 9 settembre 1973 a Belgrado, durante i campionati del mondo di nuoto, Novella Calligaris a soli 19 anni vince l'oro e registra il nuovo record del mondo sugli 800 m stile libero.
Piccola e minuta, un fisico che non si direbbe adatto al nuoto veloce, Novella già 13enne cominciò a vincere titoli italiani in molte discipline del nuoto, non avendo sostanzialmente alcun rivale. Alla fine della carriera i titoli italiani furono 76, con primato italiano in tutte le distanze nello stile libero dai 100 ai 1500 metri, nonchè nei 200 m farfalla, nei 200 e 400 m misti e nella staffetta 4 x 100 libero e mista.
Nel 69 a 15 anni il primo record europeo; poi nel 72 alle olimpiadi di Monaco, vince le prime medaglie olimpiche in assoluto nel nuoto dell'Italia, argento nei 400 m stile libero e bronzo negli 800, in entrambe con record europeo.
Mark Spitz, il dominatore di quella olimpiade con 7 ori olimpici (record battuto solo da Michael Phelps con 8 a Pechino 2008), ebbe a dire: "Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione dell'Olimpiade è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris…"
L'anno dopo, ai primi campionati di nuoto del mondo, la Calligaris vince e segna il record del mondo in 8:52,97; è stata la sola italiana a vincere medaglie nei campionati mondiali di nuoto fino al 94, e la sola a vincere medaglie olimpiche fino all'argento di Atene di Federica Pellegrini. Nel 1986 è stata inserita nella international swimming hall of fame.
Oggi le nuotatrici, gradevolmente statuarie, sembrano però tutte Brigitte Nielsen, la moglie di Ivan Drago in Rocky IV, ma c’è stato un momento di gloria internazionale che poggiò invece sulle spallucce - si fa per dire - della campionessa Novella Calligaris, una piccola fanciulla padovana di appena un metro e sessantatré, sotto i cinquanta chilogrammi di peso. Un magico fuscello atletico. Le questioni sportive in quegli anni (è nata nel 1954) erano ben diverse da oggi; uno poteva iniziare a tredici anni a vincere, come nel suo caso, incassare in carriera un record del mondo e ben ventuno record continentali, e poi ritirarsi prima di aver compiuto i vent'anni. Una parabola compressa, gloriosa sì, ma in un certo senso tronca, se la si vede con l’ottica del presente, quando a quell'età, a diciannove anni, una nuotatrice avrebbe ancora tutti i denti da latte per battersi ancora a lungo in corsia, ed essere una Novella promessa. E comunque le bastarono quei pochi anni per scrivere il suo nome nella storia del nuoto, essendo stata la prima fra i nuotatori italiani, uomini e donne, a vincere una medaglia olimpica e a stabilire un primato mondiale negli ottocento metri stile libero. Una donna da primato, che a quanto raccontano le cronache del tempo, non piaceva ai giornalisti, per via di un carattere appuntito e poco disponibile con la carta stampata, nota per risposte secche e brucianti, che le valsero per due volte un premio, il “Premio Limone”, ossia una specie di riconoscimento giocoso assegnato al personaggio più scostante. Come la metti la metti, la Calligaris prende premi, anche quelli all'acido sapore d’agrume, ma tant'è. E tant'è che oggi è lei a fare le domande, perché è diventata giornalista sportiva, e commenta, e domanda e vede le gare e forse ricorda quegli anni dei record come un fondo di memoria dalla quale prendere le misure con l’attualità d’uno sport che ha ampi margini di miglioramento, e che cambia in molti aspetti, dalla muscolatura, agli allenamenti, all'alimentazione, ai costumi, per dire. E allora lei diventa non solo una cronista, una competente, ma un esempio. Un esempio di libertà collegato ad anni che esaltarono il valore della libertà come rottura dal pregresso stato di coercizione sociale.
Ecco, una donna di stile, di stile libero.
sabato 29 febbraio 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 febbraio.
Il 29 febbraio 1928 moriva a Roma Il Maresciallo d'Italia Armando Diaz.
Era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, da famiglia d'origine spagnola venuta in Italia con Carlo di Borbone. Iniziò la carriera militare nell'artiglieria, passando poi - dopo il corsa alla scuola di guerra -- nello Stato maggiore. Nel 1910 fu promosso colonnello di fanteria e dal maggio dei 1912 prese parte, alla testa del 93° reggimento, alla campagna libica, dove il 29 settembre 1912 rimase ferito a una spalla. Poco dopo, rimpatriato, fu chiamato al comando del corpo di Stato maggiore quale segretario del capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Pollio, continuando in quella carica anche quando - morto improvvisamente il Pollio nel luglio 1914 - gli successe il Cadorna.
Promosso al grado di maggior generale, collaborò col Cadorna nella preparazione dell'esercito durante la neutralità italiana. Quando l'Italia entrò in guerra, fece parte del Comando supremo con le funzioni di capo del reparto operazioni, rimanendovi oltre un anno, e cioè fino a quando, promosso tenente generale, chiese ed ottenne il comando d'una divisione sul Carso (49a).
Si distinse nel 1916 nelle operazioni intorno a Gorizia, sul Veliki Hribach, a San Grado di Merna e sul Volkovniak. Nel maggio 1917, quando s'iniziò una nuova offensiva italiana, era alla testa del XXIII corpo d'armata, sempre sul Carso, agli ordini del Duca d'Aosta, comandante la III armata. In quelle operazioni (maggio-giugno) il suo corpo d'armata fu dapprima in riserva, poi venne inviato in linea nel settore di Castagnavizza a parare una furiosa controffensiva austriaca, contro la quale il D. riuscì a mantenere le posizioni fra Versic e Jamiano. Tre mesi dopo, ripresasi ancora l'offensiva sul Carso, il D. spintosi fino al vallone di Brestoivizza, si mantenne di fronte a vigorosi contrattacchi, a segnare il punto più avanzato toccato dalla nostra occupazione carsica. Fu ferito a un braccio e decorato di medaglia d'argento al valor militare. La sua azione complessiva di comandante del XXIII corpo gli valse la commenda dell'Ordine militare di Savoia. Aveva appena compiuto, ai primi di novembre del 1917, la ritirata con la III armata dal Carso al Piave, conseguente alla battaglia perduta dalla II armata sul medio Isonzo (Caporetto) , quando fu chiamato al supremo comando dell'esercito.
La decisione di sostituire Cadorna con Diaz fu presa a Peschiera al convegno voluto dagli Alleati.
Le decisioni sarebbero state prese a Rapallo, se Lloyd Gorge e Painlevè avessero avuto dei sicuri elementi di giudizio; che i politici italiani presenti in quel momento non avevano, così lontani e assenti dal fronte.
Dopo i colloqui, il comunicato dell'8 novembre annunziava qualcosa di concreto.
"Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di creare un Consiglio Supremo politico fra gli Alleati, per tutto il fronte occidentale, sono stati nominati a far parte di tale Comitato militare: per la Francia il generale Foch, per l'inghilterra il generale Wilson e per l'Italia il generale Cadorna. A sostituire il generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto d'oggi nominato Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il generale Diaz, e come sottocapi i generali Badoglio e Giardino".
Davanti ad un esercito non professionista ma di massa, i comandanti più che farsi capire da chi non poteva capire, dovevano loro, che erano in grado di comprendere, cercare di capire. Era più importante la questione "psicologica" che non quella "militare". E i fatti successivi diedero ragione di questa scelta.
Il piccolo sovrano piemontese, dopo la sanguinosa esperienza del rigido e spartano Cadorna, come lui settentrionale, volle un napoletano. Non era un genio della strategia? Non importava gran che. Si trattava di fabbricare un muro di sbarramento: un muro che non poteva avere altro fondamento che il "morale" dei soldati. I piani di battaglia li fanno i giovani tenenti colonnelli di stato maggiore freschi di studio e di entusiasmi. Mentre il nuovo comandante doveva occuparsi di ben altro.
Il Re probabilmente conosceva quella frase che ripeteva spesso Federico II quando visitava i suoi principi vassalli che trattavano i propri contadini all'occorrenza soldati, come bestie e con la frusta. Il Re di Prussia li rimproverava "...trattateli come uomini, non come animali addomesticati; perché quando avrete bisogno di veri uomini, non troverete in loro degli amici, ma troverete solo degli animali addomesticati, sempre pronti a fuggire da voi come davanti al nemico".
Mentre il Re lanciava il suo proclama, il generale Armando Diaz assumeva il comando e dirigeva alle truppe un laconico comunicato:
"Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore, e conto sulla fede e sull'abnegazione di tutti".
Stop!"
Nell'ora grave, Armando Diaz immediatamente si adoperò per ridare saldezza all'esercito, riparare le gravi perdite subite dal 24 ottobre all'8 novembre, e risollevare gli animi turbati. Con le sole forze italiane (le divisioni alleate giunte in Italia essendo entrate in linea solo un mese dopo) superò la prima e più critica fase della stabilizzazione sulla linea Altipiani-Grappa-Piave, che il suo predecessore Cadorna aveva opportunamente prescelto per una resistenza ad oltranza, e che Diaz riaffermò fin dal primo momento di voler tenere ad ogni costo. Mentre rapidamente rinvigoriva l'esercito, il generale si mantenne sulla linea dei monti e del Piave durante tutto l'inverno 1917-18, finché nella seconda metà del successivo giugno fu in grado di respingere la grande offensiva (battaglia dei Piave) con la quale l'intero esercito austro-ungarico sperò di poter dilagare nel Veneto occidentale e nella Lombardia. Dopo la vittoriosa azione di giugno, Diaz preparò l'esercito al supremo attacco, riservandosi di fronte agli alleati la scelta del tempo e della linea direttrice, in modo che la battaglia riuscisse decisiva e, attraverso il crollo austriaco sulla fronte vegeta, assicurasse la pronta risoluzione della guerra.
Nell'autunno del 1918 guidò alla vittoria le truppe italiane, iniziando l'offensiva il 24 ottobre, con lo scontro tra 55 divisioni italiane contro 60 austriache. Il piano non prevedeva attacchi frontali, ma un colpo concentrato su un unico punto - Vittorio Veneto - per spezzare il fronte nemico. Iniziando una manovra diversiva, Diaz attirò tutti i rinforzi austriaci lungo il Piave, che il nemico credeva essere il punto dell'attacco principale, costringendoli all'inazione per la piena del fiume. Nella notte tra il 28 e 29 ottobre, Diaz passò all'attacco, con teste di ponte isolate che avanzavano lungo il centro del fronte, facendo allargare le ali per coprire l'avanzata. Il fronte dell'esercito austriaco si spezzò, innescando una reazione a catena ingovernabile. Il 30 ottobre l'esercito italiano arrivò a Vittorio Veneto, mentre altre armate passarono il Piave e avanzarono, arrivando a Trento il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 l'Austria capitolò, e per la storica occasione Diaz stilò il famoso Bollettino della Vittoria, in cui comunicava la rotta dell'esercito nemico ed il successo italiano.
Dopo la guerra Diaz rimase in secondo piano finché in Italia prevalsero sentimenti di scarsa valutazione della vittoria e di scarsa riconoscenza per i combattenti; ma, nell'ottobre del 1922, all'avvento del Fascismo al potere, accettò l'offerta del portafoglio della Guerra nel nuovo regime, del quale fu convinto assertore, rimanendo a quel posto fino al 1924, allorché, per ragioni di salute, decise di ritirarsi definitivamente a vita privata. Poco dopo (novembre 1924) fu nominato maresciallo d'Italia, grado ripristinato per onorare i supremi condottieri dell'esercito nella guerra mondiale. Nel febbraio 1918 era stato nominato senatore del regno. Nel dicembre 1921 gli era stato conferito il titolo di duca della Vittoria.
Armando Diaz è morto a Roma il 29 febbraio 1928 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, dove riposa vicino all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel.
Il 29 febbraio 1928 moriva a Roma Il Maresciallo d'Italia Armando Diaz.
Era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, da famiglia d'origine spagnola venuta in Italia con Carlo di Borbone. Iniziò la carriera militare nell'artiglieria, passando poi - dopo il corsa alla scuola di guerra -- nello Stato maggiore. Nel 1910 fu promosso colonnello di fanteria e dal maggio dei 1912 prese parte, alla testa del 93° reggimento, alla campagna libica, dove il 29 settembre 1912 rimase ferito a una spalla. Poco dopo, rimpatriato, fu chiamato al comando del corpo di Stato maggiore quale segretario del capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Pollio, continuando in quella carica anche quando - morto improvvisamente il Pollio nel luglio 1914 - gli successe il Cadorna.
Promosso al grado di maggior generale, collaborò col Cadorna nella preparazione dell'esercito durante la neutralità italiana. Quando l'Italia entrò in guerra, fece parte del Comando supremo con le funzioni di capo del reparto operazioni, rimanendovi oltre un anno, e cioè fino a quando, promosso tenente generale, chiese ed ottenne il comando d'una divisione sul Carso (49a).
Si distinse nel 1916 nelle operazioni intorno a Gorizia, sul Veliki Hribach, a San Grado di Merna e sul Volkovniak. Nel maggio 1917, quando s'iniziò una nuova offensiva italiana, era alla testa del XXIII corpo d'armata, sempre sul Carso, agli ordini del Duca d'Aosta, comandante la III armata. In quelle operazioni (maggio-giugno) il suo corpo d'armata fu dapprima in riserva, poi venne inviato in linea nel settore di Castagnavizza a parare una furiosa controffensiva austriaca, contro la quale il D. riuscì a mantenere le posizioni fra Versic e Jamiano. Tre mesi dopo, ripresasi ancora l'offensiva sul Carso, il D. spintosi fino al vallone di Brestoivizza, si mantenne di fronte a vigorosi contrattacchi, a segnare il punto più avanzato toccato dalla nostra occupazione carsica. Fu ferito a un braccio e decorato di medaglia d'argento al valor militare. La sua azione complessiva di comandante del XXIII corpo gli valse la commenda dell'Ordine militare di Savoia. Aveva appena compiuto, ai primi di novembre del 1917, la ritirata con la III armata dal Carso al Piave, conseguente alla battaglia perduta dalla II armata sul medio Isonzo (Caporetto) , quando fu chiamato al supremo comando dell'esercito.
La decisione di sostituire Cadorna con Diaz fu presa a Peschiera al convegno voluto dagli Alleati.
Le decisioni sarebbero state prese a Rapallo, se Lloyd Gorge e Painlevè avessero avuto dei sicuri elementi di giudizio; che i politici italiani presenti in quel momento non avevano, così lontani e assenti dal fronte.
Dopo i colloqui, il comunicato dell'8 novembre annunziava qualcosa di concreto.
"Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di creare un Consiglio Supremo politico fra gli Alleati, per tutto il fronte occidentale, sono stati nominati a far parte di tale Comitato militare: per la Francia il generale Foch, per l'inghilterra il generale Wilson e per l'Italia il generale Cadorna. A sostituire il generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto d'oggi nominato Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il generale Diaz, e come sottocapi i generali Badoglio e Giardino".
Davanti ad un esercito non professionista ma di massa, i comandanti più che farsi capire da chi non poteva capire, dovevano loro, che erano in grado di comprendere, cercare di capire. Era più importante la questione "psicologica" che non quella "militare". E i fatti successivi diedero ragione di questa scelta.
Il piccolo sovrano piemontese, dopo la sanguinosa esperienza del rigido e spartano Cadorna, come lui settentrionale, volle un napoletano. Non era un genio della strategia? Non importava gran che. Si trattava di fabbricare un muro di sbarramento: un muro che non poteva avere altro fondamento che il "morale" dei soldati. I piani di battaglia li fanno i giovani tenenti colonnelli di stato maggiore freschi di studio e di entusiasmi. Mentre il nuovo comandante doveva occuparsi di ben altro.
Il Re probabilmente conosceva quella frase che ripeteva spesso Federico II quando visitava i suoi principi vassalli che trattavano i propri contadini all'occorrenza soldati, come bestie e con la frusta. Il Re di Prussia li rimproverava "...trattateli come uomini, non come animali addomesticati; perché quando avrete bisogno di veri uomini, non troverete in loro degli amici, ma troverete solo degli animali addomesticati, sempre pronti a fuggire da voi come davanti al nemico".
Mentre il Re lanciava il suo proclama, il generale Armando Diaz assumeva il comando e dirigeva alle truppe un laconico comunicato:
"Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore, e conto sulla fede e sull'abnegazione di tutti".
Stop!"
Nell'ora grave, Armando Diaz immediatamente si adoperò per ridare saldezza all'esercito, riparare le gravi perdite subite dal 24 ottobre all'8 novembre, e risollevare gli animi turbati. Con le sole forze italiane (le divisioni alleate giunte in Italia essendo entrate in linea solo un mese dopo) superò la prima e più critica fase della stabilizzazione sulla linea Altipiani-Grappa-Piave, che il suo predecessore Cadorna aveva opportunamente prescelto per una resistenza ad oltranza, e che Diaz riaffermò fin dal primo momento di voler tenere ad ogni costo. Mentre rapidamente rinvigoriva l'esercito, il generale si mantenne sulla linea dei monti e del Piave durante tutto l'inverno 1917-18, finché nella seconda metà del successivo giugno fu in grado di respingere la grande offensiva (battaglia dei Piave) con la quale l'intero esercito austro-ungarico sperò di poter dilagare nel Veneto occidentale e nella Lombardia. Dopo la vittoriosa azione di giugno, Diaz preparò l'esercito al supremo attacco, riservandosi di fronte agli alleati la scelta del tempo e della linea direttrice, in modo che la battaglia riuscisse decisiva e, attraverso il crollo austriaco sulla fronte vegeta, assicurasse la pronta risoluzione della guerra.
Nell'autunno del 1918 guidò alla vittoria le truppe italiane, iniziando l'offensiva il 24 ottobre, con lo scontro tra 55 divisioni italiane contro 60 austriache. Il piano non prevedeva attacchi frontali, ma un colpo concentrato su un unico punto - Vittorio Veneto - per spezzare il fronte nemico. Iniziando una manovra diversiva, Diaz attirò tutti i rinforzi austriaci lungo il Piave, che il nemico credeva essere il punto dell'attacco principale, costringendoli all'inazione per la piena del fiume. Nella notte tra il 28 e 29 ottobre, Diaz passò all'attacco, con teste di ponte isolate che avanzavano lungo il centro del fronte, facendo allargare le ali per coprire l'avanzata. Il fronte dell'esercito austriaco si spezzò, innescando una reazione a catena ingovernabile. Il 30 ottobre l'esercito italiano arrivò a Vittorio Veneto, mentre altre armate passarono il Piave e avanzarono, arrivando a Trento il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 l'Austria capitolò, e per la storica occasione Diaz stilò il famoso Bollettino della Vittoria, in cui comunicava la rotta dell'esercito nemico ed il successo italiano.
Dopo la guerra Diaz rimase in secondo piano finché in Italia prevalsero sentimenti di scarsa valutazione della vittoria e di scarsa riconoscenza per i combattenti; ma, nell'ottobre del 1922, all'avvento del Fascismo al potere, accettò l'offerta del portafoglio della Guerra nel nuovo regime, del quale fu convinto assertore, rimanendo a quel posto fino al 1924, allorché, per ragioni di salute, decise di ritirarsi definitivamente a vita privata. Poco dopo (novembre 1924) fu nominato maresciallo d'Italia, grado ripristinato per onorare i supremi condottieri dell'esercito nella guerra mondiale. Nel febbraio 1918 era stato nominato senatore del regno. Nel dicembre 1921 gli era stato conferito il titolo di duca della Vittoria.
Armando Diaz è morto a Roma il 29 febbraio 1928 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, dove riposa vicino all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel.
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