Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta clonazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta clonazione. Mostra tutti i post

sabato 25 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1953 James Dewey Watson e Francis Harry Compton Crick pubblicano su Nature un articolo intitolato "una struttura per l'acido desossiribonucleico", nel quale viene descritta per la prima volta in modo accurato e veritiero la struttura a doppia elica del DNA.
Il DNA era stato scoperto quasi un secolo prima, nel 1869 da Friedrich Miecher, ma solo negli anni ’50 si cominciò a studiarne meglio la struttura: Rosalind Franklin e Maurice Wilkins negli stessi anni dei due giovani ricercatori stavano infatti studiando il DNA attraverso analisi ai raggi X.
Crick, Watson e Wilkins vinsero il premio Nobel nel 1962, mentre la Franklin non ebbe questa riconoscenza (il 16 Aprile del 1958 all’età di 37 anni muore di cancro alle ovaie a causa della sua esposizione prolungata ai raggi X).
Le scoperte e lo studio del genoma di molti organismi si moltiplicarono negli anni a venire. Nel 1959 venne identificata la prima anormalità cromosomica umana: la sindrome di Down, o trisomia del cromosoma 21. Nel 1967 Allan Wilson e Vincent Sarich dichiarano che la specie umana e i primati hanno iniziato a divergere evolutivamente intorno a 5 milioni di anni fa e non 25 come molti antropologi credevano. Nel 1973, nel primo esperimento di successo di manipolazione genetica, Stanley Cohen e Herbert Boyer inseriscono un gene di rospo in un DNA batterico, e nel 1980 Martin Cline e i suoi collaboratori creano il primo topo transgenico. Nel 1984 Alec Jeffreys e i suoi colleghi elaborano la “prova DNA”, un metodo di identificazione inconfutabile, tuttora ampiamente utilizzato nelle indagini legali.
Fino ad arrivare al 1990, quando ha inizio il “Progetto Genoma”, un impegno internazionale per sequenziare e mappare il genoma dell’uomo, dapprima diretto dallo stesso Watson.
È Bill Clinton il 26 giugno 2000 ad annunciare il completamento della prima bozza del genoma umano: abbiamo circa 30.000 geni, non molti più del piccolo verme C.Elegans che, seppur non più grande di una virgola, ne ha ben 19.000!
L’aver codificato ed in parte compreso il nostro genoma e quello di molti animali ha ovviamente portato la mentalità scientifica a spingersi oltre, cercando di risolvere le sue disfunzioni o studiarne le modifiche.
Il naturale susseguirsi degli eventi ha perciò portato alla creazione dei primi mutanti, come i moscerini con 4 ali o le zampe al posto delle antenne create da Ed Lewis (Nobel nel 1995), che hanno così tanto scandalizzato i benpensanti tradizionalisti. Potendo togliere geni da un organismo ed inserirli in un altro, negli anni ’70 si iniziò seriamente a pensare alla terapia genica: inserire in un virus capace di infettare un organismo un gene funzionale che ne sostituisca uno difettoso. I primi esperimenti su animali effettuati da Paul Berger nel 1971 scatenarono un putiferio, così da vietare successive sperimentazioni. Fortunatamente le scelte scientifiche e politiche furono rimesse in discussione negli anni a seguire e la terapia genica è oggi stata sperimentata anche sull’uomo.
Di questi tempi, invece, le polemiche più focose sono rivolte agli OGM, gli organismi geneticamente modificati che fanno così tanta paura. Si sente sempre più parlare di coltivazioni biologiche, OGM-free, senza ricordare che proprio grazie agli OGM l’uso dei pesticidi per le piante è significativamente diminuito. Inoltre, probabilmente molti non sanno che farmaci oggi ampiamente utilizzati, come l’insulina (fino al 1982 si usava quella bovina, che non è esattamente uguale all’umana, così da provocare spesso reazioni allergiche) o l’ormone della crescita, derivano da batteri OGM.
Un altro motivo per cui il DNA guadagna spesso le prime pagine dei giornali riguarda la clonazione e l’uso di embrioni a scopi scientifici. Tutti ricorderanno gli scandali provocati dalla nascita di Dolly, la pecora clonata nel 1997 da Ian Wilmut. È dell’8 febbraio 2015 la notizia che, in Gran Bretagna, il professor Wilmut ha avuto la licenza di clonare embrioni umani a scopo terapeutico.
Ma il DNA è andato oltre, permettendoci di assemblare con esattezza alcuni tasselli che riguardano la storia della nostra specie. Che gli Ebrei sono indistinguibili dal resto delle popolazioni del Medio Oriente, compresi i palestinesi, in quanto tutti comuni discendenti di Abramo. O la scoperta dei nostri antenati comuni, una donna da cui derivano tutti i nostri mitocondri e un uomo, portatore del primo cromosoma Y: entrambi erano originari dell’Africa e di carnagione nera. Un’unica razza, come sostenne Einstein: la razza umana. Nello stesso modo si è scoperto che uomo e scimpanzé hanno il 98% dei geni in comune, qualcosa di impensabile fino a non molto tempo fa, ammesso che non ci sia ancora qualche dubbioso in merito.
La storia del DNA, di cui ancora molto deve essere scritto, è quindi servita non solo a far luce nel mondo scientifico, ma anche in altri importanti ambiti, come sono quello della religione, della filosofia e dell’evoluzionismo.

lunedì 22 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio 1997, più di 6 mesi dopo la sua nascita, gli scienziati annunciano di aver clonato un mammifero a partire dalle cellule di un individuo adulto, la pecora Dolly.
Il 5 luglio 1996, per la prima volta nella storia dell'umanità, si è riusciti a clonare artificialmente un essere vivente partendo esclusivamente dalle sue stesse cellule, anche se in passato procedimenti analoghi, sebbene "spuri" fossero già stati realizzati con successo, soprattutto con anfibi, topi e bovini. Il risultato di questo esperimento è passato alla cronaca con il nome di Dolly, una "semplice" pecora di razza Finn Dorset che è la "fotocopia" esatta di un altro esemplare. Ciò significa che i patrimoni genetici dei due animali sono assolutamente identici tra loro. La notizia della sua nascita venne dal Roslin Institute di Edinburgo dove un gruppo di ricercatori, capitanati da Ian Wilmut, si occupava da tempo di clonazione di animali da fattoria. A tutt'oggi, comunque, la clonazione è una pratica che presenta molti aspetti ancora poco chiari. Gli animali clonati, ad esempio, sono in genere affetti da obesità e gigantismo, soffrono di problemi respiratori e cardiaci e hanno gravi problemi immunitari. La stessa Dolly è andata incontro ad una serie di degenerazioni genetiche che hanno smorzato, almeno in parte, gli entusiastici proclami che gli scienziati avevano diffuso alla sua apparizione.
E' per questo che Ian Wilmut, il "padre" della pecora clonata, si è affrettato a dichiarare che, malgrado l'artrite contratta in giovane età, "è ancora presto per tirare conclusioni dal caso Dolly. Tuttavia sarebbe importante che le aziende biotecnologiche e i laboratori di ricerca pubblici si scambiassero le informazioni sulla salute degli animali clonati, per vedere se ci sono possibili minacce".
Ripercorrendo le tappe che hanno portato ad un risultato che, comunque lo si voglia giudicare, è del tutto straordinario, bisogna risalire al "lontano" 1994, quando vi fu il primo successo nella caccia alla cellula madre di tutte le cellule, in grado di generare ogni tipo di tessuto e organo: il gruppo di Peschle identificò infatti il gene Kdr, che controlla il recettore del fattore di crescita delle pareti dei vasi sanguigni. In seguito, numerosi altri animali sono stati clonati ma sempre partendo dalle cellule embrionali. In passato, ad esempio, era già stato clonato un topo mentre in Giappone, per fare un altro esempio, da una mucca vennero riprodotti otto vitelli identici. Oppure, il ricercatore Cesare Galli aveva annunciato di aver clonato a Cremona il Toro Galileo.
La particolarità di Dolly e il motivo per cui ha provocato fiumi di inchiostro e la descrizione di scenari futuri di ogni genere, è che si tratta di un clone "puro", ossia la replica di un singolo individuo adulto, senza gli elementi di variabilità tipici degli esperimenti precedenti. Le cellule embrionali, infatti, contengono geni maschili e femminili in una mescolanza che non lascia prevedere a priori quali saranno le caratteristiche del clone.

Da questo susseguirsi impressionante di successi scientifici si è levato però anche un coro di voci preoccupate di una possibile degenerazione etica della pratica della clonazione, anche perché da più parti si è evocato lo spettro dell'applicazione di questa tecnica "innaturale" ad esseri umani. Ad esempio, si vocifera che in estremo oriente, in remoti e segretissimi laboratori, qualcosa del genere sia già avvenuto. Per il momento, sono solo voci di corridoio o, più probabilmente, come sostiene qualcuno, studiati allarmismi dei soliti catastrofisti. Ad ogni buon conto, è da questi giustificati timori che prende corpo l'ordinanza dell'allora ministro della sanità Rosy Bindi che pose un freno alla pratica della clonazione, di fatto vietandola. In effetti, fino a quel momento in Italia vigeva a proposito un vero e proprio Far West.
Vediamo dunque nello specifico come funziona la tecnica della clonazione. Un uovo, estratto dalla madre, e dello sperma, preso dal padre, vengono usati per produrre un uovo fertilizzato. Una volta che l'embrione si è diviso in otto cellule, questo viene diviso in quattro embrioni identici, ognuno dei quali è costituito di due sole cellule.
I quattro embrioni vengono impiantati nell'utero di una femmina adulta per la gestazione.
La tecnica in sostanza consente di riprogrammare il nucleo di una cellula adulta e farlo partire da zero, consentendo così all'ovocita in cui viene immesso, di sviluppare un feto e poi un animale adulto. In sostanza, nel nucleo di ogni cellula di Dolly c'è il Dna dell'animale adulto clonato, mentre negli altri organuli cellulari, come i mitocondri, c'è il Dna della femmina che ha fornito l'ovulo.
Ma, questa è la domanda, l'organismo che nasce porterebbe in qualche modo memoria dell'età adulta del nucleo cellulare da cui si è sviluppato e, quindi, nascere già vecchio o andare incontro ad impreviste degenerazioni genetiche.
Il 14 febbraio 2003 all'età di sei anni, i veterinari hanno iniettato a Dolly un siero letale dopo aver scoperto che soffriva di una malattia degenerativa al polmone.
Harry Griffin, il direttore dell'istituto, confermando la notizia della morte di Dolly aggiunse che le malattie polmonari sono comuni nelle pecore anziane.

Cerca nel blog

Archivio blog