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lunedì 31 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 31 marzo.

Il 31 marzo 1921, nell'ambito del cosiddetto Biennio Rosso, hanno inizio le giornate allistine.

Quando si parla di Biennio Rosso, si fa riferimento a eventi caratterizzati da serie di lotte operaie e contadine, accaduti tra il 1919 e il 1921 in Italia. L’Italia meridionale non fu da meno neanche in quel momento storico. Significante è la storia delle Giornate Rosse Allistine che vanno inserite in questo contesto storico e che affondano le proprie radici in una condizione di disagio pre-unitaria.

Storicamente, nel Regno Borbonico, le terre pubbliche erano concesse dallo Stato in uso a chi le lavorava, dietro pagamento al fisco della cosiddetta “decima” sul raccolto. Nel 1806, i legislatori francesi (dopo la conquista da parte di Napoleone del Regno succitato), avviarono il processo di privatizzazione delle terre, con l’obiettivo di destinarle ai nullatenenti e ai piccoli proprietari… ma che infine furono sottratte dai grandi latifondisti.

Connesse alla questione succitata, ad Alliste e nel resto del Salento, avvennero nel corso degli anni numerose occupazioni e sommosse, come quelle del 1831, 1838 e 1848, durante le quali si chiedeva la cessione delle terre del demanio, la divisione dei latifondi signorili e l’abbattimento della monarchia borbonica. Si giunse così alla violenta agitazione dell’agosto del 1879, quando duecento contadini, invasero le terre della “Masseria Stracca”: all’occupazione fece seguito il massiccio intervento delle forze dell’ordine che arrestarono sessantacinque persone ponendo fine al moto contadino.

Nell’immediato primo dopoguerra ripresero con maggiore forza e con differente pensiero ideologico le lotte contadine e operaie che erano state bruscamente interrotte dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il Salento, tra il 1919 e il 1922, fu scenario di scioperi, occupazioni di terre e di altre forme di lotta prettamente riconducibili in una visione ideologica socialista e pertanto di lotta di classe. Questo fu possibile grazie alla massiccia presenza socialista e comunista nelle organizzazioni contadine, che lavorava per indirizzare queste lotte verso chiari obiettivi politici ed economici. La nascita del Partito Comunista d’Italia, l’eco della Rivoluzione Russa e del bolscevismo che risuonava in tutta Europa e nel mondo, contribuirono a far crescere sempre più quelle che erano le lotte contadine e operaie alle quali si contrapponevano, a tutela degli interessi della borghesia, i Fasci di Combattimento.

Fu proprio in questo periodo, tra la fine di marzo e gli inizi di Aprile del 1921, che presero forma le cosiddette Giornate Rosse Allistine.

Il 31 marzo 1921, in seguito ad un mancato accordo tra la lega dei contadini e i proprietari terrieri allistini, fu indetto uno sciopero per il giorno successivo. L’indomani giunse ad Alliste un funzionario della prefettura che convinse i contadini a revocare lo sciopero, ma non gli agrari a sedersi al tavolo delle trattative.

Nei due giorni successivi, quindi, i rappresentanti delle leghe contadine di Alliste, Racale, Taviano e Melissano decisero di proclamare uno sciopero per il 4 aprile che si sarebbe svolto contemporaneamente nei quattro paesi.

La mattina del 4 aprile, il rappresentante della lega contadina, Cosimo Panico, si recò al municipio per consegnare al sindaco il testo del concordato che sarebbe dovuto essere firmato dai proprietari terrieri. Fuori dal municipio, attendeva la massa dei contadini che impediva a chiunque di entrare o uscire fin quando non si sarebbe firmato il tutto. Il sindaco, a nome dei proprietari, prometteva che il lavoro non sarebbe mancato per nessuno e che i salari sarebbero aumentati. I contadini, però, volevano fatti e non parole e pretendevano che i proprietari si recassero in municipio per la firma e che, se non lo avessero fatto spontaneamente, pretendevano che fossero “tradotti anche coi mezzi a ferro dei Carabinieri”. Di fronte al tergiversare del sindaco, la tensione salì a tal punto da minacciare azioni estreme, quali l’incendio del municipio. Lo slogan più significativo fra quelli urlati in piazza fu “Oggi è Repubblica e bisogna far sangue”.

Con tale espressione si può benissimo intendere quale fosse la forza di quell’evento: in “oggi è repubblica” si può benissimo sentire l’influenza politica del socialismo, dalla rivoluzione sovietica e si capisce quanto la coscienza dei contadini fosse sviluppata.

Nonostante le minacce e le intimidazioni, verso sera si era ancora in una fase provvisoria. Se la situazione non degenerò nella bruta violenza, fu grazie all’autocontrollo dei contadini che, verso le 19, decisero di terminare la manifestazione avendo ricevuto dal sindaco l’assicurazione che l’indomani sarebbero stati convocati in municipio i proprietari. Tuttavia, un’ora dopo, lo stesso sindaco inviò un telegramma al prefetto comunicando d’essere stato sequestrato dai contadini per circa dieci ore e, soprattutto, per richiedere l’invio di forze armate nella città salentina. L’indomani, i contadini bloccarono le vie d’ingresso al paese e il municipio venne tenuto chiuso.

Il 6 aprile, dopo aver rimosso le barricate, fu riaperto il Municipio: nello stesso giorno a Racale e Melissano fu firmato il concordato tra contadini e agrari, ma ad Alliste la situazione era ancora complessa. Tuttavia, essendosi indebolito il fronte degli agrari nei paesi limitrofi, anche il padronato allistino dovette scendere a patti con i contadini. Il 7 aprile, quindi, i proprietari terrieri allistini firmarono il contratto che accoglieva in toto le richieste dei braccianti.

L’evento ad Alliste segnò un importante passo avanti per quelle che erano le rivendicazioni e lotte contadine e operaie di tutto il Salento in quegli anni. Oggi, a più di un secolo dalle Giornate Rosse Allistine, è importante rivendicare quell’esperienza e prendere esempio dalla forza con la quale dei semplici contadini lottarono per i propri diritti.

lunedì 18 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1871 nasce la Comune di Parigi.
La Comune di Parigi, è il governo rivoluzionario popolare e operaio istituito dal popolo parigino nella capitale francese a seguito della rivoluzione scoppiata il 18 marzo 1871 dopo la sconfitta francese a Sédan, si colloca in una situazione di ampi mutamenti nella storia d'Europa, era la cosiddetta "svolta dell'anno '70", caratterizzata in particolare dalla guerra franco/prussiana, con il crollo dell'impero di Napoleone III e la costituzione di quello tedesco, dall'annessione di Roma al regno d'Italia e dalla trasformazione del principio di nazionalità in nazionalismo.
Il 2 settembre 1870 l'imperatore Napoleone III, sconfitto nella battaglia di Sedan si arrese ai prussiani; due giorni dopo i repubblicani di Parigi con una rivoluzione incruenta proclamarono la nascita della Terza Repubblica, resistendo al nemico sino al gennaio del 1871, quando la capitale fu costretta a capitolare dopo un assedio di quattro mesi.
Entro l'assemblea nazionale, la maggioranza dei delegati (per lo più monarchici) era disposta ad accettare i termini del trattato di pace imposti dal primo ministro prussiano Otto von Bismarck, considerati invece umilianti da repubblicani e socialisti radicali, decisi a riprendere le armi.
Il timore della restaurazione della monarchia dopo la sconfitta favorì pertanto la costituzione a Parigi di un governo rivoluzionario: il 17 e il 18 marzo il popolo parigino organizzò un'insurrezione contro il governo nazionale, instaurando un governo del popolo, presieduto da un Comitato centrale della guardia nazionale, che inizialmente non ebbe, o perlomeno non ebbe prevalentemente, un carattere Socialista, e fissando per il 26 marzo le elezioni di un Consiglio municipale, noto con il nome di "Comune di Parigi" (i membri del Consiglio furono chiamati "comunardi").
I settanta membri della Comune appartenevano a diverse correnti politiche: la maggioranza era costituita da giacobini, altri erano seguaci del rivoluzionario Louis-Auguste Blanqui, altri ancora erano rivoluzionari indipendenti, o radicali. La minoranza era invece composta da seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, membri della sezione francese dell'Associazione internazionale dei lavoratori.
Il 26 marzo 1871 la componente Socialista del Comitato centrale della guardia nazionale ebbe però il sopravvento su quella borghese conservatrice-repubblicana, favorevole a un'intesa col Thiers (capo delle forze "repubblicane" conservatrici attestate a Versailles), e così, per la prima volta nella storia, si verificò e realizzò una concreta presa di potere da parte del proletariato con l'instaurazione di un regime proletario.
Tuttavia, stretta nella morsa della guerra civile, assediata sempre più da vicino dall'esercito del Thiers, la Comune non poté attuare il suo programma socialista se non in misura minima, e alla fine, l'esperimento proletario fu soffocato nel sangue.
Nei suoi pochi giorni di vita la Comune propose misure a beneficio dei lavoratori e votò provvedimenti quali la separazione della Chiesa dallo Stato e la socializzazione delle fabbriche abbandonate dagli imprenditori. Tali misure però non entrarono in realtà mai in vigore, in parte per le frizioni che ben presto emersero tra le varie componenti della Comune, ma anzitutto per l'intervento dell'esercito regolare ordinato dall'assemblea nazionale. Per sei settimane a partire dal 2 aprile, Parigi fu bombardata dalle forze governative; le sue difese furono piegate all'inizio di maggio.
Dopo circa un mese di assedio, il 21 maggio 1871 le truppe guidate dal Thiers entrarono in Parigi, dando inizio alla tristemente famosa "settimana di sangue" che con grande crudeltà la reazione borghese portò a compimento, culminando l'azione di cruenta repressione (21-28 maggio) con l'esecuzione di 20.000 Patrioti Comunardi e l'arresto di altri 38.000, di cui migliaia furono poi deportati nella Nuova Caledonia.

mercoledì 4 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 gennaio.
Il 4 gennaio 1884 viene fondata a Londra la Fabian Society, che raccoglie elementi di diversa provenienza socialista. L'aggettivo "fabiano" fa riferimento a Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, sulla base dell'ipotetica analogia fra il comportamento del generale e uomo politico romano dell'età delle guerre contro Cartagine e quello del gruppo: paziente attesa dei momenti opportuni per la realizzazione della meta. Nello stesso 1884 entrano nella Fabian Society George Bernard Shaw, allora scrittore e giornalista alle prime armi, e Sidney Webb, funzionario del ministero delle Colonie.
Shaw, ma specialmente S. Webb e Beatrice Potter, che Webb sposerà nel 1892, per la rilevanza del contributo intellettuale e per la totale dedizione alla causa fabiana, mantengono la leadership praticamente fino agli anni 1940. Nel variegato quadro della Fabian Society in quegli anni compare con rilievo Annie Besant, che, dopo esperienze di ateismo militante, nel 1907 succederà a Helena Petrovna Blavatsky alla guida della Società Teosofica. Fin da subito la Fabian Society intraprende un'intensa attività propagandistica attraverso conferenze e opuscoli - i celebri Fabian Tracts -, mentre si precisano i connotati del socialismo che intende promuovere, massimalista negli intenti ma gradualista nella strategia.
La pressoché definitiva fissazione delle idee avviene con la pubblicazione, nel 1889, dei Saggi fabiani - Fabian Essays in Socialism -, una raccolta di conferenze dei fabiani più eminenti, il cui significato è più tardi così descritto da Edward Reynolds Pease, fondatore, a lungo segretario e storico della Fabian Society: "I Fabian Essays presentavano il socialismo come fondato non sulle speculazioni di un filosofo tedesco, ma sulla naturale evoluzione della scienza economica così com'era insegnata dai professori inglesi accreditati; costruivano l'edificio del socialismo sulle fondamenta delle istituzioni politiche e sociali esistenti da noi; dimostravano che il socialismo era semplicemente la prossima fase dello sviluppo della società, resa inevitabile dai mutamenti comportati dalla rivoluzione industriale del XVIII secolo".
Nei Saggi i fabiani si accreditano come eredi del radicalismo britannico che, ricollegandosi all'esperienza dei levellers - i "livellatori" - al tempo della prima Rivoluzione inglese, doveva portare, attraverso l'utilitarismo di Jeremy Bentham e di James Mill, a John Stuart Mill. Ravvisano il compimento dell'utilitarismo - che aveva criticato in nome dell'utile individuale e sociale i concetti di diritto naturale, di legame storico e di obbligazione politica - nella lotta contro la proprietà privata, giudicata un irrazionale residuo del passato, e nella rivalutazione del ruolo dello Stato come promotore della felicità pubblica.
I fabiani non attendono dunque - secondo S. Webb - "improvvise palingenesi immaginate dagli utopisti e dai rivoluzionari", ma "[...] propugnano soltanto la crescente adozione di un principio di organizzazione sociale che il mondo ha già scoperto essere lo sbocco inevitabile della democrazia e della rivoluzione industriale"; infatti - come afferma Sydney Olivier - "il socialismo è figlio dell'individualismo [...]. Il socialismo non è che individualismo razionalizzato, organizzato, rivestito e con la testa a posto".
Individuano perciò promettenti segnali di slittamento verso il collettivismo nelle nazionalizzazioni e nelle municipalizzazioni dell'industria, nello spostamento dell'onere fiscale a carico della rendita e dell'interesse, nella crescente regolamentazione governativa dell'impresa privata, negli elementi di razionalizzazione economica insiti nei cartelli e nei trust, nell'eliminazione, attraverso le società per azioni, dell'elemento personale nell'amministrazione degli affari, a favore di un'anonima burocrazia industriale. Particolare importanza attribuiscono alle municipalizzazioni, ritenute forme collettivistiche più flessibili rispetto alle nazionalizzazioni: fino alla conclusione della prima guerra mondiale i fabiani operano quasi esclusivamente nelle amministrazioni locali, guadagnandosi l'appellativo di socialisti "water and gas", "dell'acqua e del gas", e realizzando significative riforme in senso socialista come l'Education Act del 1902-1903, che disegna la fisionomia della pubblica istruzione inglese.
Nello stesso periodo manifestano la propensione al lavoro dietro le quinte, la cosiddetta "permeazione", che consiste nell'inoculare - scrive B. Webb - "a ogni classe, a ogni persona la giusta dose di collettivismo che erano in grado di assimilare", e che si rivolge ad ambienti e a personaggi politici locali e nazionali - in primo luogo del Partito Liberale - e del mondo sindacale e cooperativo per spingerli, senza formali conversioni o addirittura inavvertitamente, a scelte pratiche in senso socialista. Il lavoro dietro le quinte ben si addice alla mentalità dei fabiani, che si sono sempre considerati una ristrettissima élite di ingegneri sociali. Nel 1895, per iniziativa di S. Webb, la Fabian Society si dota di un istituto parauniversitario, la London School of Economics and Social Sciences, destinato a un notevole ruolo nella formazione dei quadri della pubblica amministrazione anglo-americana e dei paesi dell'impero prima e del Commonwealth poi; nel 1912, inizia la pubblicazione di un settimanale, il New Statesman.
"Ho introdotto lo studio del diritto amministrativo alla London School of Economics perché il diritto amministrativo è il germe del collettivismo", ebbe a dire S. Webb a conferma dell'importanza attribuita alla classe dei funzionari pubblici nell'edificio sociale concepito dai fabiani. Durante il primo conflitto mondiale, come poi durante il secondo, S. Webb apprezza le potenzialità socialiste dell'economia di guerra, con la sua razionalizzazione dell'apparato produttivo e con la forzata mobilitazione di uomini e di risorse. Occupandosi di temi di politica internazionale, i leader fabiani manifestano l'aspirazione a uno Stato mondiale a guida tecnocratica - del quale l'impero britannico doveva essere il germe -, incaricato di amministrare pianificatamente le risorse materiali e umane del pianeta. Meritano di essere segnalati - e di essere investigati - i rapporti di contiguità, quando non di filiazione, fra i fabiani e i circoli mondialisti anglosassoni, come il britannico Royal Institute of International Affairs e lo statunitense Council on Foreign Relations, costituitisi attorno al 1920 e tuttora operanti e imperanti.
Dagli anni 1890 i fabiani, pur non rinunciando mai completamente alla "permeazione", si dedicano alla consulenza politica dei raggruppamenti socialisti, radicali e sindacali, fino alla nascita, nel 1906, del Labour Party, di cui costituiscono non solo la componente intellettuale, ma anche l'anima realmente socialista. Per ispirazione fabiana - scrive lo storico George Douglas Howard Cole, economista e presidente della Fabian Society dal 1939 al 1946 - il partito laburista si trasforma "da vaga federazione di socialisti e sindacalisti in un partito socialista appoggiato dai sindacati". S. Webb ispira fra l'altro la Clausola Quarta - abolita con una risicata maggioranza solo nel 1995 - della British Labour Party Constitution, del 1918, che pone fra gli obbiettivi del partito di assicurare "ai lavoratori del braccio e della mente i pieni frutti della loro attività e la più equa distribuzione possibile di essi, sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, e il miglior controllo di ogni attività e di ogni servizio".
Durante gli anni 1930 i leader fabiani rivolgono la loro attenzione al grande esperimento sovietico. Nel 1931 Shaw visita l'Unione Sovietica ricevendo accoglienze trionfali; nel 1932 i Webb vi svolgono un lungo "pellegrinaggio" politico, ed esprimono il giudizio positivo, quando non entusiasta, che traggono dall'esame della produzione pianificata e del controllo burocratico sovietici nell'opera Soviet Communism: a New Civilisation?, del 1935; in essa i Webb trovano spiegazione, e spesso giustificazione, degli orrori di cui si cominciava ad avere notizia nelle ferree necessità della rivoluzione. L'ammirazione per il socialismo sovietico porta Shaw ad affermare, nel 1947, che i primi fabiani "[...] sono vissuti tanto da vedere il gigantesco esperimento russo convertito completamente al fabianesimo sotto Lenin e Stalin".
Gli anni 1930 portano a un parziale rinnovamento dei quadri intellettuali della Fabian Society, la cui attività di ricerca e di propaganda è alla base del programma laburista Affrontiamo il futuro, per le elezioni del 1945, i cui punti cardine sono: politica di pieno impiego; nazionalizzazione di importanti rami dell'industria - combustibili, energia elettrica e trasporti interni -; pianificazione dei settori industriale e agricolo; controllo del settore creditizio; marcata imposizione fiscale sui patrimoni; controllo degli affitti e dei prezzi; ampi poteri di espropriazione per pubblica utilità; allargamento dei servizi sociali e riforma della pubblica istruzione. La vittoria laburista del 1945 assegna ai fabiani rilevanti responsabilità politiche: oltre al primo ministro Clement Richard Attlee (1883-1967) e a nove ministri, erano fabiani altri trentacinque membri dello staff governativo. Nei sei anni di governo laburista molto di quanto previsto nel programma elettorale viene realizzato o almeno impostato.
Quando, nel 1951, cade il gabinetto Attlee, la fisionomia del Welfare State britannico è pressoché definitiva o in via di completamento, e destinata a permanere, sia con i governi laburisti che con quelli conservatori, fino all'Era Thatcher, che ha segnato, seppure con aspetti discutibili, una decisa fuoriuscita della Gran Bretagna dal tunnel del socialismo. La Fabian Society non ha mutato nel tempo né la sua influenza - l'ultimo gabinetto laburista, quello guidato da James Callaghan dal 1976 al 1979, era totalmente costituito da fabiani -, né la sua fisionomia: il suo statuto afferma ancora che essa "[...] mira all'instaurazione di una società in cui sia assicurata uguaglianza di opportunità e aboliti il potere economico e i privilegi di individui e di classi attraverso la proprietà collettiva e il controllo democratico delle risorse economiche della comunità".
L'influsso del fabianesimo sul fenomeno socialista mondiale non è limitato allo scenario britannico, ma si proietta sul complesso di idee e di misure politiche ricorrente in quasi tutte le esperienze di socialdemocrazia - dichiarate e non - dei paesi occidentali nel secolo XX. Ciononostante, la conoscenza della realtà fabiana in quanto tale è stata piuttosto limitata, specialmente in Italia, dove l'interesse per il fabianesimo si coltiva soprattutto in ambienti socialisti "marginali" ed elitari. Per esempio, Carlo Rosselli, fuoriuscito politico durante il regime fascista e fondatore nel 1929 del movimento Giustizia e Libertà, nel 1923 incontra in Inghilterra i maggiori esponenti della Fabian Society, partecipa ai suoi dibattiti e frequenta la London School of Economics. Perciò è realistico ipotizzare che, proprio attraverso gli esponenti di Giustizia e Libertà e successivamente del Partito d'Azione, sia avvenuta un'impollinazione di fabianesimo del mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.
Poiché il crollo del mito sovietico ha rimesso in gioco tutte le utopie socialiste, esse vengono ora veicolate proprio dai partiti che a tale mito facevano riferimento: quindi non è forse casuale che i Saggi fabiani vengano pubblicati per la prima volta in Italia nel 1990 dagli Editori Riuniti, da sempre legati al partito comunista. Quindi - ancora -, a fronte del reiterarsi di governi "tecnici" alla guida della Repubblica Italiana, è lecito evocare a suo proposito l'incubazione e l'incipiente realizzazione di un'ipotesi fabiana, "pragmatica" e di basso profilo ideologico, di Welfare State tecnocratico ad altissimo tasso di pressione fiscale e amministrativa, caratterizzato all'interno da una promossa e crescente atrofia del corpo sociale e all'esterno dalla riduzione a livello di sopravvivenza della sovranità statuale in un più ampio disegno mondialista.

lunedì 8 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 novembre.
L'8 novembre 1926 viene arrestato Antonio Gramsci.
Antonio Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto dei sette figli avuti da Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias.
Al periodo del trasferimento della famiglia a Sòrgono (in provincia di Nuoro), risale, dopo una caduta, la malattia che gli lascerà una sgradevole malformazione fisica: la schiena, infatti, andrà lentamente incurvandosi mentre le cure mediche tenteranno invano di arrestare la sua deformazione.
Il giovane Antonio respira in famiglia un'atmosfera difficile, a causa soprattutto dell'irrequieto padre, protagonista nel 1897 di una sospensione dall'impiego e di un arresto per irregolarità amministrative. Nel 1905 riesce comunque ad iscriversi al liceo-ginnasio di Santu Lussurgiu, mentre nel 1908 cambia e approda al liceo Dettori di Cagliari, città dove in pratica comincia a condurre una vita autonoma. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da Torino.
Insieme a molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle "battaglie" per l'affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. In quel periodo abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, e le cose non cambiano certo in meglio quando si trasferisce in un'altra pensione di Corso Vittorio Emanuele.
Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali che influiranno notevolmente sulla sua formazione complessiva, sia sul piano culturale che caratteriale. A scuola si distingue per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini), ma rivela anche una notevole tendenza per le scienze esatte e per la matematica.
Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio per l'università di Torino. Si trasferisce così in quella città e si iscrive alla facoltà di Lettere. Stringe amicizia con Angelo Tasca, già socialista.
Vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che matura la sua ideologia socialista. A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l'interesse per la sua terra, infatti, sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale che per ciò che riguarda gli usi e i costumi.
Gli interessi politici lo vedono organizzatore instancabile di numerose iniziative, tanto che addirittura di lì a qualche anno lo troviamo in Russia. Si sposa a Mosca con una violinista di talento che gli darà due figli per i quali, dal carcere italiano di cui in seguito patirà i rigori, scriverà una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo "L'albero del riccio".
Nel frattempo, avendo in precedenza aderito al Psi, si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall'Internazionale comunista. Nel gennaio del 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono l'intellettuale italiano e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dai socialisti. Nello stesso mese di quell'anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d'Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.
Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l'immunità parlamentare. Il re e Mussolini, intanto, sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Gramsci e tutti i deputati comunisti sono processati e confinati: Gramsci inizialmente nell'isola di Ustica poi, successivamente, nel carcere di Civitavecchia e Turi. Non essendo adeguatamente curato è abbandonato al lento spegnimento fra sofferenze fisiche e morali.
Muore nel 1937, dopo undici anni di prigionia, senza aver mai rivisto i figlioletti. Negli anni della reclusione scrive 32 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi nel dopoguerra, sono noti universalmente come i "Quaderni dal carcere", e godono tuttora di innumerevoli traduzioni e di altissima considerazione presso gli intellettuali di tutti i Paesi.

giovedì 30 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 settembre.
Il 30 settembre 1957 il Partito Socialista Indipendente Sammarinese organizzò un colpo di stato nella Repubblica del Titano ed insediò il governo provvisorio a Rovereta, un piccolo centro al confine con l'Italia.
L’unico governo socialcomunista a ovest della cortina di ferro. Un Paese di «irriducibili» che resisteva a boicottaggi, pressioni e blocchi delle frontiere del democristianissimo governo italiano del secondo dopoguerra. Questo fu la Repubblica di San Marino dal 1945 fino al 1957. Era il 1955 quando i democristiani di San marino (Pdcs) decisero che era il caso di chiedere l’aiuto statunitense.
Agli americani lo sconosciuto villaggio dei «rossi» irriducibili venne descritto come l’avamposto sovietico in occidente e fu sufficiente inserire le vicende sammarinesi nell’ottica della guerra fredda per far sprofondare la piccola Repubblica sull’orlo della guerra civile. Nel 1955, a seguito delle elezioni che videro aumentare la maggioranza social-comunista nel Consiglio grande e generale, il leader dei democristiani sammarinesi, Federico Bigi, decise di far visita al consolato statunitense a Firenze per illustrare le possibili linee d’azione. Nell’ordine: sfruttare ogni spaccatura possibile tra comunisti e socialisti; aumentare le pressioni italiane contro il governo di San Marino; il colpo di Stato.
L’ultima opzione venne considerata da subito impraticabile mentre emerse una netta predilezione per la prima ipotesi: lavorare per spaccare il fronte socialcomunista. Funzionò, grazie ai fatti di Ungheria e allo «spauracchio rosso». Nel luglio del 1956 quando venne aperto un consolato russo a San Marino, il New York Times, titolò «la rossa San Marino nella rete sovietica», mentre i fatti di Ungheria spinsero il socialista Alvaro Casali ad abbandonare la maggioranza e fondare il Partito socialista democratico indipendente. Altri tre consiglieri del Parlamento sammarinese lo seguirono. Fu un ribaltone ante litteram.
Il Consiglio grande risultò spaccato esattamente a metà: 30 consiglieri per la maggioranza socialcomunista, 30 per l’opposizione. Il governo resistette per alcuni mesi, fino all’elezione dei nuovi Capitani reggenti, eletti per statuto ogni sei mesi, poi si trovò costretto ad affrontare l’impasse. L’elezione venne fissata per il 19 settembre del 1957. Proprio il giorno prima, però, un altro consigliere, Attilio Giannini, indipendente eletto nelle liste del Partito comunista, decise di saltare la barricata. Nominare Giannini e accennare ai motivi della sua scelta provoca ancora oggi infinite polemiche e querele. Comunque, spontaneamente o meno, grazie a Giannini si era creata una nuova, risicata, maggioranza formata da 23 consiglieri democristiani, cinque socialisti indipendenti, due socialdemocratici e, appunto da Attilio Giannini. 31 consiglieri su 60.
Ma gli «irriducibili» non potevano farsi cacciare così facilmente, quindi i segretari del Pcs e del Pss presentarono le dimissioni di tutti i consiglieri della precedente maggioranza con firme autentiche. Era, infatti, consuetudine dei partiti della sinistra far firmare ai loro eletti una lettera di dimissioni con la data in bianco, a titolo di garanzia del rispetto delle direttive del Partito. Risultarono dimissionari, quindi, anche i cinque «transfughi». Constatata la dimissione della maggioranza dei consiglieri, la Reggenza sciolse il Consiglio e indisse nuove elezioni. Piovvero accuse di «golpismo» da ambo le parti.
La sera del 30 settembre i consiglieri della nuova maggioranza anticomunista occuparono uno stabilimento industriale in disuso situato a Rovereta, un lembo di San Marino circondato tre lati su quattro, dal territorio italiano, e formarono un governo provvisorio.
L’esecutivo fu immediatamente riconosciuto dal governo italiano che inviò i carabinieri ai confini per proteggerlo. Era l’1 ottobre, seguirono il riconoscimento francese e, ovviamente, quello statunitense. Per la destra era nato il «governo libero di San Marino», per la sinistra «il governo del capannone».
Gli «irriducibili» erano ridotti sulla difensiva. Temendo che il governo provvisorio tentasse di prendere il potere con la forza, formarono una milizia volontaria armata (soprattutto con vecchi archibugi) e la Repubblica si ritrovò sull’orlo di una guerra civile. Nonostante fossero i giorni del lancio del primo satellite artificiale nello spazio, lo Sputnik, e quelli degli scontri di piazza a Varsavia, le vicende sammarinesi conquistano le prime pagine dei giornali italiani. L’Unità schierò Pajetta e papà Cervi a difesa della vecchia maggioranza, mentre Giovanni Spadolini, sul Resto del Carlino, concluse così un emblematico editoriale intitolato Da Varsavia a San Marino: «C’è un insegnamento che dalla Polonia e dalla Jugoslavia arriva fino a quel piccolo lembo di terra romagnola sacro al cuore di ogni spirito devoto alla libertà: fino a San Marino. Ad ammonirci, oggi più che mai, che non ci sono vie di mezzo, che il socialismo è l’antitesi radicale del comunismo. Sulle balze del Titano come sulle piazze di Varsavia». Non fu da meno il New York Times che sfornò resoconti quotidiani sulle vicende della piccola Repubblica.
Il topolino aveva partorito la montagna. In questa situazione gli «irriducibili» decisero di chiedere l’intervento dell’Onu per garantire il libero svolgersi di un’elezione che ponesse fine alla situazione di stallo. Non fu una grande idea, perché San Marino non era membro delle Nazioni unite e soprattutto perché l’unico Paese che poteva appoggiare i social-comunisti, l’Unione Sovietica, per ovvie ragioni era sempre stata contraria all’invio di osservatori internazionali che controllassero il regolare svolgimento delle elezioni.
Nel frattempo il blocco delle frontiere rendeva sempre più complicata la vita ai sammarinesi, per questo, l’11 ottobre i Reggenti misero fine alla crisi, riconoscendo il governo provvisorio di Rovereta e sciogliendo la milizia volontaria. Il 14 ottobre il nuovo governo si insediò a Palazzo Pubblico.
Secondo Giuseppe Majani, per due volte Capitano Reggente di San Marino, la prima nel 1955 l’altra nel 1982, iscritto al Pc sammarinese dal 1944 fino allo scioglimento «la situazione stava diventando davvero pericolosa, c’era il rischio di uno scontro violento che nessuno voleva e negli ospedali incominciavano a scarseggiare le medicine, non potevamo certo opporci con la forza ai governi italiani e statunitensi. Con grande senso di responsabilità, abbiamo quindi deciso di smobilitare e permettere il cambio di governo. I documenti statunitensi desecretati da Clinton mostrano, però, come Bigi e la democrazia cristiana ci avessero svenduto agli americani».
In effetti le carte mostrano nei dettagli i contatti avvenuti tra la dc sammarinese e il dipartimento di Stato Usa, ma, a dire il vero, nessuno nega l’importanza dell’aiuto avuto da Oltreoceano. Lo scrisse Alvaro Casali, autore della scissione socialista, nel suo diario pubblicato nel 1999: «5 marzo 1957: pensiamo di approfondire con il Console americano la disponibilità politica e finanziaria del suo Governo al nostro Paese, nella auspicata evenienza politica di costruire un Governo a San Marino con l’esclusione dei comunisti». Lo confermò il leader democristiano Federico Bigi che, nel ringraziare il governo statunitense scrisse «Se il ritorno di San Marino alla democrazia è stato possibile, è stato dovuto principalmente, se non esclusivamente, alla grande fiducia da parte del popolo di San Marino e dei suoi anticomunisti nella garanzia di aiuto da parte degli Stati Uniti».
Questa era, appunto, la guerra fredda, Casali e Bigi dal canto loro accusavano i comunisti sammarinesi di essere inchinati ai voleri sovietici. Majani, però, lamentò e lamenta, le ritorsioni patite da militanti e partiti di sinistra dopo i fatti di Rovereta. Difficile dargli torto.
I democristiani giunti al potere iniziarono una campagna di licenziamenti nei confronti dei lavoratori comunisti, vennero chiuse sedi dei partiti di sinistra, negate le sale per gli incontri pubblici e, soprattutto, i Capitani Reggenti e i consiglieri della vecchia maggioranza vennero messi sotto processo con l’accusa di «attentato alla Sicurezza dello Stato». I due ex Capitani Reggenti vennero condannati, nel 1959, a 15 anni di Lavori pubblici (leggi reclusione) mentre per gli altri le pene variarono dai 7 ai 10 anni. (Le pene vennero condonate solo a seguito di mesi di lotta politica, nel 1960). Nel 1957, quindi, la battaglia contro gli «irriducibili» era vinta, ma toccava vincere la prima sfida elettorale, quella del 1959.
A questo scopo, il ministero degli Esteri sammarinese sollecitò gli aiuti economici dagli Stati Uniti, per poter avviare i lavori dell’acquedotto e della superstrada Rimini – San Marino e, quindi, presentare qualche risultato concreto in campagna elettorale. La tecnica utilizzata per convincere il governo statunitense è da manuale sulla guerra fredda. Questo scrive, il 18 marzo 1958, l’ambasciata statunitense italiana al Dipartimento di Stato statunitense dopo aver incontrato Federico Bigi, divenuto ministro degli Esteri di San Marino.
«L’ambasciata si rende conto che San Marino è solo un granello sull’orizzonte politico mondiale, ma crede fermamente che la mancanza Usa di aiutare San Marino sarà ritenuta come l’indifferenza Usa verso il comunismo e i bisogni dei nostri amici. Piccola com’è san Marino è il solo paese dove la cortina di ferro si è ritirata negli ultimi vent’anni, dovuto (sic) in parte all’incoraggiamento Usa. Se il collasso delle forze democratiche accadesse prima delle elezioni nazionali italiane, fissate per il 25 maggio, il ritorno di San Marino sotto il dominio comunista potrebbe avere un impatto anche sulle elezioni italiane. L’assenza di un aiuto concreto dopo sei mesi di supporto morale, programmatico e finanziario, sarebbe indubbiamente sfruttato dalle forze italiane di sinistra, forse facendo riferimento al declino economico negli Usa e al destino inesorabile di coloro che pongono la loro fiducia negli Usa».
Insomma, il primo passo per la conquista del mondo da parte dei sovietici. Di fronte a tale prospettiva gli Usa finirono per sborsare 850 mila dollari per acquedotto e superstrada.
I comunisti provarono a ribattere che quell’autostrada sarebbe servita per il trasporto dei missili Usa della base Setaf di Rimini al Monte Titano, ma non ci credette nessuno. Gli elettori si trovarono, quindi, a scegliere tra una San Marino boicottata dai vicini italiani o una foraggiata dal governo di Roma e da quello statunitense. Nelle elezioni del 1959 la Dc sammarinese e i suoi alleati presero il 60 per cento dei voti. I partiti di sinistra tornarono a vincere le elezioni solo nel 1978.

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