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martedì 12 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Il 12 novembre 1989 Occhetto pronunciò il discorso che diede inizio a quella che fu chiamata "la svolta della Bolognina".
Il 12 novembre del 1989 era domenica. Dalle 11 del mattino un gruppo di partigiani si era riunito in una sala comunale in via Tibaldi 17 a Bologna per le celebrazioni del quarantacinquesimo anniversario della battaglia di Porta Lame, un episodio della Resistenza italiana combattuto in alcuni quartieri di Bologna, tra cui Lame, Bolognina e Corticella, poi inglobati nel quartiere Navile.
Achille Occhetto partecipò a sorpresa all’incontro. In sala erano presenti solo due cronisti, il primo dell’Unità, l’altro dell’Ansa. Occhetto chiese la parola e parlò per circa sette minuti per quello che doveva essere un discorso commemorativo, di circostanza. Occhetto disse che era tempo di «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i reduci e gli disse: voi avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Disse anche le parole poi diventate più celebri: era necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». Al cronista che gli chiese se le sue parole lasciassero presagire che il PCI avrebbe potuto anche cambiare nome, lui rispose: «Lasciano presagire tutto».
La “svolta”, secondo il racconto più diffuso, fu annunciata da Occhetto senza consultare il partito e questo fatto gli verrà rimproverato. Il giorno dopo l’annuncio la prima pagina dell’Unità (il direttore a quel tempo era Massimo D’Alema) titolava «Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier». Al centro si trovava l’articolo sulla “svolta della Bolognina” intitolato: “Occhetto ai veterani della Resistenza: «Dobbiamo inventare strade nuove»”.
Della “svolta” si discusse ufficialmente il 13 novembre in segreteria del PCI e per altri due giorni in Direzione. Il tutto venne però rinviato al Comitato Centrale, che si aprì il 20 dello stesso mese. In quei giorni iniziarono comunque a delinearsi le diverse posizioni all’interno del PCI: da una parte quella che potremmo definire “la destra” del partito, fedele a Occhetto, e dall’altra parte “la sinistra” che assunse un iniziale atteggiamento di prudenza. Almeno fino al rientro da Madrid di Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, che dichiarò: «Non sono d’accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale». Tra i militanti, nel frattempo, la svolta era stata accolta con rabbia, proteste e in modo piuttosto drammatico. Palombella Rossa, film del 1989 di Nanni Moretti, raccontò a modo suo quella fase.
Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma in via delle Botteghe Oscure. I suoi 300 membri discussero della svolta per cinque giorni (venendo accolti da 200 militanti in protesta). Nella sua relazione introduttiva Occhetto affermò di «condividere il tormento» dei compagni, ma chiese: «Fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?». Da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri partiti di sinistra (la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. Occhetto chiuse avvertendo però che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da quel momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche chiamato come il “dibattito sulla Cosa”. Nanni Moretti ci girò un documentario, intitolato appunto La Cosa, raccontando le discussioni – senza alcun commento – all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano proprio nei giorni successivi alla proposta di Occhetto.
Il Comitato Centrale si concluse il 24 novembre con il voto di 326 membri su 374: i sì furono 219, i no 73 e gli astenuti 34. Il Comitato Centrale assunse la proposta del segretario «di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma allo stesso tempo accettò la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi. Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo del 1990. Le mozioni discusse furono tre: quella del segretario Achille Occhetto; quella firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; quella proposta da Armando Cossutta, simile alla seconda. Vinse la mozione di Occhetto con il 67 per cento delle preferenze: Achille Occhetto venne riconfermato segretario e pianse.
L’ultimo congresso del PCI si aprì il 31 gennaio del 1991 a Rimini (nel frattempo, alle elezioni regionali del 6 maggio del 1990 il PCI ottenne solo il 23,4 per cento a fronte del 33,4 per cento della Dc. Anche le iscrizioni furono in calo). «Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare»: così iniziò l’ultimo discorso di Achille Occhetto come segretario del PCI. «Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia». La relazione di Occhetto durò due ore, fu appoggiata, tra gli altri, da Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino. E vinse di nuovo: il 3 febbraio di quell’anno nacque il Partito Democratico della Sinistra. Il simbolo era una quercia; falce e martello comparivano in piccolo alla base del tronco della quercia. Occhetto divenne il primo segretario del PDS e Stefano Rodotà venne eletto come primo presidente.
Contrari si riconfermarono Armando Cossutta, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti (fu il cosiddetto “Fronte dei no”). Un gruppo di delegati di questa opposizione decise di non aderire al nuovo partito e di dare vita a una nuova formazione politica che mantenesse nel nome la parola “comunista”: il 15 dicembre del 1991 nacque Rifondazione Comunista.

giovedì 3 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1991, dopo 70 anni, cessa di esistere il Partito Comunista Italiano.
Il 31 gennaio 1991 si apre a Rimini il XX e ultimo congresso del Pci . A maggioranza decide la nascita di una nuova formazione politica, il Pds, Partito democratico della sinistra, che nasce il 3 febbraio abbandonando dopo 70 anni la falce e il martello del Pci. Il vecchio simbolo, notevolmente rimpicciolito, finisce sotto la Quercia , nuovo simbolo del nuovo partito.
Grande agitazione nel Pci: contrari alla svolta il filosovietico Armando Cossutta, l'ex segretario Alessandro Natta, la "sinistra" interna di Pietro Ingrao.
Favorevole è Massimo D'Alema. Fuori dal Pci, reazioni positive giungono da Vittorio Foa, l'intellettuale azionista per il quale il nuovo che inizia rimarrà comunque un "partito di lotta". Lo strappo proposto dal segretario al congresso non investe solo posizioni politiche più o meno consolidate, ma va a lacerare una storia collettiva fatta di tante biografie individuali e famigliari e, soprattutto, contrappone una generazione di giovani quarantenni (Occhetto, D'Alema, Veltroni ) alla vecchia classe dirigente dei sessanta e settantenni visceralmente legati alla storia del Pci (Ingrao, Natta, Tortorella).
Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D'Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angius) e la mozione di Antonio Bassolino. Tra i fondatori del nuovo Pds, anche 300 intellettuali eletti tra simpatizzanti e club sorti per la costituente. Un gruppo di delegati del "No" sconfitto, capeggiato da Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato, decide così di non aderire al Pds e di continuare l'esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione comunista, che nascerà il 15 dicembre 1991.
Ma il 4 febbraio 1991 un clamoroso colpo di scena scuote il neonato Pds: il fautore della svolta e traghettatore nel futuro, Achille Occhetto, a conclusione del congresso, per soli 10 voti non ottiene l'elezione a segretario del nuovo partito. Su 547 membri del consiglio nazionale che dovevano nominarlo, 132 consiglieri risultano assenti al momento del voto, e i "sì" per Occhetto non raggiungono il quorum di 274 voti necessario. I "no" sono 37 in più di quelli di cui sulla carta disponeva l'opposizione. Sconcerto, voci di complotto, l'immagine del segretario "in pectore" e del nuovo Pds ne escono sfregiate. Occhetto dichiara: "non mi ricandido, ma resto a disposizione del partito". Poi, quattro giorni dopo, l'8 febbraio 1991, Occhetto diviene segretario del Pds con 376 sì sui 524 membri del Parlamentino del partito, 127 no, 17 astenuti e 4 schede bianche. Raccoglie quasi il 72% dei consensi. Massimo D'Alema, numero due del partito e grande tessitore dietro le quinte, è l'artefice di questo secondo round vittorioso. E il 16 febbraio, il giurista Stefano Rodotà viene eletto presidente del partito.
Il Pds si propone come alternativa di governo al pentapartito a guida democristiano-socialista e, al congresso di Rimini, il partito si divide sulla partecipazione dell'Italia alla guerra del Golfo in corso tra Usa e Iraq. Se, da un lato, Aldo Tortorella definisce un "gesto esemplare" la prospettiva delineata da Occhetto di far ritirare le navi e gli aerei italiani dal Golfo, e Lucio Libertini propone di votare un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe italiane, dall'altro, la componente riformista dei "miglioristi" di Giorgio Napolitano definisce un "grave errore" la rottura con lo schieramento eurosocialista e si scontra su questo tema con la sinistra interna di Pietro Ingrao, vicina alle posizioni del Vaticano e del pacifismo cattolico e laico, contrari all'intervento dell'Italia verso Saddam Hussein. Il vertice del Pds, per bocca di D'Alema, alla fine si dirà favorevole a un "cessate il fuoco", congelando le richieste di ritiro dei nostri militari.
In politica interna, il Pds si schiera per una riforma dello Stato bicamerale in conflitto con i socialisti di Craxi, ripropone il regionalismo, ma è preoccupato dall'avanzata delle Leghe.
Dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento eletto nel 1992 , gravato dal grande numero di parlamentari inquisiti a causa dell'inizio dell'inchiesta Mani Pulite, nelle elezioni politiche del marzo 1994, con le nuove regole maggioritarie, il Polo delle libertà di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi sconfigge l'alleanza dei Progressisti di centrosinistra capeggiata dal Pds, che proponeva Achille Occhetto alla guida del Paese. Il centrodestra ottiene la maggioranza assoluta di seggi alla Camera ma non al Senato. Nel marzo 1994, quando tutti i sondaggi davano già il centrodestra vincente, Massimo D'Alema in una intervista aveva sottolineato che in caso di una vittoria elettorale della sinistra, il capo del Governo più indicato sarebbe potuto essere Carlo Azeglio Ciampi (indebolendo così la posizione del segretario pidiessino Occhetto). Nel giugno 1994 anche le elezioni europee premiano il nuovo partito di centrodestra Forza Italia, e Achille Occhetto, doppiamente sconfitto, si dimette da segretario del Pds.
Per la successione a Occhetto, il partito procede alla consultazione dei dirigenti locali.
L'ex segretario si schiera contro D'Alema e nettamente a favore della candidatura dell'allora direttore dell'Unità, Walter Veltroni. Si parla anche di un congresso straordinario, poi si consultano i dirigenti locali con la famosa "battaglia dei fax" che premia in un primo momento Veltroni, dato in vantaggio, e che rispetto a D'Alema, gode anche dell'appoggio di alcuni importanti mezzi d'informazione. Poi, però, il 1 luglio 1994, al consiglio nazionale del partito, D'Alema è eletto segretario del Pds con 249 voti contro i 173 di Veltroni, che figurava in vantaggio nell'ampia consultazione delle strutture periferiche delle settimane precedenti. L'elezione di D'Alema, per la modalità nella quale avviene, suona come una sorta di spaccatura tra gli umori della base e dei "compagni" delle sezioni, e il gruppo dirigente del partito.
Di fatto, con l'elezione di D'Alema del luglio 1994, inizia una sorta di diarchia al vertice del partito tra l'uomo di Gallipoli e Veltroni, che guiderà le fasi salienti del Pds-Ds per molti anni. Una diarchia che riassume in una dialettica interna non sempre felicemente composta, le due anime del partito post-comunista, quella democratica-kennedyana di Veltroni e quella socialdemocratica-europea di D'Alema.


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