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giovedì 29 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 agosto.
Il 29 agosto 1533 il conquistatore Pizarro uccide Atahualpa, ultimo imperatore del popolo Inca.
Nel 1512, vent'anni dopo il primo sbarco di Colombo sul continente americano, un navigatore spagnolo, Vasco Nunez de Balboa, partì dall'Istmo di Darien, l'attuale Panama, a capo di una spedizione esplorativa diretta a Sud, nel bacino che si estende tra la Cordigliera delle Ande e la costa dell'Oceano Pacifico.
La bramosia dei conquistadores spinse Balboa a sud alla ricerca del fantastico regno di El Dorado. L'esplorazione del navigatore spagnolo collassò poco dopo a causa di un complotto, di cui lo stesso Balboa rimase vittima. Dieci anni dopo un altro esploratore, Pascual de Andagoya, raggiunse le coste della Colombia e dell'Ecuador, entrando in contatto per la prima volta con le popolazioni della magnifica terra conosciuta come Sud America.
I primi approcci avvennero durante la guerra civile tra le truppe di Atahualpa, che risiedeva a Nord vicino a Quito, e Huascar, che dominava dall'antica Cuzco. Tutto ebbe inizio quando Atahualpa inviò una delegazione alla corte del fratello, Huascar, per assicurare la propria fedeltà ma anche per chiedere una maggiore indipendenza. Gli ambasciatori furono torturati e condannati alla pena capitale, tutti tranne uno che aveva il compito di tornare da Atahualpa per riportare gli ordini di Huascar: il regnante di Quito doveva recarsi a Cuzco e consegnare degli abiti femminili che avrebbe indossato all'atto del suo ingresso nella città.
Così ebbe inizio la guerra civile tra le popolazioni dell'impero Inca.
Malgrado la preponderanza dell'esercito di Huascar, si giunse alla cattura del comandante supremo da parte delle forze di Atahualpa grazie ad un efficace stratagemma: Huascar si spinse audacemente contro il nemico con le insegne spiegate; il comandante di Atahualpa, Chalcochima, lo riconobbe e concentrò tutte le truppe verso il luogo in cui Huascar risiedeva con un piccolo drappello di uomini. Con un audace colpo di mano, le truppe di Quito riuscirono a catturare vivo Huascar.
Quando giunse la notizia della vittoria, Atahualpa non mostrò troppo desiderio di recarsi a Cuzco.
Il motivo di tale decisione?
Il sovrano di Quito era stato avvertito dell'arrivo di strane genti provenienti da Nord, giunte dal mare su enormi case galleggianti. I resoconti parlavano di una razza straniera, bianca e barbuta, con strani bastoni lucenti che provocavano il tuono e la folgore e con enormi animali dai piedi d'argento.
I bastoni lucenti altro non erano che gli archibugi, gli animali con i piedi d'argento erano i cavalli al seguito delle truppe spagnole.
Le informazioni che seguirono le prime indicazioni tranquillizzarono il regnante, poiché i bastoni d'argento non erano micidiali come pensato all'inizio perché dovevano essere ricaricati ogni volta e gli animali dai piedi d'argento non potevano agire di notte e, soprattutto, non uccidevano nessuno.
Anche il numero degli uomini bianchi con la barba era esiguo, qualche centinaio.
Atahualpa decise d'attendere gli stranieri a Cajamarca, protetto da circa 80.000 uomini.
Francisco Pizarro giunse a Cajamarca il 15 novembre del 1532.
Nei giorni seguenti decise d'inviare due ambasciatori, scortati da un drappello di soldati. I due cavalieri, Hernando de Soto e Hernando Pizarro, furono accolti da Atahualpa con calici d'oro e bevande dissetanti. I due spagnoli invitarono il regnante ad una cena con il comandante in capo della spedizione. Il sovrano all'inizio respinse l'invito, ma ripromise di fare visita agli stranieri il giorno seguente.
Come promesso, Atahualpa arrivò a Cajamarca sul far della sera. Scortato da numerosi sudditi disarmati decise d'entrare nella città, ma all'ultimo momento s'arrestò. Pizarro decise d'inviare uno spagnolo che conosceva alcune parole della lingua parlata dal sovrano, Quechua, per convincerlo ad entrare. Atahualpa entrò nella piazza principale, sempre scortato dal numeroso seguito. Brevi istanti ed un frate si fece incontro al regnante. Il prete, Vicente de Valverde, si presentò come uomo mandato da Dio, dicendo al sovrano di Quito che il Papa aveva inviato gli spagnoli nelle loro terre perché potessero convertirsi al cristianesimo. Per questo motivo l'impero Inca avrebbe dovuto riconoscere l'autorità di re Carlo I di Spagna.
Atahualpa rispose che non avrebbe chinato il capo di fronte a nessuno, chiedendo da quale potere derivasse una simile richiesta. Il prete gli mostrò una Bibbia. Il sovrano la prese e l'accostò all'orecchio per ascoltare, non sentendo alcun suono la gettò per terra e chiese una spiegazione sulla presenza degli stranieri nell'impero Inca.
Il frate raccolse la Bibbia e corse da Pizarro per raccontare l'accaduto, descrivendo Atahualpa come un cane orgoglioso.
Il comandante spagnolo non attendeva altro che un gesto per sferrare l'attacco al sovrano. Il frate incitava le truppe, indignato dal fatto d'aver visto gettate per terra quella che considerava le sacre scritture.
Il frate, Vicente de Valverde, non si limitava ad incitare le truppe, ma impartì una preventiva benedizione, assoluzione compresa, per i crimini che avrebbero commesso in battaglia.
I soldati spagnoli si lanciarono selvaggiamente sui sudditi disarmati di Atahualpa, uccidendoli a migliaia grazie alle loro armi tecnologicamente superiori e all'effetto sorpresa dell'agguato sulla piazza principale di Cajamarca.
Almeno 5000 amerindi persero la vita nella ferocia dell'agguato.
Un numero enorme pensando che gli spagnoli erano 160.
Atahualpa rimase sempre in piedi sulla lettiga sorretta dai suoi nobili più fedeli. Gli spagnoli cercavano di catturarlo ma si trovavano di fronte un muro umano. Alla fine Pizarro riuscì ad afferrare il regnante ad una gamba, proprio nel momento in cui un soldato spagnolo sferrò un fendente per colpire Atahualpa.
Il comandante spagnolo risultò l'unico ferito nei combattimenti di Cajamarca.
Il regnante Inca fu trasportato velocemente in un luogo sicuro, nel Tempio del Sole della città. Il sovrano propose uno scambio a Pizarro: per la propria libertà avrebbe fatto riempire la stanza in cui era imprigionato di metalli preziosi. Atahualpa si era accorto dell'ingordigia con cui il comandante spagnolo guardava i manufatti d'oro e d'argento degli Inca.
Pizarro accettò, facendo redigere un regolare contratto dal notaio della spedizione.
In realtà non aveva nessuna intenzione di liberare Atahualpa, ma l'Inca convinto dagli spagnoli diede ordine di portare tutto l'oro e l'argento necessari per il riscatto.
Durante la permanenza in custodia, ad Atahualpa fu permesso di tenere una piccola corte a Cajamarca. L'imperatore Inca imparò rapidamente il gioco dei dadi e quello degli scacchi; si dimostrò estremamente interessato alla scrittura ed alla storia spagnola.
Durante la prigionia dell'imperatore, Pizarro fu profondamente combattuto tra il desiderio d'onorare la parola data ed il mancato rispetto dell'accordo. Pizarro si piegò di fronte alle insistenze del frate spagnolo, Vicente de Valverde, il cattolico che si era presentato al regnante spiegando che doveva credere immediatamente ad un Dio diverso dal suo, venuto da terre che nemmeno immaginava esistessero.
Atahualpa fu processato da un ristretto numero di capitani.
Furono mosse accuse risibili all'indirizzo dell'imperatore Inca.
Fu giudicato colpevole.
La pena che spettava ad Atahualpa era il rogo.
Vincente de Valverde, il prete spagnolo, sino all'ultimo chiese all'imperatore di convertirsi, poiché questo atto avrebbe mitigato la pena: sempre di morte si sarebbe trattato, ma almeno avrebbe evitato il rogo.
Dato che la religione Inca aborriva la distruzione del cadavere, Atahualpa decise di farsi battezzare.
Non fu bruciato sul rogo ma giustiziato mediante garrota.
Atahualpa fu ucciso selvaggiamente il 29 agosto del 1533.
Dopo la sua morte l'impero fu governato dal giovane Tupac Huallpa e successivamente da Manco Inca Yupanqui.
La scomparsa di Atahualpa comportò la fine dell'Impero Inca poiché gli spagnoli erano prossimi alla conquista definitiva del Perù.

sabato 10 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto è festa nazionale in Ecuador.
In epoca preincaica tre diverse culture fiorirono nelle alte valli andine, sulla costa del Pacifico e nelle foreste a E delle Ande. Tra la metà del 15° sec. e l’inizio del 16° l’area andina e la costa pacifica furono conquistate dagli Incas e durante il regno di Huayna Cápac l’antica città indigena di Quito divenne capitale della provincia settentrionale dell’Impero (Chinchasuyu). Dopo la morte di Huayna (1525) la divisione dell’Impero tra i suoi due figli (Atahualpa a N e Huáscar a S) e la guerra civile che ne seguì favorirono la conquista spagnola. Occupata fin dal 1534 da Sebastián de Belalcázar, la regione ecuadoriana entrò a far parte del vicereame del Perù, costituito nel 1542: nel 1563 la creazione dell’Audiencia di Quito sanciva l’autonomia dell’amministrazione ecuadoriana nell’ambito del vicereame. L’insediamento spagnolo si verificò soprattutto nell’area andina, dove l’abbondante popolazione india veniva utilizzata prevalentemente come mano d’opera agricola, mentre lo sviluppo di piantagioni di cacao nella regione costiera fu a lungo limitato dallo scarso popolamento e dalle malattie endemiche. Pressoché immune dalla colonizzazione spagnola rimase invece l’Oriente amazzonico. Nella prima metà del Settecento l’Audiencia di Quito fu separata dal vicereame del Perù ed entrò a far parte del vicereame di Nueva Granada.
Nel 1822 l’Ecuador aderì alla Republica de la Gran Colombia, proclamata (1819) sui territori dell’ex vicereame di Nueva Granada. Nel 1830 si proclamava repubblica indipendente. La vita del nuovo Stato fu a lungo caratterizzata dall’aspro conflitto fra i due settori dell’oligarchia dominante facenti capo rispettivamente alla Sierra (conservatori, clericali) e alla Costa (liberali, laici). Il periodo più stabile nel corso dell’Ottocento si ebbe durante il predominio del conservatore G. García Moreno (1860-75), che instaurò un regime dittatoriale e clericale, promosse la costruzione di infrastrutture e sviluppò il sistema scolastico (affidandolo al clero).
Verso la fine del secolo, l’aumento del peso economico della Costa, legato alla crescita del commercio con l’estero, favorì un progressivo rafforzamento dei liberali che, fra il 1895 e il 1925 divennero il partito egemone, ridussero i privilegi della Chiesa cattolica e avviarono una modernizzazione del paese, mentre si verificava una crescita dell’economia. Malgrado tali sviluppi, il sistema politico mantenne un carattere fortemente oligarchico e la grande maggioranza della popolazione rimase al di fuori della vita politica. L’instabilità economica e politica si protrasse dagli anni 1920 al 1940, e si aggravò in seguito al conflitto con il Perù (1941) che portò a una notevole riduzione territoriale dell’Ecuador (le tensioni fra i due paesi durarono fino agli anni 1980 e solo nel 1995 furono avviati accordi). Al declino dei due partiti tradizionali, corrispose la nascita di nuove forze politiche. A iniziare dagli anni 1930 si verificò l’ascesa di caudillos e leader carismatici che trovavano nelle masse urbane, prevalentemente meticce, la maggiore base di consenso (per es. J.M. Velasco Ibarra).
Nel corso degli anni 1960 e 1970, le difficoltà economiche aprirono una fase di disordini e colpi di Stato militari (1963-66; 1972-79); i governi che nacquero però non risolsero i gravi problemi legati allo sfruttamento delle risorse agrarie. Effetti sociali rilevanti ebbe invece la scoperta, alla fine degli anni 1960, dei giacimenti petroliferi, che consentirono all’Ecuador di divenire dal 1972 un paese esportatore di petrolio, aderendo nel 1973 all’OPEC. Lo sviluppo socioeconomico che ne derivò corrispose, sul piano politico, a una tendenza all’aumento della partecipazione popolare, confermata dalla Costituzione (1979) che abolì il bicameralismo e concesse il diritto di voto agli analfabeti; a tali innovazioni faceva riscontro un rafforzamento dell’esecutivo, con l’ulteriore estensione dei già vasti poteri presidenziali. Negli anni successivi si verificò l’ascesa di nuovi partiti di ispirazione cattolica, socialdemocratica (Izquierda democrática, ID, che divenne la maggior forza parlamentare) e marxista, mentre un certo declino subirono le formazioni populiste; il Partido social cristiano (PSC) si affermò come la principale organizzazione conservatrice.
L’esplosione di una nuova crisi economica e finanziaria all’inizio degli anni 1980 portò all’inasprimento delle misure di austerità, già varate dal presidente O. Hurtado Larrea, da parte del conservatore L. Febres Cordero. I gravi incidenti che ne derivarono sfociarono nella proclamazione dello Stato di emergenza e in azioni gravemente repressive da parte del governo. La situazione continuò a rimanere tale con il presidente B. Cevallos (ID, 1988) e con il successore conservatore S. Durán Ballén (1992) che attuò una riforma di privatizzazione. Nel corso degli anni 1990 gli indios diedero vita a un proprio partito che propugnava la proprietà collettiva della terra e che raccolse discreti consensi. Nelle elezioni del 1996 si impose il candidato del Partido roldosista ecuatoriano (PRE) A. Bucaram Ortiz, destituito due anni dopo dal Congresso per incapacità mentale. Fu eletto presidente J. Mahuad Witt e fu varata una nuova Costituzione. Nonostante gli sforzi del presidente, la situazione economica precipitò, sfociando nel 2000 in un incruento colpo di Stato, che portò al potere G. Noboa, il quale lanciò un piano di risanamento. Anche i presidenti successivi (L. Gutiérrez, A. Palacio) continuarono una politica liberista che acuì le difficoltà economiche dei ceti più deboli, finché nel 2006 divenne presidente R. Correa con un programma di radicale riforma politica e di rinegoziazione del debito estero e dei contratti petroliferi con le multinazionali straniere. Nel 2008 è stata varata e sottoposta a referendum una nuova Costituzione, che ha imposto precise limitazioni all’economia di mercato e sottolineato i diritti delle comunità indigene; nel corso degli anni successivi, dopo la rielezione per un secondo mandato nel 2009, accorte politiche sociali - quali l'ampliamento della rete stradale, la costruzione di centrali idroelettriche, l'aumento dei fondi per la sanità e l'istruzione e l'erogazione di sussidi per lo sviluppo - hanno assicurato a Correa ampi consensi, consentendogli di ottenere la maggioranza assoluta (57% delle preferenze) alle presidenziali tenutesi nel febbraio 2013 e di riconfermarsi per un terzo mandato, sebbene la stabilità del suo governo sia stata parzialmente erosa da una crisi economica che ha costretto a tagliare la spesa pubblica e ad aumentare le tasse, scatenando nell’agosto 2015 scioperi e proteste di massa. Le consultazioni presidenziali tenutesi nel febbraio 2017 hanno assistito a un confronto serrato tra il candidato della sinistra ed erede di Correa L. Moreno, che ha ricevuto il 39,3% dei consensi contro il 21,1% aggiudicatosi dall'esponente del centrodestra G. Lasso; il risultato è stato confermato dal ballottaggio svoltosi nell'aprile successivo, vinto da Moreno con 51% contro il 48,9% di Lasso, che ha contestato i risultati denunciando brogli.
Nel febbraio 2018, per volontà di Moreno, il Paese è stato chiamato alle urne per decidere attraverso lo strumento referendario su alcuni punti salienti della politica intrapresa da Correa durante il suo mandato, con particolare riferimento all’interdizione dalla vita politica di chi è condannato per corruzione e alla riforma costituzionale (2015) che avrebbe permesso la rielezione indefinita del presidente della Repubblica, aprendo in tal modo la possibilità di un nuovo mandato dell’uomo politico; il Paese, con una percentuale tra il 63% e il 73% dei consensi, ha aderito alle proposte di Moreno, decretando di fatto la scomparsa politica di Correa e l'archiviazione degli ambiziosi progetti sociali ed economici contenuti nella sua Revolución ciudadana.

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