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martedì 9 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1944 si celebra la seconda delle tre giornate del cosiddetto "processo di Verona".
Nel gennaio del '44 l'Italia è divisa in due; eserciti stranieri ne calpestano il suolo. Nelle strade, nelle città e sulle montagne del centro e del nord si combatte una guerra fratricida. Verona diventa improvvisamente protagonista. I puri e duri della Repubblica Sociale intendevano vendicare il 25 luglio (giorno della caduta del fascismo e dell'arresto di Mussolini) e punire i 19 gerarchi fascisti membri del Gran Consiglio del Fascismo che avevano aderito all'ordine del giorno Grandi. La Repubblica sociale con una mostruosità giuridica (il decreto 11/11/43, di fatto una norma penale con effetti retroattivi) aveva voluto dare la formalizzazione giuridica alla vendetta, costituendo per l'occasione anche un tribunale destinato solamente a giudicare coloro che avevano approvato l'ordine del giorno.
Peraltro solo sei dei diciannove ricercati erano stati arrestati: gli altri era riusciti a sottrarsi alla polizia fascista, che aveva però potuto mettere le mani sul personaggio più ambito, Galeazzo Ciano, che non aveva esitato a cercare rifugio in Germania, convinto com'era che la sua parentela col Duce gli avrebbe assicurato l’impunità.
Alessandro Pavolini aveva personalmente compilato la lista dei giudici per sottoporla all'approvazione del Duce: e già questa lista era significativa perché i giudici, come del resto era previsto dalle norme istitutive del Tribunale Speciale, dovevano essere "fascisti di provata fede" e in particolare erano da scegliersi fra quanti "avessero avuto a patire per la loro fedeltà all'idea". L'esito del processo era dunque scontato.
Il processo si celebrò dall'8 al 10 gennaio del 1944 nel maniero di Castelvecchio, nel quale solo pochi giorni prima il Congresso del neonato Partito Fascista Repubblicano aveva invocato a gran voce la morte dei "traditori dell'idea".
Cinque condanne a morte, per Ciano, Marinelli, Gottardi, De Bono e Pareschi e una condanna a trent'anni per Cianetti (che salvò la pelle per aver ritrattato il giorno successivo la sua adesione all'ordine del giorno Grandi) conclusero una cupa farsa giudiziaria.
La notte del 10 gennaio del 1944 le autorità della Repubblica Sociale si trovarono tra i piedi un ostacolo che non avevano previsto: le domande di grazia. Mancava, nel decreto istitutivo del Tribunale Speciale, la stessa previsione delle domande di grazia: a chi andavano dunque rivolte, qual era autorità che poteva ancora decidere della sorte dei cinque condannati? L'avvocato Cersosimo, istruttore del processo, suggerì a Pavolini, per analogia con le norme che regolavano il funzionamento del vecchio Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, di sottoporre le domande di grazia alla massima autorità militare territoriale, il generale Piatti del Pozzo, comandante dell'esercito a Padova. Questi però, con l'appoggio di un consulente legale, respinse seccamente l'incombenza e Pavolini, che aveva con sé le domande di grazia, iniziò una strana peregrinazione in compagnia di Cosmin, prefetto di Verona, di Fortunato, p.m. al processo e del capo della polizia Tamburini. Andò dapprima da Pisenti, ministro della Giustizia, che disse che avrebbe subito sottoposto le domande a Mussolini: esattamente ciò che Pavolini non voleva. Disse che della faccenda si era occupato esclusivamente il partito, e che il Duce non doveva essere posto di fronte ad una alternativa così dolorosa.
Ma proprio lui, Pavolini, come massima autorità del partito, si dichiarò incompetente a respingere le domande di grazia. Fu interpellato allora anche il Ministro dell'Interno, Buffarini Guidi, il quale a sua volta ebbe la pensata di scovare un comandante militare disposto ad assumersi la responsabilità dell'esame delle domande. Dopo varie telefonate ed altre peregrinazioni, Pavolini riuscì a mettere le domande in mano al console della milizia Italo Vianini, ispettore della V Zona, e quindi competente per territorio. Così, con una procedura contorta (le domande non furono espressamente respinte ma semplicemente "non inoltrate", e con lo stesso provvedimento Vianini ordinava l'esecuzione della sentenza) i cinque condannati furono avviati alla morte.
Pavolini avrebbe potuto salvarli: nessuno, nella Repubblica sociale, sapeva di preciso dove risiedesse l’autorità. Soprattutto avrebbe potuto salvare il suo grande amico, Ciano (gli altri imputati, con l'eccezione di De Bono, erano degli sconosciuti al grande pubblico), l'uomo contro il quale era di fatto celebrato il processo. Non si può certo ipotizzare che Pavolini nutrisse per Ciano l'odio, mai nascosto, che avevano tanti altri fascisti: il genero del Duce era considerato infatti un arrampicatore, un profittatore, tanto più meritevole di punizione ora, per i fascisti "puri e duri" della Repubblica Sociale. Assumendosi la responsabilità di accogliere le domande di grazia (era stato lui stesso a obiettare a Pisenti che "la faccenda era di competenza del partito") Pavolini avrebbe potuto mostrare che il nuovo stato fascista era in grado di punire, con la gravità della sentenza, ma anche di essere magnanimo.
La sentenza dei cinque condannati presenti, veniva eseguita la mattina dell’11 gennaio 1944, nel poligono di Forte San Procolo, a Verona, con un plotone di esecuzione formato da trenta militi fascisti.
Tre ore dopo Mussolini apre il Consiglio dei ministri a Gargnano pronunciando la frase "Giustizia è fatta".

sabato 18 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre 1940 Hitler e Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri di Mussolini, si incontrano per discutere della fallimentare invasione della Grecia da parte delle truppe italiane.
Nel 1940 l’obiettivo di Mussolini era di avere un nemico da sconfiggere in modo da poter avviare la cosiddetta "guerra parallela" alla Germania; egli, infatti, voleva dimostrare a Hitler (che prendeva le decisioni sull’andamento della guerra senza preventivamente consultarlo) che l'Italia doveva essere considerata potenza militare, politica ed economica di uguale importanza a quella tedesca. Per poter raggiungere il suo scopo, però, aveva bisogno di un avversario militarmente alla sua portata.
Questo avversario sembrava essere la Grecia (governata dal dittatore Joannis Metaxas) in quanto era geograficamente vicina e sembrava avere forze armate deboli, una classe politica poco disposta a battersi e una popolazione poco interessata agli eventi nazionali. Inoltre vi erano già da un po’ dei motivi di contrasto con i greci:
    All’inizio della prima guerra mondiale gli stati dell’Intesa avevano promesso a Grecia ed Italia delle sfere d'influenza nelle stesse zone dell’Asia Minore, ma, durante i trattati di pace finali, i greci erano riusciti ad ottenere larghissime concessioni tutte a danno degli italiani;
    Vi era l’occupazione italiana dell’Albania (8 aprile 1939); essa era sgradita ai greci che consideravano invece ellenica tutta la sua zona meridionale fino ad Argirocastro. Essi temevano, soprattutto, che questa occupazione fosse l’ultimo passo prima di un attacco vero e proprio alla Grecia stessa; nella politica di Mussolini, infatti, c’erano un progetto per la conquista di Corfù e uno per l’occupazione dell’Epiro. Entrambi i piani però erano stati studiati solo superficialmente senza mai essere approfonditi;
    Vi era la questione del Dodecaneso, conquistato dagli italiani in seguito alla guerra con la Turchia ma abitato da una popolazione prevalentemente greca.
Il 16 agosto 1939 Mussolini, adirato per il fatto che i greci cercassero la protezione dell’Inghilterra dopo l’occupazione italiana dell’Albania, ordinò al capo di Stato maggiore Generale, Pietro Badoglio, di elaborare un piano per l’invasione della Grecia. Il generale Alfredo Guzzoni, a sua volta incaricato della cosa, lo mise a punto in soli tre giorni, riadattando un vecchio piano da lui stesso preparato; in questo piano si prevedeva l’utilizzo di 18 divisioni (divise in 6 corpi d’Armata) di cui 12 avrebbero puntato su Salonicco, tre su Gianina e tre avrebbero presidiato la frontiera con la Jugoslavia. Guzzoni, però, per attuarlo chiedeva almeno un anno di preparazione e la presenza di tutte le divisioni richieste in Albania prima dell’attacco nonché lavori alle strade e ai porti. L’allora sottosegretario alla Guerra Alberto Pariani consigliò che le 18 divisioni previste fossero incrementate a venti.
Già l’11 settembre 1939, però, Mussolini, che cambiava continuamente idea, fece sapere all’ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi che “La Grecia non è sulla nostra strada e noi non vogliamo nulla dalla Grecia. Ho piena fiducia in Metaxas che ha riportato l’ordine nel suo paese” . Il 20 settembre ribadiva a Guzzoni che “della guerra contro la Grecia non se ne fa più nulla. La Grecia è un osso spolpato, e non vale la pena che perdiamo anche uno solo dei nostri granatieri di Sardegna” . Nonostante le assicurazioni italiane, la Grecia non si sentiva tranquilla ed il generale Papagos cominciò a prendere delle misure volte a contenere un eventuale attacco italiano.
Quando l’Italia entrò in guerra, Mussolini rivolse ai paesi neutrali un appello: “Io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare nel conflitto altri popoli con essa confinanti per terra e per mare. Svizzera Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole. Dipende da loro e soltanto da loro se esse saranno o no rigorosamente confermate” . Metaxas credette alla buona fede di Mussolini e, incontrando Grazzi, gli confermò che “la Grecia è fortemente decisa a conservare la più stretta neutralità” e che “la Grecia è decisa a difendersi con le armi e l’Inghilterra è stata informata di tale decisione” . A gettare benzina sul fuoco ci pensò il governatore delle isole italiane nell’Egeo, De Vecchi, che continuava ad inviare a Roma segnalazioni che gli aerei inglesi usavano la Grecia per rifornire le proprie navi.
Mussolini si infuriò e la propaganda italiana iniziò ad indirizzare l’opinione pubblica verso una possibile azione militare contro la Grecia fornendo prove e accuse circa la non buona fede dei greci che, a parole, dicevano neutralità assoluta e, nei fatti, aiutavano gli inglesi. Ovviamente tutto questo non era vero ma serviva a trovare una giustificazione per scatenare il conflitto.
Il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop non voleva assolutamente che scoppiasse un conflitto con un paese amico quale era la Grecia perché temeva, ed a ragione, che questo avrebbe aperto le porte ad un intervento inglese e quindi ad un insediamento di forze britanniche nel sud dell’Europa con la conseguenza di rendere più pericoloso il Mediterraneo. Ciano rispondeva a Ribbentrop che “con la Grecia stiamo portando la vertenza su un piano diplomatico e ci limitiamo a rinforzare con altre divisioni le attuali sei che presidiano l’Albania” .
Il 4 ottobre Hitler e Mussolini si incontrarono al Brennero ed il Führer gli ribadì la sua contrarietà a un intervento italiano nei Balcani; secondo le sue previsioni, infatti, i nazisti avrebbero presto invaso l’Inghilterra e la pace sarebbe tornata in Europa. Mussolini, rassicurato, decise di sospendere i piani d'invasione.
L’11 ottobre i tedeschi informarono Mussolini di aver accolto la richiesta di protezione del governo rumeno inviando proprie truppe a difesa del bacino petrolifero di Ploesti. Un'ennesima iniziativa militare fu quindi presa da Hitler senza consultare il Duce. Mussolini era indignato: "Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago della stessa moneta: saprà dai giornali che ho occupato la Grecia. Così l'equilibrio verrà ristabilito” . Fu in quei giorni che l'idea di attaccare la Grecia prese definitivamente corpo; la decisione fu favorita anche da altri motivi: il regime era in declino, la guerra si stava prolungando più di quel che si prevedeva e i risultati erano ben al di sotto delle aspettative. La battaglia sulle Alpi con la Francia e la guerra in Africa con l’Inghilterra, infatti, si stavano rivelando un insuccesso e c’era quindi un bisogno estremo di un successo militare che facesse tornare la fiducia all’opinione pubblica.
Il 15 ottobre il Duce convocò una riunione a Palazzo Venezia: erano presenti Ciano, Badoglio (capo di Stato Maggiore Generale), Jacomoni (ambasciatore in Albania), Soddu (sottosegretario alla Guerra), Visconti Prasca (comandante delle truppe in Albania) e Roatta (sottocapo di Stato Maggiore). Erano assenti, invece, Cavagnari e Pricolo, rispettivamente capo di Stato Maggiore della Marina e dell'Aeronautica. In questa riunione venne decisa, in maniera del tutto inadeguata, la futura campagna di Grecia. Il Duce disse che “Lo scopo di questa riunione è quello di definire le modalità dell’azione (nel suo carattere generale) che ho deciso di iniziare contro la Grecia. Questa azione, in un primo tempo, deve avere obiettivi di carattere marittimo e di carattere territoriale. Gli obiettivi di carattere territoriale ci debbono portare alla presa di possesso di tutta la costa meridionale albanese, quelli cioè che ci devono dare la occupazione delle isole ioniche (Zante, Cefalonia, Corfù) e la conquista di Salonicco. Quando noi avremo raggiunto questi obiettivi, avremo migliorato le nostre posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell’Inghilterra. In un secondo tempo, o in concomitanza di queste azioni, l’occupazione integrale della Grecia, per metterla fuori combattimento e per assicurarci che in ogni circostanza rimarrà nel nostro spazio politico economico. Precisata così la questione, ho stabilito anche la data, che a mio parere non può essere ritardata neanche di un’ora: cioè il 26 di questo mese. Questa è un’azione che ho maturata lungamente da mesi e mesi; prima della nostra partecipazione alla guerra e anche prima dell’inizio del conflitto… Aggiungo che non vedo complicazioni al nord. La Jugoslavia ha tutto l’interesse di stare tranquilla… Complicazioni di carattere turco le escludo, specialmente da quando la Germania si è impiantata in Romania e da quando la Bulgaria si è rafforzata. Essa può costituire una pedina nel nostro gioco, e io farò i passi necessari perché non perda questa occasione unica per il raggiungimento delle sue aspirazioni sulla Macedonia e per lo sbocco al mare…” .
La gelosia tra le varie forze armate contribuì al fallimento dell’impresa; infatti, fin dall'inizio, l'Esercito aveva la presunzione di fare tutto da solo, lasciando all'aviazione e alla marina ruoli secondari, tanto da non metterli neppure al corrente di quello che si andava preparando. Il risultato fu che la marina si trovò in difficoltà nell'organizzare in fretta e furia il trasporto delle truppe e la protezione dei convogli, mentre l'aeronautica dovette allestire in fretta dei campi di volo in Albania (che risultarono di fatto sempre impraticabili) in modo da potervi schierare gli aerei necessari.
Hitler venne tenuto all'oscuro di tutto per precisa scelta di Mussolini che voleva avere una vittoria solo italiana da mettergli sotto il naso nel loro prossimo incontro.
Nessuno dei presenti alla riunione osò opporsi alla decisione di Mussolini di invadere la Grecia. Nessuno si assunse la responsabilità delle proprie opinioni e tutti puntarono sulla facile vittoria.
I greci, intanto, di fronte alla politica ostile del governo italiano, non se ne stettero con le mani in mano e iniziarono a mobilitare le loro forze armate. Erano in una situazione difficile poiché, oltre alla possibilità di un attacco italiano, dovevano fronteggiare anche la minaccia bulgara che rivendicava da tempo uno sbocco sull'Egeo. Metaxas non volle assumere atteggiamenti che potessero essere considerati provocatori: la mobilitazione fu massiccia, ma, mediante un abile stratagemma, riuscì a mascherare la preparazione in corso.
Non era comunque facile per loro predisporre un piano difensivo: infatti la morfologia del paese, per un terzo insulare e con migliaia di chilometri di coste, avrebbe causato una gran dispersione di forze. Ma l'insistenza con cui l’Italia fomentava l’irredentismo ciamuriota e il continuo parlare degli sbarchi di truppe in Albania indicarono ai greci, come molto probabile, un'azione militare nemica verso l'Epiro e, di conseguenza, il loro dispositivo difensivo si organizzò in tal senso. L'Italia preparò, quindi, la sua guerra preavvertendo l’avversario delle sue mosse ed indicandogli addirittura il luogo dell'attacco, rinunciando in partenza alla sorpresa. Segreto e rapidità evidentemente erano doti sconosciute al nostro governo ed ai nostri vertici militari.
In Albania vi erano solo otto divisioni italiane (più alcuni reggimenti), che vennero inquadrate in quattro nuclei sotto il comando di Sebastiano Visconti Prasca:
    Il XXV Corpo d'Armata "Ciamuria" (25.000 uomini), comprendente una divisione corazzata e due divisioni di fanteria, con il compito offensivo di penetrazione in Epiro;
    Il XXVI Corpo d'Armata (43.000 uomini), composto di quattro divisioni di fanteria, con compiti prevalentemente difensivi lungo il confine della Macedonia occidentale;
    La divisione alpina "Julia" (10.000 uomini), attestata a ridosso della catena montuosa del Pindo, a cerniera dello schieramento tra i due Corpi d'Armata;
    Il "Raggruppamento del Litorale" (5.000 uomini), schierato lungo la costa, composto di due reggimenti di cavalleria, uno di artiglieria, uno di Granatieri di Sardegna ed un battaglione di Camicie Nere. In pratica, un'altra divisione.
L’Italia dispone, in totale, di circa centomila uomini, alle cui spalle vi erano linee di comunicazione difficili via mare. Il nemico, invece, era ben organizzato: aveva già mobilitato le sue forze, era stato provocato ed aizzato, conosceva le nostre probabili direttrici di marcia e poteva arrivare a radunare fino a diciotto divisioni.
I due eserciti erano analoghi per armamento ed addestramento. Solo in due settori gli italiani erano superiori: nelle forze corazzate e nella superiorità aerea. La divisione corazzata (la "Centauro"), però, aveva un organico di 5.000 uomini con 24 pezzi di artiglieria, 8 cannoncini anticarro e 170 carri leggeri, una forza d'urto quindi molto limitata e nemmeno paragonabile a quelle tedeschi e inglesi. In più i carri, nel pantano fangoso in cui spesso si sarebbero trovati, servivano a poco o niente.
L’aeronautica in Albania disponeva in tutto di circa 400 apparecchi, molti però inadeguati (come i caccia Cr32) e scarsamente efficienti. Comunque, nel complesso, di fronte ad un'aviazione debole come quella greca, quella italiana poteva considerarsi agguerritissima.
Anche a livello di marine non c’era paragone. La Marina ellenica disponeva di poche ed antiquate unità ed il compito di contrastare la Regia Marina era tutto nelle mani degli inglesi. L'apporto della marina italiana, però, in una guerra prevalentemente terrestre, si rivelò modesto per due motivi: il primo fu la decisione di non effettuare uno sbarco nell'isola di Corfù, rinunciando a quella che sarebbe stata forse l'unica mossa azzeccata dell'intera campagna; il secondo fu l'insufficiente capacità di sbarco dei porti albanesi. Oltre a questo, i problemi furono aggravati dalla scarsità di naviglio mercantile e dalla disorganizzazione generale delle forze armate.
Da parte greca, in totale, erano schierati 53 battaglioni (sotto il comando del generale Alexandros Papagos), di cui 20 fra il lago di Prespa e il monte Grammos, 3 sul Pindo, 19 in Epiro e 11 di riserva. In Macedonia, invece, si stava completando il dispiegamento di una divisione di cavalleria, della 1ª divisione di fanteria e della 5ª brigata.
Alle 3 del mattino del 28 ottobre 1940 l’ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi consegnò l’ultimatum al dittatore greco Metaxas; esso conteneva l'accusa alla Grecia di essere venuta meno al suo status di nazione neutrale e di schierarsi apertamente con l'Inghilterra; si esigeva anche di occupare, per tutta la durata del conflitto, alcune zone del territorio greco, ritenute di importanza strategica, con lo scopo di impedire agli inglesi il controllo del Mediterraneo. Metaxas chiese a Grazzi quali fossero questi punti strategici ma il diplomatico ammise, con un certo imbarazzo, che non li conosceva…(!).
Ci fu anche un tentativo di corrompere alcuni uomini politici greci (con uno stanziamento di circa sei milioni di lire) ma questo fallì e non diede risultati concreti.
"Donc, c'est la guerre" rispose il dittatore greco e, alla fine, respinse sdegnosamente l’ultimatum.
Prima dell’inizio dell’attacco italiano Metaxàs andò dall’ambasciatore inglese perché inoltrasse all’ammiraglio Cunningham la richiesta di schierare la flotta a difesa di Corfù e del Peloponneso; egli infatti temeva uno sbarco italiano in questa zona dato che la resistenza che avrebbe potuto contrapporre sarebbe stata molto debole.
L’offensiva di Mussolini iniziò alle 6 del mattino del 28 ottobre. Cinque ore più tardi Mussolini e Hitler si incontrarono alla stazione Santa Maria Novella di Firenze. Solo quando fu a Bologna il Fuhrer apprese “dai giornali”, come voleva Mussolini, dell’attacco italiano in Grecia.
Sul fronte dell’Epiro l’offensiva doveva svolgersi facendo avanzare le ali: a sinistra la divisione "Julia" doveva risalire la Voiussa e raggiungere il passo di Metsovo per separare le truppe greche dell'Epiro da quelle della Macedonia; a destra il Raggruppamento del litorale doveva puntare su Prevesa in modo da creare l’impressione di un accerchiamento; al centro, invece, la "Ferrara" doveva dirigersi verso Gianina e la "Siena" verso Filiates; infine, una parte della "Centauro”, insieme alla "Ferrara", doveva attaccare il nodo di Kalibaki.
Sul versante sinistro la divisione "Julia" partì decisamente verso il passo di Metsovo, distante oltre 80 km. Alle basi di Erseke e Leskoviku furono lasciati corredo, bagagli, cucine ufficiali, oggetti di equipaggiamento, e portati al seguito viveri per soli cinque giorni. Il terreno reso fangoso dalle piogge incessanti, l'attraversamento del fiume Sarandaporos in piena e la resistenza di alcuni reparti greci ritardarono l'avanzata italiana.
Alla fine del 28 ottobre i battaglioni Gemona e Cividale dell'ottavo Reggimento occuparono il monte Stavros mentre, il giorno 31, l'ottavo Alpini si impossessò del nodo di Furka ed il nono raggiunse le pendici dello Smolika. I soldati italiani dovevano affrontare marce dure, freddo intenso e piogge fitte; l’artiglieria non riusciva a tenere il passo della fanteria e l’aviazione non poté intervenire nella battaglia.
Con l’occupazione del monte Stavros, per i greci si creava una minaccia di separazione delle forze schierate sul Pindo da quelle schierate nella Macedonia occidentale; ordinarono, quindi, l’afflusso sul Pindo di tutte le truppe più vicine per prepararle alla difesa della Tessaglia lungo la direttrice Gianina – Metsovo - Trikkala.
Nel settore macedone gli italiani non si mossero e stettero sulla difensiva.
Sul versante destro, invece, il Raggruppamento del litorale e la divisione "Siena" raggiunsero in poche ore il fiume Kalamas che, con il fondo melmoso, le forti correnti e le sponde ripide, si rivelò inguadabile. Solamente il 5 novembre riuscirono a essere gettati due ponti con cui far passare le due unità e stabilire un collegamento regolare tra le due sponde; alla fine, nel tardo pomeriggio del 7, il Kalamas fu oltrepassato e gli italiani formarono un’ampia testa di ponte che andava da Varfani al mare.
Il 3° granatieri procedette verso sud e i lancieri "Aosta" e "Milano" si spinsero fino a Paramithiá e Margariti. Il giorno 7, però, venne loro ordinato di fermarsi, sostare sul Kalamas e rientrare all’interno della testa di ponte.
Questo ordine di ripiegamento era dovuto allo sfavorevole andamento delle operazioni al centro dove il corpo d'armata “Ciamuria” aveva attaccato insieme alla "Ferrara" e alla "Siena" (tenendo di riserva la "Centauro").
Una colonna della "Ferrara" si impossessò del Ponte di Perati prima che i greci lo facessero saltare e gli altri reparti di fanteria lo attraversarono per procedere oltre, ma le strade interrotte, i ponti distrutti e la resistenza dei greci rallentarono la marcia e spezzettarono le colonne d'attacco in molti tronconi ai quali la "Centauro" cedette, poco alla volta, gran parte dei suoi mezzi. Il 31 ottobre il corpo d'armata iniziò a scontrarsi con la linea di resistenza greca Kalibaki-Kalamas che gli italiani, privi di artiglierie (rimaste attardate per i trasporti resi difficili dal terreno pantanoso dovuto alle continue piogge), all’inizio non riuscirono a sfondare.
Il primo di novembre iniziò l’offensiva greca in Macedonia occidentale. Gli obiettivi del generale Papagos erano raggiungere la linea del Devol e la piana di Coriza. I greci attaccarono alle 8 del mattino: in caso di conseguimento degli obiettivi essi avrebbero minacciato tutto lo schieramento italiano dell’Epiro di accerchiamento. I loro attacchi furono sostenuti dall’aviazione che si distinse in bombardamenti, mitragliamenti e in ricognizioni sui movimenti delle truppe italiane. La divisione alpina Julia venne attaccata da sette divisioni greche nei pressi del passo di Metsovo. Le divisioni Parma, Piemonte, Venezia e Arezzo (le ultime due arrivate dal confine iugoslavo) furono anch'esse travolte.
La divisione "Bari" sbarcò a Valona con organici ridotti ma, invece che nel Corciano dov'era destinata, dovette impegnare i suoi battaglioni, man mano che arrivavano, nel tentativo di tamponare la falla che stava per aprirsi nella zona Erseke-Leskoviku-Konitsa. Anche la minuscola marina ellenica effettuò, sul basso Kalamas con un paio di piccole unità, il bombardamento di truppe italiane.
Il giorno 8, di fronte alla grave situazione che si era venuta a creare, il comando italiano diede l’ordine di ritirata. Le comunicazioni non funzionarono a dovere e la Julia viene sopraffatta da tre divisioni. I greci iniziavano ad entrare in territorio albanese e gli italiani non avevano riserve tattiche e strategiche.
Il 10, dopo aver commentato che "le cose non sono andate come si poteva pensare e come ci avevano fatto sperare il Luogotenente Generale per l'Albania e il generale Visconti Prasca" , Mussolini inviò in Albania il generale Ubaldo Soddu a sostituire lo stesso Visconti Prasca. Il 30 dello stesso mese quest’ultimo fu posto in congedo assoluto.
Soddu dovette riconoscere che l'offensiva era fallita e che il numero di truppe destinate alla campagna era inconsistente; inutili si rivelarono le sue speranze di mantenere, in Epiro, la testa di ponte oltre il Kalamas a destra e la zona Kalibaki-Konitsa a sinistra. Telegrafò a Roma che "Nostro attacco può ritenersi arrestato da resistenza nemica. Inutile sperare raggiungimento obiettivo senza altre divisioni" .
Un altro colpo negativo che l’Italia dovette subire per l’andamento del conflitto avvenne la notte dell'11 novembre quando un attacco di una ventina di aerosiluranti inglesi Swordfish (decollati dalla portaerei inglese Illustrious) mise fuori combattimento tre corazzate italiane (Littorio, Duilio e Cavour) ancorate nel porto di Taranto. La stessa notte, inoltre, un gruppo di incrociatori e cacciatorpediniere britannici affondò quattro navi mercantili nel Canale di Otranto.
Il 14 novembre i greci sferrarono una nuova offensiva. Papagos, infatti, ormai sicuro di avere arrestato la spinta italiana, aveva raccolto le sue forze per attaccare uno schieramento avversario molto sparpagliato su un ampio fronte. Il primo corpo era dislocato in Epiro, il secondo sul Pindo e il terzo nel Corciano. Di riserva vi erano 3 divisioni e una brigata di fanteria. Il primo corpo attaccò su tre direttrici, esattamente verso Ponte Perati, verso Kakavi e sul basso Kalamas, il secondo corpo si impadronì della zona Erseke Leskoviku ed il terzo aggirò il massiccio del Morova conquistando, il 22 novembre, Coriza.
L’offensiva greca mise in evidenza la disorganizzazione dei comandi italiani e la confusione delle retrovie; i servizi logistici erano carenti, mancavano viveri, medicine ed ospedali da campo. Alcuni reparti combatterono rabbiosamente, altri rimasero come storditi dal repentino capovolgimento di fronte.
I battaglioni di rinforzo, che man mano affluivano in prima linea, non cambiarono le sorti dei combattimenti ed i greci avevano riserve a sufficienza per mantenere il predominio. Mussolini cercò di risollevare il morale di un'opinione pubblica sempre più sgomenta, affermando, il 19 novembre in un famoso discorso alla radio, che le "Le aspre montagne dell'Epiro e le loro valli fangose non si prestano a guerre lampo come pretenderebbero gli incorruttibili che praticano la comoda strategia degli spilli sulle carte. Nessun atto, o parola mia o del governo l'ha fatto prevedere. Non credo che valga la pena di smentire tutte le notizie diramate dalla propaganda greca e dai suoi altoparlanti inglesi. .. C'é qualcuno fra di voi, o camerati, che ricorda l'inedito discorso di Eboli pronunciato nel luglio del 1935 prima della guerra etiopica? Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia" .
Ma il giorno seguente al discorso Soddu dovette far arretrare il fronte ripiegando di una cinquantina di chilometri e lasciando al nemico una grossa fetta di territorio albanese. L'intero esercito greco avanzò procedendo senza resistenza e recuperando il materiale, tra cui vari carri L3, abbandonato dalle truppe italiane in ritirata.
Il bollettino di guerra del 22 novembre 1940 ammise praticamente il fallimento della campagna italiana: "Le nostre truppe di copertura, formate da due divisioni, che, all'inizio delle ostilità si erano attestate sulla difensiva al confine Greco-Albanese di Coriza, si sono ritirate, dopo 11 giorni di lotta, su una linea ad ovest della città, che è stata evacuata. Durante questo periodo si sono svolti aspri combattimenti. Le nostre perdite sono sensibili. Altrettante e forse più gravi quelle del nemico. Sulla nuova linea si concentrano i nostri rinforzi" .
L'impressione in Grecia e nel mondo fu enorme: i greci festeggiarono in tutto il paese, la "grande potenza" era stata sopraffatta da un piccolo paese; alla Camera dei comuni lord Halifax fece un elogio "all'eroico popolo greco" mentre, nella Parigi occupata, gli strilloni offrirono i giornali gridando "les grecs à Coriza, les italiens dans la merde"; al confine di Mentone, addirittura, i doganieri esposero un sarcastico cartello che recitava "Grecs, arretez-vous. Ici France!".
Ormai l’immagine delle forze armate italiane era compromessa. Hitler inviò a Mussolini una lettera nella quale elencava tutti gli errori italiani e scrisse che l'azione sarebbe dovuta essere "procrastinata a stagione più propizia" . Il Duce fu costretto a rispondere in tono conciliante, giustificando i primi insuccessi con il "maltempo che ha arrestato la marcia delle forze meccanizzate" , con la "defezione quasi totale delle forze albanesi" e con "l'atteggiamento della Bulgaria" . In pratica bastarono tre settimane per farlo desistere dai propositi di "guerra parallela" e per farlo pentire della decisione di aver voluto mettere Hitler di fronte al fatto compiuto.
Il 28 novembre i greci presero anche Pogradec e la crisi militare e politica del regime divenne gravissima.
La testa che cadde in seguito a questa crisi fu quella di Pietro Badoglio il quale, dopo un violento attacco che gli rivolse Farinacci sul suo giornale “Regime Fascista” e incapace di difendersi dalle accuse, prese quattro giorni di licenza e si ritirò nella sua casa. Scrisse la sua lettera di dimissioni pensando, in cuor suo, che Vittorio Emanuele III prendesse le sue difese, ma non fu così. Il giorno 29 Mussolini informò il re delle dimissioni di Badoglio ed egli si trovò d’accordo e non le respinse. Il 4 dicembre, il Duce si incontrò con Badoglio, gli fece un discorso umiliante e poi lo sostituì con il generale Ugo Cavallero.
Papagos, non rendendosi conto delle condizioni in cui si trovavano gli italiani, non intuì che sarebbe bastato un attacco deciso al centro del loro schieramento per dividere le lo truppe e puntare quindi su Valona e Tirana. Continuò, invece, effettuando piccoli attacchi (su tutto il fronte) ma non aveva la forza di sopraffare gli avversari.
La precarietà delle truppe italiane era evidente e il generale Soddu cominciò a pensare di ordinare un ripiegamento generale molto profondo, anche perché sapeva che l'avversario poteva immettere nuove forze nella battaglia mentre lui non aveva riserve). Dall’Italia arrivarono dei rinforzi (le divisioni Acqui, Tridentina, Gruppo Alpini Valle Taro, Pusteria) ma questi venivano mandati in battaglia non nella loro unità ma inviando singoli reparti dove si aveva più bisogno di truppe. Significativo fu quel che accadde alla divisione "Lupi di Toscana": fu lanciata, appena sbarcata e durante una notte di bufera, contro una formazione nemica che si muoveva in avanti in modo compatto; gli italiani si scompaginarono senza nemmeno rendersi conto di quello che stava accadendo.
I greci continuavano ad attaccare e gli italiani dovettero indietreggiare ancora di qualche chilometro. Soddu suggerì a Mussolini di “cercare una soluzione per via diplomatica" ma il Duce non ne volle sapere e rispose che "....sarebbe meglio andare tutti in prima linea a farsi ammazzare dai Greci, piuttosto che trattare con loro un armistizio…." .
Soddu mandò al Capo di Gabinetto alla Guerra una dura lettera che alla fine causò la sua destituzione. Scrisse che "La nostra linea è tenuta da truppe la cui capacità di reazione è ben scarsa. Da settimane, alcune da mesi, attendono il cambio, sempre promesso, che mai giunge .. Di fronte ad un attacco un po' nutrito possiamo essere sfondati in qualsiasi punto .. Il continuo precipitarsi quaggiù di "teste" di divisioni, nonché il guaio della "binaria" hanno fatto sì che l'Albania sia piena di comandi .. senza che in linea esista adeguato numero di combattenti, tanto che io proporrò tra poco che, senza mandarmi nuove grandi unità, mi si invii un terzo reggimento di divisione .. le truppe in linea sono sfinite, quelle che contrattaccano si logorano prima di essere al completo .. la linea è rimasta un velo. Se io logoro in contrattacchi le poche forze fresche che ho, chi resisterà poi al nuovo urto?"
Convocato a Roma, Soddu non tornò più in Albania: il suo incarico di comandante delle truppe operanti su quel fronte fu assunto dallo stesso Ugo Cavallero.
Quest’ultimo seppe affrontare la situazione con calma e portò un’ondata di attivismo in uno Stato maggiore demoralizzato; in breve tempo riuscì ad impiegare organicamente le divisioni che affluivano dall'Italia e a riorganizzare i rifornimenti.
Gli italiani, intanto, decisero di abbandonare una linea che copriva località di notevole valore politico come Permeti e Argirocastro (sgombrate rispettivamente il 4 e l'8 dicembre) ma che non davano sufficienti garanzie di stabilità.
Il mattino del 9 dicembre lo schieramento italiano si stendeva per 160 km di ampiezza (in linea d'aria) sul margine sud del ridotto meridionale albanese: lago di Ocrída-Klisura-Himare.
Mentre in Italia il disorientamento era enorme, in Grecia Metaxas era preoccupato: nonostante le vittorie che stava conseguendo sul campo, sapeva in cuor suo che queste sarebbero state alla fine inutili. Metaxas era malato e sentiva che la vittoria non poteva durare; era certo, infatti, che, prima o poi, i tedeschi avrebbero aiutato l’Italia e allora la sconfitta sarebbe stata inevitabile; per ora i tedeschi si limitavano solo a fornire una cinquantina di Ju 52 da trasporto per aiutare gli italiani nel trasporto dei rinforzi in Albania, ma non poteva durare così.
I combattimenti continuarono accaniti: i greci cercavano di raggiungere Berati e Valona ma conseguirono solo successi locali che culminarono, il 25 gennaio 1941, con la conquista di Klisura. Furono anche fermati circa 10 km a sud di Tepeleni. Alla fine di dicembre del 1940 il fronte aveva ormai acquistato un sufficiente stato di solidità.
Alla fine del 1940 l’esercito greco poteva disporre ancora di una buona superiorità di forze, perché, nonostante avesse praticamente sguarnita la frontiera con la Bulgaria, schierava sul fronte albanese 14 divisioni di fanteria, 1 di cavalleria e 2 brigate di fanteria. Gli italiani potevano contrapporre, invece, 12 divisioni di fanteria, 4 alpine e 1 corazzata, anche se bisogna tener presente la minor consistenza delle divisioni che non avevano ricevuto gli effettivi necessari per rimpiazzare le gravi perdite subite.
Gli italiani, però, avevano iniziato a migliorare le possibilità di sbarco sulle coste dell’Albania. Furono potenziati i porti di Durazzo e di Valona con la costruzione di pontili e l'invio di chiatte e di zatteroni ed inoltre fu utilizzato anche il piccolo ancoraggio di San Giovanni di Medua.
La media giornaliera di scarico, da meno di 2.000 tonnellate in dicembre, salì a 4.000 in marzo, grazie anche alla sostituzione del personale albanese totalmente inaffidabile.
La difesa contraerea guadagnò in efficienza e riuscì finalmente a proteggere i punti di sbarco, mentre la Marina aumentò la sua attività. Dopo il caos iniziale, i convogli diventarono regolari e poterono assicurare un rifornimento costante.
Vennero di conseguenza, tra novembre e marzo, inviate molte divisioni e, se anche solo la metà di queste fosse stata presente all'inizio del conflitto, l'andamento della guerra sarebbe stato molto diverso.
 All’inizio del 1941 i greci erano ormai all’offensiva e attaccavano in direzione di Klisura (che fu evacuata dagli italiani), di Berat e di Valona; i combattimenti erano aspri e gli italiani non erano in grado di lanciare una controffensiva nonostante Mussolini ne facesse continua richiesta a Cavallero.
Per rimediare al fallimento italiano e venire in soccorso del suo alleato Hitler iniziò a organizzare “l’operazione Marita” per l’invasione e l’occupazione della Grecia; venuto a conoscenza della possibile invasione tedesca, Metaxas, che ormai era gravemente malato, cercò di avere aiuti da parte degli inglesi ma Wavell poté inviare solo un reggimento di artiglieria, uno contraereo e una sessantina di carri armati.
Metaxas morì il 29 gennaio. Gli successe Alexandros Koritzis, governatore della Banca Ellenica, che rinnovò subito agli inglesi la richiesta di maggiori rinforzi. Churchill temeva che i greci, se non aiutati con mezzi e truppe, potessero in qualche modo accordarsi coi tedeschi e inoltre riteneva che, con la conquista della penisola balcanica da parte di Hitler, la Turchia sarebbe potuta entrare nel conflitto a fianco dell’Asse; ordinò quindi a Wavell di inviare subito sul fronte greco tutte le forze non strettamente indispensabili in Cirenaica.
Il 23 febbraio Koritzis accettò ufficialmente l’aiuto della Gran Bretagna consistente in circa 100.000 uomini (anche se alla fine ne sbarcarono non più di 57.000), 240 pezzi di artiglieria, quasi 200 cannoni antiaerei e 142 carri armati; queste forze furono assegnate al comando del generale Henry Maitland Wilson che arrivò ad Atene il 28.
Il 9 marzo Cavallero, alla presenza di Mussolini nel frattempo giunto in Albania, lanciò un attacco nel settore tra Tomor e il fiume Voiussa ma, dopo quattro giorni di combattimento che causarono dodicimila morti, gli italiani non riuscirono nemmeno a fare una piccola avanzata! Vi era stata, infatti, una scarsa preparazione di artiglieria mediante pezzi tutti di piccolo calibro, un insufficiente addestramento dei rincalzi e l'assenza di un efficace appoggio aereo.
La decisione italiana di attaccare la Grecia non piacque affatto a Hitler che, in cuor suo, sperava di conquistare la penisola balcanica con manovre politiche; con la sua offensiva Mussolini, invece, aveva, in pratica, offerto agli inglesi la possibilità di mandare truppe e aerei nei Balcani e di minacciare, quindi, i preziosi pozzi petroliferi romeni. Inoltre Hitler non voleva che i Balcani costituissero una “spina nel fianco” per il suo attacco all’Unione Sovietica che, ormai, era stato fissato definitivamente per la metà del 1941.
La pressione diplomatica che il Fuhrer esercitò su Ungheria, Romania e Bulgaria fece si che questi Stati divenissero in pratica satelliti della Germania.
Il 13 gennaio 1941 Re Boris di Bulgaria venne invitato da Hitler in Germania per tre motivi: aderire al Patto Tripartito, consentire alle truppe tedesche il transito sul proprio territorio in vista dell’attacco alla Grecia e schierarsi militarmente a tutti gli effetti accanto alle potenze dell’Asse; dieci giorni dopo il capo di Stato Maggiore dell’esercito bulgaro preparò un piano di collaborazione e cooperazione con i nazisti.
L’adesione bulgara al Patto venne siglata il primo marzo a Vienna; il giorno dopo le truppe tedesche destinate all’invasione greca incominciarono a passare sul suo territorio per posizionarsi proprio sul confine con lo Stato ellenico. La Gran Bretagna ruppe le relazioni diplomatiche con Sofia.
Il 14 febbraio toccò al presidente del consiglio jugoslavo Dragisa Cvetkovic ricevere dal Fuhrer la richiesta di entrare nel Patto Tripartito; venti giorni dopo rinnovò la richiesta al principe Paolo, reggente di Jugoslavia, con la promessa che, in cambio del libero transito dei suoi soldati attraverso il suo territorio, la Jugoslavia si sarebbe annessa il porto di Salonicco e una parte della Macedonia.
Nel Paese, però, ci furono molte dimostrazioni antitedesche e anti italiane che coinvolsero contadini, esercito e Chiesa. Irritato, Hitler il 19 marzo lanciò un ultimatum concedendo solo 5 giorni di tempo per aderire al Patto; il 25 il ministro degli esteri Markovic e Cvetkovic firmarono il trattato di adesione nonostante gli ammonimenti ricevuti dal governo britannico.
Al ritorno in patria, però, i due vennero arrestati in seguito a un colpo di stato messo in atto da un gruppo di ufficiali dell’aeronautica capeggiati dal capo di Stato Maggiore Dusan Simovic; questi rovesciò il governo, costrinse all’esilio il principe Paolo e formò un esecutivo di unità nazionale che stipulò quasi subito un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica.
Il Fuhrer decise di invadere militarmente la Jugoslavia in quanto la considerava ormai uno Stato nemico ed il 30 marzo approvò, fin nei dettagli, il piano di attacco chiamato “operazione Marita”. Anche l’Ungheria, che già si trovava nell’orbita tedesca, decise di partecipare all'invasione insieme alla Germania.
Il 6 aprile 1941, alle ore 5.15, la Germania diede il via all’operazione "Marita" invadendo la Jugoslavia e dichiarando guerra alla Grecia; le sue forze, al comando del generale List, consistevano in sei divisioni di fanteria, tre motorizzate e due corazzate (con 200 carri armati); inoltre erano presenti il XLI corpo motorizzato e il 1° Panzergruppe mentre la Luftwaffe schierava quasi 800 aerei tra bombardieri, caccia e ricognitori.
Venne subito effettuato un pesantissimo bombardamento su Belgrado (operazione “Castigo”) e su tutti i campi d’aviazione.
La 2° armata tedesca, agli ordini di von Weichs, partendo dall’Austria e dall’Ungheria, puntò direttamente sulla capitale mentre la 12° armata di List attaccò verso Strumica; infine, il gruppo corazzato di von Kleist, avanzando dalla Bulgaria, si diresse sia a nord verso Nis sia a sud verso Skopje per tagliare i collegamenti tra le truppe jugoslave e quelle greche.
Il giorno successivo i nazisti occuparono Skopje e si diressero verso Monastir mentre, nel nord, puntarono verso Zagabria; intanto anche l’Italia aveva dichiarato guerra alla Jugoslavia e le sue truppe superarono la frontiera giuliana.
L’esercito jugoslavo poté fare ben poco contro la netta superiorità tedesca; il 10 aprile cadde Zagabria, il 12 la capitale Belgrado e il 16 Sarajevo. Nel frattempo gli italiani avanzavano sia verso Lubiana sia verso Spalato e Ragusa (l’attuale Dubrovnik) mentre gli ungheresi si diressero verso Novi Sad.
Il 17 aprile le ultime sacche di resistenza si arresero. L’atto di resa fu firmato a Belgrado alla presenza di Markovic per la Jugoslavia, von Weichs per la Germania e Bonfatti per l’Italia. Furono fatti prigionieri circa 334.000 uomini.
Il governo jugoslavo riparò, in esilio, prima in Grecia e poi a Londra. La Croazia si proclamò indipendente e venne messo a capo dello Stato Ante Pavelic, leader del movimento separatista locale e, in pratica, fantoccio di Mussolini.
A fronteggiare le forze di Hitler vi erano 4 divisioni greche e, una cinquantina di chilometri più indietro, il corpo di spedizione britannico di Wilson. Altre 3 divisioni greche erano schierate lungo la “linea Metaxas”, una catena di fortificazioni di circa 160 km che andava dai monti Belastica fino alla foce del fiume Nestos.
Il XVIII corpo d'armata doveva sfondare la linea Metaxas al centro e il XXX corpo d'armata doveva avanzare nella Tracia occidentale; queste due offensive avrebbero tagliato fuori l'armata greca situata nella Macedonia orientale.
Il 6 aprile 1941 il XXX corpo d'armata tedesco penetrò nella pianura di Komotini, nella Tracia orientale. Qui i greci erano inferiori di numero e male equipaggiati e non opposero grossa resistenza; Soltanto i due forti di Nymféa e di Echinos riuscirono a tenere testa per l'intera giornata.
Due colonne tedesche si diressero verso Xánthi mentre una terza si spinse verso Alessandropoli, sulla costa.
Il XVIII corpo d'armata tedesco, invece, sferrò tre attacchi contro tre punti diversi del settore centrale della linea Metaxas mentre la 72ª divisione di fanteria (con l'appoggio di carri armati, artiglieria e degli Stuka) avanzò da Nevrokop dirigendosi verso sud per attaccare la linea stessa a nord di Serre.
Mentre la Luftwaffe continuava a martellare i depositi militari nelle retrovie della linea difensiva greca danneggiando comunicazioni e impianti ferroviari, la 2ª divisione corazzata tedesca, la sera del 7 aprile, entrò a Dojran, all’estremità sinistra della linea difensiva greca.
L'aggiramento della linea Metaxas fu completato l'8 aprile dal XVIII corpo d'armata e causò la capitolazione dell'armata greca nella Macedonia orientale; il giorno dopo il grosso della colonna di carri armati tedeschi entrò a Salonicco. Settantamila uomini furono fatti prigionieri.
I tedeschi, con 15 divisioni, continuarono a premere sulle truppe greche e britanniche e, in una riunione con i comandanti britannici e con gli ufficiali dello stato maggiore ellenico, Wilson decise di ritirarsi; infatti, tenendo conto che la Luftwaffe in cielo era incontrastata, solamente il continuo arretramento poteva salvare il corpo di spedizione britannico dall'annientamento totale. Durante i giorni dal 14 al 25 aprile, la prima brigata corazzata non fece altro che ripiegare.
Nel frattempo anche gli italiani, il giorno 14, passarono all’offensiva e il loro attacco permise di riconquistare Corcia, Permeti, Argirocastro e Porto Palermo mentre alcune divisioni avanzarono nell’Epiro. Il 24 la nona armata di Mussolini arrivò al ponte di Perati congiungendosi con le truppe tedesche.
Il 18 aprile i nazisti oltrepassarono il monte Olimpo e presero la città di Larissa mentre, nel frattempo, il XL corpo d’armata entrò a Florina e Trikkala; in questo modo riuscirono a incunearsi tra i soldati greci a ovest e il corpo di spedizione britannico a est. Sbarrarono anche la ritirata alle truppe elleniche che arretravano davanti all’attacco italiano in Epiro.
Per i greci ormai la lotta era finita mentre i britannici cercavano di raggiungere il più velocemente possibile i punti prefissati per il reimbarco lasciando le retroguardie ad opporre un’ultima resistenza alle Termopili.
Dopo che il comandante dell’armata greca della Macedonia occidentale aveva già avviato trattative per la resa, il giorno 19 si tenne una riunione tra il re Giorgio II, Papagos, Wavell e Wilson; in essa i greci accettarono che il corpo di spedizione britannico lasciasse la Grecia continentale.
Due giorni dopo una divisione corazzata tedesca arrivò a Giannina accerchiando completamente i greci. A Larissa venne firmata la capitolazione dell’esercito ellenico e 16 divisioni deposero le armi. Il 23 aprile, presso Salonicco, venne sancita la resa anche con gli italiani.
Il 24 il generale Papagos si dimise, l'esercito greco capitolò e il re partì per l'esilio.
La Germania occupò militarmente la Macedonia centrale e orientale con l'importante porto di Salonicco, la capitale Atene e le isole dell'Egeo Settentrionale; la Bulgaria ottenne la Tracia; l'Italia, ottenne il controllo del resto del territorio greco.
Ad Atene venne instaurato un governo militare sotto il controllo tedesco e guidato dal Generale Tsolakoglu.
I britannici resistettero alle Termopili e in una nuova linea a sud di Tebe fino alla mattina del 26; questa resistenza fece in modo che potessero essere evacuati complessivamente più di 18.000 uomini (anche se ne rimanevano ancora più di 40.000).
Il giorno 27 le truppe italo-tedesche entrarono in Atene mentre la settimana successiva gli italiani occuparono le isole greche dello Ionio: Cefalonia, Zante ed Itaca.
Il 28, dai porti di Nauplia, Monemvasia e Kalamata, vennero evacuati 43.000 tra britannici e polacchi che si imbarcarono su 6 incrociatori, 19 cacciatorpediniere e numerose piccole navi da trasporto. Settemila soldati non fecero in tempo a salire sulle navi e furono fatti prigionieri.
La campagna di Grecia era conclusa ma restava in mano inglese l'isola di Creta che le truppe di Hitler conquistarono poi con un’operazione condotta da reparti di paracadutisti.
Per la seconda volta dopo Dunkerque l'esercito britannico dovette lasciare il continente europeo; nonostante l’80 per cento dei suoi effettivi fosse stato salvato, subì comunque grandissime perdite: 12.000 uomini, circa 200 velivoli, 400 cannoni, 1.800 mitragliatrici, 8.000 veicoli e 27 navi affondate.
La campagna di Grecia, però, influenzò l’opinione pubblica statunitense che condannò l’invasione tedesca e contribuì a far approvare al Congresso la legge “affitti e prestiti” con la quale venne dato inizio alle fondamentali forniture di materiale bellico americano.
Anche il bilancio italiano fu terribile; si ebbero 13.755 morti, 50.784 feriti, 12.638 congelati, 25.067 dispersi e 52.108 invalidi. Inoltre si mise in evidenza tutta la debolezza della potenza militare del Duce perché nessuno poteva prevedere che non sarebbe riuscito ad avere la meglio sulla piccola Grecia.
L’aspirazione di Mussolini di poter condurre in piena autonomia da Hitler la cosiddetta "guerra parallela" era definitivamente sfumata e l’Italia avrebbe, quindi, potuto proseguire la guerra solo come “satellite” della Germania.

mercoledì 11 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.
L'11 gennaio 1944 Galeazzo Ciano, insieme a Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, viene fucilato, reo di aver sfiduciato Mussolini nel 43.
Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo, nasce a Livorno il 18 marzo del 1903. Diplomatico, uomo politico, è passato alla storia per essere stato uno dei personaggi più influenti del ventennio fascista e per aver sposato Edda, la figlia di Benito Mussolini.
La sua giovinezza è all'insegna della disciplina, orientata ai dettami della patria e dell'onore. Suo padre infatti, è l'Ammiraglio Costanzo Ciano, medaglia d'onore nella Prima Guerra Mondiale, marito di Carolina. Proprio nel periodo bellico, in cui Galeazzo è ancora un ragazzo, mentre suo padre è in guerra, la famiglia deve trasferirsi prima a Genova e poi a Venezia. Qui, intorno al 1920, a guerra ormai conclusa, Galeazzo ottiene la maturità classica. Forte di questa preparazione, il futuro genero di Mussolini si interessa soprattutto di giornalismo, passione che non abbandona anche durante gli anni di governo, diventando anzi il capoufficio stampa del Regime.
Il 1921 è una data importante per Galeazzo Ciano. Si iscrive al partito fascista e, spinto anche dagli impegni paterni, si trasferisce a Roma. Sono gli anni dell'Università e il giovane intellettuale livornese fa pratica da giornalista in diverse testate, come "Nuovo Paese", "La Tribuna" e "L'Impero". Si interessa di teatro, scrive alcuni drammi, ma senza successo. Nel 1922 partecipa con le milizie fasciste alla "Marcia su Roma". Tre anni dopo, nel 1925, laureatosi in giurisprudenza presso l'Università capitolina, decide definitivamente di entrare in politica, rifiutando la carriera di avvocato.
La diplomazia, in ogni caso, sembra essere sin da subito il suo campo d'elezione. Il Duce gli affida alcuni incarichi all'estero, prima a Rio de Janeiro, in qualità di viceconsole, e poi a Buenos Aires. Nel 1927 invece, in veste di Segretario di legazione, viene inviato a Pechino. Da questo momento in poi, Galeazzo Ciano comincia a legare la propria fortuna anche alla relazione che intrattiene con Edda Mussolini, ritagliandosi spazio e considerazione all'interno del Gran Consiglio Fascista. Nel 1930 è nominato console generale a Shanghai e poi, subito, ministro plenipotenziario con poteri straordinari in Cina. Sempre in questo stesso anno pertanto, si lega definitivamente al Duce, sposando Edda e diventando uno degli uomini più importanti del Regime.
Tornato definitivamente in Italia nel giugno del 1933, è tra i componenti della delegazione italiana alla Conferenza economica di Londra, con ormai un seggio fisso all'interno del Gran Consiglio Fascista. Nello stesso anno viene nominato Capo dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, curando personalmente la promozione e la vigilanza su stampa, editoria, radio e cinema. Da qui al ministero il passo è breve e Galeazzo Ciano riesce ad ottenerlo solo due anni dopo, intuendo le grandi potenzialità della propaganda di Stato e trasformando quindi, quello che era un semplice sottosegretariato, in un vero e proprio Ministero. È, nella fattispecie, il cosiddetto Min. Cul. Pop.
Sono però questi gli anni della Campagna d'Africa, in cui l'Italia fascista si prepara a dare vita all'Impero, almeno nelle intenzioni di Benito Mussolini. Ciano intuisce che il momento è propizio e, all'occorrenza, non lesina la sua generosità, partecipando come volontario della quindicesima squadriglia di bombardieri detta "La Disperata" allo scoppio della guerra in Etiopia, nel 1935. Per i suoi meriti, viene decorato con due medaglie d'argento al valore di guerra e, al suo ritorno, riceve l'incarico di ministro per gli affari esteri, esattamente nel 1936. Galeazzo ha trentatré anni ed è, forse questo, il suo momento più esaltante, in termini di carriera politica e diplomatica. L'influenza che ha sul Duce, lo testimonia. Da lui viene nominato, sempre nel 1936, Conte di Cortellazzo, e incaricato di gestire i rapporti con la Germania, curando gli interessi italiani nella zona del Danubio e dei Balcani e sostenendo la politica imperialista nel Mediterraneo.
Durante questi incontri in terra tedesca, Ciano si fa portavoce ed esecutore di una evidente scelta di campo. Dal 21 al 23 ottobre del 1936 infatti, a colloquio con il parigrado tedesco von Neurath, nella località di Berchtesgaden, Galeazzo Ciano consegna praticamente nelle mani di Hitler, con una prassi inusitata in diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal ministro degli esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e inviato a Roma dall'ambasciatore Dino Grandi. In quell'occasione, esattamente il 22 ottobre del 1936, Ciano e Neurath concordano un atteggiamento comune riguardo alla Spagna e agli aiuti ai patrioti Franchisti, coinvolti nella guerra civile proprio in quel preciso anno.
Sono questi gli anni in cui Ciano cerca anche di ritagliarsi un proprio spazio di libertà all'interno del Regime, forte anche della sua posizione di parente stretto del Duce. Si ritiene un dissidente all'interno del Gran Consiglio, con una propria autonomia, ma secondo molti a partire da questo periodo fino al culmine del 1939, non fa altro che eseguire passivamente i voleri del suocero. L'invasione dell'Albania, che di fatto segna l'ingresso dell'Italia al fianco della Germania e del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, è il chiaro esito di questa sottomissione del Conte di Cortellazzo ai dettami di Mussolini, in questo momento al culmine della sua popolarità. Eppure, pur dopo aver firmato il 22 maggio del 1939 con il ministro Ribbentrop il "Patto d'Acciaio" tra l'Italia e la Germania, Ciano dimostra proprio in questo periodo una certa diffidenza nei riguardi di Hitler e della sua politica, manifestandola anche al Duce e riuscendo, anche se solo per breve tempo, a convincerlo a dichiarare lo stato di "non-belligeranza". La neutralità italiana però, lascia il tempo che trova.
Ben presto Ciano deve preparare una sua offensiva in Grecia. L'Italia, di fatto, è entrata in guerra ed è al fianco della Germania, contro quegli imperi definiti all'epoca dalla nomenclatura fascista come plutocratici, ossia l'Inghilterra e la Francia. Nella riunione del 15 ottobre del 1940 Ciano, insieme a Mussolini e ai generali Badoglio, Soddu, Jacomoni, Roatta e Visconti Prasca, mette a punto i particolari dell'offensiva greca. L'operazione fallisce in poco tempo e si rivela una disfatta, segnando definitivamente la politica e la guerra italiana come pienamente dipendente dai voleri e dalle forze tedesche.
È l'inizio dell'assoluta subalternità del Duce alla guerra hitleriana e ai suoi dettami. Ed è anche, per quanto in maniera più privata che ufficiale, l'inizio dello scetticismo di Galeazzo Ciano nei confronti delle linee guida tedesche, pur nonostante le prime vittorie, le quali fanno sperare in una guerra rapida e facilmente risolvibile in favore italiana.
Tutto il 1942 si rivela un anno di assoluta dipendenza da parte dell'Italia alla Germania e, dunque, anche da parte del ministro Ciano. Pur partecipando a tutti i summit bilaterali, il genero di Mussolini non prende mai una decisione univoca, nel pieno dei propri poteri. Nel febbraio del 1943, nel corso del sesto governo Mussolini, viene sollevato dall'incarico di ministro e nominato ambasciatore presso la Santa Sede. È l'inizio del capitolare degli eventi bellici, che porta alla fine del Regime e in cui Galeazzo Ciano si rivela sempre più un oppositore di Mussolini e, soprattutto, del totale asservimento italiano alla Germania. Questa, d'altro canto, comincia ad incassare sonore sconfitte in campo militare, anche con l'ingresso delle nuove forze alleate, gli Stati Uniti su tutti.
Nella seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 poi, Ciano vota l'ordine del giorno proposto da Grandi e inteso, praticamente, a sfiduciare Mussolini. Il Regime cade e l'ex ministro degli esteri si rifugia in Germania. È la fine, praticamente, anche per lui. Anche se non se ne rende pienamente conto.
Colto alla sprovvista dal colpo di stato del generale Badoglio, chiede aiuto proprio ai tedeschi con il fine di ottenere un passaporto con un permesso per la Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico. Dopo l'armistizio di Cassibile e la successiva costituzione della Repubblica Sociale di Salò, il nome di Galeazzo Ciano viene incluso nella lista dei traditori. In questi giorni di tumulto, la moglie Edda Ciano Mussolini cerca di intercedere per il marito, ma con poca fortuna.
Il 19 ottobre Ciano viene trasferito da Monaco a Verona, consegnato alla polizia di Salò e rinchiuso nel carcere degli Scalzi. Nonostante altri vani tentativi da parte di Edda, la mattina dell'11 gennaio del 1944 Ciano viene fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo, a Verona, dove muore. L'accusa è quella di Alto tradimento in occasione della firma della mozione presentata da Grandi nel suo ordine del giorno, mirata di fatto a spodestare Benito Mussolini.
Dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero e organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1937 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano). Il corpo di Ciano oggi riposa nel Cimitero della Purificazione, a Livorno.

venerdì 14 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 1931 Arturo Toscanini viene preso a schiaffi da alcuni gerarchi fascisti al teatro Comunale di Bologna, per essersi rifiutato di suonare l'inno fascista, Giovinezza.
Arturo Toscanini nasce a Parma il 25 marzo del 1867. Suo padre Claudio combatte accanto a Giuseppe Garibaldi nelle famosa giornata di Aspromonte. La sua partecipazione a questa battaglia gli costa la condanna a morte, poi commutata in una pena detentiva di tre anni. La mamma di Arturo, Paola, fa la sarta e si occupa di portare avanti l'economia famigliare, perché il marito, piuttosto che lavorare, preferisce intrattenersi con gli amici davanti ad un buon bicchiere di vino. Arturo cresce tra silenzi e liti, sviluppando una forte passione per la musica, alimentata anche dalle arie del "Rigoletto" e de "La Traviata" che il padre suole cantare. In famiglia non si accorgono della sua passione. Se ne rende conto però la maestra Vernoni, che gli offre gratuitamente lezioni di solfeggio e pianoforte.
A nove anni ottiene una borsa di studio per la classe di violoncello del professor Carini al conservatorio di Parma. Ma la sua passione resta il pianoforte, che, nonostante le punizioni, corre a suonare appena può. La sua bravura gli procura il soprannome di genio e forbicione.
Arturo si diploma nel 1885 e parte quasi immediatamente per una tournée in Sud America. Durante una rappresentazione, il direttore d'orchestra Leopoldo Miguez abbandona il podio per protesta contro l'indisciplina degli orchestrali italiani. Il sostituto, Carlo Superti, viene a tal punto contestato, che non riesce a proseguire. Su consiglio di alcuni colleghi, Toscanini prende la bacchetta per dirigere l'orchestra a soli diciannove anni, ed è un trionfo.
Tornato in Italia, riesce a farsi scritturare come secondo violoncello alla rappresentazione scaligera dell'"Otello" di Giuseppe Verdi. Il grande compositore mostra della simpatia per il serio e rigido violoncellista, ma non il direttore d'orchestra che lo multa svariate volte. Arturo finisce per non ritirare neppure la paga, nel timore che le multe possano essere più salate della paga stessa.
Nel 1892 dirige la prima di "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo al Teatro Dal Verme di Milano. Viene nominato direttore artistico del Teatro Regio di Torino nel 1895 e inaugura la stagione con "La Bohéme" di Giacomo Puccini. Dopo tre anni a Torino, sposa Carla De Martini. Avrebbe voluto sposarsi in segreto in una villa a Conegliano Veneto, ma trova ad aspettarlo alla stazione la banda del paese con il sindaco. Questa sarà una delle tante occasioni in cui le sue sfuriate rimarranno celebri.
Dirige la prima messa in scena italiana delle opere di Richard Wagner "Il crepuscolo degli dei e "Tristano e Isotta". A soli trentuno anni, nel 1898, diventa direttore del Teatro alla Scala di Milano, dove impone una rivoluzione dei costumi che prevede niente richiesta del bis, ingresso vietato ai ritardatari e niente cappello in sala per le signore. Le sue innovazioni, volte a mettere al centro la musica e non le esigenze del pubblico borghese, gli valgono l'appellativo di campagnolo, ma risulteranno poi fondamentali per apprezzare l'opera.
Diventa presto un direttore di fama internazionale, e, dal 1908 al 1914, dirige il Metropolitan di New York, dove vengono messe in scena il "Falstaff e la "Traviata" di Giuseppe Verdi, e "La fanciulla del West" di Giacomo Puccini, interpretata da Enrico Caruso.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, assume la posizione di interventista e si spinge quasi in prima linea. Nel 1928 viene nominato direttore della Philarmonica di New York, dove rimane fino al 1936.
Si oppone al regime fascista sin dagli inizi e, grazie al prestigio internazionale che ha acquisito, riesce a mantenere la perfetta autonomia dell'orchestra della Scala. Nonostante l'amicizia che lo lega a Giacomo Puccini, si rifiuta persino di dirigere la "Turandot" con la presenza in sala di Benito Mussolini. Nel 1931 dirige un concerto al tetro Comunale di Bologna: in sala è presente Galeazzo Ciano, ma Arturo si rifiuta di eseguire "Giovinezza" così un fascista lo schiaffeggia vicino agli ingressi laterali del teatro. A causa di questa aggressione, rifiuta di dirigere altre orchestre italiane fino a quando ci sarà al potere il regime fascista.
Abbandona così l'Italia per gli Stati Uniti, dove viene fondata la NBC Symphony Orchestra che dirige fino al 1954. Durante la seconda guerra mondiale organizza molte raccolte fondi per i militari statunitensi e modifica l'"Inno delle Nazioni" di Giuseppe Verdi in chiave antifascista.
Torna in Italia nel dopoguerra per riassumere la direzione del Teatro alla Scala ricostruito dopo i bombardamenti, e vi dirige il "Nabucco", e il "Te deum" di Giuseppe Verdi, ma la sua casa rimarranno gli Stati Uniti dove vive con la moglie. Nell'ultimo periodo comincia a interessarsi anche alla musica sinfonica. La sua vera passione rimane tuttavia l'opera lirica, come testimonia anche la registrazione del "Falstaff", che realizza nel 1950 a New York all'età di 83 anni.
Il 5 dicembre 1949 viene nominato dal Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi senatore a vita per meriti artistici, ma Toscanini decide di rinunciare alla carica il giorno successivo.
Si ritira dalle scene all'età di 87 anni dirigendo un concerto dedicato a Richard Wagner. Arturo Toscanini muore nella sua casa di Riverdale nel Bronx (New York City), il 16 gennaio 1957.
Toscanini e la moglie Carla De Martini hanno avuto quattro figli: Walter, nato il 19 marzo 1898, Wally, nata il 16 gennaio del 1900 (che nel corso della seconda guerra mondiale è stato elemento importante della resistenza), Giorgio, nato nel settembre 1901 ma morto di difterite 5 anni più tardi, e Wanda, nata nel 1906 e diventata celebre per avere sposato il pianista russo-ukraino e amico di famiglia Vladimir Horowitz.
Arturo Toscanini, Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Annunzio Paolo Mantovani, Licia Albanese, Rodolfo Valentino, Ezio Pinza, Renata Tebaldi, Anna Magnani, Sofia Loren, Bernardo Bertolucci,  Andrea Bocelli e da ultimo Ennio Morricone, sono le uniche personalità italiane ad avere una stella nella celebre Hollywood Walk of Fame, la famosa strada di Hollywood dove sono incastonate oltre 2000 stelle a cinque punte che recano i nomi di celebrità dello spettacolo.

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