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mercoledì 11 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 1964 Ernesto "Che" Guevara tiene un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite.
Ernesto Che Guevara, in qualità di Ministro dell’Industria della Repubblica di Cuba, si recò in visita a New York nel dicembre 1964 per tenere un intervento in rappresentanza dell’isola rivoluzionaria e socialista in occasione della sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Rileggendo le cronache di quei giorni di dicembre del 1964 emerge come New York attese la visita del rivoluzionario argentino in tuta mimetica, con grande apprensione e con grande dispiegamento di forze dell’ordine e misure di sicurezza.
Vi furono momenti di tensione, alcuni anche di valenza simbolica, che sono stati poi attribuiti in gran parte da esuli cubani legati al precedente regime, ma sui quali tutt’oggi non tutti i dubbi sono stati fugati. Uno dei più significativi fu quello del colpo di bazooka sparato in direzione del Palazzo di Vetro, proprio nello stesso momento in cui il Che stava pronunciando il suo discorso. Le cronache del tempo riferiscono di un colpo che dal quartiere di Queens, proprio sulla riva opposta a quella di Manhattan dove si trova il Palazzo delle Nazioni Unite, causò una sorta di effetto “geyser” sulle acque dell’East River, e che sicuramente venne avvertito anche dai rappresentanti dei diversi paesi seduti in quel momento nella sala dell’Assemblea Generale ascoltando le parole di Ernesto Che Guevara.
Di quel viaggio a New York del Che, oltre al celebre discorso che ricorderemo più sotto, rimangono altri importanti momenti, che rappresentano oggi un’importante eredità dell’uomo e del rivoluzionario, e soprattutto di grandi attualità anche se analizzati a posteriori dalla prospettiva di un mondo che nel frattempo ha attraversato altri 50 e più anni di capitalismo sempre più selvaggio e aggressivo.
Una bella e significativa testimonianza è l’intervista del 16 dicembre 1964, presso la sede della missione cubana all’ONU, nei pressi di Central Park, tra Che Guevara ed un gruppo di giornalisti e attivisti statunitensi di sinistra. Di questa intervista sono oggi disponibili online i tracciati audio originali, conservati dal giornalista statunitense Chris Couch, che ne è il narratore. Un’intervista condotta in un’atmosfera molto rilassata e informale, quasi una conversazione tra amici da cui traspare un bel clima di empatia tra i presenti. Alcuni passaggi dell’intervista sono molto significativi: ad esempio l’ammissione del Che degli errori strategico-tattici commessi nell’attribuire troppa importanza alla guerriglia nei centri urbani, azioni spettacolari, le definisce il Che, ma molto dispendiose in termini di vite umane e poco efficaci. Interessante quando, con una punta di amarezza, constata che la guerriglia in Venezuela sta compiendo gli stessi errori compiuti da loro cubani. Altra interessante considerazione del Che riguarda il potenziale rivoluzionario che è sì esistente in tutta l’America Latina, ma va considerato che poi i veri rivoluzionari devono essere soprattutto capaci di analizzare il singolo contesto, poiché dall’analisi corretta deriva una strategia ed una tattica vittoriosa.
Cita il caso di Porto Rico dove, trattandosi di una colonia USA, e subendo una dominazione che non è soltanto economica ma politica e soprattutto culturale e mediatica, la rivoluzione-modello cubano avrebbe maggiori difficoltà ad affermarsi. Lo stesso principio vale per la situazione delle popolazioni afroamericane e ispanoamericane oppresse negli USA. Qui il Che, dimostrando grande intelligenza, con molta modestia ammette di non conoscere a fondo la situazione per potersi pronunciare, ma esprime dubbi sulla reale efficacia della tattica della rivolta non-violenta (in quegli anni è portata avanti da Martin Luther King, ndr). Altro passaggio significativo di quell’intervista è il richiamo all’internazionalismo proletario per affermare che il sostegno tra i paesi del campo socialista è una necessità storica, e non va a beneficio del solo popolo cubano ma dell’umanità intera.
Vi è un altro passaggio molto significativo di quei giorni, che è emerso soltanto in epoca successiva, e che ebbe come protagonista il Che Guevara e la giornalista Lisa Howard, una star del giornalismo americano e reporter del canale televisivo ABC, famosa per le sue interviste a grandi personaggi della politica internazionale e che peraltro aveva già intervistato il Che, quello stesso anno, a L’Avana, per la trasmissione “Face the Nation”, che diede al Che un grande impatto mediatico di massa negli USA. Lisa Howard si era già attivata dai tempi della presidenza Kennedy per dei tentativi di ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli USA. L’ultimo di questi tentativi, prima della tragica fine della Howard, suicida nell’estate successiva, avvenne proprio in quei giorni della presenza di Ernesto Che Guevara a New York. In occasione di un ricevimento organizzato dalla Howard nel suo appartamento, il Che incontrò segretamente l’allora senatore democratico del Minnesota, Eugene McCarthy (nulla a che vedere con il McCarthy protagonista negli anni ‘50 della caccia alle streghe contro i comunisti, ndr). L’incontro pare ebbe un esito fallimentare, pur avendo creato allarme alla Casa Bianca, stando all’unico resoconto esistente dell’incontro, un memorandum segreto oggi custodito nella libreria presidenziale Lyndon B. Johnson di Austin in Texas, e rivelato in pubblico soltanto nel 1999, da Peter Kornbluh, allora Direttore del Cuba Documentation Project dell’Archivio di Sicurezza Nazionale (NSA) in un articolo apparso sul “Cigar Aficionado Magazine”.
In quegli anni l’amministrazione Johnson, diversamente dall’ultima fase dell’amministrazione Kennedy, aveva deciso di adottare una linea di netta chiusura ad ogni riavvicinamento diplomatico con Cuba, con il timore di non attirarsi addosso accuse di comunismo in vista delle imminenti elezioni presidenziali.
Ma il momento centrale e di maggiore rilevanza storica di quel viaggio si ebbe l’11 dicembre 1964, il giorno del discorso del Che all’ONU, uno dei momenti di massima visibilità del leader rivoluzionario cubano di origini argentine, che ha sicuramente contribuito alla formazione del suo mito, e può considerarsi un documento storico di grande importanza. Esso infatti rappresenta una sorta di compendio di quel particolare contesto storico, nel quale allo schema del bipolarismo tra il campo occidentale capitalista e quello orientale socialista, emerso dalla fine della seconda guerra mondiale, distante poco più di un decennio, si stava ormai sovrapponendo il confronto tra Occidente e Terzo Mondo, un confronto che prese forma, per una breve ma intensa stagione di politica internazionale, nel cosiddetto blocco dei paesi non allineati.
Che Guevara, nel suo discorso, tocca tutti i temi fondamentali della politica internazionale di quegli anni e definisce anche il ruolo di Cuba in quel contesto. Significativo il suo saluto di apertura ai tre nuovi paesi membri, che avevano conquistato l’indipendenza nel corso di quell’anno, Zambia, Malawi e Malta, auspicando che essi decidano di prendere parte al movimento dei non-allineati. Un movimento, sottolinea il Che, al quale Cuba, pur riconoscendosi come paese fondato sui principii del marxismo-leninismo, è orgogliosa di appartenere e nel quale intende esercitare un ruolo attivo e di guida, riconoscendo la necessità storica di dover fronteggiare il blocco dell’imperialismo, del colonialismo e del neo-colonialismo.
Interessante il passaggio dedicato al tema della coesistenza pacifica tra i blocchi e le nazioni, di grande attualità nella politica internazionale di quegli anni. Qui Che Guevara introduce un concetto molto importante, richiamandosi apertamente al marxismo che ispira la politica di Cuba: la ricerca di una coesistenza pacifica non può prescindere dal riconoscere il ruolo dell’imperialismo, ed in particolare dell’imperialismo degli USA, che, opprimendo i popoli soprattutto dei paesi più poveri, che abbiano raggiunto l’indipendenza politica o che siano ancora sotto il giogo colonialista, intende imporre a questi popoli i propri prevalenti interessi politici ed economici. Il Che cita le aggressioni degli USA in Vietnam e nel Sud Est Asiatico, nonché a Panama, e l’aggressione della Turchia, appoggiata dalla NATO, a Cipro. Rivendica il diritto dei popoli a lottare per l’autodeterminazione, perché coesistenza pacifica non può significare accettazione passiva di uno stato di oppressione e sfruttamento.
Altro passaggio fondamentale di quel discorso è quello sulla corsa agli armamenti e sul disarmo nucleare, un tema che in quegli anni era diventato centrale nel dibattito di politica internazionale, e all’ONU in particolare, e questa centralità era anche stato effetto della crisi dei missili a Cuba dell’anno precedente. Il Che spiega che il disarmo e la pace sono il desiderio di tutti i popoli, ma respinge la pretesa strumentale di negare il diritto dei popoli che si sono resi indipendenti all’autodifesa dalle aggressioni imperialiste. Il Che conferma che Cuba è disponibile a partecipare attivamente ad un processo di negoziato multilaterale, ma se il disarmo diventa uno strumento in mano alle potenze imperialiste per esercitare un’ingerenza nel diritto all’autodifesa di altri paesi indipendenti, allora - sottolinea il Che - non ci sono le condizioni di un autentico approccio multilaterale. Il Che inoltre ricorda che le aggressioni ai popoli possono avvenire anche con le armi convenzionali, senza la necessità del ricorso ad armi nucleari, ricordando la presenza militare USA a Guantanamo.
Nel rievocare la vicenda della crisi dei missili traspare anche una sottile ed implicita vena polemica nei confronti dell’URSS, che aveva unilateralmente ritirato i missili dopo aver raggiunto l’accordo con gli USA senza coinvolgere direttamente il governo di Cuba. Il difficile rapporto con l’URSS che caratterizzava la politica estera cubana di quegli anni emerge inoltre chiaramente anche dal continuo richiamo, nel discorso del Che, al ruolo decisivo che deve giocare il blocco dei paesi non allineati, sebbene questo deve poi trovare un’intesa con il blocco dei paesi socialisti.
Altro elemento che potremmo interpretare come presa di distanza dall’Unione Sovietica, è il forte riferimento al diritto della Repubblica Popolare Cinese ad ottenere il riconoscimento internazionale e l’ingresso nell’ONU, per occupare il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza, cosa che poi avvenne diversi anni dopo, nel 1971, a seguito del riavvicinamento, puramente tattico, tra USA e Cina in occasione del viaggio di Nixon a Pechino. Dal problema delle due Cine, a quello delle due Germanie, con la rivendicazione del diritto della Germania Est a sedere al tavolo dei negoziati per la risoluzione del problema dei confini.
La parte conclusiva del suo discorso è dedicata all’America Latina, un continente che per il Che rappresenta una vera e propria patria che unisce tutte le nazioni. Qui è ancora più forte e decisa la denuncia dell’imperialismo statunitense, della politica continua di ingerenza nelle vicende politiche interne di quei paesi, nell’utilizzo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come uno strumento di politica estera (la definisce “il Ministero delle Colonie degli Stati Uniti”). Un interventismo, quello degli USA, sempre ipocritamente motivato con la volontà di portare in quei paesi libertà e democrazia: “Costoro che uccidono i propri cittadini e li discriminano a causa del coloro della pelle; costoro che lasciano in libertà gli assassini dei neri, proteggendoli, e punendo invece la popolazione nera per la loro legittima rivendicazione di diritti da uomini liberi, come possono costoro autodefinirsi guardiani della libertà?”. Sono parole, quelle del Che, che, a distanza di oltre 50 anni, rimangono, purtroppo, di un’attualità sconcertante.
Molto toccante infine la conclusione con la citazione della Seconda Dichiarazione de L’Avana sull’America Latina. Il filmato d’epoca in bianco e nero, con il corpulento Ernesto Che Guevara, in mimetica e scarponi, che lascia lo scranno e risale, con andamento un po’ dimesso, la platea dell’assemblea accolto da uno scrosciante applauso, rimane, a nostro avviso, un’immagine emblematica della storia del Novecento.
Per il Che quel viaggio a New York sarebbe stata una parentesi un po’ atipica della sua vita di rivoluzionario permanente, le immagini fanno trasparire un certo disagio a muoversi in quegli ambienti ovattati della diplomazia internazionale ed in quella sofisticata atmosfera urbana della “Grande Mela” che viveva forse i suoi anni di massimo splendore. Pochi mesi dopo si sarebbe rimesso in cammino per le strade del mondo alla ricerca della liberazione di altri popoli oppressi, ma purtroppo la storia gloriosa della rivoluzione cubana per lui non si ripeterà e meno di tre anni dopo troverà la morte in quella sua patria latino-americana, per mano di suoi stessi fratelli scelsero la strada più comoda di asservirsi all’imperialismo americano. Quel grido “Patria o Muerte!”, pronunciato dinnanzi a quell’Assemblea Generale al termine del suo discorso, fu veramente profetico e nelle memorie di comunisti e rivoluzionari di tutto il mondo l’immagine del guerrigliero caduto nella lotta offuscherà quella dell’orgoglioso rivoluzionario in veste di rappresentante diplomatico che prende parte, per una sola volta, al consesso dei grandi e dei potenti della Terra, pur non appartenendovi.

giovedì 16 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1959 Fidel Castro diventa primo ministro di Cuba.
Nato a Mayarí il 13 agosto 1926 e figlio di un immigrato spagnolo divenuto proprietario terriero, Castro è diventato uno dei simboli della rivoluzione comunista ma anche, agli occhi dei suoi detrattori, un dittatore che non concede libertà di espressione.
Iscrittosi all'università dell'Avana nel 1945, partecipò dapprima alla vita politica dell'ateneo, nelle file dell'ala più ortodossa del Partito del Popolo Cubano.
La militanza studentesca si esprimeva spesso attraverso la lotta per bande, in scontri fra "gruppi di azione" di segno opposto che non di rado degeneravano in sparatorie : fra il 1944 e il 1952, per esempio, si registrarono un centinaio di attentati. Ad ogni modo, Castro nel 1950 si laurea in legge e, dopo il colpo di stato di Fulgencio Batista del 1952, si arruola in un movimento intenzionato a dare l'assalto alla caserma Moncada a Santiago de Cuba. In breve ne diventa il capo e poi, il 26 luglio 1953, organizza il piano. Fallita l'azione, a causa dello scarso coordinamento fra i vari gruppi che componevano il commando, viene imprigionato dal regime. Dei suoi compagni, alcuni caddero combattendo ma la maggior parte fu giustiziata dopo essere stata fatta prigioniera e solo l'intervento di personaggi di spicco, fra cui l'arcivescovo di Santiago, impedì che nei giorni successivi il massacro continuasse.
Al processo, si difese autonomamente, in particolare attraverso un allegato in cui denunciava i mali che affliggevano la società cubana. La sua arringa fu un vero e proprio attacco al potere, che lo trasformò da imputato ad accusatore. Questo documento è poi diventato famoso con il titolo "La storia mi assolverà", anche per il fatto che all'interno vi è in pratica delineato il suo programma politico, lo stesso che avrebbe poi sviluppato (se non superato), nei quarant'anni che lo videro protagonista prima della Rivoluzione poi dell'esercizio del potere.
Ma cosa prevedeva, in concreto, questo programma? Vi si parlava, tra le altre cose, della distribuzione delle terre dei latifondisti dietro indennizzo, la confisca dei beni ottenuti illegalmente dai membri dei passati governi, la nazionalizzazione dell'energia elettrica e dei telefoni, misure per l'industrializzazione, cooperative agricole e dimezzamento dei canoni d'affitto urbani e così via. Insomma, un perfetto programma comunista.
In quel momento, comunque, Castro soffrì la prigione e poi l'esilio (da cui però preparò l'insurrezione armata). Infatti, nel maggio 1955 Batista decise, anche per problemi di immagine presso il governo di Washington, di concedere l'amnistia ai rivoltosi, molti dei quali accompagnarono, meno di sei mesi dopo, Castro nel suo esilio in Messico.
Il 9 luglio di quello stesso anno Fidel Castro incontra di sera Ernesto Guevara, e per tutta la notte discutono sul continente sud americano sfruttato dagli yankee. Il 2 dicembre 1956, torna a Cuba con una forza di 82 uomini, deciso a rovesciare la dittatura, cosa che avvenne dopo una sequenza interminabile di lotte intestine.
L'Esercito Ribelle prese infine il potere nel 1959. Le decisioni iniziali, prese dal nuovo governo di Fidel, furono inizialmente di componente etica: chiusura delle case da gioco e di tolleranza, lotta senza quartiere al traffico di droga, liberalizzazione degli accessi agli alberghi, spiagge, locali sino ad allora riservati a circoli esclusivi. Tutto questo affascinò la maggioranza della popolazione e il nuovo governo ebbe grande consenso.
Nel marzo del 1959 fu imposta una diminuzione dei canoni d'affitto del 30-50% accompagnata da una riduzione del prezzo di medicinali, libri scolastici, tariffe elettriche, telefoniche e dei trasporti urbani. Dopo aver ridotto gli affitti, si varò una riforma che mirava a trasformare gli inquilini in veri e propri proprietari attraverso il pagamento degli alloggi con rate mensili proporzionali al reddito.
Ma le proteste interne iniziarono dopo l'emanazione, nel maggio 1959, della prima riforma agraria, che fissava per le tenute agricole un limite massimo di 402 ettari. La superficie coltivabile veniva assegnata a cooperative oppure distribuita a proprietà individuali di un minimo di 27 ettari. Il governo, per impedire il minifondo, proibiva la vendita delle terre ricevute e il loro frazionamento.
Con la nuova riforma agraria fu istituito l'INRA (Istituto nazionale di riforma agraria).
La riforma agraria suscitò forti reazioni nelle campagne ma anche presso le classi alte e i ceti medi urbani. Le manifestazioni più clamorose di dissenso furono rappresentate dalla fuga, negli Stati Uniti, del comandante delle Forze armate Pedro Diaz Lanz, e dall' arresto di Huber Matos, governatore della provincia di Camarguey, accusato di cospirazione per essersi opposto alla riforma agraria.
Oggi Cuba è impegnata a fronteggiare gli Stati Uniti, in una lotta che la oppone al blocco economico che perdura da più di quattro decenni.
A partire dal mese di dicembre del 2006 si fanno sempre più presenti i problemi di salute. Il 19 febbraio 2008, al potere da quasi 50 anni, Fidel annuncia il suo ritiro dalle cariche presidenziali lasciando tutti i poteri al fratello Raul Castro Ruz. "Non vi dico addio. Spero di combattere come un soldato delle idee", ha dichiarato il lider maximo cubano.
Il 29 marzo 2012, durante la visita a Cuba di Papa Benedetto XVI, Fidel Castro ha avuto un colloquio di circa 30 minuti con il Pontefice, definito da entrambi molto cordiale, nel quale Castro, pur mostrando alcune difficoltà motorie dovute alla malattia ed alla età avanzata, si è dimostrato ancora perfettamente lucido e cosciente.
Fidel Castro è morto nella capitale cubana alle ore 22.29 del 25 novembre 2016; a darne l'annuncio alla televisione di Stato è il fratello Raúl. La causa della morte non venne rivelata. Nel rispetto della volontà del defunto, il corpo è stato cremato nelle ore successive. Durante i nove giorni di lutto nazionale, il corteo funebre ha percorso al contrario il medesimo viaggio di 900 km fatto da Castro e dai rivoluzionari nel gennaio 1959, trasportandone l'urna cineraria dall'Avana a Santiago di Cuba. Le varie tappe del tragitto hanno visto la folla accoglierlo con commozione, ammassata lungo le strade per assistere al corteo.

venerdì 8 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 1967 Ernesto "Che" Guevara viene catturato in Bolivia da un reparto anti-guerriglia dell'esercito; verrà torturato e ucciso il giorno dopo.
Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto "Che" Guevara de la Serna, (il nomignolo "Che" gli venne affibbiato per la sua abitudine a pronunciare questa breve parola, una specie di "cioè", in mezzo ad ogni discorso), nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe, in Argentina. Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi.
Sofferente di asma fin da bambino, nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive per il piccolo Che un clima più secco (ma in seguito, fattosi più grandicello, la malattia non gli impedirà di praticare molto sport).
Studia con l'aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all'istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires (dove la famiglia si è trasferita nel 1945).
Con l'amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.
A questo punto decide di rimandare la sua carriera medica. L'anno successivo il Che giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l'ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l'America Latina.
Conosce una giovane peruviana, Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 17 giugno, al momento dell'invasione del Guatemala da parte delle forze mercenarie pagate dall'United Fruit, Guevara tenta di organizzare una resistenza popolare, ma nessuno gli dà ascolto. Il 9 luglio 1955, intorno alle ventidue, al numero 49 di via Emperàn a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso.
Oggetto della discussione sarebbe stata l'analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All'alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal "tiranno" Fulgencio Batista.
Ormai esuli politici, partecipano entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall'animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l'incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell'Industria (1959).
Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.
Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un'altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell'impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative il 9 ottobre.
Diventato in seguito un vero e proprio mito laico, un martire dei "giusti ideali", Guevara ha indubbiamente rappresentato per i giovani della sinistra europea (e non solo) un simbolo dell'impegno politico rivoluzionario, talvolta svilito a semplice gadget o icona da stampare sulle magliette.
La figura di Ernesto Guevara è assurta alla dimensione del "mito", essendo divenuto un'icona di livello internazionale per quella parte di persone che si riconoscono nei suoi ideali rivoluzionari.
A testimonianza della grande risonanza mediatica dell'immagine di Guevara si può portare ad esempio il fatto che la fotografia del Che scattata il 6 marzo 1960 dal fotografo Alberto Korda e da questi regalata all'editore italiano Giangiacomo Feltrinelli è diventata una delle immagini più famose del XX secolo, tanto da essere considerata la più riprodotta in assoluto della storia della fotografia.

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