Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1936 si concluse, nei pressi di Amba Aradam, un villaggio etiope a 100 km da Addis Abeba, una cruenta battaglia tra le truppe italiane comandate da Pietro Badoglio, e quelle locali guidate dal Ras Mulugeta.
Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camice nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calamino e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.
Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartiere generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani.
Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4^ divisione camice nere e la 5^ divisione alpina Pusteria del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Troppo tardi il Ras Mulugeta realizzò il piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni.
Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la divisione camice nere le quali vennero in gran parte distrutte, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, provarono duramente le posizioni dei nemici.
Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale.
Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
La vittoria italiana diede il via alla campagna che portò poi alla conquista di Addis Abeba, e fu celebrata da Mussolini dando a diverse vie di città italiane il nome "via dell'Amba Aradam", tra cui la più famosa è certamente a Roma, grazie alla sede dell'Inps sita al civico 5.
Da questa battaglia cruenta e confusa inoltre è nato il termine, divenuto popolare in Italia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, AMBARADAN, atto ad indicare un insieme disordinato e confuso di elementi.
Cerca nel web
domenica 15 febbraio 2026
sabato 14 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 febbraio.
Il 14 febbraio 1929 avvenne a Chicago uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della malavita.
Chicago è contesa tra la banda degli italo americani di Al Capone e quella degli irlandesi di Bugs Moran per la gestione dei traffici illeciti.
Sarà Sam Giancana, autista e uomo di fiducia di Al Capone, a dirigere l’operazione, tanto semplice e geniale quanto spietata e raccapricciante. Come data viene scelta il 14 febbraio, giorno nel quale Capone si trova a Miami, convocato da un giudice federale per un interrogatorio. Quale giorno migliore per un alibi di ferro? Gli uomini di Capone si presentano da quelli di Bugs travestiti da poliziotti. Colti di sorpresa, questi ultimi si lasciano disarmare e portare via. Ma la destinazione che li attende non è una caserma, bensì un garage, dove vengono uccisi a colpi di mitragliatore. Almeno cinquanta colpi sparati per ogni corpo.
Per molti anni l’alibi di Al Capone regge, anche perché i pochi testimoni della scena hanno visto dei poliziotti aggirarsi sul luogo della strage, e la tesi sposata fu a lungo quella di un’esecuzione di poliziotti corrotti che volevano mettere a tacere testimoni che sapevano troppo.
Solo 40 anni dopo un vecchio gangster, Alphonse Karpis, fece luce sui fatti.
Bugsy Moran fu il solo superstite, una vittima gli somigliava moltissimo e probabilmente fu uccisa al posto suo. Fuggì e sparì per sempre. Al Capone rimase unico e incontrastato padrone di Chicago molto a lungo, e stipendiava personalmente persino la polizia locale.
Da questa vicenda fu tratto un film, il massacro del giorno di San Valentino, diretto da Roger Corman nel 67, in cui uno sconosciuto Jack Nicholson (la fama venne 2 anni più tardi con Easy Rider) fa da comparsa in una piccola scena mentre scarica merci da un'auto.
Questo episodio inoltre fa da pretesto all'evolversi della storia di "A qualcuno piace caldo", diretto da BIlly Wilder del 59, uno dei più famosi e divertenti film di Marylin Monroe, con la esilarante coppia Tony Curtis e Jack Lemmon.
Il 14 febbraio 1929 avvenne a Chicago uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della malavita.
Chicago è contesa tra la banda degli italo americani di Al Capone e quella degli irlandesi di Bugs Moran per la gestione dei traffici illeciti.
Sarà Sam Giancana, autista e uomo di fiducia di Al Capone, a dirigere l’operazione, tanto semplice e geniale quanto spietata e raccapricciante. Come data viene scelta il 14 febbraio, giorno nel quale Capone si trova a Miami, convocato da un giudice federale per un interrogatorio. Quale giorno migliore per un alibi di ferro? Gli uomini di Capone si presentano da quelli di Bugs travestiti da poliziotti. Colti di sorpresa, questi ultimi si lasciano disarmare e portare via. Ma la destinazione che li attende non è una caserma, bensì un garage, dove vengono uccisi a colpi di mitragliatore. Almeno cinquanta colpi sparati per ogni corpo.
Per molti anni l’alibi di Al Capone regge, anche perché i pochi testimoni della scena hanno visto dei poliziotti aggirarsi sul luogo della strage, e la tesi sposata fu a lungo quella di un’esecuzione di poliziotti corrotti che volevano mettere a tacere testimoni che sapevano troppo.
Solo 40 anni dopo un vecchio gangster, Alphonse Karpis, fece luce sui fatti.
Bugsy Moran fu il solo superstite, una vittima gli somigliava moltissimo e probabilmente fu uccisa al posto suo. Fuggì e sparì per sempre. Al Capone rimase unico e incontrastato padrone di Chicago molto a lungo, e stipendiava personalmente persino la polizia locale.
Da questa vicenda fu tratto un film, il massacro del giorno di San Valentino, diretto da Roger Corman nel 67, in cui uno sconosciuto Jack Nicholson (la fama venne 2 anni più tardi con Easy Rider) fa da comparsa in una piccola scena mentre scarica merci da un'auto.
Questo episodio inoltre fa da pretesto all'evolversi della storia di "A qualcuno piace caldo", diretto da BIlly Wilder del 59, uno dei più famosi e divertenti film di Marylin Monroe, con la esilarante coppia Tony Curtis e Jack Lemmon.
Etichette:
Al Capone,
almanacco quotidiano,
Alphonse Karpis,
Bugs Moran,
Chicago,
Jack Lemmon,
Jack Nicholson,
Mario Battacchi,
Marylin Monroe,
Sam Giancana,
San Valentino,
Tony Curtis,
UnMario
venerdì 13 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta del secolo scorso, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta del secolo scorso, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.
Etichette:
almanacco quotidiano,
Barletta,
Cantina di Veleno,
Diego de Mendoza,
disfida di Barletta,
Ettore Fieramosca,
Fieramosca,
Guy de la Motte,
Mario Battacchi,
Trani,
UnMario
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(46)
-
▼
febbraio
(15)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
febbraio
(15)


