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martedì 14 aprile 2026

#AlmanaccoQquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
La sera del 14 aprile 1975 Carlo Saronio scompare.
È un ingegnere, ha 26 anni e, malgrado l’appartenenza a una facoltosa famiglia della borghesia milanese, nutre simpatie neanche tanto celate alle stesse forze dell’ordine per la sinistra extraparlamentare e in particolare per alcuni personaggi che provengono dalle disciolte fila di Potere Operaio. L’ultima volta che la madre, Anna Boselli, lo vede è a cena conclusa: intorno alle 22, Carlo prende le chiavi della sua auto, una Lancia Fulvia con cui va in giro da un po’, e come accade spesso in quel periodo lascia l’appartamento di corso Venezia per raggiungere un gruppo di amici che lo aspetta dalle parti di piazza Aspromonte.
Nella notte nessuno si accorge che Carlo Saronio non è rientrato e chi avesse gettato un’occhiata sul ciglio della strada si sarebbe accorto che l’automobile dell’ingegnere era al suo posto. Alle 9 del mattino successivo tuttavia giunge a casa Saronio una telefonata. E non è la prima: altre due l’hanno preceduta tra le 8 e le 8 e mezza. All’apparecchio c’è sempre uno sconosciuto che non si qualifica e si limita a chiedere con insistenza di parlare con la signora Boselli, ma il filtro dei domestici regge e l’anonimo telefonista decide di chiamare un altro numero: è quello degli uffici dell’azienda di famiglia, che si trovano nello stesso edificio, e parla direttamente con l’amministratore dei Saronio, il ragionier Armando Damaschi.
“L’ingegnere è stato rapito. Richiamerò tra poco per il riscatto”. Poi riattacca.
La lapidaria telefonata ha uno scopo preciso: dare il tempo alla famiglia e ai suoi collaboratori di verificare l’assenza di Carlo. Vuoi mai che sia uno scherzo di cattivo gusto? Ma il giovane in camera sua non c’è. Per di più – a quel punto chi si affaccia se ne deve accorgere per forza – la Fulvia è sotto casa, chiusa a chiave, come se non fosse stata toccata o come se il giovane professionista avesse avuto il tempo, una volta lasciati gli amici, di riportarla sotto casa e parcheggiarla senza alcun disturbo. Ma ciò che è realmente accaduto nelle ore immediatamente precedenti è un mistero: di certo c’è solo che lui non si trova.
Tempo mezz’ora e il telefono squilla di nuovo. È ancora lo sconosciuto di poco prima che parla con Damaschi e che gli comunica in tono perentorio che per la liberazione dell’ostaggio la famiglia dovrà scucire cinque miliardi di lire in due rate. Cinque i giorni concessi per il versamento della prima tranche di due miliardi e mezzo: la data fissata è il 18 aprile e quel giorno gli emissari dei Saronio dovranno seguire le informazioni che verranno loro comunicate in seguito per raggiungere il luogo del pagamento.
Nel corso di quelle prime ore i sequestratori giocano con il terrore della famiglia: chiamano di frequente, a volte facendo una telefonata dopo l’altra, poi interrompono le comunicazioni per qualche ora, lasciano che i parenti si macerino nell’angoscia e poi tirano all’improvviso la corda, minacciano ritorsioni nel caso le loro disposizioni non vengano seguite alla lettera. Aggiungono ansia all’ansia per piegare qualsiasi rifiuto alla trattativa. In una telefonata che infatti arriva alle 17 di quello stesso 15 aprile, si decide di dare un’iniziale conferma del fatto che nessuno sta scherzando, la prima prova che a chiamare sono davvero i rapitori di Carlo: all’altro capo c’è sempre la stessa voce, caratteristica, con un forte accento meridionale, che dice dove si trovano le chiavi dell’auto che l’ingegnere aveva con sé quando è stato portato via.
Poi basta, non si dilunga in altri dettagli, e che i familiari aspettino, seguiranno ulteriori contatti. Fin da subito vengono avvertite le autorità e i telefoni di casa e degli uffici sono messi sotto controllo. Però ci si rende conto che le trattative saranno tutt’altro che rapide. Innanzitutto la prima data del pagamento, il 18 aprile annunciato inizialmente, salta: da un lato, infatti, i congiunti dell’ingegnere non vogliono sentir parlare di “rate”. Il loro scopo infatti è quello di pagare tutto in un’unica soluzione, ma la cifra è ragguardevole e metterla insieme è affare che richiede tempo. Dall’altra però chiedono una prova che Carlo sia ancora vivo, ma i sequestratori nicchiano, eludono la questione, la rimandano o minacciano e solo a undici giorni da quella prima telefonata, il 26 aprile, dopo pressanti richieste in questo senso, sembrano finalmente accogliere quella che ormai ha assunto i toni di una supplica: va bene, avranno quanto chiedono.
Per ottenerlo che vadano al cinema Italia e raggiungano la toilette. Dentro la cassetta dello scarico dell’acqua, troveranno l’orologio da polso dell’ingegnere. Ma è troppo poco, non basta per fugare o anche solo per rendere meno attanagliante l’angoscia della madre. E poi perché non fanno come in altri casi di sequestro di persona? Perché non inviano una fotografia che ritrae l’ostaggio insieme a un giornale recente? Perché non spediscono uno scritto dell’ingegnere successivo al rapimento?
No, quell’orologio non è neanche vagamente sufficiente. I familiari insistono, producano qualcosa di più convincente altrimenti niente riscatto. E allora la banda di rapitori, nel giro di poche ore, fa recapitare alcune informazioni poco note a proposito di Carlo: la prima riguarda una fotografia scattata tempo addietro in America Latina in cui Saronio viene ritratto accanto a due bambini indios: è talmente affezionato a quell’immagine e al ricordo del viaggio che l’ha appesa in camera sua, sopra il letto; la seconda invece è la descrizione di una cagnolina che la famiglia Saronio teneva nella sua villa di Bogliasco, in provincia di Genova. Nessuno scritto però accompagna questa comunicazione, le informazioni vengono trasmesse sempre al telefono ed è vero che non sono notizie di dominio pubblico, ma è altrettanto vero che anche l’entourage delle vittima conosceva quei dettagli.
Di più però i rapitori non possono fare, Carlo si rifiuta di collaborare. Dunque che la famiglia si accontenti: non è proprio la prova che chiedeva, ma ci va vicino. A quel punto i nervi hanno già ceduto e a questo punto si deve tentare il tutto per tutto per far tornare Carlo a casa. Tanto basta quindi per concordare la cifra definitiva: 470 milioni di lire, meno del dieci per cento della richiesta iniziale, da versare in un’unica soluzione.
Le trattative intanto si sono trascinate per giorni e ormai si è arrivati al primo maggio, sono trascorse oltre due settimane dal rapimento, ed è tempo di chiudere. Così nel corso dei tre giorni successivi si prendono accordi sulle modalità di consegna: il 4 maggio il ragionier Damaschi e l’avvocato Alessandro Tonolli, altro collaboratore di famiglia, devono salire a bordo della Fulvia di Carlo portando con loro due valigie in cui sono custoditi i soldi. A quel punto inizia un percorso, una specie di caccia al tesoro, in cui si arriva nel primo punto indicato dai rapitori, si raccoglie un messaggio, un dettaglio concordato di volta in volta, un qualsiasi elemento che suggerisca in quale direzione procedere. La prima tappa di questa caccia viene raggiunta alle quattro del mattino quando i due professionisti approdano all’Hotel Cavalieri di Milano.
Qui attendono una telefonata che giunge puntuale nel giro di poco e che ordina loro di inforcare la tangenziale est del capoluogo lombardo, arrivare al chilometro 8 e di cercare il messaggio successivo sotto un cartello stradale. Lì trovano un’ulteriore indicazione che dice loro di uscire a Cernusco sul Naviglio, parcheggiare l’auto nei pressi di una cava lì vicino e di allontanarsi per mezz’ora: al loro ritorno, se tutto sarà andato secondo i piani, non ci saranno più le borse con i quattrini. Ma quando la coppia di emissari torna indietro si accorge che non è accaduto nulla, che questo appuntamento è andato a vuoto: i rapitori non si sono infatti presentati a ritirare il riscatto perché – diranno poco dopo sempre al telefono – avevano avuto l’impressione che un’auto in borghese della polizia fosse in zona. Avevano ragione.
Nel contatto che segue l’incontro alla cava di Cernusco, i rapitori non sono affatto teneri, fanno notare con violenza alla famiglia che la foglia l’hanno mangiata e aggiungono si pentiranno dello scherzo che hanno tentato di tirare loro perché mica sono scemi, l’hanno vista bene quell’Alfa Romeo Giulia che stazionava in zona. Sbirri, non poteva essere altrimenti, e chi vuoi che fosse a quell’ora in un posto tanto isolato? Dunque – accusano ancora i malviventi – non solo i Saronio hanno denunciato la scomparsa contravvenendo a quanto esplicitamente vietato, ma stanno collaborando con le forze dell’ordine. A questo segue un nuovo stillicidio di comunicazioni durante le quali però vengono via via lasciate da parte le minacce e riprendono le trattative.
Si stabilisce così che la data successiva per la consegna del denaro sarà il 9 maggio. Questa volta si chiede che gli emissari della famiglia si muovano separatamente per confondere eventuali pedinamenti da parte delle forze dell’ordine: Damaschi prenderà di nuovo la Fulvia mentre il cognato di Carlo, Ernesto Masolo, a bordo della propria autovettura, dovrà puntare verso Nova Milanese, entrare nel bar Corona e attendere nuove istruzioni. Qui giunge puntuale una telefonata per lui e l’uomo viene indirizzato verso una località di campagna dove troverà un messaggio scritto. Nel foglietto gli si dirà di imboccare l’autostrada dei Fiori Milano-Genova in direzione del capoluogo ligure e di fermarsi nei pressi di un ponte, all’altezza del chilometro 148,400. Qui incontrerà tre individui armati a volto coperto che prenderanno in consegna le valigie con il denaro.
Non una parola e nessun altro scherzo altrimenti a pagare sarà Carlo. Questa volta tutto va liscio: il denaro viene consegnato, Ernesto Masolo riprende la strada di casa con 470 milioni di meno, ma con la speranza che il cognato ricompaia presto. Per tutti inizia la fase dell’attesa più lacerante, ma anche la più vivida: la liberazione di Carlo. Tuttavia il giovane non ricompare quel giorno. Forse accadrà il giorno successivo o forse occorre attenderne qualcuno: l’avranno magari portato lontano e deve ritornare in zona prima di essere rilasciato. Illusione, desiderio, fiducia si alternano in quelle prime ore, ma con il trascorrere del tempo si trasformano in chimere, fantasie fino ad assumere i connotati del miraggio, di un’illusione che svanisce via via che trascorrono le ore.
E non ci sarà nulla che arresterà questo processo, che conterrà un timore che si fa tracimante: Carlo Saronio scomparirà per sempre e con lui, fin dalle ore successive al pagamento del riscatto, anche i rapitori svaniscono nel nulla: non ci sarà più alcuna comunicazione, nessuna telefonata, neanche un messaggio scritto fatto ritrovare chissà dove.
Il 16 maggio a Bellinzona tre persone, Carlo Fioroni, Maria Cristina Cazzaniga e Franco Prampolini, vengono fermati con 67 milioni in contanti, portati in Svizzera all'interno di una bombola di metano di una Fiat 124.
Carlo Fioroni venne fermato mentre effettuava operazioni di cambio: del denaro in suo possesso, 63 banconote vennero identificate con quelle usate per il pagamento del riscatto, i cui numeri erano stati registrati.
Il 19 maggio il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano emise un ordine di cattura, e il 6 giugno venne chiesta l'estradizione per i tre prigionieri, accusati di concorso nel reato di sequestro a scopo di rapina ed estorsione.
Poco dopo la prima richiesta, l'ambasciata italiana emendò l'ordine d'arresto di Fioroni, aggiungendo i reati di banda armata e associazione sovversiva.
I tre prigionieri si opposero all'estradizione: il Dipartimento federale di giustizia e polizia svizzero acconsentì a concedere l'estradizione per i reati legati al sequestro, ma rifiutò le imputazioni relative alle attività terroristiche. Infine, i tre prigionieri vennero estradati.
Tradotto in carcere e condannato, dopo alcuni anni Fioroni decise di collaborare con le autorità. Nel 1979 denunciò in un memoriale i nomi dei propri complici. Nel memoriale, che causò l'arresto di un centinaio di persone, veniva accusato dell'omicidio il discusso filosofo comunista Toni Negri. Negri fu poi scagionato dall'accusa.
Il corpo di Saronio fu ritrovato grazie alla collaborazione di Carlo Casirati, uno dei delinquenti comuni che parteciparono al rapimento. Coi soldi del riscatto fuggì a Caracas dove venne rintracciato dalla polizia italiana.
Casirati aveva tentato di ricattare la famiglia Saronio per ottenere altri 200 milioni in cambio dell'indicazione del luogo di sepoltura del cadavere.
Arrestato ed estradato in Italia, fornì l'ubicazione della sepoltura e per questo ottenne i benefici di leggi con una pena detentiva ridotta da 27 a quasi 10 anni in sede di appello, a causa della sua collaborazione.
Anche Fioroni godette dei benefici della legge Cossiga sui terroristi che collaborano, ed uscì dal carcere il 4 febbraio 1982. Ottenne un passaporto e si trasferì all'estero.
La Cazzaniga e Prampolini, condannati solo per reati minori in primo grado, non ricorsero in appello e godettero successivamente di una amnistia.
Il cadavere di Saronio fu ritrovato solo nel 1979.

lunedì 13 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1970, due giorni dopo il lancio, il controllo missione a terra chiese all'equipaggio dell'Apollo 13 di rimescolare i serbatori di idrogeno e ossigeno, per evitare la stratificazione del loro contenuto. Uno dei cavi che alimentava le ventole di mescolamento aveva il rivestimento in Teflon danneggiato e questo provocò un corto circuito e il successivo incendio del cavo stesso. Le fiamme aumentarono la pressione interna al serbatoio rapidamente oltre il limite di rottura (1000 psi o 7 MPa). L’esplosione venne chiaramente avvertita dall’equipaggio e fece scattare l’allarme generale (Master Alarm). È a questo punto che venne pronunciata la storica frase: fu Swigert a pronunciarla inizialmente, in una forma leggermente diversa (“…Houston, we’ve had a problem …”) da quella comunemente nota ed attribuita a Lovell (“Houston, we have a problem.”).
La causa del problema sul momento era ignota e l’equipaggio pensava si trattasse di un meteorite che aveva centrato il modulo lunare (LM). Nell’esplosione era rimasto danneggiato anche il serbatoio #1 del’ossigeno e le tubature relative. Il contenuto venne disperso nelle ore successive fino ad esaurimento delle intere scorte del modulo di servizio (SM). Senza serbatoi dell’ossigeno non era possibile alimentare le celle a combustibile, che fornivano elettricità ed acqua al CM: fu necessario spegnere completamente il modulo di crociera (CM), per non consumare le batterie in dotazione necessarie per il rientro, ed utilizzare il LM come “scialuppa di salvataggio”. Una eventualità presa in considerazione durante una esercitazione ma considerata poco probabile. Chiaramente se fossero stati sulla via del ritorno (senza più il LM), l’incidente sarebbe stato mortale.
Il danno al SM rese impossibile effettuare l’allunaggio in sicurezza. Il Mission Control decise di optare per l’annullamento della missione e per un volo circumlunare, in modo da utilizzare la gravità lunare per riportare la capsula sulla Terra. Apollo 13 inizialmente si trovava su una Free Return Trajectory, ovvero una rotta che avrebbe riportato la capsula sulla Terra senza bisogno di utilizzare i motori, ma aveva modificato la propria orbita per poter raggiungere i piani di Fra Mauro. Per riportarsi sulla Free Return Trajectory fu necessaria una accensione del motore: per il motore del CM sarebbe stata una brevissima accensione, ma si decise di non rischiarlo poiché le sue condizioni non erano note. Venne usato, con molta difficoltà, il motore dello stadio di discesa del LM. L’accensione venne effettuata circa un’ora dopo l’incidente. L’altitudine di Apollo 13 al pericintio (detto anche perilunio o periselenio il punto più vicino alla superficie lunare di un’orbita) fu di circa 100 Km, la più alta di tutte le missioni lunari. È un record di altitudine che dura ancora oggi.
Il motore del LM venne acceso ancora due ore dopo il pericintio per accelerare il rientro (venne chiamata in gergo tecnico la PC+2 Burn). Un’ulteriore accensione fu richiesta più avanti nel corso del viaggio per una correzione minore (per aggiustare l’angolo di rientro in atmosfera). Le scorte di ossigeno, energia e acqua del LM sarebbero dovute bastare per supportare 2 persone per 2 giorni e non 3 persone per 4 giorni; questo portò ad un drastico razionamento. L’ossigeno era il problema minore: il LM ne aveva una abbondante scorta per poter ripressurizzare l’abitacolo dopo le missioni in superficie. Ma al contrario del CM, che si alimentava tramite le celle a combustibile, il LM utilizzava solo batterie all’argento-zinco e questo rese l’energia l’elemento critico: i sistemi del LM vennero spenti al minor livello possibile per mantenere il supporto vitale e le comunicazioni fino al rientro.
Un altro punto critico fu l’utilizzo delle cartucce di idrossido di litio per la rimozione dell’anidride carbonica dall’aria. Quelle disponibile all’interno del LM erano insufficienti per supportare il viaggio di ritorno (e alcune erano stivate fuori portata nel modulo di discesa). Il CM ne aveva invece una discreta scorta ma di forma incompatibile con quelli del LM (cubica nel CM, cilindrica nel LM). I controllori a terra dovettero inventarsi un sistema per utilizzare i filtri del CM; venne creata una ‘scatola’ in cui veniva inserito uno dei filtri del CM e che veniva poi collegato al sistema di aerazione tramite uno dei tubi delle tute per le missioni extra veicolari. Gli astronauti chiamarono l’accrocchio la ‘mailbox’, la cassetta delle lettere.
La temperatura all’interno della capsula scese considerevolmente. L’acqua condensava all’interno del CM e questo fu motivo di preoccupazione ulteriore per possibili danni all’impianto elettrico al momento della riattivazione. Grazie alle innumerevoli migliorie applicate dopo l’incendio di Apollo 1 non si verificarono problemi.
Avvicinandosi alla Terra, l’equipaggio separò il Service Module ed ebbe la possibilità di osservare e fotografare l’entità dei danni per successive analisi. Il pannello che ricopriva uno dei settori del SM mancava completamente ed erano visibili le celle a combustibile e i serbatoi di idrogeno ed ossigeno danneggiati.
Dopo aver riattivato il CM Odissey, il LM Aquarius venne separato (Lovell lo salutò con un ‘farewell Aquarius’, ‘addio Aquarius’). Il rientro avvenne senza problemi (si ebbe solo un periodo di blackout delle comunicazione particolarmente prolungato) e il CM ammarò alle coordinate 21°38′24″S 165°21′42″W, a sud-est delle isole Samoa Americane, a 6.5 Km dalla nave di recupero, la USS Iwo Jima. L’equipaggio era stremato ma in buone condizioni: il solo Haise ebbe bisogno di cure per aver sviluppato una infezione alle vie urinarie.
L’equipaggio e il team dei controllori di volo vennero premiati con la Presidential Medal of Freedom per il loro comportamento durante la missione.
Dopo questa missione, ci fu una lunga indagine sulle cause dell'incidente, e la navicella Apollo venne modificata per evitare lo stesso problema in seguito. Sebbene ancora oggi qualcuno parli di "misteriosa" esplosione, l'inchiesta (diretta da Edgar Cortright) ricostruì chiaramente la catena di eventi (nessuno dei quali, preso singolarmente, era grave) che portarono all'incidente. Tutto ciò è riportato anche nel citato libro di Lovell e Kluger. Dai registri di manutenzione risultava che il serbatoio di ossigeno n. 2 durante alcuni lavori eseguiti due anni prima aveva subito un leggero urto che, apparentemente non aveva provocato danni. Due settimane prima del lancio venne effettuata la prova generale di conto alla rovescia durante la quale vennero compiute tutte le operazioni (compreso il riempimento dei serbatoi) che poi sarebbero state ripetute prima del vero lancio. A prova conclusa i serbatoi dovevano essere svuotati; in particolare l'ossigeno liquido veniva spinto fuori dal serbatoio da ossigeno gassoso pompato attraverso un apposito tubo che serviva quell'unica volta a quel solo scopo.
Dopo un po' ci si accorse che il serbatoio n. 2 non si svuotava; evidentemente il tubo di drenaggio si era danneggiato nell'urto di due anni prima. Considerando che comunque quell'inconveniente non avrebbe influito sul funzionamento in volo e che una sostituzione del serbatoio avrebbe provocato un ritardo leggero ma sufficiente a far perdere la "finestra" di lancio venne decisa una procedura alternativa: far uscire l' ossigeno (tenuto normalmente a temperature inferiori a 200° sotto lo zero) riscaldandolo oltre la sua temperatura di ebollizione accendendo le resistenze interne al serbatoio. Lo stesso Lovell, cui come comandante spettava la decisione finale, autorizzò la procedura. L'impianto elettrico del modulo di servizio funzionava normalmente con la tensione a 28 volt fornita dalle celle a combustibile ma durante i collaudi (e durante questa operazione imprevista) veniva alimentato con una tensione di 65 volt fornita dalla torre di lancio; la cosa era resa possibile grazie ad una modifica di progetto intervenuta nel 1965, incredibilmente non erano stati adeguati i termostati. Quando la temperatura raggiunse i +26° il termostato scattò e si bruciò per il sovravoltaggio per cui le resistenze non si spensero e fecero raggiungere una temperatura, presumibilmente, di oltre 500° sufficiente a rovinare il rivestimento di teflon dei fili elettrici e creando la possibilità (effettivamente verificatasi) che azionando il sistema di rimescolamento scoccasse una scintilla.

domenica 12 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1633 aveva inizio in Roma il processo per eresia nei confronti di Galileo Galilei, per aver scritto il "dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo".
L'opera, scritta tra il 24 e il 32, vuole essere una discussione, che si svolge in quattro giornate, tra alcuni personaggi intenti a decidere quale sia il "massimo sistema del mondo" che spiega correttamente la realtà, tra quello tolemaico e quello copernicano.
Il Dialogo si svolge in quattro giornate: nella prima, vengono criticate le vecchie tesi della fisica aristotelica, non fondate o insufficientemente fondate sull'osservazione e sulla verifica sperimentale e prive di un rigoroso supporto matematico: certamente, l'intelletto umano non può lontanamente eguagliare la somma infinita delle conoscenze divine, ma le pur poche conoscenze umane di matematica e di geometria eguagliano la conoscenza divina in quanto raggiungono la «certezza obiettiva».
Nella seconda e terza giornata si confutano le obiezioni contro il moto di rotazione e di rivoluzione terrestre: «qui è forza esclamar un'altra volta ed esaltare l'ammirabil perspicuità del Copernico ed insieme compiagner la sua disavventura, poiché egli non vive nel nostro tempo quando, per tor via l'apparente assurdità del movimento in conserva della Terra e della Luna, vediamo Giove, quasi un'altra Terra, non in conserva di una Luna, ma accompagnato da quattro Lune, andar intorno al Sole in 12 anni».
Nella quarta giornata si espone l'argomento delle maree, quale prova del moto terrestre: prova erronea, tanto più che nel Dialogo viene criticata la giusta intuizione di Keplero e di altri astronomi che fosse l'attrazione lunare la causa del fenomeno delle maree.
Il processo iniziò il 12 aprile, con il primo interrogatorio di Galileo, al quale il commissario inquisitore, il domenicano Vincenzo Maculano, gli contestò di aver ricevuto, il 26 febbraio 1616, un «precetto» con il quale il cardinale Bellarmino gli avrebbe intimato di abbandonare la teoria copernicana, di non sostenerla in nessun modo e di non insegnarla.
Quel precetto, se mai fu effettivamente mostrato a Galileo nel febbraio del 1616 e se non si tratti persino di un falso costruito ad arte, non reca alcuna firma, né del Bellarmino, né dei testimoni, né di Galileo stesso, il quale negò di averne preso conoscenza, ma di aver soltanto ricevuto a voce dal Bellarmino la notifica della Congregazione secondo la quale l'opinione del moto della Terra «esser ripugnante alle Scritture Sacre e solo ammettersi ex suppositione» ed «ex suppositione si poteva pigliar e servirsen». Nel maggio successivo aveva ricevuto la nota lettera del Bellarmino nella quale «si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere». Nella lettera non si menziona esplicitamente il divieto di insegnare la dottrina copernicana, pur nei limiti di una semplice ipotesi scientifica e, forte di questa indiretta autorizzazione, oltre che di quella esplicita, ma solo verbale, ricevuta in febbraio, egli aveva scritto il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi, non a caso ottenendo dall'autorità ecclesiastica il prescritto imprimatur.
L'inquisitore però incalzò, chiedendogli se vi fossero stati testimoni presenti al momento della notifica del «precetto» e Galileo, rispondendo di non ricordare, commise l'errore di menzionare la parola precetto, sostenendo di «non aver in modo alcuno contravenuto a quel precetto». L'inquisitore, verbalizzando, diede per avvenuta l'intimazione del presunto precetto e gli chiese se ricordava in che modo e da chi gli fosse stato intimato e Galileo: «mi raccordo che il precetto fu ch'io non potessi tenere né difendere, e può esser che vi fusse ancora né insegnare».
Per l'inquisitore si trattava ora di stabilire che Galileo, pubblicando il Dialogo, aveva aggirato l'ordine di non trattare l'ipotesi copernicana, ingannando i censori ecclesiastici: alla domanda se avesse mostrato il precetto al Maestro del Sacro Palazzo prima di ottenere l' imprimatur, Galileo non solo ammise di non avere detto «cosa alcuna del sodetto precetto» dal momento che, arrivò a sostenere, «nel detto libro io mostro il contrario di detta opinione del Copernico, e che le ragioni di esso Copernico sono invalide e non concludenti».
Con questa evidente menzogna, si concluse il primo interrogatorio: Galileo fu trattenuto, «pur sotto strettissima sorveglianza», in tre stanze del palazzo dell'Inquisizione, «con ampia e libera facoltà di passeggiare».
Galileo, nuovamente interrogato il 30 aprile, dichiarò di aver riletto in quei giorni il suo Dialogo «quasi come scrittura nova e di altro autore», ammettendo che un lettore che non conoscesse intimamente l'autore avrebbe avuto l'impressione che egli avesse voluto avvalorare la teoria copernicana. Scusandosi con l'inquisitore per «un errore tanto alieno dalla mia intentione», si offrì di «ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutargli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
La piena sottomissione e la cattiva salute dello scienziato gli fecero ottenere il permesso di lasciare il palazzo dell’Inquisizione e di tornare nell’ambasciata fiorentina. Nel costituto del successivo 10 maggio spiegò che la lettera del Bellarmino – dove non era prescritto il divieto di insegnare la dottrina copernicana – gli aveva fatto dimenticare il precetto dove invece quel divieto era intimato, e giustificò i «mancamenti» del suo Dialogo come dovuti unicamente alla «vana ambizione e compiacimento di comparire arguto oltre al comune de’ popolari scrittori, inavertentemente scorsomi dalla penna», dichiarandosi nuovamente pronto a correggere il suo libro.
Per concludere il processo, l’Inquisizione doveva verificare la sincerità dell’affermazione di Galileo di «non tenere la dannata opinione»: a questo scopo, il 16 giugno la Congregazione stabilì che «Galileo fosse interrogato sulla sua intenzione, anche comminandogli la tortura e se l’avesse sostenuta, previa abiura de vehementi di fronte alla Congregazione, fosse condannato al carcere ad arbitrio della Santa Congregazione, con l’ingiunzione di non trattare più, né per scritto né verbalmente, sulla mobilità della Terra e sull’immobilità del Sole».
Il 21 giugno Galileo fu interrogato per l'ultima volta: alla domanda se tenesse ancora, o avesse tenuto in passato, e per quanto tempo, la teoria della centralità del Sole, Galilei rispose che un tempo aveva ritenuto le opinioni di Tolomeo e di Copernico entrambe «disputabili, perché o l'una o l'altra poteva esser vera in natura», ma dopo la proibizione del 1616, sostenne di tenere, da allora e tuttora, «per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo». Richiesto di spiegare perché mai avesse allora difeso l'opinione di Copernico nel suo Dialogo, Galileo rispose di aver voluto soltanto spiegare le ragioni delle due opinioni, convinto che nessuna avesse forza dimostrativa, così che «per procedere con sicurezza si dovessere ricorrere alla determinazione di più sublimi dottrine». All'insistenza dell'inquisitore di dire la verità, altrimenti si sarebbe agito «contro di lui con gli opportuni rimedi di diritto e di fatto», Galileo negò di aver mai sostenuto l'opinione di Copernico: «del resto, son qua nelle loro mani; faccino quello gli piace». All'esplicita minaccia di ricorrere alla tortura, Galileo rispose soltanto: «Io son qua per far l'obedienza, e non ho tenuta questa opinione dopo la determinazione fatta, come ho detto». Il verbale del costituto conclude che, «non potendosi avere niente altro in esecuzione del decreto, avuta la sua sottoscrizione, fu rimandato al suo luogo».
Il giorno dopo, 22 giugno, nella sala capitolare del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente e inginocchiato Galileo, fu emessa la sentenza dai cardinali Gaspare Borgia, Felice Centini, Guido Bentivoglio, Desiderio Scaglia, Antonio e Francesco Barberini, Laudivio Zacchia, Berlinghiero Gessi, Fabrizio Verospi e Marzio Ginetti, «inquisitori generali contro l'eretica pravità», nella quale si riassumeva la lunga vicenda del contrasto fra Galileo e la dottrina della Chiesa, iniziata dal 1615 con lo scritto Delle macchie solari e con la lettera al Castelli, alle quali i «qualificatori teologi» avevano opposto:
« che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;
che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimenti proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in fide »
Nella sentenza si dava poi la versione dell'ammonimento ricevuto nel febbraio 1616: dopo essere stato dal Bellarmino «benignamente avvisato e ammonito, ti fu dal Padre Commissario del Santo Offizio di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione, e che per l'avvenire tu non la potessi tenere, né difendere, né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto: e avendo tu promesso d'obedire, fosti licenziato».
Ricordato che egli scrisse poi il suo Dialogo «senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu avevi precetto di non tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo tale dottrina», nella sentenza si sottolinea che il libro insegna la dottrina copernicana; quanto alle personali convinzioni di Galileo, nel processo fu ritenuto «necessario venir contro di te al rigoroso esame, nel quale [...] rispondesti cattolicamente». Essendosi reso pertanto «veementemente sospetto d'eresia», Galileo era incorso nelle censure e pene previste «contro simili delinquenti».
Imposta l'abiura «con cuor sincero e fede non finta» e proibito il Dialogo, Galilei venne condannato al «carcere formale ad arbitrio nostro» e alla «pena salutare» della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l'Inquisizione di «moderare, mutare o levar in tutto o parte» le pene e le penitenze.
Il rigore letterale fu mitigato nei fatti: la prigionia consistette nel soggiorno coatto per cinque mesi presso la residenza romana del Granduca di Toscana, Francesco Niccolini, a Trinità dei Monti e di qui, nella casa dell'arcivescovo Ascanio Piccolomini a Siena, su richiesta di questi. Quanto ai salmi penitenziali, Galileo incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste.
Dopo il processo del 1633 Galileo scrisse e pubblicò in Olanda nel 1638 il suo più grande trattato scientifico "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali" grazie al quale si considera il padre della scienza moderna.
Nel corso dei secoli che seguirono la Chiesa modificò la propria posizione nei confronti di Galilei: nel 1734 il Sant'Uffizio concesse l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze; Benedetto XIV nel 1757 tolse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. La definitiva autorizzazione all'insegnamento del moto della Terra e dell'immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822. Nel 1968 papa Paolo VI fece avviare la revisione del processo.
in anni più recenti così si è espresso Giovanni Paolo II:
« Come la maggior parte dei suoi avversari, Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un’esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore. [...] Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura. Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi. »

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