Buongiorno, oggi è il 2 luglio.
Il 2 luglio 1839 alcuni schiavi trasportati sulla nave negriera Amistad diedero vita a un famoso ammutinamento, che diede il via al processo di abolizione dello schiavismo.
Nella prima metà del XIX secolo il trasporto illegale degli schiavi dall'Africa a L'Avana (Cuba, all'epoca di proprietà della Spagna) era cosa abituale. Durante il tragitto i prigionieri vivevano in uno stato di malnutrizione e maltrattamento, ammassati e incatenati in spazi molto ristretti. Queste condizioni erano ancora più gravi su La Amistad, in quanto non era nata allo scopo di trasportare schiavi ma merce per il commercio costiero.
Nel giugno del 1839, trasportati illegalmente dalla nave portoghese Tecora, giunsero a L'Avana 56 schiavi Mendi (52 adulti e 4 bambini) catturati in Sierra Leone, i quali vennero comprati dagli spagnoli José Ruiz e Pedro Montez e il 26 giugno furono imbarcati su La Amistad, capitanata da Ramón Ferrer. La destinazione del viaggio era Puerto Principe (Cuba).
Il 2 luglio, durante il viaggio in mare, si verificò l'ammutinamento degli schiavi capitanati dal nero Sengbe Pieh (successivamente noto negli Stati Uniti come Joseph Cinque), mediante il quale i prigionieri riuscirono ad impadronirsi della nave. Dei membri dell'equipaggio rimasero in vita Ruiz, Montez e lo schiavo personale del capitano deceduto, Antonio, utilizzato dagli insorti come interprete. Gli schiavi ordinarono agli spagnoli di cambiare rotta per dirigersi verso l'Africa, ma i due non lo fecero e il 26 agosto, dopo aver navigato lungo le coste americane all'insaputa degli africani, vennero abbordati dalla nave americana USS Washington, capitanata dal luogotenente Thomas Gadney, al largo di Long Island. I Mendi vennero tutti catturati e portati a New Haven nel Connecticut.
Il 7 gennaio 1840 i prigionieri vennero sottoposti ad un processo da cui risultò non essere importante il motivo per cui si trovassero sulla nave, cioè essere schiavi, ma venne evidenziato il fatto che avessero assunto il controllo con la forza. Non tutti gli statunitensi accettarono il primo verdetto e nacque, oltre ad un movimento di dissenso molto importante per l'epoca essendo il periodo antecedente la guerra di secessione, un gruppo chiamato Comitato dell'Amistad che lottò nel processo per ottenere la libertà dei prigionieri e l'abolizione della schiavitù dagli Stati Uniti. Uno degli uomini più attivi all'interno di questo gruppo fu l'avvocato Roger Baldwin.
Per poter comunicare con gli schiavi un membro del comitato, professore Josiah Willard Gibbs, Sr., imparò a contare fino a dieci nella lingua Mende e si recò al porto di New York contando ad alta voce. In questo modo si fece notare da James Covey, un marinaio africano della flotta britannica in grado di comprendere e parlare tale lingua, che divenne il tramite tra il comitato e gli schiavi.
Grazie al dialogo che finalmente si riuscì ad instaurare tra difensori e difesi, il comitato dimostrò che gli africani erano stati catturati illegalmente e che quindi l'ammutinamento venne compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà, con il risultato che tale azione non poteva essere condannata. Secondo questa sentenza, emessa nel gennaio 1840, nemmeno la Spagna di Isabella II, che rivendicava la restituzione degli schiavi come merce in base al Trattato di Pinckney del 1795, poté averli in quanto uomini liberi.
In quel periodo l'interesse principale del Presidente degli Stati Uniti d'America, Martin Van Buren, fu quello di mantenere buone relazioni con la Spagna e non provocare un attacco diretto allo sfruttamento della schiavitù, in modo da evitare uno scontro con il sud del Paese favorevole allo schiavismo; con questa politica avrebbe potuto sperare in una sua rielezione come presidente. Per questi motivi supportò la decisione dell'accusa di fare appello alla sentenza, portando il caso dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America il 23 febbraio 1841. Per la difesa degli schiavi si schierò l'ex presidente degli Stati Uniti d'America John Quincy Adams (espose la sua arringa il 24 febbraio, supportato da Baldwin), il quale riuscì a convincere la Corte a decretare il 9 marzo 1841 lo stato di libertà agli imputati.
Poiché il governo degli Stati Uniti rifiutò di sobbarcarsi le spese per rimandare in Africa i Mendi sopravvissuti, un gruppo di abolizionisti e gli africani stessi trovarono i fondi necessari ad affittare la nave Gentleman, che li riportò in Patria nel novembre del 1841. Arrivarono in Sierra Leone nel gennaio del 1842, dove trovarono le loro dimore distrutte e le loro famiglie scomparse, probabilmente in seguito ad altre razzie perpetrate dallo schiavismo.
In seguito al caso della La Amistad, la Spagna per molti anni richiese un indennizzo al governo degli Stati Uniti per il danno economico riportato, dovuto alla perdita degli schiavi.
Da questa vicenda fu tratto un romanzo e un film nel 97, diretto da Steven Spielberg.
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giovedì 2 luglio 2026
mercoledì 1 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
martedì 30 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
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