Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:44 presso la centrale nucleare V.I. Lenin di Černobyl', in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia, allora repubbliche dell'Unione Sovietica, nel corso di un test definito "di sicurezza" (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore n°3), furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso portando ad un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore numero 4 della centrale: si determinò la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno ed ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni di raffreddamento. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione e lo scoperchiamento del reattore.
Una nube di materiali radioattivi fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale che furono pesantemente contaminate, rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, raggiungendo anche l'Italia, la Francia, la Germania ecc.
Il reattore necessitava di essere isolato al più presto possibile assieme ai detriti dell'esplosione, che comprendevano 180 tonnellate di combustibile e pulviscolo altamente radioattivo e 740.000 metri cubi di macerie contaminate. Fu quindi progettata la realizzazione di un sarcofago di contenimento per far fronte all'emergenza. Viste le necessità, furono impiegati una fila di camion come fondazioni delle pareti di cemento, per un totale di 300.000 tonnellate; per il contenimento del reattore e la struttura portante del sarcofago sono state usate le stesse macerie del reattore numero 4 e materiale metallico (1.000 tonnellate), il che rende il complesso sia instabile che poco sicuro. La volta è sostenuta da tre corpi principali che sorreggono la copertura superiore costituita da tubi di 1 metro di diametro e di pannelli di acciaio. La parete sud è realizzata prevalentemente da pannelli di acciaio che alzandosi per alcune decine di metri si inclinano di circa 115 gradi per poi concludere verticalmente formando il tetto. La parete est è la parete non collassata dello stesso reattore mentre la parete a nord è un puzzle di acciaio, cemento e mura semidistrutte. La parete ovest, quella più spesso impressa sulle foto, per la sua complessità è stata realizzata a parte e poi montata con l'ausilio di gru sulla facciata.
Detto sarcofago è stato creato a tempo record tra il maggio ed il novembre 1986, ma purtroppo ogni anno, proprio per la povertà dei materiali usati e per la mancanza di una più seria progettazione, nuove falle si aprono sulla struttura, per un totale di oltre 1.000 metri quadrati di superficie. Alcune fessure raggiungono dimensioni tali da potervi lasciar passare tranquillamente un'automobile, pari a circa 10/15 metri di diametro. La pioggia vi si infiltra all'interno e rischia di contaminare le falde seppur sotto il reattore sia stato costruito a braccia un tunnel per isolare il nocciolo fuso dal terreno. Circa 2.200 metri cubi di acqua si riversano all'interno del sarcofago ogni anno facendo aumentare di 10 volte il peso sulle fondazioni che va da un minimo di 20 fino ad un massimo di 200 tonnellate per metro quadrato. Il basamento è sprofondato di 4 metri permettendo l'infiltrarsi di materiale radioattivo nelle falde acquifere che sono correlate ai fiumi Pripjat' e Dnepr che a loro volta portano il loro carico fino al mar Nero. 30 milioni di persone lungo il corso dei fiumi si servono di essi. La temperatura all'interno del sarcofago raggiunge in alcuni punti, ancora oggi, 1.000 gradi centigradi in prossimità del nocciolo e tale temperatura contribuisce al costante indebolimento ed alla deformazione della struttura.
Nel 2016 il vecchio sarcofago è stato sostituito da una nuova struttura, impedendo così che una nuova nube comporta da 5 tonnellate di polveri radioattive si liberasse nell'atmosfera europea.
Ad aggravare la situazione è la sismicità della zona del Pripjat'.
Nell'area compresa in un raggio di 10 km dall'impianto furono registrati livelli di fallout radioattivo fino a 4,81 GBq/m². In quest'area si trovava un boschetto (circa 4 km²) di pini che a causa delle radiazioni virò verso un colore rossiccio e morì, assumendo il nome di foresta rossa. Vicine foreste di betulle e di pioppi tuttavia restarono verdi e sopravvissero. Nelle settimane e mesi successivi al disastro nella stessa area alcuni animali come una mandria di cavalli lasciati su un'isola del fiume Pripyat' a 6 km dalla centrale, morirono per danni alla tiroide dopo aver assorbito 150-200 Sv. Su una mandria di bovini lasciata sulla stessa isola si osservò uno sviluppo ritardato, per quanto la generazione successiva risultò normale.
Dei circa 440.350 cinghiali cacciati in Germania nella stagione venatoria, più di 1.000 sono stati trovati contaminati con livelli di radiazioni oltre i limiti permessi di bequerel, probabilmente dovuti alla radiazione residua derivante dal disastro.
Nel 2009, l' autorità norvegese per l'agricoltura ha riportato che in Norvegia un totale di 18.000 animali hanno dovuto essere nutriti con cibo non contaminato per un certo periodo di tempo prima di essere macellati in modo da garantire che la carne potesse essere poi consumata. Anche questo era dovuto alla radioattività residua nelle piante con cui gli animali si cibano durante l'estate. Altri effetti della catastrofe di Chernobyl sono da aspettarsi per i prossimi 100 anni, sebbene la loro gravità è destinata a diminuire in tale periodo.
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domenica 26 aprile 2026
sabato 25 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1953 James Dewey Watson e Francis Harry Compton Crick pubblicano su Nature un articolo intitolato "una struttura per l'acido desossiribonucleico", nel quale viene descritta per la prima volta in modo accurato e veritiero la struttura a doppia elica del DNA.
Il DNA era stato scoperto quasi un secolo prima, nel 1869 da Friedrich Miecher, ma solo negli anni ’50 si cominciò a studiarne meglio la struttura: Rosalind Franklin e Maurice Wilkins negli stessi anni dei due giovani ricercatori stavano infatti studiando il DNA attraverso analisi ai raggi X.
Crick, Watson e Wilkins vinsero il premio Nobel nel 1962, mentre la Franklin non ebbe questa riconoscenza (il 16 Aprile del 1958 all’età di 37 anni muore di cancro alle ovaie a causa della sua esposizione prolungata ai raggi X).
Le scoperte e lo studio del genoma di molti organismi si moltiplicarono negli anni a venire. Nel 1959 venne identificata la prima anormalità cromosomica umana: la sindrome di Down, o trisomia del cromosoma 21. Nel 1967 Allan Wilson e Vincent Sarich dichiarano che la specie umana e i primati hanno iniziato a divergere evolutivamente intorno a 5 milioni di anni fa e non 25 come molti antropologi credevano. Nel 1973, nel primo esperimento di successo di manipolazione genetica, Stanley Cohen e Herbert Boyer inseriscono un gene di rospo in un DNA batterico, e nel 1980 Martin Cline e i suoi collaboratori creano il primo topo transgenico. Nel 1984 Alec Jeffreys e i suoi colleghi elaborano la “prova DNA”, un metodo di identificazione inconfutabile, tuttora ampiamente utilizzato nelle indagini legali.
Fino ad arrivare al 1990, quando ha inizio il “Progetto Genoma”, un impegno internazionale per sequenziare e mappare il genoma dell’uomo, dapprima diretto dallo stesso Watson.
È Bill Clinton il 26 giugno 2000 ad annunciare il completamento della prima bozza del genoma umano: abbiamo circa 30.000 geni, non molti più del piccolo verme C.Elegans che, seppur non più grande di una virgola, ne ha ben 19.000!
L’aver codificato ed in parte compreso il nostro genoma e quello di molti animali ha ovviamente portato la mentalità scientifica a spingersi oltre, cercando di risolvere le sue disfunzioni o studiarne le modifiche.
Il naturale susseguirsi degli eventi ha perciò portato alla creazione dei primi mutanti, come i moscerini con 4 ali o le zampe al posto delle antenne create da Ed Lewis (Nobel nel 1995), che hanno così tanto scandalizzato i benpensanti tradizionalisti. Potendo togliere geni da un organismo ed inserirli in un altro, negli anni ’70 si iniziò seriamente a pensare alla terapia genica: inserire in un virus capace di infettare un organismo un gene funzionale che ne sostituisca uno difettoso. I primi esperimenti su animali effettuati da Paul Berger nel 1971 scatenarono un putiferio, così da vietare successive sperimentazioni. Fortunatamente le scelte scientifiche e politiche furono rimesse in discussione negli anni a seguire e la terapia genica è oggi stata sperimentata anche sull’uomo.
Di questi tempi, invece, le polemiche più focose sono rivolte agli OGM, gli organismi geneticamente modificati che fanno così tanta paura. Si sente sempre più parlare di coltivazioni biologiche, OGM-free, senza ricordare che proprio grazie agli OGM l’uso dei pesticidi per le piante è significativamente diminuito. Inoltre, probabilmente molti non sanno che farmaci oggi ampiamente utilizzati, come l’insulina (fino al 1982 si usava quella bovina, che non è esattamente uguale all’umana, così da provocare spesso reazioni allergiche) o l’ormone della crescita, derivano da batteri OGM.
Un altro motivo per cui il DNA guadagna spesso le prime pagine dei giornali riguarda la clonazione e l’uso di embrioni a scopi scientifici. Tutti ricorderanno gli scandali provocati dalla nascita di Dolly, la pecora clonata nel 1997 da Ian Wilmut. È dell’8 febbraio 2015 la notizia che, in Gran Bretagna, il professor Wilmut ha avuto la licenza di clonare embrioni umani a scopo terapeutico.
Ma il DNA è andato oltre, permettendoci di assemblare con esattezza alcuni tasselli che riguardano la storia della nostra specie. Che gli Ebrei sono indistinguibili dal resto delle popolazioni del Medio Oriente, compresi i palestinesi, in quanto tutti comuni discendenti di Abramo. O la scoperta dei nostri antenati comuni, una donna da cui derivano tutti i nostri mitocondri e un uomo, portatore del primo cromosoma Y: entrambi erano originari dell’Africa e di carnagione nera. Un’unica razza, come sostenne Einstein: la razza umana. Nello stesso modo si è scoperto che uomo e scimpanzé hanno il 98% dei geni in comune, qualcosa di impensabile fino a non molto tempo fa, ammesso che non ci sia ancora qualche dubbioso in merito.
La storia del DNA, di cui ancora molto deve essere scritto, è quindi servita non solo a far luce nel mondo scientifico, ma anche in altri importanti ambiti, come sono quello della religione, della filosofia e dell’evoluzionismo.
Il 25 aprile 1953 James Dewey Watson e Francis Harry Compton Crick pubblicano su Nature un articolo intitolato "una struttura per l'acido desossiribonucleico", nel quale viene descritta per la prima volta in modo accurato e veritiero la struttura a doppia elica del DNA.
Il DNA era stato scoperto quasi un secolo prima, nel 1869 da Friedrich Miecher, ma solo negli anni ’50 si cominciò a studiarne meglio la struttura: Rosalind Franklin e Maurice Wilkins negli stessi anni dei due giovani ricercatori stavano infatti studiando il DNA attraverso analisi ai raggi X.
Crick, Watson e Wilkins vinsero il premio Nobel nel 1962, mentre la Franklin non ebbe questa riconoscenza (il 16 Aprile del 1958 all’età di 37 anni muore di cancro alle ovaie a causa della sua esposizione prolungata ai raggi X).
Le scoperte e lo studio del genoma di molti organismi si moltiplicarono negli anni a venire. Nel 1959 venne identificata la prima anormalità cromosomica umana: la sindrome di Down, o trisomia del cromosoma 21. Nel 1967 Allan Wilson e Vincent Sarich dichiarano che la specie umana e i primati hanno iniziato a divergere evolutivamente intorno a 5 milioni di anni fa e non 25 come molti antropologi credevano. Nel 1973, nel primo esperimento di successo di manipolazione genetica, Stanley Cohen e Herbert Boyer inseriscono un gene di rospo in un DNA batterico, e nel 1980 Martin Cline e i suoi collaboratori creano il primo topo transgenico. Nel 1984 Alec Jeffreys e i suoi colleghi elaborano la “prova DNA”, un metodo di identificazione inconfutabile, tuttora ampiamente utilizzato nelle indagini legali.
Fino ad arrivare al 1990, quando ha inizio il “Progetto Genoma”, un impegno internazionale per sequenziare e mappare il genoma dell’uomo, dapprima diretto dallo stesso Watson.
È Bill Clinton il 26 giugno 2000 ad annunciare il completamento della prima bozza del genoma umano: abbiamo circa 30.000 geni, non molti più del piccolo verme C.Elegans che, seppur non più grande di una virgola, ne ha ben 19.000!
L’aver codificato ed in parte compreso il nostro genoma e quello di molti animali ha ovviamente portato la mentalità scientifica a spingersi oltre, cercando di risolvere le sue disfunzioni o studiarne le modifiche.
Il naturale susseguirsi degli eventi ha perciò portato alla creazione dei primi mutanti, come i moscerini con 4 ali o le zampe al posto delle antenne create da Ed Lewis (Nobel nel 1995), che hanno così tanto scandalizzato i benpensanti tradizionalisti. Potendo togliere geni da un organismo ed inserirli in un altro, negli anni ’70 si iniziò seriamente a pensare alla terapia genica: inserire in un virus capace di infettare un organismo un gene funzionale che ne sostituisca uno difettoso. I primi esperimenti su animali effettuati da Paul Berger nel 1971 scatenarono un putiferio, così da vietare successive sperimentazioni. Fortunatamente le scelte scientifiche e politiche furono rimesse in discussione negli anni a seguire e la terapia genica è oggi stata sperimentata anche sull’uomo.
Di questi tempi, invece, le polemiche più focose sono rivolte agli OGM, gli organismi geneticamente modificati che fanno così tanta paura. Si sente sempre più parlare di coltivazioni biologiche, OGM-free, senza ricordare che proprio grazie agli OGM l’uso dei pesticidi per le piante è significativamente diminuito. Inoltre, probabilmente molti non sanno che farmaci oggi ampiamente utilizzati, come l’insulina (fino al 1982 si usava quella bovina, che non è esattamente uguale all’umana, così da provocare spesso reazioni allergiche) o l’ormone della crescita, derivano da batteri OGM.
Un altro motivo per cui il DNA guadagna spesso le prime pagine dei giornali riguarda la clonazione e l’uso di embrioni a scopi scientifici. Tutti ricorderanno gli scandali provocati dalla nascita di Dolly, la pecora clonata nel 1997 da Ian Wilmut. È dell’8 febbraio 2015 la notizia che, in Gran Bretagna, il professor Wilmut ha avuto la licenza di clonare embrioni umani a scopo terapeutico.
Ma il DNA è andato oltre, permettendoci di assemblare con esattezza alcuni tasselli che riguardano la storia della nostra specie. Che gli Ebrei sono indistinguibili dal resto delle popolazioni del Medio Oriente, compresi i palestinesi, in quanto tutti comuni discendenti di Abramo. O la scoperta dei nostri antenati comuni, una donna da cui derivano tutti i nostri mitocondri e un uomo, portatore del primo cromosoma Y: entrambi erano originari dell’Africa e di carnagione nera. Un’unica razza, come sostenne Einstein: la razza umana. Nello stesso modo si è scoperto che uomo e scimpanzé hanno il 98% dei geni in comune, qualcosa di impensabile fino a non molto tempo fa, ammesso che non ci sia ancora qualche dubbioso in merito.
La storia del DNA, di cui ancora molto deve essere scritto, è quindi servita non solo a far luce nel mondo scientifico, ma anche in altri importanti ambiti, come sono quello della religione, della filosofia e dell’evoluzionismo.
venerdì 24 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta russo, entrò nella storia nel non invidiabile ruolo di primo essere umano deceduto in una missione spaziale.
Erano anni di grande fermento per lo spazio: Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il primato del dominio dei cieli, che significava naturalmente anche il dominio militare dello spazio stesso. I russi avevano per primi mandato esseri viventi in orbita, e per primi un uomo; per primi una donna, per primi più di un pilota, per primi avevano effettuato la passeggiata nello spazio.
Tuttavia i loro primati da alcuni anni non procedevano, e gli Stati Uniti stavano colmando il divario con il programma Gemini, rappresentato da navicelle equipaggiate e dotate di razzi per il cambiamento di traettoria e il randev-vous nello spazio, effettuati nel 65.
La Russia tentò di dare un nuovo impulso alla sua lotta per il dominio del cielo accelerando lo sviluppo del programma Soyuz.
In particolare, si tentava di lanciare un razzo in orbita, e successivamente un secondo razzo per agganciarli tra loro e permettere il passaggio dei cosmonauti da una navicella all'altra.
Il 23 aprile fu lanciato il Soyuz 1 con a bordo Komarov, mentre il giorno successivo sarebbe stato lanciato il Soyuz 2 con altri 3 cosmonauti.
Tuttavia Soyuz 1 ebbe fin da subito notevoli problemi, a cominciare dai pannelli solari per l'approvigionamento di energia che non si aprirono correttamente impedendo una sufficiente erogazione di energia elettrica per il corretto funzionamento della navicella. Anche l'inclinazione in cui si era venuta a trovare impediva di catturare correttamente i raggi del sole. Pertanto fu deciso di abortire il lancio della Soyuz 2 e di procedere al rientro anticipato della navetta di Komarov.
Una prima accensione dei motori fallì, e solo alla diciottesima orbita Komarov riuscì ad iniziare la procedura del rientro. Giunto a circa 7 km di altitudine, avrebbero dovuto aprirsi i paracadute per rallentare la discesa, ma ciò non avvenne e la Soyuz 1 si disintegrò nell'impatto al suolo, e con essa il suo pilota. Nei controlli successivi fu chiara l'evidente imperfezione di costruzione (dovuta alla fretta) del sistema di paracadute, e fu chiaro che se Soyuz 2 fosse stata lanciata, i 3 cosmonauti al suo interno avrebbero avuto la stessa sorte di Komarov.
Fu solo nel 69 che la missione di randev-vous e passaggio di astronauti da una navicella all'altra fu possibile, con Soyuz 4 e 5.
Komarov venne successivamente decorato per due volte con il titolo onorario di Eroe dell'Unione Sovietica e dell'Ordine di Lenin, e le sue ceneri riposano presso il muro del Cremlino: è questo il più alto onore per un cittadino sovietico.
A lui è stato dedicato l'asteroide 1836 Komarov, scoperto nel 1971.
Il 24 aprile 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta russo, entrò nella storia nel non invidiabile ruolo di primo essere umano deceduto in una missione spaziale.
Erano anni di grande fermento per lo spazio: Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il primato del dominio dei cieli, che significava naturalmente anche il dominio militare dello spazio stesso. I russi avevano per primi mandato esseri viventi in orbita, e per primi un uomo; per primi una donna, per primi più di un pilota, per primi avevano effettuato la passeggiata nello spazio.
Tuttavia i loro primati da alcuni anni non procedevano, e gli Stati Uniti stavano colmando il divario con il programma Gemini, rappresentato da navicelle equipaggiate e dotate di razzi per il cambiamento di traettoria e il randev-vous nello spazio, effettuati nel 65.
La Russia tentò di dare un nuovo impulso alla sua lotta per il dominio del cielo accelerando lo sviluppo del programma Soyuz.
In particolare, si tentava di lanciare un razzo in orbita, e successivamente un secondo razzo per agganciarli tra loro e permettere il passaggio dei cosmonauti da una navicella all'altra.
Il 23 aprile fu lanciato il Soyuz 1 con a bordo Komarov, mentre il giorno successivo sarebbe stato lanciato il Soyuz 2 con altri 3 cosmonauti.
Tuttavia Soyuz 1 ebbe fin da subito notevoli problemi, a cominciare dai pannelli solari per l'approvigionamento di energia che non si aprirono correttamente impedendo una sufficiente erogazione di energia elettrica per il corretto funzionamento della navicella. Anche l'inclinazione in cui si era venuta a trovare impediva di catturare correttamente i raggi del sole. Pertanto fu deciso di abortire il lancio della Soyuz 2 e di procedere al rientro anticipato della navetta di Komarov.
Una prima accensione dei motori fallì, e solo alla diciottesima orbita Komarov riuscì ad iniziare la procedura del rientro. Giunto a circa 7 km di altitudine, avrebbero dovuto aprirsi i paracadute per rallentare la discesa, ma ciò non avvenne e la Soyuz 1 si disintegrò nell'impatto al suolo, e con essa il suo pilota. Nei controlli successivi fu chiara l'evidente imperfezione di costruzione (dovuta alla fretta) del sistema di paracadute, e fu chiaro che se Soyuz 2 fosse stata lanciata, i 3 cosmonauti al suo interno avrebbero avuto la stessa sorte di Komarov.
Fu solo nel 69 che la missione di randev-vous e passaggio di astronauti da una navicella all'altra fu possibile, con Soyuz 4 e 5.
Komarov venne successivamente decorato per due volte con il titolo onorario di Eroe dell'Unione Sovietica e dell'Ordine di Lenin, e le sue ceneri riposano presso il muro del Cremlino: è questo il più alto onore per un cittadino sovietico.
A lui è stato dedicato l'asteroide 1836 Komarov, scoperto nel 1971.
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