Buongiorno, oggi è il 4 ottobre.
Il 4 ottobre 1992 il piccolo Simone Allegretti, quattro anni, figlio del gestore di un distributore di benzina, scompare a Maceratola, nella campagna tra Foligno e Bevagna, in Umbria. Comincia una disperata ricerca ed un dramma, quello che vedrà come protagonista il cosidetto mostro di Foligno, destinato a concludersi soltanto nove mesi dpo con un bilancio atroce: due bambini assassinati.
Il cadavere di Simone, nudo, coperto di sangue, soffocato e poi accoltellato alla gola, viene trovato due giorni dopo in una scarpata nei boschi del folignate. Poco prima, in una cabina telefonica di Foligno, era stato trovato un biglietto: lo firma “Il mostro”, è scritto con il normografo su di un foglio bianco. Dice: “Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentíto ora anche se non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. E’ nudo e non ha l'orologio con cinturino nero e quadrante bianco”.
Segue un post scriptum: “PS.: non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio”.
Il 7 ottobre i primi risultati dell’autopsia rilevano che Simone è morto per “asfissia da soffocamento”, non ha subito atti di violenza carnale, ma atti di libidine. Sul collo ci sono sei ferite provocate con un oggetto da punta e taglio. Il 10 ottobre arriva a Foligno il superpoliziotto Achille Serra. Sull’assassino viene messa una taglia ed è ativato un numero telefonico. Il 13 ottobre a quel numero il mostro si fa vivo. Di telefonate ne farà 12 prima di essere catturato quattro giorni dopo: è Stefano Spilotros, 22 anni, agente immobiliare di Rodano, in provincia di Milano. Il 18 ottobre, nel corso di una trionfalistica conferenza stampa a Milano, il questore Serra e i magistrati perugini annunciano che il caso è chiuso. L’assassino di Simone ha un volto ed un nome. Trascorrono appena ventiquattrore e cominciano i primi dubbi sulle accuse che si è rivolto Spilotros. Troppi i particolari inesatti e le contraddizioni. Oltretutto diverse persone, parenti ed amici del giovane, giurano che Stefano era con loro quella domenica. Ad una polizia non troppo esperta nella gestione dell’omicidio - o forse solo troppo “innamorata” di un colpevole autoconfezionato - si aggiungono due magistrati di Perugia, che nell’immediatezza dell’arresto si lasciano ad andare ad una dichiarazione perlomeno incauta: “Abbiamo raccolto indizi numerosi, pesanti e gravi a carico del fermato che è accusato di omicidio volontario, atti di libidine e sequestro di persona”. Uno dei due magistrati è il sostituto procuratore Fausto Cardella che anni dopo manderà a processo Giulio Andreotti per l’omicidio Pecorelli (assoluzione definitiva). Saranno necessari altri 12 giorni e l’esumazione del cadavere del piccolo Simone per accorgersi che Stefano Spilotros è solo un mitomane. E che gli indizi “numerosi, pesanti e gravi” in realtà non esistono. Ma occorrerà soprattutto un nuovo, beffardo, messaggio del mostro che scagiona l’arrestato e chiede nuovamente “aiuto”. Una figura investigativa davvero barbina per inquirenti e magistrati. Il 2 novembre, Cardella è costretto a chiedere al Gip del tribunale di Perugia la scarcerazione di Spilotros. Come lo stesso rivelerà, si era accusato dell’omicidio perché abbandonato dalla sua fidanzata.
Il clima di isteria creatosi attorno al delitto di Foligno spinge l’operaio Giampaolo Marsili, 31 anni, di Cingoli (Macerata), afflitto da un forte esaurimento nervoso, ad impiccarsi. Prima di farlo lascia un biglietto con scritto: “Sono io il mostro, perdonatemi”.
L’omicidio di Simone Allegretti richia di finire nell’immenso archivio italiano dei delitti insoluti, se il vero mostro di Foligno non decidesse di farsi catturare: il 7 agosto 1993, dieci mesi dopo il primo omicidio, ne commette un altro. E’ un delitto frettoloso, quello di un altro bambino, ma più grande di Simone. Lorenzo Paolucci ha infatti 13 anni. Il suo cadavere, pugnalato al collo, viene trovato in una boscaglia vicina alla villetta dove abita Luigi Chiatti, un geometra di 24 anni, figlio adottivo di un medico molto noto a Foligno.
Chiatti non vede l’ora di confessare i suoi due delitti. E' un giovane solitario, schivo, con un passato di sofferenze. Ai magistrati racconterà di provare una forte attrazione per i bambini e anche un’invidia nei loro confronti.
Il 1 dicembre 1994 comincia il processo a suo carico. Chiatti deve rispondere di diversi capi di imputazione: l'omicidio di Simone Allegretti, aggravato dall'averlo sottoposto a sevizie e dall'aver agito per motivi abietti; l’omicidio, questa volta premeditato, di Lorenzo Paolucci, con l'ulteriore aggravante di aver agito “con crudeltà e per motivi abietti”. L'imputato è inoltre accusato di aver sequestrato il piccolo Simone e di aver compiuto su di lui atti di libidine violenti; deve infine rispondere di aver occultato i due cadaveri.
Il 28 dicembre Luigi Chiatti viene condannato a due ergastoli.
Ma la vicenda non è conclusa: l’11 aprile 1996 la corte d’Assise d'’Appello di Perugia riforma la sentenza di primo grado, lo ritiene seminfermo di mente e lo condanna a 30 anni di reclusione. Determinante si rivelerà la testimonianza di un giovane che aveva trascorso diversi anni in befotrofio con Chiatti il quale racconterà di violenze sessuali subite da entrambi da parte di un prete. A pena espiata Chiatti dovrà essere ricoverato in una casa di cura in custodia per almeno 3 anni. Il 4 marzo 1997 la Cassazione confermerà la sentenza.
La pena detentiva di Luigi Chiatti, prima del ricovero in casa di cura, è terminata nel settembre 2015.
Per lui è stato disposto l'internamento per almeno altri tre anni in una Rems (tipo di struttura che dal 2015 ha sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari) in Sardegna. Nel 2018, a seguito di valutazione del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, la permanenza di Chiatti presso la Rems è stata prorogata di due anni.
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domenica 4 ottobre 2026
sabato 3 ottobre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1866 viene siglato il Trattato di Vienna, che pone fine alla Terza Guerra d'Indipendenza Italiana.
Quando il 17 marzo 1861, a seguito dell’Impresa dei Mille, il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani di papa Pio IX.
Per completare l’unità d’Italia era necessario trovare nuovi alleati. In quegli anni il Regno di Prussia aspirava a diventare la principale potenza del mondo germanico. Entrò quindi in contrasto con l’Austria. Nell’aprile del 1866 Italia e Prussia stipularono un trattato che prevedeva la guerra contro l’Austria. L’Italia avrebbe ottenuto in cambio il Veneto.
Poco dopo, nel giugno del 1866, la Prussia attaccò l’Austria, e subito l’Italia si schierò al suo fianco: iniziava così la terza guerra d’indipendenza. L’esercito italiano era numerosissimo, ma male armato e poco organizzato.
A Custoza fu duramente sconfitto. Il governo italiano cercò di rifarsi della brutta figura, e volle ingaggiare una battaglia navale a Lissa, un’isola di fronte alla Dalmazia, nel mare Adriatico. La flotta italiana, benché superiore come mezzi, subì gravi perdite e due grandi corazzate furono affondate. Il comandante Persano fu destituito e degradato. Nonostante le sconfitte italiane, l’esito della guerra fu positivo, grazie alla vittoria dei Tedeschi sugli Austriaci a Sadowa (luglio 1866).
Solo Garibaldi riuscì a tenere alto l’onore italiano. Dopo aver battuto gli Austriaci a Bezzecca, prese a dirigersi verso Trento. Ma nell’agosto del 1866 venne firmata la pace, e Garibaldi ricevette l’ordine di fermarsi. A quest’ordine Garibaldi, per nulla d’accordo, rispose con un celebre telegramma di una sola parola: “Obbedisco”. In base agli accordi stabiliti in precedenza, l’Austria fu costretta a cedere il Veneto all’Italia.
Trento e Trieste restavano però all’Austria.
Il papa, Pio IX, era rimasto profondamente dispiaciuto dalla diminuzione del suo Stato. Ma c’era di più. Tutto il Risorgimento appariva ostile ed inaccettabile agli occhi della Chiesa. Nel 1864 il Papa pubblicò il Sillabo degli errori del tempo: si trattava di un elenco di tutte le idee che la Chiesa considerava sbagliate. In sintesi la Chiesa condannava tutte quelle riforme che dalla Rivoluzione francese si erano diffuse in Italia ed in Europa:
- la libertà di pensiero, di stampa e d’espressione;
- il principio di sovranità popolare;
- la separazione della Chiesa dallo Stato.
Il Sillabo approfondì il divario fra i liberali ed i cattolici. Tra i liberali crebbe il numero degli anticlericali, cioè di coloro che erano contrari al clero ed alla Chiesa. I cattolici liberali, che nei decenni precedenti avevano contato grandi personalità come Manzoni e Gioberti, si trovarono isolati e senza appoggi da parte della Chiesa.
La Chiesa cattolica non riconobbe il nuovo Stato italiano
Particolarmente sentita era la questione romana: cioè il problema che riguardava l’annessione di Roma all’Italia. La città era considerata la naturale capitale d’Italia. Ma i cattolici erano contrari ad un attacco allo Stato pontificio.
Soprattutto Napoleone III non voleva dispiacere ai cattolici francesi, e si era impegnato fin dal 1849 a difendere la sede papale. Il governo italiano doveva per forza adeguarsi all’imposizione del suo principale alleato. Nel 1864 fu stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, un trattato in base al quale l’Italia rinunciava ad ogni pretesa su Roma. Per dimostrare di aver accettato definitivamente questa situazione, il governo decise anche di spostare la capitale del regno da Torino a Firenze.
La conquista di Roma era sostenuta con particolare energia da Giuseppe Garibaldi. Questi aveva un enorme seguito fra le masse popolari: il suo motto era: << O Roma, o morte! >>. I volontari garibaldini tentarono più volte di entrare in Roma. Nel 1862 furono bloccati dall’esercito italiano mentre si organizzavano in Aspromonte. Nel 1867 l’armata francese intervenne direttamente per respingere a Mentana un nuovo attacco.
L’unità era ancora da portare a termine: la questione romana venne inizialmente affrontata senza successo.
Anche per Roma la soluzione venne dalla mutata situazione internazionale. Nel 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana, e la vittoria tedesca portò al crollo dell’Impero di Napoleone III. Ne approfittò il governo italiano, che si sentì libero di agire.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri italiani entrarono in Roma e la occuparono dopo brevissimi combattimenti. Dopo circa 12 secoli, lo Stato della Chiesa non esisteva più. Pio IX si rifugiò nei Palazzi Vaticani e dichiarò di essere prigioniero.
Pochi mesi dopo, nel 1871 Roma fu proclamata capitale d’Italia. Nel maggio dello stesso anno il Parlamento italiano votò una legge che regolava il rapporto tra Stato e Chiesa. Questa legge, detta legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, stabiliva:
- l’assegnazione al Papa dei palazzi del Vaticano e del Laterano, oltre ad alcune residenze nei dintorni di Roma. A questi edifici veniva riconosciuta l’extraterritorialità. Formavano cioè uno Stato indipendente, la Città del Vaticano, di cui il Papa era il capo;
- l’impegno da parte dello Stato italiano a versare ogni anno una somma di denaro adeguata al mantenimento della Città del Vaticano;
- il riconoscimento per la Chiesa cattolica dell’assoluta libertà di organizzazione e di propaganda all’interno dello Stato italiano.
Ma il Papa rifiutò il riconoscimento dello Stato italiano, e quindi della legge delle guarentigie. Ribadì d’essere prigioniero in Vaticano, scomunicò il Re, il governo italiano e vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica nazionale. Persino di andare a votare.
Da quel momento, per circa cinquant’anni, i cattolici furono impegnati soprattutto in attività culturali o sociali, in aiuto dei più poveri. Bisognerà attendere il 1919 prima di veder nascere un partito cattolico.
Il 3 ottobre 1866 viene siglato il Trattato di Vienna, che pone fine alla Terza Guerra d'Indipendenza Italiana.
Quando il 17 marzo 1861, a seguito dell’Impresa dei Mille, il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani di papa Pio IX.
Per completare l’unità d’Italia era necessario trovare nuovi alleati. In quegli anni il Regno di Prussia aspirava a diventare la principale potenza del mondo germanico. Entrò quindi in contrasto con l’Austria. Nell’aprile del 1866 Italia e Prussia stipularono un trattato che prevedeva la guerra contro l’Austria. L’Italia avrebbe ottenuto in cambio il Veneto.
Poco dopo, nel giugno del 1866, la Prussia attaccò l’Austria, e subito l’Italia si schierò al suo fianco: iniziava così la terza guerra d’indipendenza. L’esercito italiano era numerosissimo, ma male armato e poco organizzato.
A Custoza fu duramente sconfitto. Il governo italiano cercò di rifarsi della brutta figura, e volle ingaggiare una battaglia navale a Lissa, un’isola di fronte alla Dalmazia, nel mare Adriatico. La flotta italiana, benché superiore come mezzi, subì gravi perdite e due grandi corazzate furono affondate. Il comandante Persano fu destituito e degradato. Nonostante le sconfitte italiane, l’esito della guerra fu positivo, grazie alla vittoria dei Tedeschi sugli Austriaci a Sadowa (luglio 1866).
Solo Garibaldi riuscì a tenere alto l’onore italiano. Dopo aver battuto gli Austriaci a Bezzecca, prese a dirigersi verso Trento. Ma nell’agosto del 1866 venne firmata la pace, e Garibaldi ricevette l’ordine di fermarsi. A quest’ordine Garibaldi, per nulla d’accordo, rispose con un celebre telegramma di una sola parola: “Obbedisco”. In base agli accordi stabiliti in precedenza, l’Austria fu costretta a cedere il Veneto all’Italia.
Trento e Trieste restavano però all’Austria.
Il papa, Pio IX, era rimasto profondamente dispiaciuto dalla diminuzione del suo Stato. Ma c’era di più. Tutto il Risorgimento appariva ostile ed inaccettabile agli occhi della Chiesa. Nel 1864 il Papa pubblicò il Sillabo degli errori del tempo: si trattava di un elenco di tutte le idee che la Chiesa considerava sbagliate. In sintesi la Chiesa condannava tutte quelle riforme che dalla Rivoluzione francese si erano diffuse in Italia ed in Europa:
- la libertà di pensiero, di stampa e d’espressione;
- il principio di sovranità popolare;
- la separazione della Chiesa dallo Stato.
Il Sillabo approfondì il divario fra i liberali ed i cattolici. Tra i liberali crebbe il numero degli anticlericali, cioè di coloro che erano contrari al clero ed alla Chiesa. I cattolici liberali, che nei decenni precedenti avevano contato grandi personalità come Manzoni e Gioberti, si trovarono isolati e senza appoggi da parte della Chiesa.
La Chiesa cattolica non riconobbe il nuovo Stato italiano
Particolarmente sentita era la questione romana: cioè il problema che riguardava l’annessione di Roma all’Italia. La città era considerata la naturale capitale d’Italia. Ma i cattolici erano contrari ad un attacco allo Stato pontificio.
Soprattutto Napoleone III non voleva dispiacere ai cattolici francesi, e si era impegnato fin dal 1849 a difendere la sede papale. Il governo italiano doveva per forza adeguarsi all’imposizione del suo principale alleato. Nel 1864 fu stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, un trattato in base al quale l’Italia rinunciava ad ogni pretesa su Roma. Per dimostrare di aver accettato definitivamente questa situazione, il governo decise anche di spostare la capitale del regno da Torino a Firenze.
La conquista di Roma era sostenuta con particolare energia da Giuseppe Garibaldi. Questi aveva un enorme seguito fra le masse popolari: il suo motto era: << O Roma, o morte! >>. I volontari garibaldini tentarono più volte di entrare in Roma. Nel 1862 furono bloccati dall’esercito italiano mentre si organizzavano in Aspromonte. Nel 1867 l’armata francese intervenne direttamente per respingere a Mentana un nuovo attacco.
L’unità era ancora da portare a termine: la questione romana venne inizialmente affrontata senza successo.
Anche per Roma la soluzione venne dalla mutata situazione internazionale. Nel 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana, e la vittoria tedesca portò al crollo dell’Impero di Napoleone III. Ne approfittò il governo italiano, che si sentì libero di agire.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri italiani entrarono in Roma e la occuparono dopo brevissimi combattimenti. Dopo circa 12 secoli, lo Stato della Chiesa non esisteva più. Pio IX si rifugiò nei Palazzi Vaticani e dichiarò di essere prigioniero.
Pochi mesi dopo, nel 1871 Roma fu proclamata capitale d’Italia. Nel maggio dello stesso anno il Parlamento italiano votò una legge che regolava il rapporto tra Stato e Chiesa. Questa legge, detta legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, stabiliva:
- l’assegnazione al Papa dei palazzi del Vaticano e del Laterano, oltre ad alcune residenze nei dintorni di Roma. A questi edifici veniva riconosciuta l’extraterritorialità. Formavano cioè uno Stato indipendente, la Città del Vaticano, di cui il Papa era il capo;
- l’impegno da parte dello Stato italiano a versare ogni anno una somma di denaro adeguata al mantenimento della Città del Vaticano;
- il riconoscimento per la Chiesa cattolica dell’assoluta libertà di organizzazione e di propaganda all’interno dello Stato italiano.
Ma il Papa rifiutò il riconoscimento dello Stato italiano, e quindi della legge delle guarentigie. Ribadì d’essere prigioniero in Vaticano, scomunicò il Re, il governo italiano e vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica nazionale. Persino di andare a votare.
Da quel momento, per circa cinquant’anni, i cattolici furono impegnati soprattutto in attività culturali o sociali, in aiuto dei più poveri. Bisognerà attendere il 1919 prima di veder nascere un partito cattolico.
Intervista ad Alexian Santino Spinelli
Giovedi 8 ottobre alle ore 21.00 si terrà il Concerto dell'Orchestra Europea per la Pace nella Cattedrale Madonna del Ponte di Lanciano organizzato dall'Arcidiocesi di Lanciano-Ortona.
Incontriamo il Professore e Commendatore della Repubblica Santino Spinelli, in arte Alexian, fondatore e direttore artistico dell'Orchestra Europea per la Pace, musicista, compositore, poeta, scrittore e docente di Lingua e Cultura Romani presso le Università Sapienza di Roma e Orientale di Napoli, cittadino onorario di Laterza (Taranto).
Perché un'Orchestra Europea per la Pace?
Per veicolare attraverso la musica un messaggio di pace, di rispetto e di concordia fra i popoli per un'Europa unita, solidale e senza discriminazioni.
È composta da musicisti rom, da musicisti italiani e da musicisti stranieri uniti dalla passione per la musica ma anche dalla comune volontà di combattere ogni forma di discriminazione per una convivenza civile e armoniosa. Mai come in questo momento storico c'è la necessità di lanciare un messaggio universale di pace, di dialogo interculturale, di fratellanza e di rispetto per evitare conflitti e guerre inutili e dannose per l'umanità.
Qual è la peculiarità di questa orchestra?
La peculiarità dell’Orchestra risiede nella sua originale proposta musicale. Il repertorio comprende celebri opere di grandi compositori, accanto a mie composizioni originali e brani del repertorio internazionale rom attraverso le quali la musica romanì entra in dialogo con l’orchestra sinfonica senza perdere la propria identità, da qui l'etnosinfonismo. Un ulteriore elemento di assoluta originalità è rappresentato dalla partecipazione di cantanti lirici che interpretano in lingua romanì brani vocali e composizioni di grande intensità espressiva. La lingua romanì, che ha dieci secoli di storia con origine sanscrita e indiana, viene così, per la prima volta, utilizzata nel canto lirico europeo. Un fatto artistico rilevante.
Quando nasce l'idea di questa Orchestra?
L’Orchestra Europea per la Pace costituisce un’esperienza artistica di particolare valore nel panorama musicale internazionale. L'Orchestra è nata nel 2010 e si è esibita in teatri prestigiosi in tutta Europa ma anche in importanti luoghi istituzionali: Museo Maxxi di Roma, Palazzo del Consiglio d'Europa di Strasburgo, Palazzo Chigi-Presidenza del Consigli dei Ministri a Roma, a Bruxelles nell'ambito di una manifestazione per il Consiglio d'Europa, al Teatro Torre Argentina di Roma. Assieme a mio figlio abbiamo tenuto concerti in luoghi di grande prestigio come il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro San Carlo di Napoli, la Carnegie Hall di New York, il Gran Teatro La Fenice di Venezia, suonando assieme ai solisti di queste grandi orchestre. Inoltre abbiamo suonato, spesso in mondovisione, per Papa Benedetto XVI, più volte per Papa Francesco e per Papa Leone XIV.
Siamo riusciti, per la prima volta, a portare la musica romanì etnosinfonica direttamente all'attenzione internazionale da protagonisti, senza mediazioni o interpolazioni.
Parliamo del Concerto di Lanciano in Cattedrale.
Si, ci sarà il concerto dell'Orchestra Europea per la Pace nella Cattedrale della Modonna del Ponte l'8 ottobre Ottobre alle ore 21.00. Devo un sentito ringraziamento a Sua Eccellenza Arcivescovo di Lanciano-Ortona Emidio Cipollone a Don Carmine e a tutta l'Arcidiocesi per questa opportunità. Il concerto è nell'ambito della 33^ edizione della manifestazione AMICO ROM 2026 e vuole essere anche un doveroso ringraziamento a tutti i cittadini di Lanciano che mi seguono e mi sostengono con affetto da tanti anni. Il concerto giunga a loro come un dono. Saranno ospiti d'onore la grande flautista spagnola Ostalinda Suarez Montaño, mia figlia Evedise Spinelli all'arpa e la grande soprano Tania Di Giorgio. Fra il pubblico numerosi ospiti intetnazionali: il compositore e direttore d'orchestra Paco Suarez, il parlamentare croato Veljko Kajrazi, la direttrice di ERGO Gabriela Hrabanova, il direttore dell'Istituto di Cultura Gitana di Madrid Ismael Cortés, il vincitore assoluto del 33^ Concorso Artistico Internazionale Amico Rom il professore rumeno Gheorghe Sarau, i rappresentanti della Cattedra della Pace di Assisi dott. Renato Ongaro e Rocco Lanatà, il Patron della Casa Discografica CNI Paolo Dossena, l'alto funzionario dell'UNAR-Presidenza del Consiglio dei Ministri di Palazzo Chigi Pietro Vulpiani, numerosi sindaci del territorio frentano e tantissime altre personalità.
Un grande evento per l'Abruzzo e per Lanciano?
Direi proprio di si. È un'occasione unica per godersi una serata di arte e di intercultura, fraternamente.
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