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lunedì 22 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
 Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
 Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
 Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.

domenica 21 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno, solstizio d'estate, giorno più lungo dell'anno.
Il 21 giugno 1963 Giovanni Battista Montini saliva al soglio pontificio con il nome di Paolo VI.
Papa Montini apparteneva ad una cospicua famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche; era figlio di Giorgio Montini, deputato del Partito Popolare per tre legislature. Compiuti gli studi preso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.
Divenne quasi subito, nel 1924, uomo di Curia con la nomina di aiutante dentro la Segreteria di Stato del Vaticano. Parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato.
Nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII. Anche se come suo segretario formalmente non fu mai, il successivo ventennio di collaborazione con Papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e poi pontefice.
La sua epoca sarà segnata dal passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, dalla svolta mondiale della "guerra fredda" e dal successivo "disgelo", dal nuovo porsi della Chiesa Romana di fronte al mondo, dalla problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare.
Infine la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra la Santa Sede e i Paesi comunisti.
Nel 1952 veniva eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari.
Nel 1954 (stranamente e senza il cappello cardinalizio - sembrò quasi un allontanamento dalla Segreteria) fu nominato  arcivescovo di Milano proprio da Pio XII. Cardinale fu nominato solo nel 1958, ma da Giovanni XXIII. E quando Papa Roncalli indisse il Concilio, Montini collaborò attivamente.
Alla morte di Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 Montini gli succedette e rimase sul soglio per 15 anni e 46 giorni. Primo compito del nuovo Papa fu la conduzione del Concilio, compito tutt'altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria.
La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII. Uomo di grande carità e mitezza Paolo VI non riuscì ad inserirsi in pieno nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposti nei confronti della sua figura. Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti, forse impulsivamente, consideravano una nuova era della storia della Chiesa Romana. Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare o ecumenico e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Ci basta qui ricordare e considerare la lettera enciclica "Populorum Progressio" del 26 marzo 1947 che ben si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la "Gauduium er Spes" del 7 dicembre 1965.
Quella di Montini fu una successione difficilissima, perché, lui uomo di curia, non possedeva la simpatia e il calore di quel "curato di campagna" com'era papa Roncalli. Fu sempre considerato, gelido, amletico, dubbioso e pieno di tormenti, tanto da essere soprannominato "Paolo il Mesto" giocando sulle parole "Paolo Sesto". Dopo - le prime in assoluto - uscite di Papa Giovanni dalle mura vaticane per recarsi fuori Roma,  fu proprio Paolo VI ad inaugurare l'usanza dei viaggi anche all'estero, in ogni angolo del mondo. Ma è anche il Papa che si è trovato a dover gestire i momenti più difficili e delicati del dissenso cattolico in Italia. Compresi  tutti gli altri fermenti dentro la società contemporanea.
Ma alcuni di questi fermenti avvengono proprio nella Chiesa: veri e propri atti di ribellione dei fedeli - senza precedenti -  alla struttura gerarchica e al potere della Chiesa. Da non dimenticare infine, col suo tradizionalismo ortodosso, nonostante tanti slanci di solidarismo, il travaglio vissuto da Paolo VI, nell'impervio cammino di due importanti e storiche leggi di questo periodo: quella del divorzio e quella dell'aborto. Si evitarono le vere e proprie  "guerre di religione"  nelle piazze (consenzienti anche i comunisti), ma le battaglie dentro le segreterie dei partiti furono all'ultimo sangue; le più feroci dentro lo stesso partito che aveva emblema proprio la croce cristiana. Paradossalmente i democristiani temevano di perdere elettorato, mentre i comunisti pure.
Entrambe le due questioni, e soprattutto poi i risultati, hanno addolorato profondamente Paolo VI, Lui che voleva ad ogni costo avere un dialogo proprio con "il popolo di Dio" del mondo contemporaneo indicatogli da Giovanni XXIII (soprattutto con il contenuto della enciclica Mater et magistra e con la temeraria Pacem in terris, in cui fece crollare muraglie e preconcetti secolari appellandosi a intese e collaborazioni con i non credenti) dovette vivere il periodo forse più drammatico della Chiesa sul piano non solo dottrinale ma etico. Una sua frase esprime in un modo non solo metaforico questo grande travaglio:  "Aspettavamo la primavera ed è venuta la tempesta".
La lettera apostolica "Octogesima Adveniens" del 1971, rivela ulteriormente la condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sua sensibilità sociale. Particolare coraggio e spirito pastorale animerà poi Paolo Vi nella questione della regolamentazione delle nascite (Eniclica "Humanae Vitae") e del problema della fede e dell'obbedienza alla gerarchia.
Uno dei momenti forti del suo pontificato fu l'anno giubilare, Anno Santo indetto nel 1975, che portò circa 8.500.000 di pellegrini a Roma.
Preoccupato delle dissidenze di destra e di sinistra in seno alla Chiesa, pervenne infine alla sospensione a divinis del vescovo tradizionalista M. Lefebvre e alla riduzione allo stato laicale dell'ex abate di San Paolo don Franzoni, fondatore di una Comunità di base di ispirazione socialista.
L'ultimo periodo della sua vita, reso difficile da una salute malferma, fu poi rattristato profondamente dal rapimento e poi uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro.
In quei drammatici giorni del sequestro intervenne con un accalorato appello lanciato ai sequestratari di Moro, e poi alle sue esequie apparve addolorato e visibilmente sofferente.
L'ultima volta che apparve in pubblico fu proprio per i funerali di Moro. Ma fu anche molto criticato da un certo clero che gli rimproverò fino all'ultimo questi suoi "atteggiamenti"  e di aver voluto portare la sua pietà a un uomo ribelle come Moro.
Montini è il Papa che ha visto scorrere sulle finestre del mondo la Guerra Fredda e il Sessantotto. E' il papa che ha messo in vendita la sua tiara, per offrire il ricavato ai più bisognosi; e che dopo quattro secoli, e non senza contestazioni da parte dei porporati più conservatori, ha abolito nel 1966 l'indice dei libri proibiti. E' il papa che si incontrò con il Patriarca di Costantinopoli Antenagora dopo 14 secoli di incomunicabilità. E' il primo papa ad aver preso l'aereo, visitando tutti e cinque i continenti come mai nessun pontefice aveva fatto prima. E' il papa che implorò personalmente e pubblicamente i brigatisti di liberare Aldo Moro, suo caro amico; e che successivamente, andando contro la tradizione, partecipò alla messa esequiale dello statista ucciso. Il suo stato di salute si deteriorò da allora progressivamente e tre mesi dopo, il 6 agosto 1978, anch'egli si spense nella residenza di Castel Gandolfo. Per volere di papa Giovanni Paolo II, l'11 maggio 1993 è stato aperto il processo diocesano per la Causa di Beatificazione. E' stato proclamato santo da Papa Francesco il 14 ottobre 2018.

sabato 20 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1837 la Regina Vittoria sale al trono d'Inghilterra, sul quale siederà fino alla morte. Il suo è stato il più lungo regno della storia Britannica fino al 2015 quando la regina Elisabetta II ha eguagliato, e superato, il suo primato.
Agli inizi dell'800 In Inghilterra regna re Giorgio IV, attorno al quale si innesta una spirale di trame per la successione, in quanto Giorgio IV non ha eredi. Alla sua morte sale al trono il fratello Guglielmo IV. Il problema si ripresenta perché nemmeno Guglielmo IV ha figli e la sua morte potrebbe segnare la fine dalla dinastia dei Windsor sul trono d'Inghilterra. La partita per la successione si riduce agli altri figli di Giorgio III: una è femmina ed è tagliata fuori dal gioco; questa va in sposa al principe Leopoldo, destinato più tardi a diventare il re del Belgio. Un altro figlio è il duca di Clarence che non ha alcuna intenzione di unirsi in matrimonio; l'ultimo erede è Edoardo, il quale ha cinquanta anni e vive da più di venti con una donna di basso rango. Quest'ultimo viene interpellato e, seppure con riluttanza, si fa convincere: gli viene scelta in moglie una sorella vedova di Leopoldo, Vittoria Maria Luisa.
Quest'ultima annuncia di aspettare un figlio e tutti attendono il futuro re d'Inghilterra: il giorno 24 maggio 1819 avviene la tanto attesa nascita, tuttavia l'erede è una bambina. Il presunto padre non riesce nemmeno a scegliere un nome, perché muore quando la piccola ha solo otto mesi. La bambina viene così chiamata dalla madre con il suo stesso nome, Alexandrina Vittoria. La piccola Vittoria nasce con una malattia genetica: è portatrice sana dell'emofilia.
La bimba cresce tra l'affetto della madre, dello zio Leopoldo e dei due figli di lui, i cugini Alberto ed Ernesto. Guglielmo IV muore nel 1837 quando Vittoria ha 18 anni: la giovane mostra da subito di avere un carattere determinato; prende da subito in mano le redini della situazione dando disposizioni sul funerale dello zio, predisponendo la composizione del corteo.
Un anno dopo viene ufficialmente incoronata Regina d'Inghilterra: Vittoria dimostra di conoscere a fondo la situazione del suo paese, e da subito riforma la scuola; impone nuove leggi che riducono l'orario di lavoro delle donne e dei bambini, e diventa in poco tempo molto popolare. Decide di sposare il cugino Alberto, che si dimostrerà di grande aiuto: il loro sarà inoltre un vero matrimonio d'amore.
In meno di undici anni Vittoria mette al mondo nove figli. Alice è la figlia prediletta della regina, ma anche lei, come le altre figlie, porta con sé il gene dell'emofilia e anche due figli maschi vengono colpiti. La regina viene colpita così dal dolore della perdita di alcuni dei suoi figli. Nel 1861 anche il marito muore a causa della febbre tifoidea.
Dopo due anni di lutto e di dolore, instaura una profonda amicizia con John Brown, il suo stalliere, che diventa suo uomo di fiducia e suo consigliere fino alla morte di lui, che avviene nel 1883, per i postumi di una aggressione (subita da invidiosi che vedevano di cattivo occhio la situazione dello stalliere che diventava fiduciario della regina).
All'età di 64 anni Vittoria è sola con un figlio, Edoardo, l'erede al trono, grasso e abulico, incapace di aiutarla nella conduzione del regno. Alice, la figlia prediletta, muore giovane; gli altri figli sono sistemati in matrimoni di interesse per l'Europa e assenti dalla vita politica internazionale; nessuno dei figli è all'altezza del ruolo della madre. Gli affetti della regina sembrano vivere una situazione disastrosa, tuttavia la caparbia regina Vittoria viaggia e lavora sodo per fare dell'Inghilterra una potenza internazionale.
Arriva anche in Italia dove acquista numerose opere d'arte che si trovano tuttora esposte alla National Gallery di Londra. Diventa così la regina dell'impero più potente della terra: vanta possedimenti in India, Oceania, Africa e tutto il mondo guarda all'impero economico del Regno Unito come ad una guida assoluta, grazie alla lungimiranza e alle straordinarie capacità di statista della regina Vittoria.
Muore a 82 anni il giorno 22 gennaio 1901: stanca e malata chiede di fare una gita in carrozza nei boschi di Osborne; qui chiude gli occhi dolcemente, e la sua dama di compagnia ordina al cocchiere di rientrare in silenzio, credendo che la regina stia dormendo; Vittoria non si sarebbe più svegliata.
Il suo lunghissimo regno viene oggi anche chiamato come "epoca vittoriana".
Il regno della regina Vittoria ha permesso al regno britannico di essere la nazione più potente del mondo. Potenza e ricchezza dovute soprattutto al fatto di aver saputo precedere ogni altro paese europeo sulla via del progresso industriale. La maggior parte delle invenzioni che favorirono lo sviluppo del XIX secolo e che portarono ad una vera rivoluzione nel campo economico e sociale, infatti, sono state compiute in territorio anglosassone. La più importante di esse, l’invenzione della macchina a vapore, cominciò ad essere sfruttata su scala economica ed industriale alla fine del XVIII secolo per opera di un ingegnere scozzese, James Watt, e da allora l’Inghilterra si pose a guida del mondo europeo sulla via delle applicazioni della potenza-vapore prima nelle fabbriche e poi nelle ferrovie. Sicché quando nel 1837 la diciottenne Vittoria salì al trono il paese aveva un numero di fabbriche azionate dall’energia del vapore e un numero di ferrovie superiore a quello di tutto il resto del mondo. Tale supremazia fu mantenuta fino agli ultimi anni della regina, da ciò si deduce che il suo regno ha costituito, almeno per i primi due terzi, la grand’età della superiorità politica e industriale inglese. Ma anche in Inghilterra e nelle isole britanniche nel 1837 la maggior parte delle fabbriche era ben lontana dallo sfruttare l’energia del vapore e le prime ferrovie erano state costruite da non più di dieci anni. In quel primo terzo di secolo l’Inghilterra non era stata governata da re di gran polso: Giorgio III (1760-1820) aveva manifestato fin dal 1810 segni di pazzia; il figlio Giorgio IV era stato più amante dei piaceri che della vita politica e l’immediato predecessore di Vittoria, lo zio Guglielmo IV non aveva dimostrato di aver molto buon senso. Questo però non mancò nè a Vittoria nè al giovane principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha il quale sposato nel 1840 seppe esercitare una così vasta influenza sul governo e sulla politica inglese per tutto il tempo in cui visse (morì a 42 anni nel 1861) da meritarsi davvero il titolo di re, pur non avendo altro riconoscimento ufficiale che quello di principe consorte. Prima del matrimonio Vittoria aveva subito l’influsso del primo ministro Lord Melbourne ed egli, benché fosse più uomo di mondo che statista, aveva saputo assumere con tanta serietà il compito di educare politicamente la giovane regina che quando uscì di scena nel 1841, la regina poteva dire di conoscere il suo mestiere non meno del marito. In effetti, i due per i venti anni successivi seppero esercitare un ruolo assai importante nella vita del paese e diedero alla nazione quella caratteristica impronta per metà d’origine tedesca e per metà evangelica che era loro propria e che contraddistinse gli aspetti migliori del cosiddetto periodo vittoriano. Non ugual fortuna ebbe Vittoria col successore di Melbourne, Robert Peel che era un uomo timido e riservato. La Regina era incline a ritenerlo “sciocco” a confronto del beneamato Melbourne, ma non ci fu tuttavia alcun grave disaccordo tra i due. Anzi il ministro Peel (1841-1846) si rese benemerito di riforme assai importanti nel mondo del lavoro e del commercio. Il rapido sviluppo del sistema industriale in Inghilterra provocava già gravi abusi: gli operai erano sovraccarichi di lavoro, sfruttati, e cosa ancor più grave era diffuso l’utilizzo di manodopera infantile. Nei casi peggiori erano costretti a lavorare bambini di cinque e sei anni e anche meno per più di 18 ore al giorno e li si puniva con severità se commettevano qualche mancanza. Si doveva correre al riparo e due leggi del Parlamento, durante il governo Peel, cercarono di rispondere al bisogno: con la prima fu proibito di far lavorare donne e fanciulli sottoterra nelle miniere di carbone e con la seconda si limitò in molte industrie la giornata lavorativa dei bambini a sei ore e mezza e a dodici quella delle donne (diminuita a dieci tre anni dopo). Un altro importante passo avanti, compiutosi sotto il ministro Peel, concerne la così detta legge del “libero commercio” con la quale si abolì ogni dazio sulle merci importate. Il precoce sviluppo industriale inglese aveva permesso alla nazione di produrre manufatti a prezzo assai inferiore a quello degli altri paesi europei e di trovare ampi sbocchi commerciali sui mercati stranieri. Ma nessuno stato estero poteva pagare le merci inglesi senza esportare le proprie in Inghilterra e questo era impedito dagli alti diritti doganali che la stessa Inghilterra, non diversamente dal resto del continente, manteneva su tutte le merci d’importazione, La follia di un simile sistema era stata proclamata fin dal 1776 da un professore scozzese Adam Smith. Nel suo “Wealth of nations” (ricerca sulla natura e cause della ricchezza delle nazioni) egli sosteneva che tutti i paesi avrebbero tratti grandi benefici se si fosse permesso al commercio di trovare libero sfogo grazie all’abolizione di tutti i diritti e dazi doganali che ostacolavano le importazioni. Ma pochi paesi potevano permettersi una cosa simile. Anzi la sola Inghilterra era in grado di mettere in pratica le idee di Smith dato il grande incremento industriale che le era proprio e qui, infatti, fin dal 1820 erano pressoché aboliti tutti i dazi d’importazione per ogni genere di merci, salvo per il grano. Al riguardo sarebbe stato pericoloso per un'isola come quella britannica mettersi in condizione di dipendere quasi esclusivamente dall’estero per i propri approvvigionamenti alimentari col rischio di morire di fame in caso di guerra. Ciò nonostante gli industriali inglesi spinti dal desiderio di ottenere sempre più vasti profitti insistevano, governo dopo governo, perché si corresse questo rischio e nel 1846 ottennero il loro scopo. Peel cedette e da allora si può affermare che tutte le merci straniere abbiano potuto essere liberamente importate in Inghilterra senza l’oppressione d’imposte doganali. Si era giunti al sistema del “libero commercio” ed esso durò ininterrottamente per un centinaio d’anni fino a che le guerre del XX secolo non ne incrinarono le basi e non ne resero impossibile la continuazione.


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