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giovedì 16 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1889, in un quartiere povero di Londra, nasce Charles Spencer Chaplin.
Fu all'età di cinque anni, che Chaplin ebbe coscienza, per la prima volta, del suo potere sul pubblico. La mamma Hannah, un'attrice di teatro, preferiva portarlo con sè quando doveva recitare, piuttosto che lasciarlo a casa da solo.
A quell'epoca, la donna lavorava nel teatro di Aldershot a Londra, un locale di dubbia reputazione, frequentato da soldati rumorosi e rissosi. Purtroppo Hannah soffriva di laringite e una sera, mentre stava cantando, improvvisamente la voce scomparve. I militari cominciarono a lagnarsi e a tirare oggetti sul palcoscenico, urlando alla donna di andarsene. Hannah, confusa e in preda ad una crisi nervosa, fuggì in lacrime: quella fu l'ultima volta in cui calcò le scene. Il direttore del teatro però, non si perse d'animo. Prese il piccolo Charlie per mano e lo accompagnò sul palcoscenico. E il bambino, fra lo sbigottito e l'eccitato, incominciò a cantare una canzone popolare. Il pubblico andò in visibilio e ricoprì il giovanissimo artista con una pioggia di monetine. Charlie, al termine del pezzo, si interruppe e avvisò con naturalezza che, prima di proseguire, avrebbe raccolto tutti quanti quei soldi e così fece. Fra le risa della gente. In questo modo cominciò la carriera artistica di Charlie Chaplin. In un teatro sperduto di Londra. L'infanzia di Charles però, non fu facile.
Hannah, dopo aver abbandonato il teatro, cercava di tirare avanti facendo dei lavoretti con una macchina da cucire presa a nolo, ma mantenere da sola i suoi due figli Charles e Sydney non era facile (i padri dei due bambini l'avevano entrambi lasciata). Come se non bastasse, Hannah soffriva di squilibrio mentale (probabilmente ereditario) e i ricoveri nelle cliniche psichiatriche divennero sempre più frequenti. Finché‚ fu definitivamente internata. Charlie e il fratello, perciò, vissero per parecchio tempo in orfanotrofio, dove sperimentarono l'abbandono e la solitudine. Più tardi, quando Chaplin divenne ricco e famoso, alcuni lo descrissero come un uomo triste e disperato.
C'è chi arrivò a dire che solo durante la sua povera infanzia era veramente stato felice. Charlie reagì a questi commenti nella sua autobiografia: "L'atteggiamento di chi vuol rendere la miseria attraente per gli altri è piuttosto antipatico. Devo ancora conoscerlo un povero che abbia nostalgia della povertà…, o che vi veda la libertà. Io non trovo nessuna costrizione nella ricchezza: al contrario, vi trovo molta libertà…... Non ho trovato la miseria nè attraente né edificante. Non mi ha insegnato altro che a falsare i valori, a sopravvalutare le virtù e le grazie dei ricchi e dei cosiddetti ceti abbienti."
Fin dai primissimi anni di vita, Charlie sentì di essere nato per la recitazione. Nella sua autobiografia scrisse "Avevo fatto lo strillone, il tipografo, il fabbricante di giocattoli, il soffiatore di vetro, l'usciere..., ma durante queste digressioni professionali... non avevo mai perso di vista il mio vero scopo, che era di diventare attore". Charlie cercò insomma sempre di mantenere viva quella sicurezza, quella fiducia in sè stesso che gli avrebbe poi permesso di farsi strada. La madre, che lui adorava, ebbe un peso significativo nella sua formazione artistica: Charlie ripeteva che aveva fatto sentire lui e Sydney non come "il solito prodotto della miseria, ma esseri dotati di una loro personalità… e unici nel genere". Ricordava che spesso Hannah si sedeva con i suoi bambini vicino alla finestra, esprimendo commenti sulla gente che passava: osservando le pose, i movimenti, l'espressione del viso, capiva i problemi, le gioie, le difficoltà… di ognuno. Da lei, Charlie imparò ad osservare chi gli stava intorno: e fu proprio questa capacità di osservazione, questa sensibilità, che gli permise, nei suoi film, di raggiungere il cuore di tutti.
Con il riso e con il pianto, due reazioni apparentemente contrastanti ma in realtà molto vicine. Chaplin si meravigliava di fronte alla gioia e alle lacrime che sapeva suscitare in chi guardava i suoi film. Il segreto, trovò, stava nel sentimento, unito alla ragione e alla fiducia in sé stesso: "Non credo che si possa insegnare a recitare. Ho visto persone intelligenti fallire miseramente e individui piuttosto ottusi recitare benissimo. Ma per recitare occorre essenzialmente del sentimento" Quando poi intelletto e sentimento sono perfettamente equilibrati, allora abbiamo l'attore superlativo. La caratteristica essenziale del grande attore è che egli si piace mentre recita... Dev'esserci un fervido amore per se stessi e un'enorme fiducia nelle proprie capacità".
Nel 1898, a nemmeno dieci anni di età, Charlie entrò in una vera compagnia, dedita al music hall: "The Eight Lancashire Lads" di William Jackson, formata tutta da ragazzini molto giovani. Il suo esordio fu nello stesso anno, a Manchester, nello spettacolo "Babes in the Wood" che andò in tournèe. Il music hall era una palestra davvero unica: nulla era lasciato all'improvvisazione, tutto doveva essere dosato e studiato. Gli attori, posti di fronte ad un pubblico burbero e esigente, dovevano riuscire a tenere gli spettatori con il fiato sospeso. E Charles ce la faceva benissimo. Intanto la sua carriera proseguiva a passi da gigante. A quattordici anni, prese il coraggio a due mani e si presento nella nota agenzia teatrale Blackmore di Londra, riuscendo ad ottenere una parte nella commedia "Sherlock Holmes".
Nel 1908 venne scritturato da Fred Karno, il maggior impresario di sketch dell'epoca, che dava già da lavorare al fratello Sydney. Nel 1913, mentre stava recitando negli Stati Uniti, a Filadelfia, con una compagnia di Karno, la Keystone di Mack Sennett gli propose un contratto alla cifra sbalorditiva di 150 dollari la settimana. Chaplin accettò e venne così a contatto con un metodo di lavoro molto diverso da quello a cui era abituato: la Keystone arrivava a produrre anche due film alla settimana. La lavorazione era frenetica. Non c'era tempo per ripetere. Bisognava fare bene tutto al primo colpo. Gli attori dovevano perciò essere dei bravissimi improvvisatori. Anche se poi, negli anni a venire, Chaplin avrebbe puntato sul perfezionismo, facendo e rifacendo una miriade di volte le stesse scene, questi anni con Sennett furono per lui molto istruttivi.
E' alla Keystone che viene indissolubilmente legato il successo di Charlie Chaplin. Qui infatti, nel 1914, nacque la maschera di Charlot, in un modo del tutto fortuito: "Non sapevo a quale truccatura ricorrere... Mentre puntavo verso il guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone e la bombetta. Volevo che fosse tutto in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione. Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m'incamminai verso l'enorme pedana di legno, esso era già venuto al mondo. Invenzioni comiche e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennett, assunsi l'identità del nuovo personaggio e cominciai a passeggiare su e giù, impettito, dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui... Il mio era un personaggio originale e poco familiare agli americani; poco familiare persino a me. Ma, una volta nei suoi panni, io m'immedesimavo in esso, per me era una realtà e un essere vivente. Anzi, m'infiammava di idee folli di tutti i generi, che non avrei mai avuto se non mi fossi messo il costume e la sua truccatura".
Il costume, che piacque subito a Sennett, venne inaugurato con due film, entrambi del 1914: "La strana avventura di Mabel" e "Charlot si distingue". Charlot è un vagabondo, non necessariamente buono, però simpatico, che in diverse situazioni si trova a scontrarsi con le ferree leggi morali e civili della società. Così accade in "Luci della città", quando la fioraia che ormai ha riacquistato la vista, si mette a ridere di fronte al vagabondo, per poi rimanere sbigottita nel momento del riconoscimento. Così accade in "Tempi moderni", dove viene aspramente criticata la subordinazione dell'uomo alla macchina. Temi scottanti, molto sentiti, sempre filtrati attraverso l'umorismo, in particolare la gag, una trovata comica improvvisa che sbalordisce il pubblico.
Umorismo e sentimento, dimensione romantica e patetica, comicità e tragicità si trovano a convivere in Charlot. Chaplin fu un artista davvero poliedrico, e pretendeva di occuparsi dei film a cui partecipava sotto tutti gli aspetti. Ovviamente però, i registi della Keystone non accettavano i suoi consigli e cominciarono le incomprensioni e i malumori. Alla fine, Chaplin ottenne quello che voleva: dal giugno del 1914 sarebbe stato regista di tutti i suoi film ad eccezione di "Il romanzo di Tillie" (1914), diretto da Sennett stesso. Come regista, Chaplin si dimostrò abile e tecnicamente molto versatile, arrivando a sperimentare il montaggio e il primo piano.
Nel dicembre 1914, la Keystone si rifiutò di rinnovare il contratto all'attore londinese, che pretendeva una paga di mille dollari la settimana. Ma, veloce, arrivò la proposta della Essanay, che gliene offrì addirittura 1250. Numerosissimi i film di questi anni, fra cui "Charlot principiante" (1915), "Charlot ladro" (1916), "La signorina Charlot" (1915).
Chaplin nel 1915 a mò di burla, partecipò a un concorso come sosia di se stesso, all'insaputa della giuria, ma non vinse la competizione, non arrivando neanche alla fase finale.
Frattanto cominciò a circondarsi di alcuni compagni di lavoro fedelissimi, che l'avrebbero poi seguito per molti anni, fra cui la brava attrice Edna Purviance. Nel 1916 passò ad un'altra casa, la Mutual Film Corporation, da dove uscirono, fra gli altri, "Charlot caporeparto" (1916), "Charlot macchinista" (1916), "Charlot pattinatore" (1916), "Charlot ubriaco" (1916). Nel 1917 firmò un contratto con la First National Exhibitors Circuit, dove realizzò "Charlot soldato" (1918) e "Il monello" (1921). La casa avrebbe curato la distribuzione, ma Charlie sarebbe stato produttore di sè stesso.
Nel 1919 fondò con gli amici Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Wark Griffith la United Artists, una casa di distribuzione indipendente per le proprie pellicole e per quelle di chi avrebbe voluto associarsi. Insieme, questi attori desideravano combattere il sistema hollywoodiano di distribuzione che mirava al monopolio. Dalla United Artists uscirono "La donna di Parigi" (1923), "La febbre dell'oro" (1925) e "Il circo" (1928). Chaplin non ripose alcuna fiducia, almeno all'inizio, nel cinema sonoro. Lo considerava una trovata strampalata che avrebbe avuto i giorni contati. "All'inizio", dice Chaplin nella sua autobiografia, "nessuno sapeva dosare il sonoro: il cavaliere errante dentro la sua armatura sferragliava come un'acciaieria, una semplice cenetta in famiglia sembrava l'ora di punta in una trattoria economica e chi versava l'acqua in un bicchiere faceva un rumore da sfondare i timpani". Chaplin incarnava per il pubblico, ma anche per sè stesso, il cinema muto. Il suo vagabondo aveva senso solo zitto.
"Certuni mi dissero che il vagabondo poteva anche acquistare la parola. La cosa era inconcepibile, perché la prima parola che avesse pronunciato, lo avrebbe trasformato in un'altra persona... Avevo pensato alle possibili voci da dare al vagabondo; se era il caso di farlo parlare a monosillabi o di limitare i suoi discorsi a un borbottio. Ma non servì a nulla. Se mi fossi messo a parlare, sarei diventato un comico come tutti gli altri". Hollywood però stava subendo delle trasformazioni, che neanche Chaplin poteva arrestare. "Quasi tutti i divi del muto erano scomparsi dalla circolazione: eravamo rimasti in pochi. Ora che il sonoro aveva preso piede, il fascino e la spensieratezza di Hollywood erano definitivamente tramontati. I tecnici del suono stavano rinnovando gli studi e costruendo complicate apparecchiature".
I produttori cominciarono a chiedere a Chaplin film sonori, ma lui, non sentendosela ancora, produsse altri due film muti: "Luci della città" (1931) e "Tempi moderni" (1936). Insistere, però, sarebbe stato assurdo. "Più nessuno, a Hollywood, girava film muti, e io ero l'unico rimasto. Fino a quel momento la fortuna mi aveva assistito, ma continuare con la sensazione che l'arte della pantomima stesse passando di moda, non era una prospettiva incoraggiante". Fu allora che nacque il suo primo film sonoro, "Il grande dittatore", in pieno nazismo: era il 1940. Chaplin, ritrovandosi dei baffetti molto simili a quelli di Hitler (come in molti, all'epoca, gli fecero notare), ne fece in questo film la parodia. Roosevelt stesso era spaventato: temeva che il film avrebbe potuto nuocere ai rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo.
E le accuse fioccarono numerose. Ad essere preso di mira era soprattutto il discorso conclusivo del film. Frasi come: "l'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo" venivano tacciate di filocomunismo. Anche nei film precedenti, del resto, c'erano temi che potevano essere facilmente fraintesi. In "Charlot apprendista" (1915), Charlot era un operaio che si trovava a scontrarsi con un padrone tiranno. E lo stesso succedeva in "Tempi moderni" (1936). Da lì, a vedere tracce di comunismo, in molti ci misero poco. Chaplin si difese sempre da queste accuse: "Io non sono comunista, sono un essere umano, e credo di conoscere le reazioni degli esseri umani. I comunisti non sono diversi dagli altri, se perdono un braccio o una gamba soffrono come noi, e muoiono come noi. E la madre comunista è come qualsiasi altra madre. Quando riceve la tragica notizia che i suoi figli non ritorneranno piange come le altre madri. Non devo essere comunista per saperlo. Mi basta essere un essere umano". Purtroppo però, in mezzo a tanti ammiratori, Chaplin aveva anche molti nemici, a cui non piaceva quello straniero che aveva scalato Hollywood, senza mai chiedere la cittadinanza americana. Nel 1942 arrivò la famosa goccia che fece traboccare il vaso: in quell'anno, a San Francisco, si tenne un comizio per appoggiare l'Unione Sovietica in guerra. A Chaplin venne chiesto, all'ultimo momento, di sostituire un oratore. E lui accettò.
Quando gli fu data la parola, esordì con: "Compagni...". Inutile dire che fu la persecuzione: gli agenti dell'FBI cominciarono a tenerlo d'occhio. Trovarono un'alleata anche in Joan Barry, un'attrice con cui Chaplin aveva avuto una relazione. La donna, incinta, accusò Chaplin di essere il padre di suo figlio. Le analisi del sangue dimostrarono che questo non era vero, ma i tribunali di allora non riconoscevano la validità di certe analisi. Si sollevò un vero e proprio vespaio, e Chaplin fu costretto a versare una cospicua somma al figlio della Barry. Altre reazioni suscitò poi, nel 1947, "Monsieur Verdoux". Nella parte finale del film, il sacerdote dice al protagonista colpevole di molteplici omicidi: "Possa il Signore avere pietà dell'anima tua" e Verdoux replica: "Perché no? In fin dei conti, gli appartiene". I conservatori americani, fra cui i reduci cattolici, si scatenarono, accusando Chaplin di essere irrispettoso e irriverente nei confronti della morale e della religione. Venne prodotto poi anche "Luci della ribalta" (1953). Chaplin, probabilmente sfinito dalle innumerevoli polemiche americane, volle che la prima mondiale fosse all'Odeon Theatre di Londra e con tutta la sua famiglia ritornò con un transatlantico nella sua città natale.
Dopo due giorni di navigazione, la radio comunicò che il ministro di Giustizia americano aveva annullato il visto di ritorno del regista: Chaplin non sarebbe più potuto ritornare negli Stati Uniti. Alcuni dicono che, probabilmente, se si fosse presentato, nessuno l'avrebbe potuto mandar via. Ma l'attore-regista non se la sentì di mendicare ospitalità. A Londra, "Luci della ribalta" fu accolto molto bene. Chaplin avrebbe voluto continuare a vivere nella capitale inglese, ma si sarebbe dovuto scontrare con una legge fiscale esageratamente oppressiva. Decise quindi di trasferirsi a Corsier-sur-Vivey, nel cantone ginevrino della Svizzera.
E' strano pensare che la fama e il successo possano accompagnarsi alla solitudine. Ma, anche nel caso di Chaplin, fu così. Spesso, in America, si ritrovò solo, a passeggiare per le vie principali: "Come disse Amleto: 'Ora sono solo... Che mi succede?' Eccomi all'apice della carriera: tutto in ghingheri e senza un posto dove andare. Come si fa a conoscere gente, gente interessante? Mi venne una crisi di malinconia. Si direbbe che, di fronte all'improvviso successo o nelle avversità, le nostre reazioni siano le stesse: ci sentiamo smarriti e in preda allo sgomento". Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, suo più grande amico fu Douglas Fairbanks, sposato per molti anni con Mary Pickford (la famosa fidanzatina d'America). Con loro fondò la United Artists, la casa di produzione di molti dei suoi film. Così Chaplin descrive la nostalgia che ebbe di Douglas quando questi morì. "Ho sempre sentito molto la mancanza di Doug: del calore del suo entusiasmo e della sua allegria; ho sentito la mancanza della sua voce cordiale al telefono in una squallida e solitaria mattinata domenicale: 'Charlie, vieni a pranzo?... Poi si va a fare il bagno... Poi a cena... Poi a vedere un film?'. Sì, ho sentito la mancanza della sua profonda amicizia". Di donne che gli ronzavano attorno, Chaplin ne ebbe molte: per la maggior parte, però, erano belle attricette desiderose di fare carriera.
Certo l'attore non era insensibile al fascino femminile, ma questo non costituì mai il fulcro dei suoi pensieri: "Come per chiunque altro, la mia vita sessuale ha avuto un andamento ciclico. A volte fu molto attiva, a volte una delusione. Ma non fu mai al centro dei miei interessi. Avevo interessi artistici che mi assorbivano completamente... Era solo tra un film e l'altro, quando non avevo nulla da fare, che offrivo il fianco. Come disse H. G. Wells. 'Quando, nel corso della giornata, ti accorgi di avere scritto al mattino le tue cartelle, sbrigato la corrispondenza nel pomeriggio, e non hai altro da fare, viene il momento in cui ti annoi: ecco l'ora del sesso' ". Diversi critici hanno voluto studiare i film di Charlot sotto l'aspetto del sesso e vi hanno riscontrato una latente sessuofobia: il vagabondo vivrebbe con le sue partners dei rapporti sempre asessuati, astratti, favolistici. Da qui, a divagazioni psicanalitiche sull'infanzia dell'attore e sul rapporto con la madre, il passo é stato breve. Anche da queste accuse si difese Chaplin: "A differenza di Freud, io non credo che il sesso sia l'elemento più importante nella complessità del comportamento. E' più facile che incidano sulla psicologia il freddo, la fame e la vergogna della miseria".
Accuse e difese a parte, a Chaplin le donne non mancarono di certo. Si innamorò per la prima volta a diciannove anni: lei era una sconosciuta ballerina, tale Hetty Kelly, minore tre anni di lui. Fu un amore platonico, durato solo qualche giorno. Alcuni sovraccaricarono di importanza questo flirt: il regista Richard Attenborough, nel suo film "Chaplin", fa impersonare alla stessa attrice il ruolo di Hetty e di Oona, l'ultima moglie, amatissima da Chaplin; Chaplin avrebbe ritrovato, in Oona, il fascino e la semplicità della giovane ballerina londinese. In realtà, nella sua autobiografia, Charlie sdrammatizza molto il ruolo di Hetty, riportandolo ad una visione dell'amore tipicamente adolescenziale: "L'idea che mi ero fatto dell'amore, derivava da un manifesto teatrale nel centro del quale spiccava una fanciulla ritta su una scogliera col vento tra i capelli che guardava il mare con aria inspirata. Era il mio ideale. Mi vedevo nell'atto di giocare con lei a golf - uno sport che detesto - o di passeggiare all'alba sulle dune coperte di rugiada, col cuore palpitante di dolci sentimenti". Chaplin chiese a Hetty di sposarlo ma lei rifiutò. Pare per intervento della madre, che avrebbe preferito per la figlia un partito migliore (quanto si era sbagliata!).
Malgrado Chaplin avesse sull'amore e sul sesso idee lontane dalla banalità e dal conformismo, nella sua vita di mogli ce ne sarebbero state ben quattro. La prima fu Mildred Harris, una bella attrice sedicenne: il matrimonio, però, durò solo qualche mese. Nel 1924 fu la volta di un'altra attrice, Lita Grey, che gli diede due figli: Charles Spencer e Sydney Earle. Ma anche con lei l'idillio finì ben presto. Il terzo matrimonio arrivò nel 1933, con l'attrice Paulette Levy, più nota come Paulette Goddard, allora poco più che ventenne ma già divorziata dal miliardario Paul Getty. Ma neppure lei era la donna giusta. La stabilità affettiva arrivò solo nel 1943: all'età di cinquantaquattro anni, Chaplin sposò Oona O'Neill, figlia del famoso scrittore Eugene, allora appena diciottenne. I due rimasero legati fino alla morte, in un amore, come racconta Chaplin, sereno, fedele e fortissimo. Oona, che aveva incontrato Chaplin per un provino, subito dopo le nozze decise che non avrebbe mai più fatto l'attrice. "La notizia mi riempì di gioia, perché finalmente avevo una moglie e non una ragazza che volesse far carriera". I due ebbero otto figli.
Nel 1972, riconciliatosi con l'opinione pubblica statunitense, ritornò negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar alla carriera (il primo lo aveva vinto già nel 29), assegnatogli per "aver fatto delle immagini in movimento una forma d'arte del Ventesimo secolo". In tale occasione fu protagonista della più lunga ovazione nella storia dell'Academy Awards. L'anno successivo vinse il Premio Oscar alla migliore colonna sonora per il film Luci della ribalta.
Il 4 marzo 1975, dopo molti anni di esilio volontario dal suo Paese d'origine, Chaplin fu nominato Cavaliere di Sua Maestà dalla regina Elisabetta II d'Inghilterra. L'onorificenza era già stata proposta nel 1956, ma - in piena guerra fredda - non era stata concessa per il veto imposto dal Foreign Office britannico sempre a causa delle presunte simpatie comuniste di Chaplin.
Charles Chaplin morì a Corsier-sur-Vevey (Vaud), in Svizzera, la notte di Natale del 1977 e lì fu sepolto. Tre mesi dopo la sua morte, il 1º marzo 1978, il suo corpo fu trafugato in un tentativo di estorsione ai danni dei suoi familiari. Il piano tuttavia fallì: i malviventi chiesero 600.000 franchi svizzeri ma la moglie di Chaplin, Oona O'Neil, difesa dall'avvocato di famiglia Jean-Felix Paschoud, disse che si rifiutava di trattare con dei ladri di cadaveri, forse le ritornò in mente il comportamento inflessibile di suo marito in situazioni del genere. I ladri, a quanto pare, avevano trafugato il corpo per il semplice fatto che serviva loro del denaro per costruirsi un garage. Furono catturati e la salma venne localizzata e recuperata nei pressi del lago di Ginevra.

mercoledì 15 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 2010 muore a Roma, all'età di 87 anni, Raimondo Vianello.
Nato a Roma il 7 maggio del 1922, figlio di ammiraglio, cresciuto a Spalato, aderisce alla Repubblica di Salò, e per questo viene rinchiuso nel campo di prigionia di Coltano (dove c'erano, tra gli altri, anche Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno). Finita la guerra, non sembra appassionarsi molto alle possibilità legate alla sua laurea in giurisprudenza. E coltiva già un umorismo di tipo britannico, sottile e sornione. L'inizio della carriera nello showbiz è però abbastanza casuale: alto, biondo, allampanato, viene scelto per interpretare un soldato nella rivista Cantachiaro di Garinei e Giovannini. Un debutto in sordina, il suo, ma all'insegna di un marchio di grande qualità nell'ambito dell'intrattenimento, la premiata ditta G&G. E' il 1950, lui ha 28 anni.
Da allora, praticamente, non si ferma più. Perché, subito dopo la sua prima volta sul palcoscenico, comincia a lavorare con partner blasonati: Carlo Dapporto, Macario, Gino Bramieri. E soprattutto Ugo Tognazzi, con cui comincia a fare coppia fissa, artisticamente parlando. E' il primo dei due incontri decisivi, nella sua carriera. Ma il secondo, avvenuto nel 1959, è cruciale anche per la sua vita privata: conosce infatti Sandra Mondaini, la sposa, e comincia un sodalizio sentimentale e professionale che durerà una vita.
Nel 1954 Vianello è il mattatore, insieme a Tognazzi, del divertentissimo show Un, due, tre. I loro sketch, spesso irriverenti nei confronti dei potenti, fanno discutere, oltre che ridere. E quando, nel '59, arriva sul piccolo schermo la parodia del presidente Gronchi che scivola a una serata col collega francese De Gaulle, la censura non perde tempo, e il programma viene sospeso.
Negli anni Sessanta, però, le apparizioni televisive riprendono. Accanto alla moglie, che è attrice come lui; e che come lui è dotata di una verve comica che ne fa una partner perfetta. Ed ecco formata la premiata ditta Raimondo & Sandra, che tutti conoscono a amano. Sono loro due le star di Studio Uno, a metà del decennio; e poi, nei primi Settanta, di Sai che ti dico?, Tante scuse, e più avanti (nel '77) Noi...no.
Pochi anni, e il fenomeno delle tv private, riunite in un network nazionale dall'imprenditore-costruttore Silvio Berlusconi, esplode. E dopo Mike Bongiorno, è Vianello uno dei primi divi a trasferirsi in casa del Biscione: lo ricordiamo, ad esempio, come conduttore del programma Il gioco dei Nove. E soprattutto nelle sit-com Casa Vianello e Cascina Vianello, che sulle reti Fininvest poi diventate Mediaset è un appuntamento fisso. Ma le reti berlusconiane  utilizzano il suo talento, la sua capacità di sdrammatizzare gli animi più accesi, anche nelle trasmissioni sportive, come Pressing.
La Rai, però, lo richiama quando è già un signore ben oltre la soglia del settant'anni. Nel 1998, infatti, conduce il Festival di Sanremo: elegante come sempre, distaccato quanto basta. Un personaggio inattuale, forse, in una tv che stava cambiando pelle, con l'avvento imminente dei reality e dei talent show. Ma il suo umorismo rimarrà per sempre un classico della comicità made in Italy, senza volgarità e senza esagerazioni.
E al di là della televisione, Vianello va ricordato anche per le sue non frequentissime interpretazioni su grande schermo. Due delle quali accanto a un genio della risata come Totò: una, da semi-esordiente, in Totò Sceicco; un'altra, da star della tv ormai affermata, in Totò Diabolicus (1962). Ed è un peccato che i registi di cinema non abbiano sfruttato di più le sue potenzialità.
I funerali di Raimondo Vianello si sono svolti nella chiesa di Dio Padre a Segrate (Milano).  A causa dell'eruzione del vulcano Eyjafjöll in Islanda, che per diversi giorni ha impedito qualunque volo aereo nei cieli dell'Europa, molte personalità del mondo dello spettacolo e autorità non hanno potuto prendere parte alle esequie. La salma è stata tumulata nella tomba di famiglia al cimitero del Verano.
La moglie Sandra, già malata da tempo, morì pochi mesi più tardi e, diversamente da quanto tutti si aspettavano, è stata sepolta (seguendo le sue volontà testamentarie) nel cimitero di Lambrate accanto alla mamma Giuseppina, e non al Verano insieme al compagno di una vita.

martedì 14 aprile 2026

#AlmanaccoQquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
La sera del 14 aprile 1975 Carlo Saronio scompare.
È un ingegnere, ha 26 anni e, malgrado l’appartenenza a una facoltosa famiglia della borghesia milanese, nutre simpatie neanche tanto celate alle stesse forze dell’ordine per la sinistra extraparlamentare e in particolare per alcuni personaggi che provengono dalle disciolte fila di Potere Operaio. L’ultima volta che la madre, Anna Boselli, lo vede è a cena conclusa: intorno alle 22, Carlo prende le chiavi della sua auto, una Lancia Fulvia con cui va in giro da un po’, e come accade spesso in quel periodo lascia l’appartamento di corso Venezia per raggiungere un gruppo di amici che lo aspetta dalle parti di piazza Aspromonte.
Nella notte nessuno si accorge che Carlo Saronio non è rientrato e chi avesse gettato un’occhiata sul ciglio della strada si sarebbe accorto che l’automobile dell’ingegnere era al suo posto. Alle 9 del mattino successivo tuttavia giunge a casa Saronio una telefonata. E non è la prima: altre due l’hanno preceduta tra le 8 e le 8 e mezza. All’apparecchio c’è sempre uno sconosciuto che non si qualifica e si limita a chiedere con insistenza di parlare con la signora Boselli, ma il filtro dei domestici regge e l’anonimo telefonista decide di chiamare un altro numero: è quello degli uffici dell’azienda di famiglia, che si trovano nello stesso edificio, e parla direttamente con l’amministratore dei Saronio, il ragionier Armando Damaschi.
“L’ingegnere è stato rapito. Richiamerò tra poco per il riscatto”. Poi riattacca.
La lapidaria telefonata ha uno scopo preciso: dare il tempo alla famiglia e ai suoi collaboratori di verificare l’assenza di Carlo. Vuoi mai che sia uno scherzo di cattivo gusto? Ma il giovane in camera sua non c’è. Per di più – a quel punto chi si affaccia se ne deve accorgere per forza – la Fulvia è sotto casa, chiusa a chiave, come se non fosse stata toccata o come se il giovane professionista avesse avuto il tempo, una volta lasciati gli amici, di riportarla sotto casa e parcheggiarla senza alcun disturbo. Ma ciò che è realmente accaduto nelle ore immediatamente precedenti è un mistero: di certo c’è solo che lui non si trova.
Tempo mezz’ora e il telefono squilla di nuovo. È ancora lo sconosciuto di poco prima che parla con Damaschi e che gli comunica in tono perentorio che per la liberazione dell’ostaggio la famiglia dovrà scucire cinque miliardi di lire in due rate. Cinque i giorni concessi per il versamento della prima tranche di due miliardi e mezzo: la data fissata è il 18 aprile e quel giorno gli emissari dei Saronio dovranno seguire le informazioni che verranno loro comunicate in seguito per raggiungere il luogo del pagamento.
Nel corso di quelle prime ore i sequestratori giocano con il terrore della famiglia: chiamano di frequente, a volte facendo una telefonata dopo l’altra, poi interrompono le comunicazioni per qualche ora, lasciano che i parenti si macerino nell’angoscia e poi tirano all’improvviso la corda, minacciano ritorsioni nel caso le loro disposizioni non vengano seguite alla lettera. Aggiungono ansia all’ansia per piegare qualsiasi rifiuto alla trattativa. In una telefonata che infatti arriva alle 17 di quello stesso 15 aprile, si decide di dare un’iniziale conferma del fatto che nessuno sta scherzando, la prima prova che a chiamare sono davvero i rapitori di Carlo: all’altro capo c’è sempre la stessa voce, caratteristica, con un forte accento meridionale, che dice dove si trovano le chiavi dell’auto che l’ingegnere aveva con sé quando è stato portato via.
Poi basta, non si dilunga in altri dettagli, e che i familiari aspettino, seguiranno ulteriori contatti. Fin da subito vengono avvertite le autorità e i telefoni di casa e degli uffici sono messi sotto controllo. Però ci si rende conto che le trattative saranno tutt’altro che rapide. Innanzitutto la prima data del pagamento, il 18 aprile annunciato inizialmente, salta: da un lato, infatti, i congiunti dell’ingegnere non vogliono sentir parlare di “rate”. Il loro scopo infatti è quello di pagare tutto in un’unica soluzione, ma la cifra è ragguardevole e metterla insieme è affare che richiede tempo. Dall’altra però chiedono una prova che Carlo sia ancora vivo, ma i sequestratori nicchiano, eludono la questione, la rimandano o minacciano e solo a undici giorni da quella prima telefonata, il 26 aprile, dopo pressanti richieste in questo senso, sembrano finalmente accogliere quella che ormai ha assunto i toni di una supplica: va bene, avranno quanto chiedono.
Per ottenerlo che vadano al cinema Italia e raggiungano la toilette. Dentro la cassetta dello scarico dell’acqua, troveranno l’orologio da polso dell’ingegnere. Ma è troppo poco, non basta per fugare o anche solo per rendere meno attanagliante l’angoscia della madre. E poi perché non fanno come in altri casi di sequestro di persona? Perché non inviano una fotografia che ritrae l’ostaggio insieme a un giornale recente? Perché non spediscono uno scritto dell’ingegnere successivo al rapimento?
No, quell’orologio non è neanche vagamente sufficiente. I familiari insistono, producano qualcosa di più convincente altrimenti niente riscatto. E allora la banda di rapitori, nel giro di poche ore, fa recapitare alcune informazioni poco note a proposito di Carlo: la prima riguarda una fotografia scattata tempo addietro in America Latina in cui Saronio viene ritratto accanto a due bambini indios: è talmente affezionato a quell’immagine e al ricordo del viaggio che l’ha appesa in camera sua, sopra il letto; la seconda invece è la descrizione di una cagnolina che la famiglia Saronio teneva nella sua villa di Bogliasco, in provincia di Genova. Nessuno scritto però accompagna questa comunicazione, le informazioni vengono trasmesse sempre al telefono ed è vero che non sono notizie di dominio pubblico, ma è altrettanto vero che anche l’entourage delle vittima conosceva quei dettagli.
Di più però i rapitori non possono fare, Carlo si rifiuta di collaborare. Dunque che la famiglia si accontenti: non è proprio la prova che chiedeva, ma ci va vicino. A quel punto i nervi hanno già ceduto e a questo punto si deve tentare il tutto per tutto per far tornare Carlo a casa. Tanto basta quindi per concordare la cifra definitiva: 470 milioni di lire, meno del dieci per cento della richiesta iniziale, da versare in un’unica soluzione.
Le trattative intanto si sono trascinate per giorni e ormai si è arrivati al primo maggio, sono trascorse oltre due settimane dal rapimento, ed è tempo di chiudere. Così nel corso dei tre giorni successivi si prendono accordi sulle modalità di consegna: il 4 maggio il ragionier Damaschi e l’avvocato Alessandro Tonolli, altro collaboratore di famiglia, devono salire a bordo della Fulvia di Carlo portando con loro due valigie in cui sono custoditi i soldi. A quel punto inizia un percorso, una specie di caccia al tesoro, in cui si arriva nel primo punto indicato dai rapitori, si raccoglie un messaggio, un dettaglio concordato di volta in volta, un qualsiasi elemento che suggerisca in quale direzione procedere. La prima tappa di questa caccia viene raggiunta alle quattro del mattino quando i due professionisti approdano all’Hotel Cavalieri di Milano.
Qui attendono una telefonata che giunge puntuale nel giro di poco e che ordina loro di inforcare la tangenziale est del capoluogo lombardo, arrivare al chilometro 8 e di cercare il messaggio successivo sotto un cartello stradale. Lì trovano un’ulteriore indicazione che dice loro di uscire a Cernusco sul Naviglio, parcheggiare l’auto nei pressi di una cava lì vicino e di allontanarsi per mezz’ora: al loro ritorno, se tutto sarà andato secondo i piani, non ci saranno più le borse con i quattrini. Ma quando la coppia di emissari torna indietro si accorge che non è accaduto nulla, che questo appuntamento è andato a vuoto: i rapitori non si sono infatti presentati a ritirare il riscatto perché – diranno poco dopo sempre al telefono – avevano avuto l’impressione che un’auto in borghese della polizia fosse in zona. Avevano ragione.
Nel contatto che segue l’incontro alla cava di Cernusco, i rapitori non sono affatto teneri, fanno notare con violenza alla famiglia che la foglia l’hanno mangiata e aggiungono si pentiranno dello scherzo che hanno tentato di tirare loro perché mica sono scemi, l’hanno vista bene quell’Alfa Romeo Giulia che stazionava in zona. Sbirri, non poteva essere altrimenti, e chi vuoi che fosse a quell’ora in un posto tanto isolato? Dunque – accusano ancora i malviventi – non solo i Saronio hanno denunciato la scomparsa contravvenendo a quanto esplicitamente vietato, ma stanno collaborando con le forze dell’ordine. A questo segue un nuovo stillicidio di comunicazioni durante le quali però vengono via via lasciate da parte le minacce e riprendono le trattative.
Si stabilisce così che la data successiva per la consegna del denaro sarà il 9 maggio. Questa volta si chiede che gli emissari della famiglia si muovano separatamente per confondere eventuali pedinamenti da parte delle forze dell’ordine: Damaschi prenderà di nuovo la Fulvia mentre il cognato di Carlo, Ernesto Masolo, a bordo della propria autovettura, dovrà puntare verso Nova Milanese, entrare nel bar Corona e attendere nuove istruzioni. Qui giunge puntuale una telefonata per lui e l’uomo viene indirizzato verso una località di campagna dove troverà un messaggio scritto. Nel foglietto gli si dirà di imboccare l’autostrada dei Fiori Milano-Genova in direzione del capoluogo ligure e di fermarsi nei pressi di un ponte, all’altezza del chilometro 148,400. Qui incontrerà tre individui armati a volto coperto che prenderanno in consegna le valigie con il denaro.
Non una parola e nessun altro scherzo altrimenti a pagare sarà Carlo. Questa volta tutto va liscio: il denaro viene consegnato, Ernesto Masolo riprende la strada di casa con 470 milioni di meno, ma con la speranza che il cognato ricompaia presto. Per tutti inizia la fase dell’attesa più lacerante, ma anche la più vivida: la liberazione di Carlo. Tuttavia il giovane non ricompare quel giorno. Forse accadrà il giorno successivo o forse occorre attenderne qualcuno: l’avranno magari portato lontano e deve ritornare in zona prima di essere rilasciato. Illusione, desiderio, fiducia si alternano in quelle prime ore, ma con il trascorrere del tempo si trasformano in chimere, fantasie fino ad assumere i connotati del miraggio, di un’illusione che svanisce via via che trascorrono le ore.
E non ci sarà nulla che arresterà questo processo, che conterrà un timore che si fa tracimante: Carlo Saronio scomparirà per sempre e con lui, fin dalle ore successive al pagamento del riscatto, anche i rapitori svaniscono nel nulla: non ci sarà più alcuna comunicazione, nessuna telefonata, neanche un messaggio scritto fatto ritrovare chissà dove.
Il 16 maggio a Bellinzona tre persone, Carlo Fioroni, Maria Cristina Cazzaniga e Franco Prampolini, vengono fermati con 67 milioni in contanti, portati in Svizzera all'interno di una bombola di metano di una Fiat 124.
Carlo Fioroni venne fermato mentre effettuava operazioni di cambio: del denaro in suo possesso, 63 banconote vennero identificate con quelle usate per il pagamento del riscatto, i cui numeri erano stati registrati.
Il 19 maggio il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano emise un ordine di cattura, e il 6 giugno venne chiesta l'estradizione per i tre prigionieri, accusati di concorso nel reato di sequestro a scopo di rapina ed estorsione.
Poco dopo la prima richiesta, l'ambasciata italiana emendò l'ordine d'arresto di Fioroni, aggiungendo i reati di banda armata e associazione sovversiva.
I tre prigionieri si opposero all'estradizione: il Dipartimento federale di giustizia e polizia svizzero acconsentì a concedere l'estradizione per i reati legati al sequestro, ma rifiutò le imputazioni relative alle attività terroristiche. Infine, i tre prigionieri vennero estradati.
Tradotto in carcere e condannato, dopo alcuni anni Fioroni decise di collaborare con le autorità. Nel 1979 denunciò in un memoriale i nomi dei propri complici. Nel memoriale, che causò l'arresto di un centinaio di persone, veniva accusato dell'omicidio il discusso filosofo comunista Toni Negri. Negri fu poi scagionato dall'accusa.
Il corpo di Saronio fu ritrovato grazie alla collaborazione di Carlo Casirati, uno dei delinquenti comuni che parteciparono al rapimento. Coi soldi del riscatto fuggì a Caracas dove venne rintracciato dalla polizia italiana.
Casirati aveva tentato di ricattare la famiglia Saronio per ottenere altri 200 milioni in cambio dell'indicazione del luogo di sepoltura del cadavere.
Arrestato ed estradato in Italia, fornì l'ubicazione della sepoltura e per questo ottenne i benefici di leggi con una pena detentiva ridotta da 27 a quasi 10 anni in sede di appello, a causa della sua collaborazione.
Anche Fioroni godette dei benefici della legge Cossiga sui terroristi che collaborano, ed uscì dal carcere il 4 febbraio 1982. Ottenne un passaporto e si trasferì all'estero.
La Cazzaniga e Prampolini, condannati solo per reati minori in primo grado, non ricorsero in appello e godettero successivamente di una amnistia.
Il cadavere di Saronio fu ritrovato solo nel 1979.

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