Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 1857 viene pubblicata per la prima volta la raccolta di poesie di Baudelaire "I fiori del male".
Charles Baudelaire è ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti. Nasce il 9 aprile 1821, a Parigi. Da vero bohémien che si rispetti, Baudelaire conduce una vita dissoluta, contraendo debiti, dedicandosi all'alcool, alla droga (i cosiddetti «paradis artificiels», i paradisi artificiali, sui quali scriverà un libro) e ai vari piaceri della vita. È grazie a lui se in Europa si è diffusa l'opera di Edgar Allan Poe (di cui Baudelaire era ammiratore), dal momento che ne tradusse diversi testi. Muore il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Ci lascia, tra le altre opere - tutte di gran rilievo, "Les Fleurs du Mal", i Fiori del Male (che inizialmente dovevano intitolarsi "Les lesbiennes", le lesbiche), pubblicati in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861; quest'ultima è l'edizione che noi ancora oggi leggiamo e assaporiamo. La raccolta è stata oggetto di censura, sorte toccata anche a "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
L'opera - contenente 126 componimenti - è divisa in 6 sezioni: "Spleen e ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Nella concezione che Baudelaire si era fatto, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo, senza aver seguito l'"itinerario" prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, un percorso nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione ("Spleen et idéal") è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen (sentimento misto di noia, tedio, dolore, disagio). È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione. Nella sezione seguente ("Tableaux parisiens") il Poeta tenta di scappare da questa doppia realtà uscendo dalla dimensione personale, rivolgendosi all'Altro, alle persone, alla gente. Ecco quindi che compare la città, i sobborghi, le persone. Si dedica poi ai "paradisi artificiali" («Le Vin»), alla vita dissoluta («Fleurs du mal») fino ad arrivare alla blasfemia e alla più violenta rivolta («Révolte»). Nell'ultima sezione («La Mort») il Poeta giunge alla conclusione: per uscire dallo spleen si rivolge alla Morte, capitano del vascello sul quale imbarcarsi per partire verso l'Ignoto e scoprire del nuovo.
I "Fiori del Male" sono un'opera nuova, porterà alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo; introduce le «corrispondenze», concezione secondo la quale il mondo è una ragnatela fitta di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di corrispondenze.
Molti sono i componimenti importanti, dei quali citeremo solo i più noti. «Benedizione» ci presenta la figura del poeta - visto come una disgrazia dalla propria famiglia - intrappolato in un mondo ostile, dal quale fuggire; «L'Albatro» ci mostra il disagio del poeta nella società, il suo essere goffo e mira di scherno; «Corrispondenze», presenta la concezione citata sopra, fondamento della poetica baudelairiana; «Bellezza», dove una figura misteriosa, imponente e immortale - la Bellezza appunto - regna, despota, sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla; «Rimorso postumo», con i suoi toni foschi, cimiteriali, putridi; «Spleen» (componimento numero 78), quarta di quattro poesie con lo stesso titolo, con i suoi toni piovosi, l'atmosfera soffocante e disperata, la nera Disperazione imperante; «Le Litanie di Satana», vera ode al Principe delle Tenebre, un capolavoro di blasfemia; e infine «Il viaggio», dove prende forma il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Inconnu (l'Ignoto).
Una nota va fatta riguardo al titolo. Esso, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Ciò indica una duplice valenza: è sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente. Baudelaire scriverà infatti: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
Quest'opera è dunque la base sulla quale verrà costruita la poesia moderna, la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. E ancora adesso riesce, con il suo arcano potere, a influenzare in qualche modo il destino degli uomini.
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lunedì 1 giugno 2026
domenica 31 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 31 maggio.
Il 31 maggio 1278 a.C., o più correttamente il quinto giorno del secondo mese di Shemu (la stagione della siccità), il figlio del faraone Sethi I salì al trono con il nome di Ramses (o Ramsete) II.
Ramsete II è considerato il più grande e potente faraone della storia egizia. Salito al trono ventenne, Ramsete regnò per più di 60 anni. È ricordato come un grande comandante militare, ma anche per i grandi programmi di costruzioni pubbliche. Inoltre fondò una nuova capitale, la città di Pi-Ramses. Alcuni storici ritengono che il faraone antagonista di Mosè sia proprio lui.
Dal momento che l'Egitto era appena uscito da un periodo di declino, il padre di Ramsete, Sethi I, aveva dovuto passare molto tempo a sedare rivolte nelle province in Asia. Gli Ittiti, originari dell'Asia Minore, stavano estendendo il loro potere verso sud, e le due grandi civiltà si disputavano da tempo il controllo della Siria e della Palestina. Il giovane Ramsete accompagnò suo padre in alcune di queste campagne e all'età di 10 anni ricevette il grado di capitano. È quasi certo che il significato di questa cerimonia fosse solo simbolico, ma dimostra che certamente il ragazzo aveva cominciato l'addestramento militare da giovanissimo. In seguito alla morte del padre Ramsete salì al trono. Aveva poco più di 20 anni.
Quattro anni dopo condusse un'armata a nord per riconquistare le province ribelli che suo padre non era stato in grado di riconquistare. La campagna apparentemente fu un successo; l'esercito avanzò sino a Beirut.
L'anno successivo Ramsete attaccò la roccaforte ittita di Kadesh. La battaglia di Kadesh è una delle pochissime di quell'epoca di cui ci siano giunti resoconti. Ritenendo che la cittadella fosse stata abbandonata, Ramsete si avvicinò senza troppa cautela e cadde nell'agguato di un grande contingente di carri nascosti dietro le fortificazioni. Per quanto alla fine sia riuscito a ottenere una vittoria risicata, l'esercito ne risultò così indebolito che dovette ritirarsi in Egitto, lasciando il forte in mano ittita. Ramsete continuò a combattere gli Ittiti per altri 12 anni e riportò anche qualche vittoria tattica, ma non fu in grado di mantenere il controllo delle terre disputate.
Oltre alla guerra contro gli Ittiti, Ramsete organizzò campagne contro la Nubia e la Libia, estendendo il suo dominio verso ovest e sud. Ma queste furono imprese meno importanti, perché questi nemici non minacciavano in alcun modo la sopravvivenza dell'Egitto.
Dopo 21 anni di regno Ramsete arrivò finalmente alla conclusione che era inutile continuare a combattere, così acconsentì a firmare la pace con gli Ittiti. Questo è il più antico trattato di pace a noi pervenuto. È interessante notare che ne sono state redatte due versioni: quella egizia afferma che furono gli Ittiti a chiedere la pace, in quella ittita invece si dice che la prima mossa verso la conclusione delle ostilità provenne dagli Egizi.
Sembra che questo trattato sia riuscito a stabilizzare con successo i confini tra le due grandi potenze, perché durante il regno di Ramsete non ci furono altri scontri tra Egizi e Ittiti.
All'inizio del suo regno Ramsete spostò la capitale da Tebe verso nord, in una cittadina sul delta del Nilo che ribattezzò "Pi-Ramses". La nuova posizione era più vicina alle sue terre natali, ma soprattutto alle irrequiete province settentrionali e al pericoloso confine con il regno ittita. In pochi anni il villaggio, prima tranquillo e sonnolento, fu trasformato in un importante centro di governo e di produzione di armi. La città fu impreziosita da un grande palazzo e diversi templi, oltre che da numerose statue e altri abbellimenti.
Pi-Ramses fu abbandonata molto tempo dopo il regno di Ramsete. Per molti secoli la sua locazione precisa andò perduta, ma di recente gli archeologi hanno scoperto delle rovine che potrebbero appartenere all'antica capitale.
Durante il suo regno Ramsete diede il via alla costruzione di molti lavori pubblici in tutto l'Egitto. Molti erano templi e monumenti, ma non mancarono i depositi, gli edifici governativi, gli acquedotti e così via. Ramsete comprese l'importanza della propaganda e per questo coprì l'Egitto di statue e bassorilievi che lo rappresentavano, spesso modificando i ritratti di faraoni precedenti affinché portassero il suo nome e le sue fattezze (e ordinando agli scultori di incidere la sua immagine in profondità, in modo che i successori non potessero fare lo stesso con lui).
Molti storici ritengono che Pi-Ramses sia la "Raamses" menzionata nel Vecchio Testamento, una delle città d'oro costruite dagli Israeliti durante la cattività in Egitto. Alcuni ritengono che Ramsete sia proprio il faraone citato nell'Esodo, il monarca che Mosè dovette affrontare per ottenere la liberazione del suo popolo. Questo aspetto, comunque, è ancora oggetto di dibattito (in particolar modo dal momento che Ramsete II visse a lungo e non morì certamente annegato nel Mar Rosso).
Ramsete morì all'età di 90 anni. Fu seppellito in una tomba nella Valle dei Re, ma in seguito fu trasferito in una località segreta. Il suo corpo fu scoperto alla fine del XIX secolo e oggi è in esposizione al Museo egizio del Cairo. È difficile immaginare se il faraone si sentirebbe oltraggiato da un simile affronto o lusingato da tanta pubblicità.
Ramsete II regnò per circa 66 anni, il secondo regno più lungo della storia egizia. Rafforzò i confini del suo impero e stipulò un trattato di pace di grande successo con i suoi più acerrimi nemici, gli Ittiti. È chiaro che ebbe a cuore il benessere del suo popolo, dato che spese gran parte dei suoi tesori per finanziare enormi opere pubbliche. Oggi gli egiziani lo considerano il più grande faraone della storia, un'opinione che è difficile criticare.
Il 31 maggio 1278 a.C., o più correttamente il quinto giorno del secondo mese di Shemu (la stagione della siccità), il figlio del faraone Sethi I salì al trono con il nome di Ramses (o Ramsete) II.
Ramsete II è considerato il più grande e potente faraone della storia egizia. Salito al trono ventenne, Ramsete regnò per più di 60 anni. È ricordato come un grande comandante militare, ma anche per i grandi programmi di costruzioni pubbliche. Inoltre fondò una nuova capitale, la città di Pi-Ramses. Alcuni storici ritengono che il faraone antagonista di Mosè sia proprio lui.
Dal momento che l'Egitto era appena uscito da un periodo di declino, il padre di Ramsete, Sethi I, aveva dovuto passare molto tempo a sedare rivolte nelle province in Asia. Gli Ittiti, originari dell'Asia Minore, stavano estendendo il loro potere verso sud, e le due grandi civiltà si disputavano da tempo il controllo della Siria e della Palestina. Il giovane Ramsete accompagnò suo padre in alcune di queste campagne e all'età di 10 anni ricevette il grado di capitano. È quasi certo che il significato di questa cerimonia fosse solo simbolico, ma dimostra che certamente il ragazzo aveva cominciato l'addestramento militare da giovanissimo. In seguito alla morte del padre Ramsete salì al trono. Aveva poco più di 20 anni.
Quattro anni dopo condusse un'armata a nord per riconquistare le province ribelli che suo padre non era stato in grado di riconquistare. La campagna apparentemente fu un successo; l'esercito avanzò sino a Beirut.
L'anno successivo Ramsete attaccò la roccaforte ittita di Kadesh. La battaglia di Kadesh è una delle pochissime di quell'epoca di cui ci siano giunti resoconti. Ritenendo che la cittadella fosse stata abbandonata, Ramsete si avvicinò senza troppa cautela e cadde nell'agguato di un grande contingente di carri nascosti dietro le fortificazioni. Per quanto alla fine sia riuscito a ottenere una vittoria risicata, l'esercito ne risultò così indebolito che dovette ritirarsi in Egitto, lasciando il forte in mano ittita. Ramsete continuò a combattere gli Ittiti per altri 12 anni e riportò anche qualche vittoria tattica, ma non fu in grado di mantenere il controllo delle terre disputate.
Oltre alla guerra contro gli Ittiti, Ramsete organizzò campagne contro la Nubia e la Libia, estendendo il suo dominio verso ovest e sud. Ma queste furono imprese meno importanti, perché questi nemici non minacciavano in alcun modo la sopravvivenza dell'Egitto.
Dopo 21 anni di regno Ramsete arrivò finalmente alla conclusione che era inutile continuare a combattere, così acconsentì a firmare la pace con gli Ittiti. Questo è il più antico trattato di pace a noi pervenuto. È interessante notare che ne sono state redatte due versioni: quella egizia afferma che furono gli Ittiti a chiedere la pace, in quella ittita invece si dice che la prima mossa verso la conclusione delle ostilità provenne dagli Egizi.
Sembra che questo trattato sia riuscito a stabilizzare con successo i confini tra le due grandi potenze, perché durante il regno di Ramsete non ci furono altri scontri tra Egizi e Ittiti.
All'inizio del suo regno Ramsete spostò la capitale da Tebe verso nord, in una cittadina sul delta del Nilo che ribattezzò "Pi-Ramses". La nuova posizione era più vicina alle sue terre natali, ma soprattutto alle irrequiete province settentrionali e al pericoloso confine con il regno ittita. In pochi anni il villaggio, prima tranquillo e sonnolento, fu trasformato in un importante centro di governo e di produzione di armi. La città fu impreziosita da un grande palazzo e diversi templi, oltre che da numerose statue e altri abbellimenti.
Pi-Ramses fu abbandonata molto tempo dopo il regno di Ramsete. Per molti secoli la sua locazione precisa andò perduta, ma di recente gli archeologi hanno scoperto delle rovine che potrebbero appartenere all'antica capitale.
Durante il suo regno Ramsete diede il via alla costruzione di molti lavori pubblici in tutto l'Egitto. Molti erano templi e monumenti, ma non mancarono i depositi, gli edifici governativi, gli acquedotti e così via. Ramsete comprese l'importanza della propaganda e per questo coprì l'Egitto di statue e bassorilievi che lo rappresentavano, spesso modificando i ritratti di faraoni precedenti affinché portassero il suo nome e le sue fattezze (e ordinando agli scultori di incidere la sua immagine in profondità, in modo che i successori non potessero fare lo stesso con lui).
Molti storici ritengono che Pi-Ramses sia la "Raamses" menzionata nel Vecchio Testamento, una delle città d'oro costruite dagli Israeliti durante la cattività in Egitto. Alcuni ritengono che Ramsete sia proprio il faraone citato nell'Esodo, il monarca che Mosè dovette affrontare per ottenere la liberazione del suo popolo. Questo aspetto, comunque, è ancora oggetto di dibattito (in particolar modo dal momento che Ramsete II visse a lungo e non morì certamente annegato nel Mar Rosso).
Ramsete morì all'età di 90 anni. Fu seppellito in una tomba nella Valle dei Re, ma in seguito fu trasferito in una località segreta. Il suo corpo fu scoperto alla fine del XIX secolo e oggi è in esposizione al Museo egizio del Cairo. È difficile immaginare se il faraone si sentirebbe oltraggiato da un simile affronto o lusingato da tanta pubblicità.
Ramsete II regnò per circa 66 anni, il secondo regno più lungo della storia egizia. Rafforzò i confini del suo impero e stipulò un trattato di pace di grande successo con i suoi più acerrimi nemici, gli Ittiti. È chiaro che ebbe a cuore il benessere del suo popolo, dato che spese gran parte dei suoi tesori per finanziare enormi opere pubbliche. Oggi gli egiziani lo considerano il più grande faraone della storia, un'opinione che è difficile criticare.
sabato 30 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».
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