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martedì 26 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1897 viene pubblicato a Londra il capolavoro di Bram Stoker, "Dracula".
La vicenda è narrata sotto forma di una raccolta degli scritti di alcuni dei protagonisti del racconto, che inizia il 3 maggio 1890 con il giovane avvocato Jonathan Harker, inviato in Transilvania dal suo capo, Peter Hawkins, per curare l'acquisto di un'abitazione a Londra fatto da un nobile locale: il Conte Dracula.
L'inizio del viaggio del giovane, però, è all'insegna del contatto con il mondo superstizioso e pauroso della gente locale, che cerca di scoraggiarlo dall'andare dal Conte, ma nessuno degli sforzi dei civili riesce ad impedire il contatto con il nobile, che si rivela essere un affabile anziano che ha deciso di trasferirsi in Inghilterra.
Con il passare dei giorni alcuni particolari diventano terrificanti, fino alla scoperta del terribile segreto del Conte: egli è in realtà un mostro che si nutre del sangue dei viventi. In una parola è un vampiro, che si accinge ad azzannare la vecchia Inghilterra per prolungare ancora la sua insana esistenza.
A questo punto, quando ormai sembra giunta l'ultima ora per Harker, l'azione si sposta in Inghilterra, dove da uno scambio di lettere tra Mina Murray e Lucy Westenra iniziamo a conoscere gli altri protagonisti: John Seward, direttore di un manicomio, Mina, fidanzata di Jonathan e la sua amica Lucy (corteggiata da Seward, dal texano Quincey P. Morris e da Lord Arthur Holmwood, col quale si fidanzerà).
Mina, quindi, in attesa del ritorno di Jonathan, va a soggiornare a Whitby con Lucy e la sua famiglia: è questo l'inizio di una serie di fatti strani. Sul diario di Mina, infatti, vengono registrati, oltre ad una serie di comportamenti anomali da parte dell'amica, anche il rocambolesco arrivo a Whitby, in un giorno di tempesta, di una nave il cui capitano è stato ritrovato morto e legato al timone.
Al diario, per meglio descrivere l'accaduto, è allegato il servizio di un anonimo giornalista che descrive l'arrivo nel porto della nave fantasma, da cui esce un cane inferocito, e quindi un estratto dal diario di bordo, che sembra riecheggiare il romanzo di William Hodgson I pirati fantasma, in cui si narra di un terribile demone che infesta la nave naufragata. Dal suo arrivo in poi, contemporaneamente, Renfield, paziente del dottore Seward, inizia a peggiorare, delirando di un fantomatico Signore, mentre Lucy è evidentemente la vittima di un vampiro (porta i segni sul collo): tutti indizi dell'arrivo del Conte Dracula in Inghilterra.
Inaspettatamente Mina viene a sapere che Jonathan, riuscito a fuggire dal castello di Dracula, si trova ricoverato a Budapest e lo raggiunge sposandolo presso un ospizio gestito da suore, per poi tornare in Inghilterra. Intanto la salute di Lucy, che iniziava a peggiorare, subisce un terribile attacco. Seward, allora, non vede soluzione migliore se non quella di chiamare, da Amsterdam, il suo insegnante, l'esimio professore Abraham Van Helsing. All'inizio provano a fermare il deperimento con una serie di trasfusioni di sangue - tutti i protagonisti maschili si prestano alla delicata operazione - ma l'attacco finale di Dracula porta alla morte della ragazza e della madre, che in quella notte finale si trovava nella stanza della figlia e che era già gravemente malata.
La minaccia, però, è solo all'inizio: come Van Helsing sa, Lucy è ormai diventata un vampiro a sua volta e, infatti, inizia subito a "cacciare" bambini che giocano nei dintorni del cimitero dove il suo corpo è stato sepolto. La notizia sarebbe passata quasi anonima se non fosse che le vittime sono bambini, ma le poche informazioni che giungono dalla stampa fanno interessare i due studiosi (Seward e Van Helsing), che esaminano le ferite dell'ultimo bambino: questa prova basta a Van Helsing per convincersi che è ora di agire. Prima, però, deve convincere dell'esistenza di un tale orrore sia il suo allievo che Quincey Morris e, cosa più importante, il buon Arthur, ormai Lord Godalming dopo la morte del padre. Fatto ciò, in una terribile notte, rinchiudono nella sua tomba il corpo di Lucy, per poi tornare il giorno dopo e distruggere definitivamente la non morta mediante un paletto di legno piantato sul cuore.
A questo punto, grazie al controllo sulle carte e la corrispondenza di Lucy, Van Helsing entra in contatto con Mina e ha la possibilità di leggere il diario del marito sul suo soggiorno in Transilvania. L'incontro con Mina non è fondamentale solo per capire finalmente chi è l'avversario che si deve affrontare, ma soprattutto per l'aiuto che lei e il marito daranno all'impresa: proprio grazie alla coraggiosa giovane, infatti, si inizieranno a mettere insieme tutti i piccoli segnali, i piccoli indizi che Stoker ha disseminato, primo fra tutti l'anomalo comportamento di Renfield, che in un ultimo momento di lucidità cercherà di avvisare i nostri eroi del pericolo imminente. I protagonisti penetrano nella proprietà di Dracula a Carfax e benedicono le casse di terra che il vampiro aveva portato dalla Transilvania per riposarvi. Ma quella stessa notte il Conte penetra nel manicomio, uccide Renfield e vampirizza Mina, per farla sua sposa per l'eternità.
Così Van Helsing, Harker, Seward, Lord Godalming e Morris stringono i tempi e, utilizzando delle ostie consacrate, sterilizzano tutti gli altri nascondigli londinesi del Conte che si vede così costretto a fuggire con l'unica cassa di terra che aveva tenuto nascosta per sé.
Il gruppo decide di mettersi all'inseguimento del Conte, per distruggerlo definitivamente e salvare l'anima di Mina e si recano a Varna, in attesa della nave su cui viaggia la cassa. Dracula, però, riesce ad evitarli e risale lungo il fiume che costeggia da vicino il suo castello: per prenderlo in trappola i cacciatori si dividono in tre gruppi: Jonathan e Lord Godalming, Seward e Quincey Morris, Van Helsing e Mina.
La sfida finale si svolge sulle montagne dove sorge il castello, il 6 novembre 1897, ed è narrata dal diario di Mina. Dopo che Van Helsing ha sterilizzato il luogo e ucciso le spose di Dracula, il professore e Mina si ritrovano con il resto della compagnia ad assediare il gruppo di zingari che scorta la cassa del vampiro. Alla fine, dopo una strenua lotta con gli zingari, poco prima del tramonto, Jonathan e Quincey, morente, sferrano i colpi letali a Dracula, che diventa polvere, non senza un sorriso di sollievo sulle sue stesse labbra. Quest'episodio si conclude con la morte di Quincey Morris, dovuta a una ferita incurabile protratta in combattimento.
L'intera vicenda si svolge sette anni prima di quando è raccontata (presumibilmente la data di uscita, 1897) e la chiusura è lasciata a un messaggio di Jonathan, che esprime la sua gioia per la felice conclusione del fatto: sia Arthur Holmwood sia John Seward sono felicemente sposati e Jonathan e Mina sono stati allietati dalla nascita di un figlio. Il bambino porta tutti i nomi di coloro che parteciparono alla distruzione di Dracula, ma viene chiamato dai genitori Quincey, poiché è nato proprio il 6 novembre, nell'anniversario della morte di Quincey Morris.
Chi si avvicina a questa opera lo fa in un'ottica diversa da quella del passato; siamo abituati ormai ai vampiri di Anne Rice e di Buffy, fin troppo umani. Per Stoker, cristiano per ideali e religione, Dracula era una lotta fra il Bene e il Male, senza dubbio il vampiro era il Male, e non c'era in lui nulla di positivo che potesse risparmiargli la morte ultima.
Egli faceva riferimento alle molte leggende su esseri che succhiano sangue o rubano anime; già presso i latini si parlava di lamie, ed in seguito si narrò di revenant, vampiri.
È un mito che grazie a Stoker ha conosciuto nuove acclamazioni, e che nel volto e nella storia scelti da questo scrittore ci è divenuto più noto, grazie anche a numerose versioni filmiche.
Stoker era un irlandese, nato nel 1847 a Dublino. Studente piuttosto brillante, si era trasferito a Londra prima della fine del secolo. Proprio a Londra, nel clima di romanticismo e gothic novel, diede vita al lavoro che lo rese famoso.
Dracula nacque come uno dei tanti novel (romanzi) che all'epoca stavano diventando un genere letterario trainante. Le opere di Arthur Conan Doyle, Herbert George Wells, Rudyard Kipling, riempivano gli scaffali di avventure esotiche ed eventi straordinari, al punto che l'opera di Stoker, che mescolava eventi presenti e folklore dell'Europa continentale, non destò particolare stupore; la sua fama venne in seguito.
Anche il linguaggio non è peculiare: si adatta ad una narrazione semplice e talvolta stringata, mantenendo in ogni caso un buon lessico base.
Già prima di Stoker celebri autori avevano ripreso il tema del vampiro in nuove vesti: tra questi Sheridan Le Fanu col celebre Carmilla, anche se probabilmente il primo fu John William Polidori con il The Vampyre, del 1819, mentre l'ispiratore più accreditato resta George Gordon Byron, con le figure dal fascino oscuro, romantico. In tempi precedenti anche Samuel Taylor Coleridge aveva scritto una ballata sul vampiro. Tutti segni di un interesse che andava ridestandosi.
Alcune peculiarità nel carattere del Dracula di Stoker vennero dal suo probabile ispiratore, Sir Henry Irving, noto attore dell'epoca, di cui lo scrittore era segretario e amico; sulla sua figura, elegante ed impostata, sarebbe stato tratteggiato il Conte.
Analizzando la narrazione, è facile capire perché non ebbe particolare fama tra i suoi contemporanei: Dracula è un romanzo epistolare, una raccolta inventata di immaginari diari, telegrammi, lettere, articoli di giornale. All'epoca il romanzo epistolare era ormai una moda morente, e destò poca curiosità.
Tuttavia quest'impostazione fu utile per ricreare la prospettiva in cui si muovevano i personaggi, e rese con il tempo più facile l'immedesimazione dei lettori. Accresceva inoltre il senso di contrasto tra il mondo moderno e quello morente della tradizione popolare e delle superstizioni, in cui dimora il vampiro. Alcuni racconti successivi, negli anni tra '800 e '900, usano i vampiri proprio come simboli del passato, facendoli sconfiggere non dalla religione ma dalla scienza, dal progresso.
In una delle ultime versioni di Dracula, l'Opera Rock della PFM, Van Helsing riesce a vincere il vampiro perchè unisce scienza e fede, mentre il troppo razionale Seward impazzisce; quest'ottica non poteva andare bene per un'epoca in cui la ragione e la scienza parevano essere il vanto primo dell'umanità.
A differenza di molti dei film e dei libri a cui siamo abituati, Stoker non crea un'empatia con Dracula: il vampiro è il male ed il nemico dell'uomo, Drakul, il Diavolo. È lontano ed esterno, diverso e senza possibilità di redenzione.
Il romanzo nacque in un momento storico in cui l'Inghilterra si scopriva potente all'estero, ricca, influente, ma internamente oppressa dalle proprie ombre.
Autori come Charles Dickens parlavano dei problemi delle classi operaie e dei loro drammi, e solo una decina di anni prima dell'uscita di Dracula per le strade di Londra si era mosso Jack lo Squartatore, il primo serial killer della storia moderna.
Tra le luci quindi si posava di nuovo l'ombra di paure ancestrali, non più estranee alla comunità (la foresta, l'altro) ma interne ad essa. Dracula si aggira per le strade di Londra con la capacità di sparire tra le persone, di prendere una maschera umana. Il pericolo si spostava nelle vie cittadine, pur mantenendo la sua essenza di estraneo.
L'impronta del Diverso è rafforzata dall'origine di Dracula, il richiamo a Vlad III, all'Ordine dei Dragoni (Dracul) dell'Ungheria del 1400... quella che per gli inglesi era l'esotica Europa continentale.
Gli studi di Stoker per questa ambientazione non furono approfonditi, paiono invece piuttosto superficiali nonostante la consultazione di alcuni testi riguardanti la storia dei Balcani che erano usciti pochi anni prima dell'inizio della stesura libro, e alcuni incontri dell'autore con storici che si occupavano proprio di quell'ambito. Nel libro si rilevano particolari errati: Dracula era un principe valacco (e non un conte transilvano), e gli vengono attribuiti alcuni erronei soprannomi. Non viene menzionato il passato di impalatore di Vlad che avrebbe dato ulteriore forza al personaggio; inoltre nel folklore egli era avvicinabile ai licantropi più che al vampiro, in quanto discendente dei guerrieri Lupi della Dacia.
Un altro fattore che limita il romanzo è una mancanza di particolare profondità psicologica nei personaggi: quelli femminili risultano deboli e sono facili prede di Dracula, quelli maschili vivono di ottuso antagonismo.
È evidente il simbolismo sessuale sotteso -i più ritengono inconsciamente - al tema del vampirismo: che Stoker ne fosse consapevole o meno, quella di Dracula è la conquista di giovani donne inglesi, sedotte e trasformate dalla volontà di un uomo.
Un tema simile è trattato ne Il Mago, di William Somerset Maugham. I parallelismi sulla figura maschile, misteriosa ed amorale ma stranamente affascinante, che raggira e seduce giovani di onesti costumi per venire poi sconfitto da un altro uomo, più onesto, risultano evidenti al moderno lettore... o possono risultare ingenui alla moderna lettrice.
D'altronde non si può dimenticare che questa era l'ottica del mondo vittoriano, diviso tra donne di buoni costumi e sventurate. Poche eroine dei romanzi del periodo si staccano da questi canoni, né voleva farlo Stoker in un romanzo che non intendeva modernizzare o stupire, ma semplicemente raccontare una nuova storia, una nuova novel. Mina è una donna moderna per educazione, ma nonostante questo finisce per agire nei cliché tradizionali della giovane insidiata, e solo il lato razionale e moderno, cresciuto e guidato dagli uomini che la circondano, la "salva".
Il tema della seduzione è quello che probabilmente ha lanciato l'opera nel presente perché, dietro al desiderio di Dracula per il sangue delle proprie vittime, le sensibilità di altre epoche hanno letto altri desideri; proprio partendo da questo romanzo Francis Ford Coppola  ha diretto un film in cui il vampiro era romantico e innamorato, dannato, sofferente, umano.

lunedì 25 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1977 esce nelle sale cinematografiche americane il film "Star Wars", che presto diventerà uno dei più formidabili film di fantascienza mai prodotto nella storia del cinema.
La storia di Guerre Stellari inizia nel 1971, sei anni prima la sua comparsa sugli schermi di tutto il mondo. Il giovane regista George Lucas, appena laureatosi con il film L'uomo che fuggì dal futuro (THX 1138, USA, 1971), presenta due nuovi progetti alla major hollywoodiana Universal Pictures: American Graffiti e Guerre Stellari.
La casa di produzione sembra inizialmente propensa a produrre entrambi, dando il via libera al regista per cominciare il casting. Tra gli scritturati figura un giovane, allora semplicemente un falegname, che aveva deciso di prendere parte al provino quasi per scherzo, spinto da alcuni amici: si trattava di Harrison Ford, che sarebbe diventato un'icona della saga e uno degli attori di maggior successo di Hollywood. Poco dopo, però, la Universal ha un ripensamento, decidendo di produrre solamente American Graffiti, considerando Guerre Stellari troppo rischioso.
Lucas, dopo la delusione ricevuta, continua a sviluppare il suo progetto, lavorando sulla sceneggiatura di Star Wars insieme ad Alec Guinness, destinato a diventare uno degli interpreti della saga. Inizia così un lungo tour alla ricerca di una casa di produzione, che si rivela però inutile. Nel frattempo, interrompendo brevemente il progetto, realizza American Graffiti, che si rivela un grande successo: tra gli attori del film, oltre al giovane Harrison Ford, compare anche Ron Howard, poi conosciuto soprattutto per il suo ruolo di liceale in Happy Days e per la brillante carriera di regista.
Il progetto di Guerre Stellari è più che ambizioso: creare una nuova mitologia, che sappia raccogliere l'eredità epica dei film western da una parte, e quella avventurosa di quelli di cappa e spada dall'altra, fondendole in un contesto più moderno, un universo simile a quelli dei libri del maestro della fantascienza Isaac Asimov.
Grazie agli incassi consistenti di American Graffiti, la 20th Century Fox decide di finanziare il nuovo progetto di George Lucas, grazie al sostegno del figlio di Alan Ladd, uno dei maggiori azionisti, appassionato di fantascienza. Lucas dovrà, però, provvedere autonomamente a reperire il 40% dei soldi necessari, mentre la Fox finanzia il film parzialmente. Il regista, fermamente convinto della validità del suo progetto, arriva a ipotecare la propria casa. Sarà questo l'inizio della sua fortuna, grazie all'accordo che portò direttamente a lui parte dell'altissimo incasso e tutti i diritti sul merchandising.
Nel 1977 Star Wars vede la luce, ed in breve tempo ogni record di incasso viene polverizzato. Il film vince sei Oscar: "migliori effetti speciali", "miglior colonna sonora" (composta da John Williams e destinata a diventare un classico), "migliori costumi", "miglior sonoro", "migliori scenografie" e "miglior montaggio".
Il successo del film portò tutte le case editrici a scommettere sulla fantascienza scritta, dopo il successo di quella cinematografica. Tutti i più importanti editori italiani lanciarono sul mercato una propria collana di libri di fantascienza, dai classici ai nuovi scrittori, col risultato di saturare il mercato, portando a un immediato e disastroso tracollo, tanto delle nuove collane che di quelle preesistenti. Attorno a Guerre Stellari si crea una sorta di vero e proprio misticismo, al centro del quale vi è la ricerca di se stessi: la Forza.
La storia è ambientata in un'epoca imprecisata, la tecnologia è solo un contorno, lo sfondo per questa particolare forma di misticismo. La concezione del film di Lucas è, dunque, agli antipodi di quella di Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, che pone in un ruolo di rilievo gli effetti speciali, tendendo ad esaltare la tecnologia ed a porre il progresso scientifico al centro dell'attenzione.
La saga di Guerre Stellari è anche un enorme tributo cinefilo al grande cinema di Hollywood, farcito da decine di citazioni e riferimenti, dovute alla passione che Lucas condivide con l'amico e collega Steven Spielberg. Tra le fonti d'ispirazione del film va sicuramente citato La fortezza nascosta (Kakushi toride no san-akunin) di Akira Kurosawa e Dune di Frank Herbert, mentre il concept iniziale del robot dorato D-3BO (nome originale: C-3PO) era semplicemente una versione maschile e un po' più sofisticata del robot femminile protagonista del celebre Metropolis (1927) di Fritz Lang, capolavoro dell'espressionismo cinematografico.
Il film crea un vero e proprio culto intorno a sé, dando vita a generazioni di fan totalmente devoti al film, spesso in maniera maniacale.
Secondo l'idea ed il progetto iniziale del regista, la sua saga avrebbe dovuto comporsi di tre trilogie distinte, per un totale di nove film. Non avendo, ovviamente, le possibilità e la certezza di poter portare avanti tutto il ciclo, Lucas decise di scommettere sulla parte centrale della sua storia, teoricamente il quarto, quinto e sesto film, ritenendoli i più accattivanti, e in grado di poter essere narrati indipendentemente dai tre film antecedenti, che verranno poi realizzati più di vent'anni dopo, quando il regista decise di riprendere in mano la propria opera.
La terza ed ultima trilogia ha visto la luce in questi anni, a partire dal settimo film (titolo originale "the force awakens"), uscito il 18 dicembre 2015 per la regia di J.J. Abrams.
Quella scelta per essere portata sullo schermo per prima, quindi, è la trilogia centrale, ed infatti, anche se nel 1977 il primo Guerre Stellari non indica il numero dell'episodio, nel 1979 torna nelle sale col sottotitolo definitivo con cui è noto ancora oggi, Episodio IV - Una Nuova Speranza.
Nel 1980 la saga continua, ormai senza problemi di produzione, con l'uscita del secondo film, Episodio V - L'Impero colpisce ancora, del quale però Lucas lascia la regia a Irwin Kershner, limitandosi a produrre il film ed a scrivere la sceneggiatura insieme alla nota scrittrice di fantascienza Leigh Brackett e a Lawrence Kasdan, futuro regista.
Il terzo (ed ultimo) episodio della "trilogia originale" esce ancora una volta tre anni dopo il precedente, una consuetudine adottata anche per la seconda trilogia, Episodio VI - Il ritorno dello Jedi, per la regia questa volta di Richard Marquand. Talmente forte era la paura di una fuga di notizie su questa terza e definitiva puntata della prima saga, che Lucas girò per mesi sotto un titolo fittizio spacciandolo per un horror, Blue Harvest Horror Beyond Imagination, e non circolò mai un copione completo del film fino alla sua uscita.
Nel 1989, Guerre Stellari viene incluso dal governo statunitense nella lista dei film posti sotto la tutela della Biblioteca del Congresso.
George Lucas sembra aver esaurito le sue energie su Star Wars, e si dedica a nuovi progetti, tra i quali spicca una nuova saga, quella dell'archeologo Indiana Jones, firmata poi alla regia dall'amico e collega Steven Spielberg. Il nome del protagonista è lo stesso del cane di Lucas, al quale precedentemente si era ispirato per il personaggio di Chewbecca.
La Industrial Light and Magic, nata per la produzione degli effetti speciali di Guerre Stellari, diventa nel frattempo il punto di riferimento delle produzioni di fantascienza, divenute sinonimo di grandi incassi per le major. Hollywood investe tutto sul genere, dando vita a grandi pellicole come Alien e Blade Runner di Ridley Scott, Dune di David Lynch, e tante altre grandi e piccole produzioni, tra le quali spicca il film di Steven Spielberg E.T. l'Extra-Terrestre, che supera addirittura i record d'incasso di Guerre Stellari.
Il fenomeno Star Wars non tende, però, ad arrestarsi, anzi si diffonde su altri media.
La LucasFilm, l'azienda di produzione fondata dal regista, concede le licenze di sfruttamento della saga per la realizzazione di fumetti e romanzi, producendo centinaia di prodotti, entrando poi subito nel neonato mercato dei videogiochi. Vengono addirittura girate numerose nuove scene appositamente per i CD-ROM in produzione. Nel 1993 esce una trilogia di romanzi intitolata The Thrawn Trilogy di Timothy Zahn, con licenza ufficiale della LucasFilm. Con l'uscita di questi nuovi prodotti, si comincia a mormorare di nuovi progetti di Lucas attorno a Star Wars, di una nuova trilogia.
Nel 1997 si celebrano i vent'anni dall'uscita del primo film prodotto, Guerre Stellari. Per l'occasione la trilogia originale viene ridistribuita nelle sale cinematografiche in una nuova versione.
Grazie ai forti progressi avvenuti nel campo degli effetti speciali, dovuti in gran parte alla nascita della grafica computerizzata, i tre film, dopo essere stati "rigenerati", rimediando all'inevitabile deterioramento della pellicola cinematografica, vengono migliorati e arricchiti in vari punti. Vengono inoltre aggiunte alcune brevi sequenze.
I tre film escono nelle sale a poche settimane di distanza l'uno dall'altro, a partire dal gennaio 1997. Star Wars - Special Edition, come viene presentato, incassa negli Stati Uniti nel primo weekend di programmazione complessivamente più di 36 milioni di dollari nei 2100 cinema nei quali viene proiettato, tornando ancora una volta in testa alla classifica degli incassi quasi vent'anni dopo il suo debutto.
Queste nuove versioni vengono considerate da George Lucas quelle definitive, ed il regista decide di proibire la distribuzione di quelle precedenti, pur contro il volere di molti fan. Entrambe le decisioni sono destinate però a venire smentite, almeno in parte.
Con l'edizione del 2004 la trilogia originale viene pubblicata su supporto digitale: in questa occasione viene effettuato un ulteriore restauro della qualità dell'immagine, oltre alla modifica di alcune scene, ottenendo quella che al momento è considerata dall'autore stesso come l'edizione definitiva della trilogia. Nel 2006 viene pubblicata una nuova edizione limitata su supporto digitale, contenente sia l'ultima versione del 2004 che quella originale del periodo 1977-1983.
In occasione del ventennale arriva anche la dichiarazione ufficiale del regista e creatore della saga: verrà prodotta la "prima trilogia" (episodi I, II e III), quella dunque ambientata da venti a quarant'anni prima degli eventi narrati nella "trilogia originale".
Nel 1999 arriva nelle sale, dopo una trepidante attesa da parte di milioni di fan in tutto il mondo, Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma, il primo episodio della nuova saga, ambientato circa 30 anni prima dell'Episodio IV. Nel 2002 è la volta di Episodio II - L'attacco dei cloni e nel 2005 la saga viene completata da Episodio III - La vendetta dei Sith, che raccorda le due trilogie.
Dopo l'annuncio della produzione della "nuova trilogia", composta dai primi tre episodi della saga, George Lucas dichiarò di non avere intenzione, poi, di realizzare anche la terza ed ultima, quella composta dagli episodi VII, VIII e IX, sequel, dunque, di quella originale, anche questi pensati insieme al resto della saga.
Nonostante questa dichiarazione, però, la terza trilogia è stata alla fine prodotta, e in più sono stati realizzati due film "intermedi", Rogue one (che narra le vicende legate alla costruzione della terribile Morte Nera) e Solo, incentrato sulla vita del contrabbandiere.
All'uscita in Italia del primo film del 1977, alcuni dei nomi dei personaggi furono leggermente adattati per la pronuncia italiana, e tali furono mantenuti per tutti e tre i film della "trilogia originale" (episodi IV, V e VI). Con la nuova trilogia (episodi I, II e III) invece i nomi sono stati riportati a quelli originali inglesi. Ad esempio i due droidi R2-D2 e C-3PO, presenti in entrambe le trilogie, vengono chiamati nella prima trilogia rispettivamente con C1-P8 e D-3BO. Unica eccezione è Darth Vader nell' Episodio III: un sondaggio tra i fan italiani ha infatti decretato che il nome rimanesse quello italianizzato di Darth Fener, ormai troppo celebre per essere cambiato.
In occasione della nuova trilogia, la produzione ha scelto di mantenere in tutto il mondo i nomi originali; probabilmente per poter controllare meglio il mercato della distribuzione dei gadget allegati alla saga.


domenica 24 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio".     L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.


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