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giovedì 23 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1957 Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vinto da un tumore ai polmoni, moriva nel suo letto.
Solo un anno prima, andava scrivendo il romanzo che l’avrebbe reso eterno. Non c’è da stupirsi che il primo approccio con lo scritto sia fallimentare, poiché è da studenti che generalmente se ne conosce l’essenza, nel vincolo di un dovere che ruba la bellezza a una memorabile prosa, da qualcuno definita “d’arte”. Il fascino dell’opera si svela poi negli anni, quando scorrendo lo sguardo sopra una fila di vecchi libri, si torna a leggerlo. E Il Gattopardo, tanto per intenderci, «è uno di quei romanzi nei quali, anche quando la macchina del racconto sembra incepparsi o rallentare di ritmo, c’è sempre almeno un motore di riserva che funziona».
Per anni numerosi critici, ossessionati dalla necessità di trovare un aggettivo che lo inscatolasse in un genere e impegnati nel gioco classificatorio, hanno ricercato quella soluzione che accontentasse tutti, ma: «Il Gattopardo è troppo introspettivo-psicologico per essere solo un romanzo storico, troppo documentato sull’epoca dei fatti per essere solo un romanzo psicologico». C’è chi ha interpretato l’intero scritto come un’unica, grande metafora esistenziale: nell’andare delle pagine, la feroce bestia cambia veste e, da simbolo araldico, diventa limpida immagine del protagonista, che del gattopardo ha metaforicamente la forza e l’imponenza.
Il principe Fabrizio Salina, la cui vicenda quotidiana stava per essere narrata sotto il titolo La giornata di un siciliano, è un uomo complesso e ansioso della fine, della meta, del risultato. Caratterizzato da un profondo e cieco conflitto interiore, tormentato dai sensi di colpa (verso la moglie andando da Mariannina o per avere votato “sì” al plebiscito contro le proprie convinzioni), mostra una calma tutta esteriore, che cela un’ira repressa e si palesa nel pugno stretto fino a conficcare le unghie nella carne. Il principe ha pensieri che sfuggono al mondo circostante degli amici e della famiglia, accosta riflessioni inintelligibili agli altri, che lo conducono all’inesorabile rifugio di sé e all’osservazione del cielo e degli astri, sua enorme passione. Un solo personaggio ne intuisce la natura tormentata e l’irrequieto agitarsi dell’animo ed è Tancredi, il nipote che sa sciogliere i dubbi dello «ziòne», il solo in cui l’uomo-gattopardo possa in qualche modo vedersi riflesso, mentre il suo sguardo assiste impotente al crollo delle istituzioni e dei costumi sociali, alla fine di un’epoca.
Nell’ammirazione di don Fabrizio per Tancredi si percepisce uno slancio immodesto ed egoistico, perché in fondo, scrive Lampedusa, «lui stesso è come Tancredi». Il rapporto con gli altri personaggi del romanzo è decisamente d’altra specie: il rispetto di Padre Pirrone e Ciccio Tumeo non è corrisposto dall’alterigia tutta aristocratica del principe Salina, vero pater familias, autoritario e virile almeno nei primi capitoli del romanzo, quando l’avvicinarsi di un’inevitabile fine non ha ancora ammuffito la sua linfa vitale. Il tormento del principe è crescente nell’avvicendarsi delle pagine: «Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due».
C’è una costante ironia nelle pagine de Il Gattopardo, espressa, tra l’altro, dall’animazione metaforica degli oggetti o dall’uso esasperato di termini latini, latineggianti, pomposi, a volte barocchi. E non avrebbe potuto essere altrimenti poiché, come molti sanno, l’ironia tipicamente siciliana, beffarda e tagliente, contraddistingue il ricordo di Lampedusa ogni qualvolta leggiamo di lui. L’autore non fa quasi mai capolino nella vicenda ma, nella rarità delle intromissioni, la sua idea si esprime attraverso massime ricche di sarcastica verità: «attribuire ad altri la propria infelicità […] è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati». Le descrizioni assolate, dominate dal senso di morte e dalla pesante pigrizia di un clima quasi africano, fanno intravedere splendidi paesaggi, indimenticabili raffigurazioni, tra cui quella dei giardini di Villa Salina e la fontana di Anfitrite; e indimenticabile è anche l’amato alano di don Fabrizio che — scriveva Lampedusa a Lajolo — «In un romanzo da cui quasi tutti i personaggi escono male è l’unico sicuramente positivo». Bendicò, eterno amico a quattro zampe, è come le stelle, ha il loro stesso compito: tranquillizza il principe, fiuta falsità e ipocrisie (significativo il suo ringhiare contro Angelica). I critici ne hanno giustamente sottolineato il ruolo strutturale all'interno della vicenda: appare all'inizio, facendo irruzione nella sala in cui si recita il rosario e nell'ultima pagina, quando muore trovando riposo «in un mucchietto di polvere livida», a suggellare la fine di tutto.
L’ideologia politica di Tomasi di Lampedusa è riassunta e semplificata, come scriveva Pampaloni, nella terza parte de Il Gattopardo — «senza vento l’aria sarebbe stata uno stagno putrido, ma anche le ventate risanatrici trascinavano con sé tante porcherie» —, nel discorso di Tancredi e nella sua celebre frase che descrive la situazione storica della Sicilia del 1860: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Infine, in riferimento alla concezione di Lampedusa della storia umana, vale l’espressione di don Fabrizio: «e dopo sarà diverso, ma peggiore».
L’ombra della morte, quasi sempre presente, è «come un ronzio continuo all'orecchio», nei presagi e nel sonno, nel solleone e negli oggetti; l’ineluttabile destino, a volte vigliacco, altre spudorato, si avverte costantemente in un crescendo vertiginoso. «L’annunciazione della morte comincia per don Fabrizio a palazzo Pantaleone […] nel calore del ballo […], nel suono del valzer che gli sembra l’immagine dell’incessante passaggio del vento sulle terre assetate». E anche nel ballo dei due giovani innamorati, Angelica e Tancredi, il nero cupo e opaco della fine pesa angoscioso e funesto; ed essi sono: «Attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione». Sono marionette in uno squarcio orribile e patetico, mentre li immaginiamo: «Nella reciproca stretta di quei loro corpi destinati a morire».
Nella confessione di don Fabrizio, il momento in cui i nostri occhi sono incapaci di staccarsi dalle righe del romanzo, si ha la sensazione di un procedere velocissimo verso l’epilogo preannunciato, terribile e straziante; i peccati parevano al principe troppo meschini per farne un elenco in quella giornata di afa; e poi: «era tutta la vita ad essere colpevole, non questo o quel singolo fatto; e ciò non aveva più il tempo di dirlo».
La chiave di lettura de Il Gattopardo, senza andare troppo lontano, la troviamo nelle parole stesse di Lampedusa, che in una lettera a Lajolo del 1956 scriveva: «Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto». Ne Il Gattopardo: «Non vi è nulla di esplicito»; e l’«esplicito», per usare il significato lampedusiano del termine, è qualcosa di «rozzamente contadinesco o brutalmente melodrammatico» .
Il romanzo fu presentato all'inizio agli editori Arnoldo Mondadori Editore e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell'errore), avvenuta poi dopo la morte dell'autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse nel film omonimo, con un cast stellare (Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, Romolo Valli, Mario Girotti ed altri ancora).

mercoledì 22 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 356 a.C. nasceva Alessandro il Macedone, detto anche Alessandro Magno.
Figlio di Filippo II di Macedonia e di Olimpiade, principessa d'Epiro, fu educato da Aristotele, a cui Filippo aveva dato l'incarico di completare la sua istruzione, e dal suo maestro derivò la versatilità di interessi che gli fu propria.
A sedici anni gli fu affidata dal padre, occupato nell'assedio di Bisanzio, la reggenza in Macedonia, due anni dopo si distinse nella battaglia di Cheronea (338). Alessandro, che predilesse sopra ogni altro poeta Omero e amò identificarsi con Achille, del quale aveva l'ambizione frenata di gloria e l'animo sempre pronto a cedere alle più opposte passioni, conscio della sua grandezza, amò credere in una sua nascita divina già prima che questa gli venisse ufficialmente confermata dall'oracolo di Zeus-Ammone. La sua figura è stata in ogni tempo particolarmente studiata: la critica moderna si è soffermata soprattutto sulla genesi della sua concezione teocratica e sulla natura e l'originalità della sua strategia.
Salito al trono nel 336 in seguito all'oscuro assassinio del padre, dovette affrontare una sorda opposizione interna e soprattutto, all'esterno, il pericolo di defezione delle recenti conquiste e di insurrezione degli Stati greci. Domata l'opposizione interna, facendo eliminare con fredda determinazione quanti avrebbero potuto rivendicare aspirazioni successorie, soprattutto i congiunti della matrigna Cleopatra, con una rapida campagna militare egli rafforzò poi il suo potere sulle tribù illiriche e danubiane di recente sottomesse dal padre. Infine, dopo essersi fatto confermare con una prima spedizione in Grecia il titolo di egemone della Lega di Corinto, scese una seconda volta nella penisola, stroncò (335) l'aperta insurrezione di Tebe e, come monito, fece decretare dalle stesse città elleniche la distruzione della città. Consolidata così la sua posizione in Macedonia e in Grecia, si accinse a realizzare, in nome della grecità, la spedizione in Persia progettata dal padre.
Sbarcato nel 334 in Asia con un esercito di 40.000 uomini e 5000 cavalieri e una flotta di 160 navi, si congiunse con il primo distaccamento già inviatovi dal padre e trincerato in Abido. La vittoria di Granico (334) gli assicurò una facile penetrazione in Asia Minore fin oltre Tarso; le forze persiane avevano tentato di opporre resistenza a Mileto e Alicarnasso, ma entrambe le città furono conquistate e Alessandro, dopo aver attraversato Licia, Panfilia, Psidia e Frigia, scese senza incontrare resistenza in Cilicia. Un nuovo scontro con le forze di Dario III, che aveva preparato la resistenza e pensava di sorprenderlo alle spalle, si risolse in una nuova completa vittoria del Macedone a Isso (333 a. C.). Con ciò Alessandro aveva la strada aperta per occupare tutti i possedimenti costieri dell'Impero persiano; così, per garantirsi le spalle prima di spingersi nelle regioni dell'interno, s'impossessò in poco più di un anno di Siria, Fenicia ed Egitto. Qui egli fondò Alessandria nella zona del delta del Nilo e, spintosi con una marcia avventurosa in pieno deserto, raggiunse l'oasi di Siwa dove, in un santuario dedicato a Zeus-Ammone, grazie alla compiacenza dei sacerdoti ebbe una specie di investitura sacra e fu riconosciuto dal dio successore dei faraoni. Ripresa la marcia verso l'Asia, egli si scontrò un'ultima volta con le truppe di Dario a Gaugamela (331); la Mesopotamia e con essa il resto del Paese erano ormai in suo potere. L'anno seguente (330) lo stesso Dario III venne ucciso a tradimento da un satrapo della Battriana. Alessandro poteva ora riposarsi nelle grandi capitali di Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana; qui, assumendo il titolo di "gran re" e i contrassegni esteriori dei dinasti persiani, si atteggiava a loro legittimo successore. Sia l'introduzione di un cerimoniale persiano, che comportava l'umiliante genuflessione davanti al re, sia il principio della divinizzazione in vita del monarca crearono però tra gli intimi di Alessandro e nell'esercito un disagio che si mutò spesso in ostilità aperta. Avvennero alcune congiure cui seguì una violenta repressione; Parmenione e suo figlio Filota furono tra le prime vittime. Nel 328 lo stesso macedone uccise di sua mano Clito il Nero che gli rinfacciava la pretesa di farsi considerare figlio di Zeus e l'adozione di riti e usi estranei ai Macedoni.
 Intanto l'idea di un'investitura divina si era intimamente associata a quella di una monarchia universale; con una marcia attraverso le satrapie orientali egli meditava di raggiungere l'India.
Inseguendo Besso, l'uccisore di Dario, sottomise le regioni che via via attraversava finché, raggiuntolo in Battriana, lo fece condannare a morte da una corte persiana (329 a. C.). Qui l'anno successivo, dopo aver assoggettato la limitrofa Sogdiana, sposava Rossane, una principessa indigena; il matrimonio e l'imposizione della proskynésis (la genuflessione) provocarono la cosiddetta "congiura dei paggi", in seguito alla quale, per esservi stato coinvolto, fu condannato a morte Callistene, parente di Aristotele e storico ufficiale di corte. Nel 327, varcato l'Indo, Alessandro iniziava con un esercito di 40 mila uomini la grande spedizione in India; sconfitto il re Poros nella battaglia dell'Idaspe e arrivato fino al fiume Ifasi, egli meditava di raggiungere l'Oceano Indiano.
Le truppe macedoni rifiutarono però di procedere oltre ed egli decise dunque la ritirata. Costruita una flotta scese, con una parte dell'esercito il corso dell'Ifasi e raggiunse le foci dell'Indo; di là, con una snervante marcia lungo il litorale, tornò in Persia mentre Nearco, il suo ammiraglio, esplorava il Golfo Persico, e, risalendo il Tigri, raggiungeva Susa per via fluviale. Giunto a Susa nel 324 a. C., Alessandro indiceva feste grandiose per celebrare la fine della guerra e cercava poi di attuare il suo programma di completa fusione tra vincitori e vinti, concepiti come partecipi di un nuovo impero di cultura greca e di concezione teocratica persiana.
Egli sviluppò perciò i rapporti commerciali, fondò numerose città, cui per lo più diede il suo nome, favorì le unioni tra i propri ufficiali e giovani persiane; in quel periodo ben diecimila veterani e ottanta ufficiali si unirono in matrimonio con donne persiane e lo stesso re sposò in seconde nozze la figlia di Dario, Statira. Conquistata la Persia, raggiunta l'India, iniziata l'unificazione delle terre soggette, il macedone preparava, secondo alcune fonti, una grande campagna in Occidente. La morte, avvenuta per malattia il 13 giugno del 323, pose fine ai suoi progetti. Toccò poi ai suoi successori togliere ai Greci quello che ancora rimaneva di libertà, segnando la fine della polis.
Le premesse di questa politica erano già state poste da Alessandro con la sua idea anticipatrice della monarchia universale e divina, fattore di coesione tra diverse realtà politiche e sociali, comportante il superamento delle differenze locali. Con la scomparsa del Macedone, l'immenso impero si dissolveva, spezzandosi in unità minori, le monarchie ellenistiche, governate dai luogotenenti e successori (i diadochi). L'idea universalistica associata al culto divino dei re, nel quale la concezione eroica greca si veniva a fondere con quella teocratica del mondo orientale, sopravviveva tuttavia in tali unità favorendo il diffondersi, in un'ampia area euroasiatica, dei valori morali e intellettuali creati dalla polis greca.
La scienza militare considera Alessandro uno dei più grandi capitani della storia; così lo giudicarono grandi condottieri quali Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Turenne, Napoleone. Del suo esercito fece uno strumento di formidabile efficienza. Perfezionò innanzitutto la falange, rendendola irresistibile nell'urto e insuperabile nella difesa. Il fattore veramente nuovo nell'organizzazione militare fu tuttavia l'impiego della cavalleria, che divenne l'arma offensiva per eccellenza.
La falange era destinata ad agganciare e a trattenere il grosso del nemico mentre la cavalleria pesante caricava a fondo non solo la cavalleria ma anche la fanteria avversaria. Lo schema di tutte le grandi battaglie di Alessandro presenta sostanzialmente le stesse caratteristiche: la massa delle fanterie posta al centro su due colonne, la cavalleria alle ali, con i reparti scelti a destra e comandati personalmente da Alessandro. L'urto di questa cavalleria decideva le sorti della battaglia: egli attaccava il nemico sempre su un fianco oppure avviluppava il centro avversario in una vigorosa manovra di doppio aggiramento, valorizzando al massimo il combattimento d'ala. Il suo genio militare non fu però mai prigioniero di una formula, ma si adattava senza posa alle contingenze. Uomo d'azione, prendeva e manteneva sempre l'iniziativa sul nemico partecipando personalmente alle battaglie più sanguinose. Tattico geniale, fu anche stratega accorto. Dopo la vittoria sfruttava il successo con l'inseguimento e la distruzione del nemico, con il controllo delle piazzeforti, la conquista dei magazzini e dei tesori avversari. Ebbe per regola costante di tenere unite le sue forze senza lasciarsi distrarre da scopi secondari a scapito dell'obiettivo principale; comprese la necessità di procurarsi in tempo notizie sul nemico e di garantire il suo esercito da sorprese e impiegò quindi largamente la cavalleria anche nel servizio di avanscoperta e di esplorazione lontana. Alessandro lasciò traccia anche nella poliorcetica. Il suo esercito era infatti largamente dotato di macchine da guerra: torri su ruote, arieti, catapulte leggere per il lancio dei giavellotti e pesanti per quello delle pietre. Questo apparato tecnico era completato da reparti di zappatori e di pontieri, dagli addetti ai servizi dei trasporti, all'intendenza per il rifornimento dell'esercito con acquisti e requisizioni, al servizio sanitario, a una sezione topografica e al servizio dei dispacci che disponeva di corrieri e di stazioni di segnalazione ottica.

martedì 21 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2001, nell'ambito del G8 di Genova, avvenne un assalto da parte delle forze dell'ordine alla Scuola Diaz, sede del coordinamento dei comitati di protesta anti G8.
Il giorno prima, durante una dei tanti scontri di giornata tra manifestanti e polizia, era morto Carlo Giuliani, colpito da un'arma da fuoco sparata da un carabiniere. Gli animi di tutti erano perciò già particolarmente esasperati.
La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli, nel quartiere di Albaro, in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell'edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.
Intorno alle ore 21.00, circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta aggressione alle forze dell'ordine, alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Trento, piazza Merani e via Cesare Battisti) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada ed intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.
Successivamente la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell'ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.
Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato senza dare risposte agli interrogativi posti dai giornalisti. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi.
Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video.
La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l'orario fu indicato nelle 22.30; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, riferì in un primo tempo di essere transitato "a passo d'uomo", a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, davanti alla scuola con quattro vetture e che il cortile della scuola ed i marciapiedi "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersaglio i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture", ma che queste riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, "azionando anche i segnali di emergenza".
Le forze dell'ordine tuttavia non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.
Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sostennero al contrario, il lancio di un bullone, evento a cui i superiori non avrebbero assistito, e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, a una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti ed operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus che sostava in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria, la quale, giunta all'altezza delle due scuole, accelerò di colpo "sgommando", ed in quel momento venne lanciata una bottiglia che si infranse a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana; versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio, i quali affermarono di aver sentito il rumore di una forte accelerata, seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto. Tali versioni, contrastanti in date ed in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.
L'ora di arrivo delle forze dell'ordine di fronte all'edificio, diversa a seconda delle ricostruzioni effettuate da alcune delle difese degli appartenenti alle stesse rispetto ad altre testimonianze, è stata dibattuta durante i primi due gradi del processo; la Corte di Appello di Genova, concordando con le conclusioni del Tribunale di primo grado, ricostruì nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, tramite il confronto dei filmati che mostrarono l'uso di cellulari con i tabulati delle telefonate e gli orari di arrivo degli agenti:
    « Sulla base di tale elaborato il Tribunale ha ritenuto che l'arrivo delle forze di Polizia in Piazza Merani sia avvenuto alle ore 23.57.00 (orario desumibile anche dalla trasmissione in diretta di radio GAP, perché è in quel momento che il programma in corso viene bruscamente interrotto per dare notizia dell'arrivo della Polizia in assetto antisommossa), che l'ingresso dei reparti di Polizia operanti all'interno del cortile della scuola sia avvenuto alle 23.59.17 (visibile lo sfondamento del cancello del cortile mediante il mezzo del Reparto Mobile di Roma nel rep. 175), e che l'apertura del portone centrale in legno sia avvenuta alle ore 00.00.15 (visibile dai rep. filmati n. 175 e n. 239), meno di un minuto dopo l'ingresso nel cortile. »
All'operazione di polizia hanno preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo da Vincenzo Canterini, li stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".
Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio, definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola". La Corte d'appello, nella ricostruzione dei fatti contenuta nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce così gli avvenimenti:
    « In ogni caso le emergenze probatorie raccolte escludono che si sia trattato di condotta particolarmente significativa e pericolosa, e che abbia avuto le caratteristiche con le quali è stata descritta negli atti sopra menzionati. Basta rilevare che gran parte della scena dallo sfondamento del cancello, al successivo ingresso nel cortile fino all’apertura del portone è stata ripresa nel filmato in atti, e che lo stesso, pure oggetto di attenta consulenza da parte dei RIS di Parma, non consente di apprezzare la caduta e tanto meno il lancio di oggetti (per cui se caduta vi è stata si deve essere trattato di oggetti di dimensioni insignificanti), come del resto confermato dal fatto che a terra nulla di tal genere è stato poi ritrovato, e che gran parte degli operatori staziona nel cortile senza assumere alcun atteggiamento di difesa o riparo da oggetti provenienti dall’alto (tra questi lo stesso Canterini che non indossa il casco, comportamento che per la sua esperienza di comandante non può essere dettato da leggerezza). Solo nella fase immediatamente precedente l’ingresso nella scuola, dopo l’apertura del primo portone, alcuni operatori portano lo scudo sulla testa, ma la condotta è ambigua, perché nello stesso frangente si vedono altri operatori nelle vicinanze che non assumono alcun atteggiamento protettivo; inoltre è stata fornita una spiegazione di tale condotta [...] ravvisata in una specifica tecnica operativa di approccio agli edifici, che contempla tale manovra in via cautelativa sempre, anche in assenza di effettivo pericolo. »
L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana, esclusa la flagranza, che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso; dopo la perquisizione le forze dell'ordine mostrarono ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui coltellini multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che si rivelarono provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, alcune barre di metallo appartenenti ai rinforzi degli zaini (e, come evidenzieranno i giudici del processo d'appello, appositamente estratte da questi per essere mostrate come prove della presenza di possibili armi) e 2 bombe molotov. Lo molotov si scopriranno essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove: un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostrò infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, il quale ammise di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola.
Nella stessa operazione venne perquisita, per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi, anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamentò la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti, sia su supporto informatico che cartaceo. Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia ed alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti vennero distrutti durante la perquisizione; poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciò che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale; la Federazione nazionale della stampa si costituì parte civile al processo contro questa irruzione.
Durante le indagini vennero rese note le difficoltà a risalire ai firmatari dei verbali di arresto e perquisizione, contenenti 15 firme il primo e 9 il secondo (quesi ultimi firmatari anche del primo). Alla fine del processo di secondo grado una firma del verbale di arresto risultava ancora non identificata; a tal proposito la corte di appello, nelle motivazioni della sentenza, afferma:
    « La peculiarità dei verbali di perquisizione e sequestro, e di arresto oggetto del presente giudizio consiste innanzi tutto nella mancata indicazione nominativa dei verbalizzanti, posto che gli atti esordiscono con la frase “noi sottoscritti Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria effettivi a…” seguita dalla indicazione dei rispettivi corpi di appartenenza, ma senza specificazione delle generalità. Gli inquirenti hanno dovuto così investigare in base alle firme di sottoscrizione, spesso mere sigle, con il risultato che uno dei firmatari del verbale di arresto è rimasto ignoto (circostanza significativa secondo l’accusa pubblica della mancata collaborazione nelle indagini da parte della Polizia, pur delegata dalla Procura a investigare sui tragici fatti). »
Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli vennero in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi, e con il tempo caddero tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che venne contestato dalle perizie del RIS, secondo le quali i tagli sarebbero stati procurati appositamente, ma ritenuto invece veritiero dal consulente tecnico del tribunale. L'agente, come rimarcato sia dal procuratore generale sia dai giudici nel processo di secondo grado, cambiò versione sull'avvenimento diverse volte, al pari di un collega che inizialmente aveva sostenuto la sua tesi, e nei 7 anni di indagini non si trovò nessun altro agente che ammise di aver assistito direttamente alla scena. L'agente nel processo di primo grado venne comunque assolto, seppur con forma dubitativa, ritenendo veritiera l'ultima delle sue versioni, mentre nel processo di secondo grado la ricostruzione venne ritenuta falsa. Gli arrestati stranieri vennero espulsi dall'Italia dopo il rilascio. La corte di cassazione ha condannato i poliziotti responsabili dei pestaggi della scuola Diaz, ma grazie all'indulto non sconteranno alcun giorno di carcere, per loro vi è solo la sospensione dal servizio. I loro capi sono stati interdetti dai pubblici uffici per cinque anni.

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