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martedì 2 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando  i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.


lunedì 1 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 1857 viene pubblicata per la prima volta la raccolta di poesie di Baudelaire "I fiori del male".
Charles Baudelaire è ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti. Nasce il 9 aprile 1821, a Parigi. Da vero bohémien che si rispetti, Baudelaire conduce una vita dissoluta, contraendo debiti, dedicandosi all'alcool, alla droga (i cosiddetti «paradis artificiels», i paradisi artificiali, sui quali scriverà un libro) e ai vari piaceri della vita. È grazie a lui se in Europa si è diffusa l'opera di Edgar Allan Poe (di cui Baudelaire era ammiratore), dal momento che ne tradusse diversi testi. Muore il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Ci lascia, tra le altre opere - tutte di gran rilievo, "Les Fleurs du Mal", i Fiori del Male (che inizialmente dovevano intitolarsi "Les lesbiennes", le lesbiche), pubblicati in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861; quest'ultima è l'edizione che noi ancora oggi leggiamo e assaporiamo. La raccolta è stata oggetto di censura, sorte toccata anche a "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
L'opera - contenente 126 componimenti - è divisa in 6 sezioni: "Spleen e ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Nella concezione che Baudelaire si era fatto, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo, senza aver seguito l'"itinerario" prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, un percorso nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione ("Spleen et idéal") è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen (sentimento misto di noia, tedio, dolore, disagio). È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione. Nella sezione seguente ("Tableaux parisiens") il Poeta tenta di scappare da questa doppia realtà uscendo dalla dimensione personale, rivolgendosi all'Altro, alle persone, alla gente. Ecco quindi che compare la città, i sobborghi, le persone. Si dedica poi ai "paradisi artificiali" («Le Vin»), alla vita dissoluta («Fleurs du mal») fino ad arrivare alla blasfemia e alla più violenta rivolta («Révolte»). Nell'ultima sezione («La Mort») il Poeta giunge alla conclusione: per uscire dallo spleen si rivolge alla Morte, capitano del vascello sul quale imbarcarsi per partire verso l'Ignoto e scoprire del nuovo.
I "Fiori del Male" sono un'opera nuova, porterà alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo; introduce le «corrispondenze», concezione secondo la quale il mondo è una ragnatela fitta di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di corrispondenze.
Molti sono i componimenti importanti, dei quali citeremo solo i più noti. «Benedizione» ci presenta la figura del poeta - visto come una disgrazia dalla propria famiglia - intrappolato in un mondo ostile, dal quale fuggire; «L'Albatro» ci mostra il disagio del poeta nella società, il suo essere goffo e mira di scherno; «Corrispondenze», presenta la concezione citata sopra, fondamento della poetica baudelairiana; «Bellezza», dove una figura misteriosa, imponente e immortale - la Bellezza appunto - regna, despota, sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla; «Rimorso postumo», con i suoi toni foschi, cimiteriali, putridi; «Spleen» (componimento numero 78), quarta di quattro poesie con lo stesso titolo, con i suoi toni piovosi, l'atmosfera soffocante e disperata, la nera Disperazione imperante; «Le Litanie di Satana», vera ode al Principe delle Tenebre, un capolavoro di blasfemia; e infine «Il viaggio», dove prende forma il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Inconnu (l'Ignoto).
Una nota va fatta riguardo al titolo. Esso, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Ciò indica una duplice valenza: è sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente. Baudelaire scriverà infatti: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
Quest'opera è dunque la base sulla quale verrà costruita la poesia moderna, la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. E  ancora adesso riesce, con il suo arcano potere, a influenzare in qualche modo il destino degli uomini.

domenica 31 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 maggio.
Il 31 maggio 1278 a.C., o più correttamente il quinto giorno del secondo mese di Shemu (la stagione della siccità), il figlio del faraone Sethi I salì al trono con il nome di Ramses (o Ramsete) II.
Ramsete II è considerato il più grande e potente faraone della storia egizia. Salito al trono ventenne, Ramsete regnò per più di 60 anni. È ricordato come un grande comandante militare, ma anche per i grandi programmi di costruzioni pubbliche. Inoltre fondò una nuova capitale, la città di Pi-Ramses. Alcuni storici ritengono che il faraone antagonista di Mosè sia proprio lui.
Dal momento che l'Egitto era appena uscito da un periodo di declino, il padre di Ramsete, Sethi I, aveva dovuto passare molto tempo a sedare rivolte nelle province in Asia. Gli Ittiti, originari dell'Asia Minore, stavano estendendo il loro potere verso sud, e le due grandi civiltà si disputavano da tempo il controllo della Siria e della Palestina. Il giovane Ramsete accompagnò suo padre in alcune di queste campagne e all'età di 10 anni ricevette il grado di capitano. È quasi certo che il significato di questa cerimonia fosse solo simbolico, ma dimostra che certamente il ragazzo aveva cominciato l'addestramento militare da giovanissimo. In seguito alla morte del padre Ramsete salì al trono. Aveva poco più di 20 anni.
Quattro anni dopo condusse un'armata a nord per riconquistare le province ribelli che suo padre non era stato in grado di riconquistare. La campagna apparentemente fu un successo; l'esercito avanzò sino a Beirut.
L'anno successivo Ramsete attaccò la roccaforte ittita di Kadesh. La battaglia di Kadesh è una delle pochissime di quell'epoca di cui ci siano giunti resoconti. Ritenendo che la cittadella fosse stata abbandonata, Ramsete si avvicinò senza troppa cautela e cadde nell'agguato di un grande contingente di carri nascosti dietro le fortificazioni. Per quanto alla fine sia riuscito a ottenere una vittoria risicata, l'esercito ne risultò così indebolito che dovette ritirarsi in Egitto, lasciando il forte in mano ittita. Ramsete continuò a combattere gli Ittiti per altri 12 anni e riportò anche qualche vittoria tattica, ma non fu in grado di mantenere il controllo delle terre disputate.
Oltre alla guerra contro gli Ittiti, Ramsete organizzò campagne contro la Nubia e la Libia, estendendo il suo dominio verso ovest e sud. Ma queste furono imprese meno importanti, perché questi nemici non minacciavano in alcun modo la sopravvivenza dell'Egitto.
Dopo 21 anni di regno Ramsete arrivò finalmente alla conclusione che era inutile continuare a combattere, così acconsentì a firmare la pace con gli Ittiti. Questo è il più antico trattato di pace a noi pervenuto. È interessante notare che ne sono state redatte due versioni: quella egizia afferma che furono gli Ittiti a chiedere la pace, in quella ittita invece si dice che la prima mossa verso la conclusione delle ostilità provenne dagli Egizi.
Sembra che questo trattato sia riuscito a stabilizzare con successo i confini tra le due grandi potenze, perché durante il regno di Ramsete non ci furono altri scontri tra Egizi e Ittiti.
All'inizio del suo regno Ramsete spostò la capitale da Tebe verso nord, in una cittadina sul delta del Nilo che ribattezzò "Pi-Ramses". La nuova posizione era più vicina alle sue terre natali, ma soprattutto alle irrequiete province settentrionali e al pericoloso confine con il regno ittita. In pochi anni il villaggio, prima tranquillo e sonnolento, fu trasformato in un importante centro di governo e di produzione di armi. La città fu impreziosita da un grande palazzo e diversi templi, oltre che da numerose statue e altri abbellimenti.
Pi-Ramses fu abbandonata molto tempo dopo il regno di Ramsete. Per molti secoli la sua locazione precisa andò perduta, ma di recente gli archeologi hanno scoperto delle rovine che potrebbero appartenere all'antica capitale.
Durante il suo regno Ramsete diede il via alla costruzione di molti lavori pubblici in tutto l'Egitto. Molti erano templi e monumenti, ma non mancarono i depositi, gli edifici governativi, gli acquedotti e così via. Ramsete comprese l'importanza della propaganda e per questo coprì l'Egitto di statue e bassorilievi che lo rappresentavano, spesso modificando i ritratti di faraoni precedenti affinché portassero il suo nome e le sue fattezze (e ordinando agli scultori di incidere la sua immagine in profondità, in modo che i successori non potessero fare lo stesso con lui).
Molti storici ritengono che Pi-Ramses sia la "Raamses" menzionata nel Vecchio Testamento, una delle città d'oro costruite dagli Israeliti durante la cattività in Egitto. Alcuni ritengono che Ramsete sia proprio il faraone citato nell'Esodo, il monarca che Mosè dovette affrontare per ottenere la liberazione del suo popolo. Questo aspetto, comunque, è ancora oggetto di dibattito (in particolar modo dal momento che Ramsete II visse a lungo e non morì certamente annegato nel Mar Rosso).
Ramsete morì all'età di 90 anni. Fu seppellito in una tomba nella Valle dei Re, ma in seguito fu trasferito in una località segreta. Il suo corpo fu scoperto alla fine del XIX secolo e oggi è in esposizione al Museo egizio del Cairo. È difficile immaginare se il faraone si sentirebbe oltraggiato da un simile affronto o lusingato da tanta pubblicità.
Ramsete II regnò per circa 66 anni, il secondo regno più lungo della storia egizia. Rafforzò i confini del suo impero e stipulò un trattato di pace di grande successo con i suoi più acerrimi nemici, gli Ittiti. È chiaro che ebbe a cuore il benessere del suo popolo, dato che spese gran parte dei suoi tesori per finanziare enormi opere pubbliche. Oggi gli egiziani lo considerano il più grande faraone della storia, un'opinione che è difficile criticare.

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