Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compromesso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall'invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all'annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all'esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all'indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all'aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all'attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.
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martedì 8 settembre 2026
lunedì 7 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1791 nasce a Roma Giuseppe Gioacchino Belli, da Gaudenzio e Luigia Mazio. A seguito della proclamazione della Repubblica francese (1798), il piccolo Gioacchino si rifugia con la madre a Napoli dove, per una serie di vicissitudini, essi conoscono la miseria più nera. Tornato al potere papa Pio VII, il padre Gaudenzio Belli ottiene un buon incarico nel governo pontificio a Civitavecchia. All’età di tredici anni Gioacchino è mandato a scuola dai gesuiti al collegio romano e rimasto presto orfano d'ambedue i genitori, ottenne modesti impieghi privati e pubblici.
Intorno al 1810, iniziò la sua carriera letteraria e fondò con altri l'Accademia Tiberina, nel quadro della arretratissima cultura locale, divisa fra sonetteria arcadica e gusto dell'antiquaria. A venticinque anni sposò senza amore e di malavoglia una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Cito.
Il matrimonio era d'altronde caldeggiato dal cardinale Consalvi, un potentissimo prelato che trova un’ottima sistemazione per il giovane Belli, sistemazione di cui il poeta aveva estremo bisogno.
Raggiunta una discreta agiatezza poté dunque dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla poesia, un periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi inimitati “Sonetti romaneschi”.
Compì anche numerosi viaggi, a Venezia (1817), a Napoli (1822), a Firenze (1824) e a Milano (1827, 1828, 1829), stabilendo contatti con ambienti culturali più avanzati e scoprendo alcuni testi fondamentali della letteratura sia illuministica che romantica.
Nel 1828 si dimise dalla Tiberina e, con un gruppo di amici liberali, aprì in casa sua un gabinetto di lettura; ma dopo la morte della moglie (1837), il Belli ripiombò in gravi angustie economiche e morali, oltre a perdere la sua finora inesausta vena poetica.
Da quel momento in poi, salvo un breve periodo di ripresa, avvenuta a seguito della caduta della Repubblica Romana da lui duramente avversata, Belli si chiude in un definitivo silenzio, arrivando addirittura a rinnegare tutta la sua produzione precedente, per paura che questa nuocesse alla carriera del figlio, impiegato nella amministrazione pontificia.
Per questo incarica l’amico monsignor Tizzani di distruggerla dopo la sua morte, che avviene a Roma il 21 dicembre 1863. Fortunatamente, l'amico si guardò bene dall'eseguire la volontà del poeta, salvaguardando un inestimabile patrimonio di versi e anzi consegnando il corpus delle opere belliane quasi integralmente, al figlio di lui.
Quantitativamente superiore a quella in dialetto, ma di scarso rilievo, la produzione poetica in lingua: l'edizione completa, in tre volumi, è uscita soltanto nel 1975, col titolo "Belli italiano". Più interessanti sono l'epistolario (Lettere, 2 voll., 1961; Lettere a Cencia, 2 voll., 1973-74), dove affiora qualche tratto dell'«umor nero» belliano; e lo «Zibaldone», una raccolta di estratti e di indici di opere che documenta la conoscenza di iluministi e romantici italiani e stranieri, nonchè un interesse assai vivo per la letteratura realistica, Boccaccio compreso.
Giuseppe Gioacchino Belli, intellettuale e moralista, scrisse i sonetti con l'intento di mettere alla berlina l'ipocrisia di questa società decadente, nel vano tentativo di vederne cambiare la secolare struttura. La sua satira pungente ha dato vita a un gran numero di vignette ricche di spirito, celandovi talvolta amare considerazioni sulla vita e sulla condizione dell'uomo. Alcuni dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i personaggi parlano, pensano e agiscono alla stregua di tipici esponenti del popolo romano. Una raccolta dei "Sonetti Romaneschi" uscì per la prima volta oltre 20 anni dopo la sua morte. Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni incompiuti). La prima edizione completa attese quasi un secolo e fu pubblicata nel 1952. Molto del loro vigore è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente, un gioco di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero la stessa efficacia, in italiano come in nessun altra lingua. Per questo motivo la letteratura "ufficiale" non li ha mai tenuti in gran considerazione.
Ogni sonetto racconta un breve aneddoto, uno schizzo della vita di tutti i giorni; gli elementi principali della storia si snodano rapidamente nell'apertura, mentre i versi finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica, a volte lirica o persino filosofica.
«I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perchè lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie».
Il 7 settembre 1791 nasce a Roma Giuseppe Gioacchino Belli, da Gaudenzio e Luigia Mazio. A seguito della proclamazione della Repubblica francese (1798), il piccolo Gioacchino si rifugia con la madre a Napoli dove, per una serie di vicissitudini, essi conoscono la miseria più nera. Tornato al potere papa Pio VII, il padre Gaudenzio Belli ottiene un buon incarico nel governo pontificio a Civitavecchia. All’età di tredici anni Gioacchino è mandato a scuola dai gesuiti al collegio romano e rimasto presto orfano d'ambedue i genitori, ottenne modesti impieghi privati e pubblici.
Intorno al 1810, iniziò la sua carriera letteraria e fondò con altri l'Accademia Tiberina, nel quadro della arretratissima cultura locale, divisa fra sonetteria arcadica e gusto dell'antiquaria. A venticinque anni sposò senza amore e di malavoglia una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Cito.
Il matrimonio era d'altronde caldeggiato dal cardinale Consalvi, un potentissimo prelato che trova un’ottima sistemazione per il giovane Belli, sistemazione di cui il poeta aveva estremo bisogno.
Raggiunta una discreta agiatezza poté dunque dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla poesia, un periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi inimitati “Sonetti romaneschi”.
Compì anche numerosi viaggi, a Venezia (1817), a Napoli (1822), a Firenze (1824) e a Milano (1827, 1828, 1829), stabilendo contatti con ambienti culturali più avanzati e scoprendo alcuni testi fondamentali della letteratura sia illuministica che romantica.
Nel 1828 si dimise dalla Tiberina e, con un gruppo di amici liberali, aprì in casa sua un gabinetto di lettura; ma dopo la morte della moglie (1837), il Belli ripiombò in gravi angustie economiche e morali, oltre a perdere la sua finora inesausta vena poetica.
Da quel momento in poi, salvo un breve periodo di ripresa, avvenuta a seguito della caduta della Repubblica Romana da lui duramente avversata, Belli si chiude in un definitivo silenzio, arrivando addirittura a rinnegare tutta la sua produzione precedente, per paura che questa nuocesse alla carriera del figlio, impiegato nella amministrazione pontificia.
Per questo incarica l’amico monsignor Tizzani di distruggerla dopo la sua morte, che avviene a Roma il 21 dicembre 1863. Fortunatamente, l'amico si guardò bene dall'eseguire la volontà del poeta, salvaguardando un inestimabile patrimonio di versi e anzi consegnando il corpus delle opere belliane quasi integralmente, al figlio di lui.
Quantitativamente superiore a quella in dialetto, ma di scarso rilievo, la produzione poetica in lingua: l'edizione completa, in tre volumi, è uscita soltanto nel 1975, col titolo "Belli italiano". Più interessanti sono l'epistolario (Lettere, 2 voll., 1961; Lettere a Cencia, 2 voll., 1973-74), dove affiora qualche tratto dell'«umor nero» belliano; e lo «Zibaldone», una raccolta di estratti e di indici di opere che documenta la conoscenza di iluministi e romantici italiani e stranieri, nonchè un interesse assai vivo per la letteratura realistica, Boccaccio compreso.
Giuseppe Gioacchino Belli, intellettuale e moralista, scrisse i sonetti con l'intento di mettere alla berlina l'ipocrisia di questa società decadente, nel vano tentativo di vederne cambiare la secolare struttura. La sua satira pungente ha dato vita a un gran numero di vignette ricche di spirito, celandovi talvolta amare considerazioni sulla vita e sulla condizione dell'uomo. Alcuni dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i personaggi parlano, pensano e agiscono alla stregua di tipici esponenti del popolo romano. Una raccolta dei "Sonetti Romaneschi" uscì per la prima volta oltre 20 anni dopo la sua morte. Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni incompiuti). La prima edizione completa attese quasi un secolo e fu pubblicata nel 1952. Molto del loro vigore è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente, un gioco di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero la stessa efficacia, in italiano come in nessun altra lingua. Per questo motivo la letteratura "ufficiale" non li ha mai tenuti in gran considerazione.
Ogni sonetto racconta un breve aneddoto, uno schizzo della vita di tutti i giorni; gli elementi principali della storia si snodano rapidamente nell'apertura, mentre i versi finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica, a volte lirica o persino filosofica.
«I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perchè lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie».
domenica 6 settembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1925 nasce a Porto Empedocle Andrea Camilleri.
Appena conseguita la maturità liceale e non ancora diciottenne assiste allo sbarco degli alleati nella natia Sicilia riportandone un'impressione profonda. Frequenta quindi l'Accademia d'Arte Drammatica (nella quale in seguito insegnerà Istituzioni di Regia) e a partire dal 1949 inizia a lavorare come regista, autore e sceneggiatore, sia per la televisione (celebri le sue riduzioni di polizieschi come "Il Tenente Sheridan" e il "Commissario Maigret"), sia per il teatro (in particolare con opere di Pirandello e Beckett).
Forte di questo straordinario bagaglio di esperienze, ha poi messo la sua penna al servizio della saggistica, campo in cui ha donato alcuni scritti e riflessioni intorno all'argomento spettacolo.
Col passare degli anni ha affiancato a queste attività principali quella più squisitamente creativa di scrittore. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra; se dapprima l'impegno nella stesura di romanzi è blando, col tempo si fa decisamente più intenso fino a dedicarvi un'attenzione esclusiva a partire da quando, per sopraggiunti limiti d'età, abbandona il lavoro nel mondo dello spettacolo. Una serie di racconti e poesie gli varranno il premio Saint Vincent.
Il grande successo è però arrivato con l'invenzione del personaggio del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Infatti, dopo "Il corso delle cose" (1978), passato pressoché inosservato, pubblica nel 1980 "Un filo di fumo", primo di una serie di romanzi ambientati nell'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del '900. In tutti questi romanzi Camilleri dà prova non solo di una straordinaria capacità inventiva, ma riesce a calare i suoi personaggi in un ambiente totalmente inventato e nello stesso tempo realistico, creando dal nulla anche un nuovo linguaggio, una nuova "lingua" (derivata dal dialetto siciliano), che ne fanno un nuovo Gadda.
L'universale affermazione esplode soltanto nel 1994 con l'apparizione de "La stagione della caccia", cui seguono nel 1995 "Il birraio di Preston", "La concessione del telefono" e "La mossa del cavallo" (1999).
Anche la televisione, che tanto Camilleri ha frequentato in gioventù prodigandovi grandi energie, ha contribuito non poco alla diffusione del fenomeno dello scrittore siciliano, grazie alla serie di telefilm dedicati al Commissario Salvo Montalbano (interpretato da un magistrale Luca Zingaretti).
Una curiosità: i suoi romanzi di ambientazione siciliana sono nati da studi personali sulla storia dell'isola.
Camilleri è morto a Roma il 17 luglio 2019 all'età di 93 anni; dopo una cerimonia strettamente privata, è stato sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, detto anche dei poeti e degli artisti.
I suoi romanzi hanno venduto più di 10 milioni di copie nel mondo.
Il 6 settembre 1925 nasce a Porto Empedocle Andrea Camilleri.
Appena conseguita la maturità liceale e non ancora diciottenne assiste allo sbarco degli alleati nella natia Sicilia riportandone un'impressione profonda. Frequenta quindi l'Accademia d'Arte Drammatica (nella quale in seguito insegnerà Istituzioni di Regia) e a partire dal 1949 inizia a lavorare come regista, autore e sceneggiatore, sia per la televisione (celebri le sue riduzioni di polizieschi come "Il Tenente Sheridan" e il "Commissario Maigret"), sia per il teatro (in particolare con opere di Pirandello e Beckett).
Forte di questo straordinario bagaglio di esperienze, ha poi messo la sua penna al servizio della saggistica, campo in cui ha donato alcuni scritti e riflessioni intorno all'argomento spettacolo.
Col passare degli anni ha affiancato a queste attività principali quella più squisitamente creativa di scrittore. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra; se dapprima l'impegno nella stesura di romanzi è blando, col tempo si fa decisamente più intenso fino a dedicarvi un'attenzione esclusiva a partire da quando, per sopraggiunti limiti d'età, abbandona il lavoro nel mondo dello spettacolo. Una serie di racconti e poesie gli varranno il premio Saint Vincent.
Il grande successo è però arrivato con l'invenzione del personaggio del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Infatti, dopo "Il corso delle cose" (1978), passato pressoché inosservato, pubblica nel 1980 "Un filo di fumo", primo di una serie di romanzi ambientati nell'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del '900. In tutti questi romanzi Camilleri dà prova non solo di una straordinaria capacità inventiva, ma riesce a calare i suoi personaggi in un ambiente totalmente inventato e nello stesso tempo realistico, creando dal nulla anche un nuovo linguaggio, una nuova "lingua" (derivata dal dialetto siciliano), che ne fanno un nuovo Gadda.
L'universale affermazione esplode soltanto nel 1994 con l'apparizione de "La stagione della caccia", cui seguono nel 1995 "Il birraio di Preston", "La concessione del telefono" e "La mossa del cavallo" (1999).
Anche la televisione, che tanto Camilleri ha frequentato in gioventù prodigandovi grandi energie, ha contribuito non poco alla diffusione del fenomeno dello scrittore siciliano, grazie alla serie di telefilm dedicati al Commissario Salvo Montalbano (interpretato da un magistrale Luca Zingaretti).
Una curiosità: i suoi romanzi di ambientazione siciliana sono nati da studi personali sulla storia dell'isola.
Camilleri è morto a Roma il 17 luglio 2019 all'età di 93 anni; dopo una cerimonia strettamente privata, è stato sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, detto anche dei poeti e degli artisti.
I suoi romanzi hanno venduto più di 10 milioni di copie nel mondo.
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