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domenica 2 settembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre 1987 inizia a Mosca il processo a Mathias Rust, il diciannovenne che col suo piccolo Cessna era atterrato qualche mese prima nella Piazza Rossa.
Il 28 maggio 1987, un 19enne tedesco di nome Mathias Rust decollò con un piccolo Cessna 172 da Uetersen, vicino ad Amburgo (Germania), per poi atterrare nella Piazza Rossa di Mosca, nell’allora Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda. Come ha ricordato qualche anno fa lo stesso Rust in un’intervista a Repubblica:
    Avevo diciannove anni, la guerra fredda divideva il mondo. Col mio piccolo Cessna decisi di vivere e far volare il mio sogno: un volo dall’Occidente alla Piazza Rossa. Come gesto di pace: un volo come un ponte simbolico tra i due mondi. Lo rifarei: a volte anche un po’ d’incoscienza giovanile serve a svegliare il mondo, giova alla realtà.
Come se non fosse un’azione già abbastanza pericolosa, il volo di Rust arrivava in un momento di rapporti particolarmente complicati tra Stati Uniti e Russia: Ronald Reagan e Michail Gorbačëv si erano incontrati a Reykjavik, in Islanda, senza fare passi avanti e anzi con un inasprimento delle relazioni tra i due paesi. Rust, inoltre, era un pilota molto inesperto e non possedeva un aereo. Il 13 maggio 1987 noleggiò un piccolo aereo Cessna a Uetersen, in Germania.
Nelle due settimane successive, Rust volò prima alle isole Faroe, poi in Islanda, a Reykjavík, e infine in Norvegia, a Bergen. La mattina del 28 maggio 1987 Rust fece rifornimento a Helsinki, in Finlandia, e disse alle autorità finlandesi che si sarebbe diretto verso la Svezia. In realtà, poco dopo il decollo a mezzogiorno, cambiò rotta e si diresse verso l’Unione Sovietica. Spense la radio e i finlandesi, che organizzarono anche diverse ricerche per trovarlo, persero le sue tracce.
All’epoca entrare senza permesso in Russia era considerato un atto molto grave, come poi avrebbe scoperto Rust. Tra l’altro, erano passati meno di quattro anni da quando l’Unione Sovietica aveva abbattuto un aereo civile sudcoreano, il volo 007 della Korean Air Lines, che aveva violato lo spazio aereo sovietico all’altezza della penisola di Kamčatka. L’aeronautica sovietica decise di abbatterlo, causando così la morte di 269 persone. Tuttavia, dopo quel grave incidente, l’Unione Sovietica era stata duramente criticata dalla comunità internazionale e quindi aveva ammorbidito le sue reazioni in casi di questo tipo.
Anche per questo motivo il volo di Rust ebbe un destino migliore. Poi ci furono anche delle coincidenze fortunate. Nel pomeriggio del 28 maggio 1987 Rust, che entrò in URSS sorvolando l’Estonia, comparve sui radar sovietici e venne subito individuato. I missili terra-aria erano pronti a colpirlo ma l’aeronautica sovietica decise di aspettare. Pochi minuti dopo il Cessna di Rust venne intercettato da alcuni caccia Mig sopra la cittadina di Gdov, ma neanche loro ottennero l’ordine di sparare. Per Rust fu il momento più terrificante del suo volo, come ha raccontato nell’intervista a Repubblica:
    Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un Mig della Pvo, la temuta difesa aerea sovietica. Eccolo, fu il mio primo incontro con ‘loro’. Un colpo al cuore. Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti, ma tremendi. Sa, il ricordo del Jumbo coreano abbattuto su Sakhalin nell’era Andropov era ancora vivo. Il Mig mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti, mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo su di loro.
I caccia poi persero contatto con Rust e il motivo non è ancora chiaro: si dice che successe perché Rust fece come per atterrare, diminuendo di quota. Così, piano piano, a velocità e quote piuttosto basse, Rust continuò incredibilmente il suo volo verso Mosca. L’aeronautica militare russa non riuscì a rintracciare il suo Cessna per diversi tratti anche perché la Voyska PVO, la difesa aerea russa, aveva appena subito una riorganizzazione che ne limitava le attività. Le coincidenze fortunate non finirono qui.
Quando sorvolò Pskov, Rust capitò nel bel mezzo di un’esercitazione di addestramento all’uso dell’IFF (ossia identification friend or foe, un sistema automatico elettronico di riconoscimento amico-nemico progettato per le funzioni di comando e controllo) che proprio in quel momento assegnava lo status di “amico” a tutti gli aerei che passavano di lì. Poi, arrivato a Torzhok, venne di nuovo identificato come “amico” perché venne scambiato per uno degli elicotteri di soccorritori accorsi dopo un incidente aereo avvenuto nella zona il giorno precedente.
Alle 19 del 28 maggio 1987 Rust arrivò a Mosca. Pensò inizialmente di atterrare all’interno del Cremlino ma si rese conto che era troppo pericoloso. Allora si diresse verso la Piazza Rossa, dove avrebbe avuto più spazio, seppur in quel momento era affollata parecchio per via del gran numero di persone incuriosite da questo strano volo. Alla fine atterrò senza causare danni e feriti. Quasi nessuno fu ostile con lui, anzi alcune persone gli offrirono pane e sale come benvenuto.
Anche le autorità russe inizialmente non furono ostili, tanto che la polizia arrivò circa un’ora dopo il suo atterraggio. Poi però arrivarono anche gli agenti del KGB, che lo portarono in commissariato e lo interrogarono per ore accusandolo di essere una spia. Così Rust ha ricordato quei momenti:
    Io spiegai che atterrando sulla Piazza Rossa volevo fare un gesto di pace. “In ogni caso non aveva armi a bordo”, osservarono. Non volevano credermi, ma non sapevano cosa pensare. La stazione di polizia era fatiscente. “Venga, continuiamo in un luogo più appropriato, Lefortovo”, dissero. Non lo sapevo, ma era la prigione centrale. Cominciarono domande più dure.
Rust venne trattenuto per molte settimane nel carcere di Lefortovo. Poi fu processato a Mosca il 2 settembre 1987 e venne condannato a quattro anni di lavori forzati. Dopo 432 giorni di prigionia, Rust fu rilasciato grazie a un’amnistia. Al ritorno in Germania Ovest, il 3 agosto 1988, Rust però non fu accolto da eroe ma come un pazzo che aveva messo a repentaglio la pace mondiale. Non passò nemmeno un anno e, durante il servizio civile, Rust accoltellò una sua collega in un ospedale tedesco, ferendola, apparentemente perché aveva rifiutato un suo “corteggiamento”.
Condannato a due anni e mezzo di carcere, dopo il rilascio Rust si è convertito all’induismo ma ha avuto altri guai con la giustizia, soprattutto per piccoli furti. Nel 2009 si è dato al poker. Oggi Mathias Rust si definisce analista finanziario di una banca svizzera di Zurigo. Se a Repubblica nel 2009 aveva detto che avrebbe rifatto il suo gesto, due anni fa al Guardian ha detto l’esatto contrario:
    Certo che non lo rifarei più. È stato un gesto irresponsabile.

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