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domenica 10 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1981 l'Italia intera si ferma per tre giorni, nella speranza di vedere riaffiorare in superficie il piccolo Alfredino Rampi.
Sono da poco passate le 19.00, Ferdinando Rampi, 41enne romano passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate cerca rifugio con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone, in via di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Il figlio maggiore Alfredo, un bambino di sei anni con una malformazione al cuore e in attesa di intervento, nel frattempo gioca. Ma vuole tornare a casa da solo e papà acconsente. Si tratta di percorrere pochi metri, perché non lasciarlo andare? Mamma Francesca e nonna Veja, invece, stanno preparando la cena. Riccardo, il fratellino più piccolo, dorme. Il racconto è quello di una giornata qualunque, di inizio estate. Ma…
Alle 19.20 quando papà Nando fa ritorno a casa, Alfredo non c’è. Lo cercano ovunque, sembra sparito nel nulla. Per circa tre ore, gli agenti della polizia immediatamente allertati dai genitori preoccupati, battono le campagne circostanti, con l’aiuto delle unità cinofile. Metro dopo metro. Anche alcuni residenti della zona, hanno deciso di dare una mano. Poi, mezz’ora dopo la mezzanotte, la terribile notizia: un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano. Basta tendere l’orecchio per sentire che qualcuno urla «Mamma». Alfredino è lì, in quel cunicolo, incastrato a circa 36 metri di profondità. Sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. Bisogna tirarlo fuori, e bisogna tirarlo fuori il prima possibile.
Era il 10 giugno del 1981, giorno in cui l’Italia cambiò volto, forse per sempre.
Il resto è una triste storia nota a tutti. Una tv locale si precipita sul posto a registrare il tentativo di salvataggio con una tavoletta di legno, metodo proposto da un gruppo di speleologi: si rivelerà un fallimento totale. Sarà il primo di una lunga serie di «errori», di soluzioni sbagliate, inutili. Prima si decide di scavare un pozzo parallelo usando una trivella in grado di bucare il terreno, si cerca addirittura un nano che possa entrare nel foro a prenderlo, poi un contorsionista. Persino un ragazzino di 15 anni si offrì di calarsi in quel buco strettissimo, salvo poi essere bloccato già imbragato dal magistrato presente sul posto. Sono state tante le persone che hanno tentato di tirarlo fuori, alcune sono riuscite addirittura a toccare il piccolo, ricoperto dal fango, stremato, al limite. Non si lasciò niente di intentato, ma quanta incertezza e quanta angoscia in quella drammatica altalena di speranze e delusioni. Il tutto mentre riecheggiano ancora nell'aria circostante le parole del piccolo Alfredo «sfondate la porta ed entrate nella stanza buia».
L’epilogo si avrà sabato 13 giugno. Sarà Donato Caruso, questa volta, a scendere nel pozzo maledetto, con delle manette per evitare che scivoli ancora, ancora più giù: è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo, può farcela, deve farcela. Sarà l’ultimo disperato tentativo: alle 6.40, il volontario riuscì a raggiungere Alfredino, al secondo tentativo. «Lo senti respirare? Si muove? Il bambino si è mosso?». Niente. Dopo 63 ore di agonia un giornalista comunicò in lacrime che il bambino era morto. Il corpicino del piccolo Alfredo fu recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano, l'11 luglio, ben 28 giorni dopo.
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Furono queste le parole, di Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.
A Vermicino lo spettacolo era finito, altrove invece era solo iniziato. Sulla vicenda, infatti, si accesero ben altri riflettori come se quelli dell’interminabile diretta a reti unificate non fossero bastati. Ed è questa l’altra faccia di questa triste tragedia, in cui si è mescolato il meglio ed il peggio dell’Italia. Per la prima volta nella storia della televisione italiana un dramma privato era diventato spettacolo, un reality show a cui assistere con il fiato sospeso. 21 milioni di persone rimasero incollate per ore davanti al televisore, tutte con le lacrime agli occhi a cominciare dall'allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che volle assistere di persona alle operazioni di soccorso.
Un evento straziante e una lunga agonia durata circa tre giorni che, nonostante siano passati molti anni, pochi possono dire d’aver dimenticato. Nonostante ciò, in quell’angolo di Vermicino - a quasi 40 anni di distanza - non c’è nulla che ricordi l’accaduto. Tutto lì pare quasi essere stato cancellato: quasi una profonda rimozione sociale dell’evento. Nel luogo in cui la terra si portò via la vita di Alfredino non ci sono oggi nemmeno dei fiori o una semplice croce. Accanto al pozzo - chiuso da anni - il degrado regna sovrano. Solo sacchi d’immondizia, erbacce, bottiglie di plastica e incuria come a rimuovere il clamore e la commozione che accompagnarono le ultime ore di vita del bimbo che commosse una nazione. Una statua di Alfredino è stata eretta nel cortile della Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino.

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