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venerdì 3 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1991, dopo 70 anni, cessa di esistere il Partito Comunista Italiano.
Il 31 gennaio 1991 si apre a Rimini il XX e ultimo congresso del Pci . A maggioranza decide la nascita di una nuova formazione politica, il Pds, Partito democratico della sinistra, che nasce il 3 febbraio abbandonando dopo 70 anni la falce e il martello del Pci. Il vecchio simbolo, notevolmente rimpicciolito, finisce sotto la Quercia , nuovo simbolo del nuovo partito.
Grande agitazione nel Pci: contrari alla svolta il filosovietico Armando Cossutta, l'ex segretario Alessandro Natta, la "sinistra" interna di Pietro Ingrao.
Favorevole è Massimo D'Alema. Fuori dal Pci, reazioni positive giungono da Vittorio Foa, l'intellettuale azionista per il quale il nuovo che inizia rimarrà comunque un "partito di lotta". Lo strappo proposto dal segretario al congresso non investe solo posizioni politiche più o meno consolidate, ma va a lacerare una storia collettiva fatta di tante biografie individuali e famigliari e, soprattutto, contrappone una generazione di giovani quarantenni (Occhetto, D'Alema, Veltroni ) alla vecchia classe dirigente dei sessanta e settantenni visceralmente legati alla storia del Pci (Ingrao, Natta, Tortorella).
Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D'Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angius) e la mozione di Antonio Bassolino. Tra i fondatori del nuovo Pds, anche 300 intellettuali eletti tra simpatizzanti e club sorti per la costituente. Un gruppo di delegati del "No" sconfitto, capeggiato da Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato, decide così di non aderire al Pds e di continuare l'esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione comunista, che nascerà il 15 dicembre 1991.
Ma il 4 febbraio 1991 un clamoroso colpo di scena scuote il neonato Pds: il fautore della svolta e traghettatore nel futuro, Achille Occhetto, a conclusione del congresso, per soli 10 voti non ottiene l'elezione a segretario del nuovo partito. Su 547 membri del consiglio nazionale che dovevano nominarlo, 132 consiglieri risultano assenti al momento del voto, e i "sì" per Occhetto non raggiungono il quorum di 274 voti necessario. I "no" sono 37 in più di quelli di cui sulla carta disponeva l'opposizione. Sconcerto, voci di complotto, l'immagine del segretario "in pectore" e del nuovo Pds ne escono sfregiate. Occhetto dichiara: "non mi ricandido, ma resto a disposizione del partito". Poi, quattro giorni dopo, l'8 febbraio 1991, Occhetto diviene segretario del Pds con 376 sì sui 524 membri del Parlamentino del partito, 127 no, 17 astenuti e 4 schede bianche. Raccoglie quasi il 72% dei consensi. Massimo D'Alema, numero due del partito e grande tessitore dietro le quinte, è l'artefice di questo secondo round vittorioso. E il 16 febbraio, il giurista Stefano Rodotà viene eletto presidente del partito.
Il Pds si propone come alternativa di governo al pentapartito a guida democristiano-socialista e, al congresso di Rimini, il partito si divide sulla partecipazione dell'Italia alla guerra del Golfo in corso tra Usa e Iraq. Se, da un lato, Aldo Tortorella definisce un "gesto esemplare" la prospettiva delineata da Occhetto di far ritirare le navi e gli aerei italiani dal Golfo, e Lucio Libertini propone di votare un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe italiane, dall'altro, la componente riformista dei "miglioristi" di Giorgio Napolitano definisce un "grave errore" la rottura con lo schieramento eurosocialista e si scontra su questo tema con la sinistra interna di Pietro Ingrao, vicina alle posizioni del Vaticano e del pacifismo cattolico e laico, contrari all'intervento dell'Italia verso Saddam Hussein. Il vertice del Pds, per bocca di D'Alema, alla fine si dirà favorevole a un "cessate il fuoco", congelando le richieste di ritiro dei nostri militari.
In politica interna, il Pds si schiera per una riforma dello Stato bicamerale in conflitto con i socialisti di Craxi, ripropone il regionalismo, ma è preoccupato dall'avanzata delle Leghe.
Dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento eletto nel 1992 , gravato dal grande numero di parlamentari inquisiti a causa dell'inizio dell'inchiesta Mani Pulite, nelle elezioni politiche del marzo 1994, con le nuove regole maggioritarie, il Polo delle libertà di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi sconfigge l'alleanza dei Progressisti di centrosinistra capeggiata dal Pds, che proponeva Achille Occhetto alla guida del Paese. Il centrodestra ottiene la maggioranza assoluta di seggi alla Camera ma non al Senato. Nel marzo 1994, quando tutti i sondaggi davano già il centrodestra vincente, Massimo D'Alema in una intervista aveva sottolineato che in caso di una vittoria elettorale della sinistra, il capo del Governo più indicato sarebbe potuto essere Carlo Azeglio Ciampi (indebolendo così la posizione del segretario pidiessino Occhetto). Nel giugno 1994 anche le elezioni europee premiano il nuovo partito di centrodestra Forza Italia, e Achille Occhetto, doppiamente sconfitto, si dimette da segretario del Pds.
Per la successione a Occhetto, il partito procede alla consultazione dei dirigenti locali.
L'ex segretario si schiera contro D'Alema e nettamente a favore della candidatura dell'allora direttore dell'Unità, Walter Veltroni. Si parla anche di un congresso straordinario, poi si consultano i dirigenti locali con la famosa "battaglia dei fax" che premia in un primo momento Veltroni, dato in vantaggio, e che rispetto a D'Alema, gode anche dell'appoggio di alcuni importanti mezzi d'informazione. Poi, però, il 1 luglio 1994, al consiglio nazionale del partito, D'Alema è eletto segretario del Pds con 249 voti contro i 173 di Veltroni, che figurava in vantaggio nell'ampia consultazione delle strutture periferiche delle settimane precedenti. L'elezione di D'Alema, per la modalità nella quale avviene, suona come una sorta di spaccatura tra gli umori della base e dei "compagni" delle sezioni, e il gruppo dirigente del partito.
Di fatto, con l'elezione di D'Alema del luglio 1994, inizia una sorta di diarchia al vertice del partito tra l'uomo di Gallipoli e Veltroni, che guiderà le fasi salienti del Pds-Ds per molti anni. Una diarchia che riassume in una dialettica interna non sempre felicemente composta, le due anime del partito post-comunista, quella democratica-kennedyana di Veltroni e quella socialdemocratica-europea di D'Alema.


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