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giovedì 8 settembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1941 iniziava l'assedio da parte delle truppe tedesche alla città di Leningrado, assedio terribile che durò per ben 900 giorni.
La città venne isolata dal resto del mondo per tre lunghi anni; le truppe tedesche avanzarono dal sud, mentre gli alleati finlandesi arrivarono dal nord. A est e a ovest il lago Ladoga e il golfo di Finlandia formavano degli ostacoli naturali.
Dei tre gruppi d’armate che costituivano l’avanzata tedesca, quello settentrionale, con 31 divisioni comandate dal maresciallo von Leeb, partí dai Paesi baltici alla volta di Leningrado. A metà luglio il Gruppo Nord raggiunse il fiume Luga, a meno di 100 km. dalla città. Con i combattimenti dell’agosto 1941 Leningrado fu assediata dai Tedeschi, che dopo la conquista da parte della 18. Armata della Wehrmacht di Schlüsselburg l’8 settembre del 1941  riuscirono a isolare la città dal resto del paese, mentre dal nord le truppe finlandesi, alla guida del maresciallo Mannerheim, arrivarono alle porte di Leninigrado. Il primo di settembre caddero le prime bombe tedesche, due giorni dopo fu incendiata con un assalto aereo la maggior parte dei magazzini dove erano conservate le scorte alimentari.
L’8 settembre la  Wehrmacht era a soli 25 km. dalla città, sulle colline del Duderhof, rinomate in passato per le offensive della Guardia dello Zar, ma Hilter a sorpresa ordinò di passare all’offensiva solo con attacchi aerei, senza entrare nella città, nell’ambito dell’operazione denominata “Tifone”. Hitler intendeva risparmiare la fanteria per la conquista di Mosca e dell’Ucrania, convinto che Leningrado sarebbe perita sotto i morsi della fame. La decisione del Führer provocò malcontento tra le fila degli uomini del generale Hans Reihnardt e nel diario di Goebbels si trova un'appunto che fa riferimento alle truppe ferme alle porte di Leningrado, nella cittadina Krasnogvardejsk, in attesa di occupare la città al grido: “Wir wollen weiter vor!” (Vogliamo andare avanti!). Ma Hitler non cedette alla richieste dei suoi uomini, determinato a piegare la città lasciandola morire in una lunga agonia.
L’assedio di Leningrado ha rappresentato per tutti gli Europei uno dei più crudeli capitoli della storia della seconda guerra mondiale. Durante l’assedio tedesco Leningrado contava 3.200.000 abitanti, la seconda città dell’Unione sovietica per numero di abitanti, oltre a 100.000 profughi fuggiti di fronte all’avanzata dell’esercito tedesco. Un milione di persone morì  per fame, stenti e attacchi nemici durante l’assedio che durò 900 giorni dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944.
Nell’aprile 1941 il Ministro dell’agricoltura del Terzo Reich dichiarava che, nell’eventualità di un attacco a Leningrado, sarebbe stato impossibile ricevere dal resto dell’Unione rifornimenti e provviste sufficienti per il fabbisogno degli abitanti della città. Tre mesi dopo, il 12 luglio 1941  il Ministro della propaganda Joseph Goebbels scrisse nel suo diario: “Non è possibile dire cosa succederà a questa gente [gli abitanti di Leningrado ndr] a breve. Sto anticipando quella che sarà una catastrofe di dimensioni di cui non è possibile prevedere gli esiti.”
Nell’autunno 1941 la carenza di provviste e combustibile per i soldati tedeschi era già un problema, tanto da convincere Hitler che un’eventuale capitolazione della città avrebbe costituito solo un problema per le truppe tedesche. Hitler non aveva intenzione di occupare una città dove tre milioni di abitanti stavano già soffrendo la fame, intendeva piuttosto aspettare che la popolazione venisse sterminata da fame e freddo.
In un discorso del 29 settembre 1941 il Führer annunciava la sua soluzione: “Rifiuteremo qualsiasi richiesta di resa da parte della città a causa della scarsità di cibo, che è un problema che non può e non deve essere risolto da noi. Non abbiamo nessun interesse a occuparci di nessuno di loro in questa lotta per la sopravvivenza”. L’8 ottobre del 1941 dichiarerà: “La capitolazione di Leningrado, o più tardi di Mosca, non dovrà essere accettata, anche se offerta dalla parte opposta. Nessun soldato tedesco dovrà entrare in quelle città”.
Da parte sua Stalin era comunque determinato a resistere a ogni costo per difendere una città che aveva una vitale importanza dal punto di vista stretegico-militare per l’Unione sovietica, troppo per potervi rinunciare facilmente. Nel primo anno di assedio i tentativi di controattacco da parte dei sovietici fallirono tutti miseramente. Georgij Zhukov venne convocato a Mosca nel settembre del 1941 e dopo un incontro con Stalin le speranze di mantenere Leningrado sotto il controllo sovietico sembravano al leader russo inesistenti.
Il timore dei Russi era che, con la caduta di Leningrado, le truppe tedesche potessero riunirsi a quelle finlandesi creando poi una minaccia anche per Mosca. I vertici sovietici avevano da subito previsto che le truppe tedesche avrebbero sfondato la resistenza di Leningrado in breve tempo, per questo evacuarono, giorno e notte, senza tregua, impianti industriali e fabbriche. Per i Sovietici era sicuramente più importante mettere in salvo macchinari e materiali primi che prestare soccorso alla gente di Leningrado, ma con il peggiorare della situazione nel gennaio del 1942 Mosca decise di evacuare velocemente il maggior numero di persone possibile.
Il Generalplan Ost dei nazionalsocialisti del 1942 prevedeva il genocidio di tutte le popolazioni a ovest degli Urali e la “Germanisierung” dei territori attraverso coloni di razza “ariana”. Nel piano si prevedeva che la città di “Ingermanland”, come veniva denominata nel Generalplan Ost la zona di Leninigrado e dintorni, avrebbe dovuto essere già nel 1942 meta d’insediamento di 200.000 tedeschi. Ma le cose nel corso dell’Operazione Barbarossa, il nome in codice per l’invasione dell’Unione sovietica, andarono in modo diverso.
Le operazioni per l’evacuazione furono caotiche e disorganizzate e si pensò solo a mettere in salvo i lavoratori esperti con le loro famiglie per poterli impiegare nelle fabbriche smantellate una volte ricostituite in altre zone dell’Unione sovietica, mentre feriti, malati e profughi vennero lasciati nella città perché considerati inutili.
Vi furono molti errori russi nella gestione dell’operazione: i primi bambini ad essere evacuati, ad esempio, vennero spediti nella direzione sbagliata, verso le divisioni tedesche in avanzata. Si stima che siano stati trasferiti tra 1,3 milioni e 1,75 milioni di persone; gli abitanti rimasti hanno vissuto uno dei periodi terribili delle pagine della storia russa, come alcuni sopravvissuti hanno confermato: fame, freddo, carenza di qualsiasi materia prima, costretti a nutrirsi di colla e cuoio,  carcasse di animali. Nessuno può dirlo con certezza, ma si stima che si siano verificati 1.500 casi di cannibalismo durante i 900 giorni di assedio.
La città era anche la sede del comando della Flotta del Baltico, i poteri erano esercitati dal generale Popov insieme al capo del Comitato del Partito Zdanov e dal capo del Soviet cittadino Popkov, sottoposti a loro volta al Comitato centrale di Mosca. Da fine luglio era in vigore la legge marziale.
Nina Umova, ancora vivente, scrisse a 23 anni nel suo diario il 14 dicembre del 1941: “Nel mio palazzo due famiglie sono malate e stanno morendo di fame. […] Mi accorgo giorno per giorno che  i loro visi e le loro mani si gonfiano e i movimenti sono rallentati. Io stessa dimagrisco a vista d’occhio. Il mio corpo è molto debole e non ho le mestruazioni dal mese di agosto.”
Il 10 novembre 1941 i Tedeschi occuparono la stazione di Tvchin interrompendo qualsiasi collegamento via ferro tra la città e il resto del paese; i convogli con le derrate alimentari erano costretti a fermarsi a Zaborje, a oltre 300 km da Leningrado.
Nell’inverno a cavallo tra il 1941 e il 1942 non c’era elettricità e la produzione era nulla, la gente era stremata dal freddo e dalla fame; per la storiografia sovietica del dopoguerra invece gli operai di Leningrado non smisero mai di produrre per il paese. In realtà come ricorda Nina Umova nel suo diario era faticoso anche muovere le gambe per camminare. Al Museo di Berlino Karlshorst si trovano in esposizione tre foto di Nina Petrova di Leningrado: quella del maggio 1941 la ritrae come una giovane donna in carne, quella del maggio 1942 come un’anziana signora rugosa, quella dell’ottobre del 1942 pelle e ossa, dall’aspetto di un’ultranovantenne. In un diario di un operaio della fabbrica “Izhora” è scritto: “21.1.1942. Stiamo qui seduti in attesa di morire. 21.1.1942. Idem. 1.2.1942. Sto facendo dei lavori pesantissimi nonostante faccio fatica a camminare con un bastone”. Una volta trasferiti tutti gli uomini ancora in grado di lavorare al fronte nelle fabbriche lavoravano solo donne e adolescenti.
La razione giornaliera per abitante era di 125 grammi di pane, niente altro. Il nutrizionista Wilhelm Ziegelmeyer, in servizio presso la Wehrmacht, consigliò ai generali tedeschi di non mettere a rischio la vita dei loro soldati: la fame avrebbe sterminato la popolazione in poco tempo. Nell’ottobre 1941 morirono di fame 10.000 persone a Leningrado; nel gennaio del 1942 ne morirono 10.000 al giorno.
Il dossier n. SO-2583 riporta che Evdokïa Vodianikova fu accusata di aver ucciso sua figlia di 1 anno per sfamare suo figlio maggiore di 3 anni. La donna fu condannata e fucilata dalla polizia russa il 4 gennaio del 1942.
Il sistema di distribuzione di razioni di cibo era rimasto durante la guerra in tutto il territorio sovietico lo stesso degli anni ’30 e prevedeva una rigida gerarchia tra le classi: gli operai ricevevano la razione maggiore, poi venivano i colletti bianchi. Gli operai delle fabbriche più importanti ricevevano di più rispetto a quelli delle fabbriche minori; tutti gli operai avevano tessere per ritirare razioni di cibo in negozi speciali dove gli altri non potevano accedere.
Dilagava il mercato nero e aumentarono i furti nei magazzini e nei negozi: durante l’inverno del 1941 818 persone furono arrestate per furto, 586 di loro erano soldati; alcuni impiegati e operai furono colti in flagrante a rubare nei magazzini dove lavoravano. Nella fabbrica “Stalin” erano ufficialmente registrati 729 operai, in realtà 124 di questi erano morti, altri 107 erano stati evacuati, 70 impiegati al fronte e 21 agli arresti.
Nella primavera del 1942 con l’operazione “Nordlicht” i Tedeschi sferrarono un altro massiccio attacco, il maresciallo Enrich von Manstein fu incaricato di portare a termine l’operazione. A sorpresa però le truppe sovietiche organizzarono un contrattacco vincente il 27 agosto del 1942 a sud del lago Ladoga.
Il 10 dicembre del 1942 le truppe del maresciallo Meretzkov sferrarono un nuovo contrattacco riconquistando Tivchin; iniziarono i lavori per collegare Leningrado a Novaja Ladoga attraverso una pista ghiacciata per ripristinare il collegamento con Tivchin. A questo punto i Tedeschi si resero conto che la situazione si era capovolta e che da una facile vittoria si trovavano a dover fronteggiare gli attacchi dei Russi. Si dice che Hitler avesse fatto stampare per i suoi ufficiali degli inviti per festeggiare nell’hotel “Astoria” la capitolazione della città e che gli inviti non furono mai consegnati a causa del precipitare degli eventi.
 Ma la via di uscita per rifornire la città fu messa in atto solo dal gennaio 1943, quando le armate sovietiche dei fronti di Leningrado e del Volchov (42à, 55à, Gruppo d’assalto della Neva, 8à, 2à d’assalto, 54à e 67à) riuscirono a infrangere le linee tedesche e ad aprire un piccolo corridoio a sud del lago Ladoga, attraverso il quale un esiguo flusso di rifornimenti raggiunse la città assediata, solo 100 tonnellate di derrate al giorno a fronte di un fabbisogno dieci volte maggiore. Il lago verrà soprannominato “la strada della vita”; tutti gli uomini ancora in grado di lavorare vennero impiegati nell’operazione.
I Fronti sovietici di Leningrado e del Volchov consolidarono il corridoio aperto a sud del Lago Ladoga. L’esigua striscia, che non fu possibile ampliare fino all’inizio del 1943, veniva però costantemente perlustrata dalle artiglierie tedesche incessantemente tanto da essere soprannominata “corridoio della morte”.
Alla fine del gennaio 1943 i Russi temevano una riconquista di Tivchin da parte delle truppe tedesche; un’ordinanza obbligò quasi tutti gli uomini a un addestramento minimo di 110 ore e al successivo arruolamento nell’esercito. Il collegamento ferroviario permise un flusso, anche se esiguo, continuo di rifornimenti; si cominciò a ricostruire gli edifici demoliti all’interno della città, ma i bombardamenti tedeschi continuarono incessanti per tutto il 1943.
Hitler decise di stringere la morsa dell’assedio, ma il gelo e i dissidi interni nella burocrazia delle milizie tedesche non permisero all’esercito tedesco di portare a termine l’orribile operazione.
Il Besatzungsregime tedesco era frammentato in diverse unità amministrative prive di un vero e proprio coordinamento. All’interno della gerarchia dei fedeli di Hilter vigevano regole speciali per il settore economico, sotto il comando dell’incaricato per i piani quadriennali, Hermann Göring e altre per le divisioni agli ordini del comandante delle SS e della Polizia, Heinrich Himmler. Spesso le direttive dei due comparti erano in contrasto, anche a causa della mancanza di responsabilità circoscritte e di innumerevoli “competenze speciali”, che portarono i vertici del nazionalsocialismo a sollevare spesso questioni di conflitti di attribuzione paralizzando dall’interno la terribile macchina da guerra tedesca.
L’Armata Rossa, sfruttando l’impasse delle truppe tedesche, riuscì finalmente a crearsi un varco nei pressi di Schlüsselburg nel gennaio del 1943; da quel momento si sbloccò la situazione di emergenza per l’approvvigionamento di Leningrado e in breve tempo la città si risollevò e raggiunse i livelli delle altre grandi città russe per cibo e approvvigionamenti.
I raid aerei dei Tedeschi non cessarono però  e nell’ultima fase dell’assedio venne ridotta in macerie Peterhof, la residenza estiva voluta da Pietro il Grande. Per un anno intero la situazione fu stabile con attacchi tedeschi e contrattacchi russi, poi al sesto grande tentativo russo di sfondare la linea nemica i Tedeschi, il 27 gennaio del 1944 capitolarono.
In Germania per molti anni dopo la fine della guerra si è taciuto riguardo al tentativo di genocidio della popolazione russa da parte dei nazionalsocialisti, di conseguenza l’assedio di Leningrado divenne secondario rispetto a battaglie come quella di Stalingrado.
 Il milione di morti durante l’assedio corrispondono al doppio di quelli che i bombardamenti  degli Alleati hanno fatto in tutta la Germania.
Dal punto di vista degli storici russi dal dopoguerra in poi Leningrado rappresenta una specie di memoria collettiva che ha trasformato l’assedio in un vero e proprio mito nazionalpopolare; anche ai giorni nostri in occasione dei festeggiamenti per la liberazione viene suonata la 7. Sinfonia di Dimitrij Shostakovitch e sfilano per le strade di Mosca e Pietroburgo parate militari, ma dietro all’effige di Zdanov e degli altri la storiografia russa cerca ancora oggi di nascondere, mascherati dalla legenda dell’eroica resistenza di Leningrado, gli errori e gli orrori del regime durante la guerra.

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