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venerdì 30 settembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 settembre.
Il 30 settembre 1957 il Partito Socialista Indipendente Sammarinese organizzò un colpo di stato nella Repubblica del Titano ed insediò il governo provvisorio a Rovereta, un piccolo centro al confine con l'Italia.
L’unico governo socialcomunista a ovest della cortina di ferro. Un Paese di «irriducibili» che resisteva a boicottaggi, pressioni e blocchi delle frontiere del democristianissimo governo italiano del secondo dopoguerra. Questo fu la Repubblica di San Marino dal 1945 fino al 1957. Era il 1955 quando i democristiani di San marino (Pdcs) decisero che era il caso di chiedere l’aiuto statunitense.
Agli americani lo sconosciuto villaggio dei «rossi» irriducibili venne descritto come l’avamposto sovietico in occidente e fu sufficiente inserire le vicende sammarinesi nell’ottica della guerra fredda per far sprofondare la piccola Repubblica sull’orlo della guerra civile. Nel 1955, a seguito delle elezioni che videro aumentare la maggioranza social-comunista nel Consiglio grande e generale, il leader dei democristiani sammarinesi, Federico Bigi, decise di far visita al consolato statunitense a Firenze per illustrare le possibili linee d’azione. Nell’ordine: sfruttare ogni spaccatura possibile tra comunisti e socialisti; aumentare le pressioni italiane contro il governo di San Marino; il colpo di Stato.
L’ultima opzione venne considerata da subito impraticabile mentre emerse una netta predilezione per la prima ipotesi: lavorare per spaccare il fronte socialcomunista. Funzionò, grazie ai fatti di Ungheria e allo «spauracchio rosso». Nel luglio del 1956 quando venne aperto un consolato russo a San Marino, il New York Times, titolò «la rossa San Marino nella rete sovietica», mentre i fatti di Ungheria spinsero il socialista Alvaro Casali ad abbandonare la maggioranza e fondare il Partito socialista democratico indipendente. Altri tre consiglieri del Parlamento sammarinese lo seguirono. Fu un ribaltone ante litteram.
Il Consiglio grande risultò spaccato esattamente a metà: 30 consiglieri per la maggioranza socialcomunista, 30 per l’opposizione. Il governo resistette per alcuni mesi, fino all’elezione dei nuovi Capitani reggenti, eletti per statuto ogni sei mesi, poi si trovò costretto ad affrontare l’impasse. L’elezione venne fissata per il 19 settembre del 1957. Proprio il giorno prima, però, un altro consigliere, Attilio Giannini, indipendente eletto nelle liste del Partito comunista, decise di saltare la barricata. Nominare Giannini e accennare ai motivi della sua scelta provoca ancora oggi infinite polemiche e querele. Comunque, spontaneamente o meno, grazie a Giannini si era creata una nuova, risicata, maggioranza formata da 23 consiglieri democristiani, cinque socialisti indipendenti, due socialdemocratici e, appunto da Attilio Giannini. 31 consiglieri su 60.
Ma gli «irriducibili» non potevano farsi cacciare così facilmente, quindi i segretari del Pcs e del Pss presentarono le dimissioni di tutti i consiglieri della precedente maggioranza con firme autentiche. Era, infatti, consuetudine dei partiti della sinistra far firmare ai loro eletti una lettera di dimissioni con la data in bianco, a titolo di garanzia del rispetto delle direttive del Partito. Risultarono dimissionari, quindi, anche i cinque «transfughi». Constatata la dimissione della maggioranza dei consiglieri, la Reggenza sciolse il Consiglio e indisse nuove elezioni. Piovvero accuse di «golpismo» da ambo le parti.
La sera del 30 settembre i consiglieri della nuova maggioranza anticomunista occuparono uno stabilimento industriale in disuso situato a Rovereta, un lembo di San Marino circondato tre lati su quattro, dal territorio italiano, e formarono un governo provvisorio.
L’esecutivo fu immediatamente riconosciuto dal governo italiano che inviò i carabinieri ai confini per proteggerlo. Era l’1 ottobre, seguirono il riconoscimento francese e, ovviamente, quello statunitense. Per la destra era nato il «governo libero di San Marino», per la sinistra «il governo del capannone».
Gli «irriducibili» erano ridotti sulla difensiva. Temendo che il governo provvisorio tentasse di prendere il potere con la forza, formarono una milizia volontaria armata (soprattutto con vecchi archibugi) e la Repubblica si ritrovò sull’orlo di una guerra civile. Nonostante fossero i giorni del lancio del primo satellite artificiale nello spazio, lo Sputnik, e quelli degli scontri di piazza a Varsavia, le vicende sammarinesi conquistano le prime pagine dei giornali italiani. L’Unità schierò Pajetta e papà Cervi a difesa della vecchia maggioranza, mentre Giovanni Spadolini, sul Resto del Carlino, concluse così un emblematico editoriale intitolato Da Varsavia a San Marino: «C’è un insegnamento che dalla Polonia e dalla Jugoslavia arriva fino a quel piccolo lembo di terra romagnola sacro al cuore di ogni spirito devoto alla libertà: fino a San Marino. Ad ammonirci, oggi più che mai, che non ci sono vie di mezzo, che il socialismo è l’antitesi radicale del comunismo. Sulle balze del Titano come sulle piazze di Varsavia». Non fu da meno il New York Times che sfornò resoconti quotidiani sulle vicende della piccola Repubblica.
Il topolino aveva partorito la montagna. In questa situazione gli «irriducibili» decisero di chiedere l’intervento dell’Onu per garantire il libero svolgersi di un’elezione che ponesse fine alla situazione di stallo. Non fu una grande idea, perché San Marino non era membro delle Nazioni unite e soprattutto perché l’unico Paese che poteva appoggiare i social-comunisti, l’Unione Sovietica, per ovvie ragioni era sempre stata contraria all’invio di osservatori internazionali che controllassero il regolare svolgimento delle elezioni.
Nel frattempo il blocco delle frontiere rendeva sempre più complicata la vita ai sammarinesi, per questo, l’11 ottobre i Reggenti misero fine alla crisi, riconoscendo il governo provvisorio di Rovereta e sciogliendo la milizia volontaria. Il 14 ottobre il nuovo governo si insediò a Palazzo Pubblico.
Secondo Giuseppe Majani, per due volte Capitano Reggente di San Marino, la prima nel 1955 l’altra nel 1982, iscritto al Pc sammarinese dal 1944 fino allo scioglimento «la situazione stava diventando davvero pericolosa, c’era il rischio di uno scontro violento che nessuno voleva e negli ospedali incominciavano a scarseggiare le medicine, non potevamo certo opporci con la forza ai governi italiani e statunitensi. Con grande senso di responsabilità, abbiamo quindi deciso di smobilitare e permettere il cambio di governo. I documenti statunitensi desecretati da Clinton mostrano, però, come Bigi e la democrazia cristiana ci avessero svenduto agli americani».
In effetti le carte mostrano nei dettagli i contatti avvenuti tra la dc sammarinese e il dipartimento di Stato Usa, ma, a dire il vero, nessuno nega l’importanza dell’aiuto avuto da Oltreoceano. Lo scrisse Alvaro Casali, autore della scissione socialista, nel suo diario pubblicato nel 1999: «5 marzo 1957: pensiamo di approfondire con il Console americano la disponibilità politica e finanziaria del suo Governo al nostro Paese, nella auspicata evenienza politica di costruire un Governo a San Marino con l’esclusione dei comunisti». Lo confermò il leader democristiano Federico Bigi che, nel ringraziare il governo statunitense scrisse «Se il ritorno di San Marino alla democrazia è stato possibile, è stato dovuto principalmente, se non esclusivamente, alla grande fiducia da parte del popolo di San Marino e dei suoi anticomunisti nella garanzia di aiuto da parte degli Stati Uniti».
Questa era, appunto, la guerra fredda, Casali e Bigi dal canto loro accusavano i comunisti sammarinesi di essere inchinati ai voleri sovietici. Majani, però, lamentò e lamenta, le ritorsioni patite da militanti e partiti di sinistra dopo i fatti di Rovereta. Difficile dargli torto.
I democristiani giunti al potere iniziarono una campagna di licenziamenti nei confronti dei lavoratori comunisti, vennero chiuse sedi dei partiti di sinistra, negate le sale per gli incontri pubblici e, soprattutto, i Capitani Reggenti e i consiglieri della vecchia maggioranza vennero messi sotto processo con l’accusa di «attentato alla Sicurezza dello Stato». I due ex Capitani Reggenti vennero condannati, nel 1959, a 15 anni di Lavori pubblici (leggi reclusione) mentre per gli altri le pene variarono dai 7 ai 10 anni. (Le pene vennero condonate solo a seguito di mesi di lotta politica, nel 1960). Nel 1957, quindi, la battaglia contro gli «irriducibili» era vinta, ma toccava vincere la prima sfida elettorale, quella del 1959.
A questo scopo, il ministero degli Esteri sammarinese sollecitò gli aiuti economici dagli Stati Uniti, per poter avviare i lavori dell’acquedotto e della superstrada Rimini – San Marino e, quindi, presentare qualche risultato concreto in campagna elettorale. La tecnica utilizzata per convincere il governo statunitense è da manuale sulla guerra fredda. Questo scrive, il 18 marzo 1958, l’ambasciata statunitense italiana al Dipartimento di Stato statunitense dopo aver incontrato Federico Bigi, divenuto ministro degli Esteri di San Marino.
«L’ambasciata si rende conto che San Marino è solo un granello sull’orizzonte politico mondiale, ma crede fermamente che la mancanza Usa di aiutare San Marino sarà ritenuta come l’indifferenza Usa verso il comunismo e i bisogni dei nostri amici. Piccola com’è san Marino è il solo paese dove la cortina di ferro si è ritirata negli ultimi vent’anni, dovuto (sic) in parte all’incoraggiamento Usa. Se il collasso delle forze democratiche accadesse prima delle elezioni nazionali italiane, fissate per il 25 maggio, il ritorno di San Marino sotto il dominio comunista potrebbe avere un impatto anche sulle elezioni italiane. L’assenza di un aiuto concreto dopo sei mesi di supporto morale, programmatico e finanziario, sarebbe indubbiamente sfruttato dalle forze italiane di sinistra, forse facendo riferimento al declino economico negli Usa e al destino inesorabile di coloro che pongono la loro fiducia negli Usa».
Insomma, il primo passo per la conquista del mondo da parte dei sovietici. Di fronte a tale prospettiva gli Usa finirono per sborsare 850 mila dollari per acquedotto e superstrada.
I comunisti provarono a ribattere che quell’autostrada sarebbe servita per il trasporto dei missili Usa della base Setaf di Rimini al Monte Titano, ma non ci credette nessuno. Gli elettori si trovarono, quindi, a scegliere tra una San Marino boicottata dai vicini italiani o una foraggiata dal governo di Roma e da quello statunitense. Nelle elezioni del 1959 la Dc sammarinese e i suoi alleati presero il 60 per cento dei voti. I partiti di sinistra tornarono a vincere le elezioni solo nel 1978.

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