Cerca nel web

mercoledì 30 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 2006, alle 6 ora locale, veniva giustiziato mediante impiccagione Saddam Hussein.
Nato ad Auja il 28 aprile 1937 si dedica molto presto alla politica, unendosi al ramo iracheno del partito socialista arabo (il "Bath"). Condannato a morte per un attentato al leader politico Qasim nel 1959, ripara in Siria, poi al Cairo.
Rientrato in Iraq nel 1963, viene eletto vicesegretario del Bath nel 1964 e, grazie alle sue carismatiche doti di trascinatore di folle e di organizzatore politico, diventa il protagonista della rivoluzione del 1968, tesa a rovesciare il governo allora in carica. I tentativi per rovesciare lo "status quo" sono molteplici ma, in particolare, Saddam prende parte a due colpi di stato, assumendo il ruolo di responsabile della sicurezza.
Collaboratore del presidente Ahmed Hasan al Bakr, gli succede appunto nel 1979 come presidente della Repubblica e segretario del Bath. Il 22 settembre del 1980, dietro sua forte pressione politica, esplode la guerra contro l'Iran, causata dall'occupazione, avvenuta nel 1973, di alcuni territori da parte dell'Iran. Il conflitto è aspro e cruento e causerà, durante i quindici anni della sua durata (la guerra finisce nell'88), migliaia di morti. Tuttavia, malgrado l'estenuante guerra per il territorio, nessuna della due parti in causa ne uscirà in realtà vincitrice. Dopo questo duro contraccolpo che piega la popolazione irachena, non si ferma però la sete di potere che Saddam cova dentro di sè da lungo tempo. Infatti, appena due anni dopo, con una mossa a sorpresa e senza nessuna ragione apparente invade il Kuwait. L'azione, com'è comprensibile, anche per via della grande importanza strategica ed economica del Kuwait, ha una forte ripercussione internazionale; allerta nazioni occidentali e gli Stati Uniti e preoccupa fortemente i vicini stati arabi, già pressati da una situazione geo-politica esplosiva.
Dopo numerose minacce, puntualmente ignorate da parte del Rais arabo, un contingente alleato (a cui aderiscono più di trenta paesi) interviene il 17 gennaio 1991 provocando la cosiddetta "Guerra del Golfo". L'Iraq rapidamente si trova costretto al ritiro e subisce una pesante sconfitta. Nonostante ciò, il dittatore riesce a mantenersi saldamente al potere. Anzi, approfittando del caos internazionale e dell'apparente debolezza che il suo Paese esprime agli occhi della comunità internazionale, scatena una campagna di sterminio nei confronti delle popolazioni curde, da sempre fortemente osteggiate ed emarginate dall'Iraq e invise in particolar modo al dittatore. Fortunatamente, anche in questo caso l'intervento delle forze occidentali lo costringe ad una drastica limitazione dell'aviazione irachena all'interno dello stesso spazio aereo del Paese.
Ad ogni modo, Saddam non smette di prodursi in una serie di piccole e grandi provocazioni, che vanno dal tentativo di impedire le ispezioni Onu agli impianti sospettati di produrre armamenti non convenzionali, agli sconfinamenti in territorio kuwaitiano, ai movimenti di missili. Nel febbraio del 1998 provoca una nuova crisi a livello internazionale, minacciando di ricorrere a oscure "nuove strategie" se le sanzioni non verranno sospese (in realtà, la minaccia è quella di utilizzare armi chimiche). Atteggiamenti che portano a nuovi interventi compreso un parziale bombardamento della stessa capitale, mentre l'Onu promuove un altro e più rigido embargo nei confronti dell'Iraq. Le sanzioni portano ad un rapido declino dell'economia irachena: cibo insufficiente, peggioramento dei servizi sanitari pubblici. Tutto ciò, però, non sembra al momento indebolire il radicato potere di Saddam.
Isolato sul piano internazionale, Saddam riesce infatti a mantenere la sua leadership anche grazie a una forte repressione interna e a continui rimescolamenti all'interno delle posizioni di potere. Si susseguono epurazioni e uccisioni, anche a tradimento, addirittura ai danni dei suoi stessi familiari, come quando il suo primogenito viene fatto oggetto di un attentato mai ben chiarito. Per non saper nè leggere nè scrivere, Saddam fa arrestare la propria moglie Sajida accusandola del complotto.
Com'è facilmente comprensibile, nel protrarsi degli anni, l'embargo internazionale a cui è stato soggetto l'Iraq ha fortemente prostrato la popolazione civile, l'unica a pagare le conseguenze della scellerata politica del despota. Eppure, il paese arabo poteva contare sugli introiti derivanti dalla vendita di petrolio, di cui è abbondantemente fornito; fonti governative di vari paesi, però, hanno dimostrato come in realtà Saddam Hussein intascasse buona parte dei milioni derivanti dalla vendita del cosiddetto "oro nero", per spenderli  per un uso "personale" (e per mantenere il vasto apparato burocratico e difensivo di cui si era circondato). Negli anni del suo massimo potere, poi, come ulteriore sfregio alla miseria in cui versavano le masse, ordinò la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la guerra del Golfo, chiedendo non contento la composizione di un nuovo inno nazionale.
Fortunatamente, come ormai è ben noto, la storia recente ha visto la fine di questo satrapo mediorientale, grazie all'entrata delle truppe americane a Baghdad, in seguito alla guerra scatenata contro di lui dal presidente americano Bush. Indipendentemente dalla legittimazione che questa guerra ha raccolto e alle numerose critiche si è trascinata dietro, nessuno può dirsi indifferente alle scene di giubilo del popolo iracheno che, con la caduta di Saddam (simbolicamente rappresentata dall'abbattimento delle statue precedentemente erette in suo onore), ha festeggiato la fine di un incubo e l'aprirsi di uno spiraglio per una nuova storia nazionale tutta da costruire.
Dopo la caduta di Bagdad (9 aprile 2003) Saddam fugge e di lui non si hanno più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati.
Il giorno 1 maggio George W. Bush proclama finita la guerra.
I figli Uday e Qusay vengono uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio. Ma la caccia a Saddam Hussein finisce solo il 13 dicembre 2003 in modo poco glorioso, quando viene catturato in un buco scavato nella terra in una fattoria vicino a Tikrit, sua città natale, con la barba lunga, stanco e demoralizzato, senza opporre alcuna resistenza.
Viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi); il 5 novembre 2006 viene proclamata la sua condanna a morte per impiccagione: l'esecuzione avviene il 30 dicembre.
In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.
In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʾīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.
Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e il cui svolgimento sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.
Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUday e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mossul.

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog