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lunedì 28 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 dicembre.
Il 28 dicembre 1943 vengono fucilati a Reggio Emilia i sette fratelli Cervi.
Alcide Cervi con la moglie Genoveffa Cocconi, alleva, nella prima metà del secolo, 9 figli: 7 maschi e 2 femmine. Li educano ai valori semplici della giustizia, della carità cristiana, quella vera, concreta, che si misura in un immenso amore per l’umanità tutta, senza risparmio, del lavoro nei campi, della cultura, quello dei libri che mamma Genoveffa leggeva nell’aia la sera, mentre mangiavano pane e verza, i Promessi Sposi o la Divina Commedia, mica storielle da ridere. Alcide Cervi è un mezzadro che si ribella alla voce grossa dei padroni che non sanno distinguere il granoturco dal trifoglio, ma sono puntuali a riscuotere i loro soldi "pochi, maledetti e subito". Lui, invece, è un progressista e ama quella terra come fosse sua. Con i figli studia libri di agronomia, si informa sulle novità tecnologiche, vuole migliorare il terreno e la produttività, anche a costo di grandi sacrifici. Nessuno lo ascolta e con la numerosa famiglia, che nel frattempo si allarga con nuore e nipotini, fa San Martino, come dice lui, trasloca in diversi fondi fino a prenderne uno tutto suo: i Campi Rossi. Il terreno emiliano è tutto una montagna russa di buche e collinette. Gli 8 Cervi, padre e figli, riescono livellarlo, a nutrirlo, a farlo germogliare, ad aumentare la produzione. Da pazzi incoscienti, per i vicini diventano un esempio da seguire ... e non solo in agricoltura.
Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore sono cresciuti. Vanno in balera, amoreggiano nei paesi vicini, partono per il militare ... e si scontrano con il potere fascista. Un po’ per indole, un po’ per educazione, stanno sulla riva opposta. Aldo fa propaganda antifascista con i suoi commilitoni. Gli ufficiali ubbidiscono al duce e il ragazzo si fa qualche anno a Gaeta. Per lui è come essere andato all’università, un ateneo un po’ particolare, l’università del carcere: lì capisce, comprende, si istruisce e passa all’azione. E si trascina dietro tutta la famiglia. Così una famiglia di contadini come tante passa dalla religione cristiana a quella civile del socialismo prampoliniano prima (Alcide in gioventù aveva assistito a dei comizi che l’avevano scosso nel profondo), che predica l’organizzazione di tanti nel rispetto di tutti contro lo strapotere di uno nel rispetto di nessuno, al comunismo della Resistenza e della liberazione dal fascismo poi, nel sogno di un’Italia libera e democratica dove l’unico monito è quello di costruire.
Aldo apre una biblioteca a Campegine, poco distante da Gattatico, dove si trova il fondo dei Campi Rossi: qui spaccia libri "sovversivi" in barba ai fascisti, i sonnacchioni come li chiama papà Alcide, e tiene riunioni clandestine con chi, attraverso la sua paziente propaganda fatta di chiacchiere informali e discussioni accese, è passato dall’altra parte. Qualcuno ha i genitori fascisti, qualcun altro ci rimetterà la vita. I contatti si allargano, la rete si espande. Volantini e giornali clandestini. Aldo non lascia in giro copie, va direttamente dalle famiglie a leggere e commentare i fatti, come faceva la sua mamma con i Promessi Sposi, cha da tempo non legge più. Imbrogliano l’Annonaria sulle quote dell’ammasso. Il paese li segue.
Il 25 luglio 1943 cade il governo fascista. L’incubo è finito. La famiglia Cervi offre pastasciutta a tutta Gattatico. Ci sono anche i carabinieri e i soldati fascisti di stanza nel paese, che si sono tolti la camicia nera. Ma l’8 settembre arriva presto. I campi Rossi diventano il quartier generale delle azioni partigiane nella zona. Ospitano soldati alleati dispersi, ex prigionieri, disertori: li lavano, li nutrono, li vestono, li rimettono in piedi. Russi, inglesi, neozelandesi, francesi ... Aldo va in montagna, gli altri continuano ad agire in pianura. Collaborano con i GAP (Gruppi di azione patriottica), recuperano armi, producono cibo...
Il 25 novembre 1943, alle 6.30 del mattino un plotone di 150 camicie nere circonda la casa dei Cervi e dà fuoco al fienile. Combattono per un po’ poi la famiglia si arrende. Alcide e i suoi 7 figli vengono arrestati. Torturati e interrogati i ragazzi non rispondono. Gelindo e Aldo si assumono la responsabilità di tutto nell’estremo tentativo di salvare il padre e gli altri fratelli. Gli offrono di salvarsi la vita entrando nella Guardia Repubblicana di Salò. Il rifiuto è netto: "crederemmo di sporcarci". Simpatizzano con una guardia e programmano la loro evasione. Vengono tradotti al carcere di San Tommaso e il piano sfuma. I compagni preparano una nuova evasione. La notte di Natale. Ci sono degli intoppi e viene rimandata alla notte di Capodanno, quando i secondini in servizio scarseggiano. Il 27 dicembre, un’azione mai rivendicata, porta alla morte del segretario fascista di Bagnolo in Piano. Gli altri maggiorenti del posto giurano vendetta. All’alba del 28 dicembre vengono prelevati i 7 fratelli più Quarto Cimurri, loro compagno di battaglia: devono andare a Parma per il processo. Per molto tempo il padre crederà, o vorrà credere, a questa bugia. I ragazzi sono in fila al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Molti i volontari che ambiscono all’onore di farli fuori. Una scarica e li seppelliscono clandestinamente senza firmarne i certificati di morte. Nemmeno i caporioni fascisti hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di quell’eccidio. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi fanno paura anche da morti.
Il carcere di San Tommaso viene bombardato il 7 gennaio 1944. Alcide scappa tra le mura che crollano e le guardie che gridano. A casa, in preda a un ulcera terribile, viene assistito dalla moglie e dalle nuore. Loro sanno la verità ma la tacciono per lungo tempo nonostante il vecchio padre continui a credere di riabbracciare i figli da un giorno all’altro. Ristabilitosi Genoveffa gli racconta la verità. Alcide non si rassegna: "i nostri morti ispirino i vivi". Al posto di 7 figli ci sono 11 nipoti. Si ricomincia da capo un’altra volta. Le attività partigiane della famiglia continuano. A ottobre i fascisti appiccano un nuovo incendio ai Campi Rossi. Il ricordo doloroso di quello precedente e lo strazio per la morte dei figli è troppo forte e Genoveffa Cocconi muore di crepacuore il 10 ottobre 1944.
L’8 maggio 1945 la Germania firma la resa. La guerra è finita. Questa volta sul serio. Nell’ottobre dello stesso anno vengono riesumate le spoglie dei 7 fratelli Cervi: funerali solenni a Reggio Emilia il 28 ottobre 1945, tumulazione accanto alla madre nel cimitero di Campegine.
Tutti e 7 i fratelli sono stati decorati con Medaglia d'argento al valor militare. Ai fratelli Cervi sono state dedicate molte vie in varie città italiane, a Collegno (TO) è loro dedicata una scuola e una via. A Macerata sono intitolate ai fratelli Cervi sia una via sia la scuola primaria e dell'infanzia che vi è situata.
Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, ad Alcide Cervi fu consegnata una medaglia d'oro creata dallo scultore Marino Mazzacurati. La medaglia reca da un lato la sua effigie e dall'altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati compaiono le 7 stelle dell'orsa. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole: "Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."
Il 27 marzo 1970, all'età di 95 anni si spegne Alcide Cervi. Oltre 200.000 persone si riuniranno a Reggio Emilia per salutarlo per l'ultima volta.

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