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sabato 4 aprile 2015

#almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 Aprile 1968, a Memphis, veniva assassinato Martin Luther King Jr., politico, attivista e pastore protestante statunitense, leader della difesa dei diritti civili, uno dei simboli del vento di cambiamento che percorreva gli anni sessanta e settanta. Nato ad Atlanta, il 15 gennaio 1929, è stato il più giovane Premio Nobel per la pace della storia, riconoscimento conferitogli nel 1964, all’età di soli trentacinque anni. Il suo nome viene accostato per la sua attività di pacifista a quello di Gandhi, il leader del pacifismo della cui opera King è stato un appassionato studioso, ed a Richard Gregg, primo americano a teorizzare organicamente la lotta nonviolenta, uno degli strumenti di lotta propugnato dal movimento sessantottino. L’impegno civile di Martin Luther King è condensato nella Letter from Birmingham Jail (Lettera dalla prigione di Birmingham), scritta nel 1963, che costituisce un’appassionata enunciazione della sua indomabile crociata per la giustizia. Unanimemente riconosciuto apostolo della resistenza non violenta, eroe e paladino dei reietti e degli emarginati, Martin Luther King si è sempre esposto in prima linea affinché fosse abbattuta nella realtà americana degli anni ’50 e ’60 ogni sorta di pregiudizio etnico.
Si diploma nel 1948 al Morehouse College e, dopo esser diventato pastore battista a Montgomery, King si laureò nel 1955 in filosofia alla Boston University. Nella sua vita organizzò decine e decine di marce e manifestazioni di protesta, invocando il diritto al voto ed altri basilari diritti come fondamento per una matura convivenza civile entro classi sociali ed appartenenze diverse. Queste rivendicazioni furono in seguito accolte con il Civil Rights Act e il Voting Rights Act. Una battaglia per l’uguaglianza, quella di King, iniziata intensamente dopo l’arresto di Rosa Parks, donna accusata di aver violato le leggi sulla segregazione. A partire da questo episodio, King organizzò una protesta pacifica, senza armi e, soprattutto, basata sul dialogo.
Celeberrimo è rimasto il discorso che Martin Luther King tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la fatidica frase “I have a dream” (in Italia evocata spesso in maniera forse impropria ma efficace con: Io ho un sogno), denunciando le ingiustizie presenti e propugnando che ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative. Siamo negli anni in cui – per dirla con le parole di Bob Dylan – i tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta. Sono i prodromi del movimento sessantottino.
Secondo alcune analisi il discorso I have a dream sarebbe in parte molto simile alla discussione di Archibald Carey, tenuta alla Republican National Convention nel 1952. La somiglianza consiste nel fatto che entrambi i discorsi finiscono con una recitazione del primo verso dell’inno popolar patriottico americano (My Country ´Tis of Thee) di Samuel Francis Smith, e i due discorsi condividono l’ esortazione finale “let the freedom ring” (lasciate risuonare la libertà).
Dalle pagine dei discorsi di Martin Luther King, raccolte nel libro La forza di amare, emerge un completo sistema di vita morale: un pensiero illuminato dalla dottrina cristiana dell’amore operante attraverso la non-violenza. La speranza non è rassegnazione o attesa passiva, ma una forza concreta di rinnovamento e di riscatto, tesa a sconfiggere pessimismo e spirito di rinuncia. La sua capacità di incarnare la verità cristiana tra le pieghe della storia appare soprattutto nella “Lettera di san Paolo ai cristiani d’America“, che, per la tensione spirituale di cui è permeata, si impone alla meditazione universale. Vi si legge : “Ai nostri più accaniti oppositori diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze, con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Andremo incontro alla vostra forza fisica, con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e così la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo”. In queste pagine é chiara la formazione di King come predicatore.
Ai primi di settembre del 1957, Martin Luther King si recò ad una riunione organizzata dall’ Highlander Folk School a Monteagle, Tennessee. Questa organizzazione era stata fondata da Myles Horton e Don West, entrambi esponenti di alto grado del Partito Comunista Americano. Lo scopo di questa riunione era quello di organizzare rivolte e proteste nel sud degli Stati Uniti, al fine di migliorare la condizione degli afroamericani ed, a fianco, preparare il terreno per una rivoluzione del sistema economico, una rivoluzione comunista. Il segretario personale di Martin Luther King, un certo Bayard Rustin, aveva aderito alla Youth Communist League (Lega dei giovani comunisti) nel 1936, presso il New York City College, e proprio Rustin è stato l’organizzatore delle prime marce su Washington, organizzate subito dopo un suo viaggio a Mosca nel 1958. Il Partito Comunista Americano si vantò, per mezzo del suo organo The Worker, che la prima marcia di Martin Luther King fosse una marcia comunista. Per queste ragioni, il movimento sessantottino americano vide spesso in King un personaggio rivoluzionario, oltre che un pacifista. Possiamo riassumere quindi le matrici del pensiero di King in cristiana, sociale e marxista.
Più volte imprigionato, perseguitato dagli ambienti segregazionisti del sud degli Stati Uniti, nel mirino dell’FBI in quanto legato al Partito Comunista degli Stati Uniti (gli fu intimato più volte da J. Edgar Hoover di dissociarsi da ogni collegamento con partiti comunisti), King fu assassinato a colpi d’arma da fuoco prima della marcia del 4 aprile 1968, mentre si trovava assieme alla moglie, Coretta Scott King (1927-2006), sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, nel Tennessee, poco prima di cenare. Il suo assassino, James Earl Ray, dapprima reo confesso, in seguito ritrattò. Gli atti dell’indagine sull’assassinio di Martin Luther King jr. sono stati secretati fino al 2002 dall’amministrazione americana.

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