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sabato 28 febbraio 2015

#ART 3.0 #AutoRiTratto di #BarbaraCalonaci



Mi colpirono le tende tra le stanze, tende e non porte proprio ad indicare questa grande esigenza di apertura e di libertà. È un’artista molto sensibile e ha un rifiuto totale verso la violenza. Ha una straordinaria capacità di comprendere chiunque nel suo mondo vasto e accogliente. A volte sembra vivere in un’altra dimensione, il tempo la disturba, non concepisce il passato oltre i due o tre anni ed è spontanea e sincera con chiunque. Le sue opere sono in pietra, creta, marmo e a questa fissità della materia impone il movimento, la sensibilità e la leggerezza del suo animo.
Si dedica a chi è meno fortunato promuovendo l’arte come forma di espressione e portale dimensionale verso la felicità.
da il pickwick it

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Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 1986, alle ore 23.30, a Stoccolma, il primo ministro svedese Olof Palme esce insieme alla moglie Lisbet da un cinema quando viene raggiunto da un uomo, giacca a vento, pantaloni scuri e berretto con paraorecchie che gli spara due colpi alla schiena, uccidendolo. Palme aveva da poco compiuto 59 anni. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 1957 divenne primo ministro nel 1969, quando si fece notare per le sue pesanti critiche alla politica estera statunitense, Rieletto primo ministro nel 1982 divenne famoso in tutto il mondo per le sue politiche pacifiste e antirazziste.
L'istruttoria processuale per il suo assassinio è stata la più lunga e la più costosa mai portata avanti in Svezia. Inizialmente venne seguita la pista neonazista, poi venne arrestato, processato ed assolto un pregiudicato alcolizzato, Christer Petterson, e tra gli indagati finì anche un ispettore della polizia criminale di Stoccolma. Poi il colpo di scena, ad aprile del 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” scrisse che Il Gran Maestro della loggia P2 Licio Gelli avrebbe spedito, tre giorni prima dell’assassinio, questo telegramma a un agente Cia: “dite al vostro amico che l’albero svedese sarà abbattuto”.
La commissione d’inchiesta svedese affermò che la notizia era di estrema rilevanza, mentre il giornalista del Tg1 Ennio Remondino si gettò sulla notizia compiendo un’inchiesta che mandò a soqquadro la Rai, il mondo politico e la sua carriera giornalistica. Fu la famosa intervista all’ex agente Cia Dick Brenneke. Questi, oltre a confermare il telegramma, dichiarò che la Cia finanziava la P2 per contrabbandare armi e droga e per destabilizzare il paese. Licio Gelli denunciò la Rai, Francesco Cossiga allora presidente della Repubblica scrisse una lettera di fuoco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il direttore del TG1 Nuccio Fava fu licenziato mentre Ennio Remondino incominciò il suo peregrinare per le varie sedi estere della Rai. L’ennesimo polverone fece sì che molti si dimenticassero dell’omicidio Palme, le cui indagini prima seguirono la pista curda (lanciata dal Kgb) e poi, nel 1996, la più sostanziosa pista sudafricana.
Durante una seduta della “Commissione per la verità e la giustizia” un ex funzionario della polizia sudafricana, Eugene de Kock, sostenne che Craig Williamson, agente dello spionaggio del suo paese avrebbe ucciso Palme all’interno dell’”operation Longreach” per punire il primo ministro per la sua pubblica battaglia antiapartheid. Cinque anni dopo, Petterson sapendo di non poter essere processato due volte per lo stesso reato, confessò di aver ucciso Palme. Ma erano le parole di un alcolizzato, morto poi nel 2004 per problemi di droga. La verità non la si conosce ancora, e forse non si conoscerà mai: il codice penale svedese prevede un limite di 25 anni per lo svolgimento dell'istruttoria processuale per omicidio; il 28 febbraio 2011 il caso Olof Palme è stato definitivamente archiviato.

venerdì 27 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Alle 21:14 della sera del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l'allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L'incendio sembrò essersi originato in diversi punti, e al momento in cui polizia e pompieri arrivarono, una grossa esplosione aveva mandato in fiamme l'aula dei deputati. Alla ricerca di indizi, la polizia trovò Marinus van der Lubbe, mezzo nudo, che si nascondeva dietro l'edificio.
Adolf Hitler e Hermann Göring arrivarono poco dopo, e quando gli venne mostrato van der Lubbe, un noto agitatore comunista, Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Vennero arrestati e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov, Blagoj Tanev e Vasil Popov. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell'incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.
Secondo la polizia, van der Lubbe sostenne di aver appiccato il fuoco per protestare contro il sempre maggiore potere dei nazisti. Sotto tortura, egli confessò ancora, e venne portato a giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all'opposizione. Con i propri capi in prigione e senza accesso alla stampa, i comunisti vennero pesantemente sconfitti alle successive elezioni, e a quei deputati comunisti (e alcuni socialdemocratici) che furono eletti al Reichstag non venne permesso, dalle SA, di prendere il loro posto in parlamento. Hitler venne sospinto al potere con il 44% dei voti e costrinse i partiti minori a dargli la maggioranza dei due terzi per il suo Decreto dei pieni poteri, che gli diede il diritto di governare per decreto e sospendere molte libertà civili.
Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, van der Lubbe venne trovato colpevole e condannato a morte. Venne decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno.
D'altra parte, in uno degli ultimi atti di uno stato costituzionale, in quello stesso processo la corte del Reichsgericht assolse la dirigenza del partito comunista: cosa ancora più rimarchevole alla luce del fatto che il principale imputato, l'agente del Comintern Georgi Dimitrov, aveva sostenuto, in un clima politico di forti intimidazioni, che i comunisti erano estranei all'incendio e che legittimo era il sospetto che i veri colpevoli fossero Hitler, Goering e Goebbels. Questo fece infuriare Hitler, che decretò che, da quel momento in poi, il tradimento, assieme ad altri reati, sarebbe stato giudicato solamente dal neocostituito Volksgerichtshof (la "Corte del popolo"), che divenne tristemente noto per l'enorme numero di condanne a morte inflitte sotto la guida di Roland Freisler. L'autodifesa di Dimitrov, intanto, veniva tradotta e diffusa in tutto il mondo (si veda il libro "Il processo di Lipsia", Editori Riuniti), mentre in vari paesi inchieste indipendenti dimostravano che tutta la vicenda costituiva una montatura dei nazisti finalizzata a mettere fuori legge il partito comunista e perseguitarne i militanti. In effetti, nelle settimane successive, furono oltre quattromila i quadri del partito a essere arrestati.
Durante i processi che si tennero a Norimberga nel 1945 contro i principali responsabili del regime nazista, la responsabilità dei nazisti nell'episodio dell'incendio del Reichstag venne definitivamente appurata: Hans Gisevius, che nel 1933 era funzionario al Ministero prussiano degli interni [carica anch'essa ricoperta da Göring, testimoniò che l'ideazione dell'incendio fu di Göring e di Goebbels e Rudolf Diels, ex capo della Gestapo, riferì in una dichiarazione giurata che lo stesso Göring aveva già qualche giorno prima dell'incendio approntato una lista di persone da arrestare subito dopo di esso. Il generale Franz Halder, infine, riferì che lo stesso Göring, durante un pranzo ufficiale, si era pubblicamente vantato di avere personalmente organizzato anche i particolari dell'incendio.
In effetti l'incendio del Reichstag rientrava nel quadro più generale della "strategia della tensione" ripetutamente utilizzata dai nazisti prima e dopo la conquista del potere: si trattava di creare il massimo disordine, spaventando e disorientando l'opinione pubblica, in modo tale da potersi presentare come integerrimi tutori dell'ordine.

giovedì 26 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbraio 2010 a Kabul alle 6,30 (ora locale) un'autobomba è esplosa e due kamikaze si sono fatti saltare in aria vicino al Park Residence Hotel e al Safi Landmark Hotel, due «guest house» molto frequentate da stranieri. I due erano attentatori suicidi e sono stati seguiti da un gruppo di fuoco formato da altri tre talebani, che hanno dato l'assalto alle guest house e a un centro commerciale.
Due ore dopo gli attentati, si sono sentiti a lungo colpi da fuoco in tutta l'area. Gli attentatori sono entrati nella hall del Park Residence, lanciando granate e sparando con i kalashnikov. I talebani hanno iniziato a girare stanza per stanza, lanciando bombe a mano e continuando a sparare.
Il bilancio dell'attentato è stato di 18 morti, e potevano essere di più senza l'intervento del diplomatico italiano Pietro Antonio Colazzo. È stato lui - numero due a Kabul dell'Aise, ovvero i servizi segreti della Difesa - ad avvisare la polizia e, dicono diverse fonti, a bloccare l'incursione dei terroristi, perdendo egli stesso la vita.
Gli hanno sparato (ma c'è chi sostiene che sia morto in seguito all'esplosione di un kamikaze) dopo che aveva dato l'allarme. La polizia di Kabul è stata la prima a rendere onore al «coraggio» di questo sconosciuto funzionario italiano, che ormai da anni viveva in quel mondo di ombre e di specchi che è l'intelligence in un paese complesso come l'Afghanistan. «Ci ha fornito informazioni precise grazie alle quali la polizia è stata in grado di portare al sicuro, sani e salvi, altri quattro italiani. È stato un uomo coraggioso», ha detto il generale Abdul Rahman Rahman, il capo della polizia di Kabul.
«Apprendo con dolore la notizia dell'uccisione del consigliere diplomatico, Pietro Antonio Colazzo, nell'attentato di oggi a Kabul - ha detto l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi - un fedele servitore dello Stato, morto compiendo il suo dovere in un paese martoriato da infami azioni terroristiche. L'Italia è impegnata in Afghanistan proprio per proteggere la popolazione civile dalla follia della violenza e dell'intolleranza, alla quale sentiamo il dovere di opporci. Mi unisco, insieme a tutti gli italiani, al dolore dei familiari e degli amici del nostro caduto».

mercoledì 25 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 2008, a Gravina di Puglia, vengono ritrovati per caso, in fondo alla cisterna di una casa abbandonata, i corpi senza vita e ormai mummificati di Francesco e Salvatore Pappalardi, Ciccio e Tore, come ormai erano stati ribattezzati dalla stampa nazionale.
Erano scomparsi il 5 di giugno del 2006. Al tramonto, verso le 17,30. Francesco tredici anni, Salvatore undici, escono da via Casale numero 123. Bimbi che scappavano per sopravvivere. Campagne magnifiche, città sotterranee, grotte, cisterne, anfratti e inconfessabili abitudini familiari. Il padre li ha uccisi, diceva la madre. La madre li ha rapiti, diceva il padre. Il compagno di lei è un porco, dicevano tutti. Quando Francesco e Salvatore spariscono i sospetti sono solo due: Filippo Pappalardi e Rosa Carlucci, il papà e la mamma di quei bambini bruciati dalla vita da quando sono nati.
Il paese di Gravina in Puglia sapeva tutto di quei due bambini. E non sapeva niente. Sapeva del loro padre padrone, sapeva della madre sbandata, sapeva della maledetta esistenza che si dovevano trascinare addosso giorno dopo giorno i due fratellini. Le voci giravano in paese. Tutti conoscevano perché il Tribunale aveva preso quella decisione, perché aveva affidato Ciccio e Tore a un padre così violento che viveva già con un´altra donna, in un´altra casa, con altri figli. Con la madre non ci potevano stare più. E non perché Rosa – nonostante le sue fragilità - non fosse più una buona madre. Non ci potevano stare da quando lei aveva quel nuovo compagno, Nicola, «il vecchio» sussurravano a Gravina in Puglia. «Il vecchio» che poi è finito dentro per violenza su una bambina.
Il padre padrone e il patrigno con quel «vizio», Rosa disperata prima quando era moglie di Filippo il violento e disperata dopo quando ha scoperto il segreto di Nicola. E poi Maria Ricupero, la nuova compagna del padre, le nuove sorelline. L´inferno di Francesco e Salvatore. L´inferno in famiglia. «Non cercateli in Romania, non cercate sette sataniche, non cercate niente fuori da quelle case dove vivevano», avevano fatto sapere i confidenti e i pregiudicati della Murgia.
Erano spariti. Tutti sapevano tutto di Francesco e Salvatore ma quella sera nessuno li aveva visti. Solo la telecamera di una banca, un´immagine di pochi secondi che cattura il viso di Francesco alle 18,03 del 5 giugno. Passeggia da solo, in via Casale, pochi passi da casa. È vestito come la mattina, la felpa rossa. I due «testimoni» e il «testimone chiave» anche loro diranno di averli visti – confusamente - molto tempo dopo.
Il paese di Gravina in Puglia si schiera, si divide. È stato il padre. Taciturno, aggressivo, un incubo per quei due bambini. È stata la madre con quella sua complice, la romena che se n´è appena andata dall´Italia per tornare a casa. Con loro, con Francesco e Salvatore. Il vescovo scivola nella trappola. Depistaggi? Voci più che altro, voci di voci di voci. I poliziotti il 3 luglio le inseguono e volano a Bucarest. Cercano. Cercano ombre.
Li hanno cercati a Gravina di Puglia? Li hanno cercati come avrebbero dovuto, pozzo dopo pozzo, grotta dopo grotta? Quando l´estate è quasi finita l´inchiesta poliziesca si avvita in una spirale che segnerà per sempre il caso. Il padre mente. O forse non mente ma «omette», dimentica, non spiega. Per esempio non spiega perché spegne il suo cellulare per due ore proprio quella sera, la sera che scompaiono i suoi figli e lui dovrebbe andare alla loro caccia, telefonare di qui e di là, informarsi, chiedere, bussare, ricevere informazioni. Ma quello che diventerà «l´assassino» è un muro di silenzi, una sfinge. È un uomo difficile, contorto, diffidente. Parla soltanto quando è in campagna con qualche parente, a volte anche con l´ex moglie. Gli sfuggono dalla bocca parole che lo fanno diventare «l´assassino». Filippo Pappalardi entra ufficialmente come indagato nell´inchiesta giudiziaria la mattina del 6 settembre 2007. Sequestro di persona, è l´ipotesi di reato. I sequestrati sono due, i suoi figli, Francesco e Salvatore.
È un «avvistamento» quello che lo inchioda. In piazza delle Quattro Fontane, verso le 21,30 di quella sera. Un ragazzino che vede Filippo Pappalardi con i figli, racconta ai poliziotti – però due mesi dopo la loro scomparsa – che erano là a giocare con i palloncini pieni d´acqua, alle Quattro Fontane. Il 27 novembre il padre è in carcere: è lui che li ha trasportati da qualche parte, è lui che li ha uccisi, è lui che ha nascosto i loro cadaveri. L´inchiesta è poco robusta, c´è qualche indizio, soprattutto c´è Filippo Pappalardi che sembra un omicida troppo perfetto. Lui che di sera – il 5 giugno – e di notte – all´1,40 del 6 giugno – va a denunciare la sparizione dei suoi figli ma l´indomani mattina è regolarmente al lavoro sul suo camion, «non ha tempo» per andare al commissariato di Gravina e firmare una denuncia di scomparsa. Sospetti sopra sospetti. L´indagine insegue i sospetti, si fa confondere dai sospetti, intrappolare. «Invece di arrestare me cercate i miei figli», urla il padre quando lo trascinano in galera. «Sono morti, quei bambini non li troveremo mai più vivi», dice Emilio Marzano, il procuratore capo della repubblica di Bari.
Li abbiamo ritrovati morti ad un altro tramonto. Il 25 febbraio del 2008. A due chilometri dalla loro casa, in un antico caseggiato abbandonato. In fondo a un pozzo. Sono morti. Sono morti da quel giugno del 2006. Sono morti in fondo al pozzo dove è scivolato anche un altro bambino. Sono morti dove non li hanno mai cercati mentre cercavano dappertutto. «Tore ha vegliato il fratello due giorni», «Ciccio ha lasciato graffi sul muro», «Uno era disteso a un lato della cisterna e l´altro a quindici metri». «Ciccio ha provato a salvare il fratello». Tutti i dettagli più macabri, tutte le supposizioni più fantasiose si sono rincorse poi. Poi, dopo il 25 febbraio. I corpi ritrovati, i resti dei cadaveri. Erano passati da lì i «soccorritori», avevano dato un´occhiata nel pozzo ma il pozzo era buio. Nessuno è sceso a vedere, non hanno calato neanche una corda. Il caseggiato abbandonato, il luogo ideale per un delitto che non c´è mai stato.
L´assassino è ancora un assassino e il giallo è ancora un giallo. Si incaponiscono gli investigatori sul «loro» indiziato, sul padre violento. Sbagliano due volte. E sbagliano più dopo che prima. Tenendolo dentro «in attesa dei risultati dell´esame autoptico», lasciandolo in prigione nonostante quelle «prove» che stavano svanendo intorno ai cadaveri di Francesco e Salvatore.
Fino a quando il GIP Giulia Romanazzi, di fronte alle evidenze offerte dall’autopsia (sui corpi dei bambini non vi erano segni di violenze e che le ferite erano compatibili con l’ipotesi di una caduta accidentale) riconosce che non vi sono più i presupposti necessari per la carcerazione cautelare e concede a Filippo Pappalardi gli arresti domiciliari derubricando l’accusa da duplice omicidio e accultamento di cadavere ad abbandono di minore. E poi, in seguito, lo scioglimento di ogni accusa e l'archiviazione del caso.
Ma la vicenda non è finita; Rosa Carlucci, la madre, ha fatto riaprire l'inchiesta: di una cosa è certa, che quella sera i corridoi delle centostanze fossero attraversati da un gruppo di adolescenti impegnati in una prova di coraggio. Quella alla quale i suoi figli non sopravvissero.
Almeno cinque, secondo la donna gravinese, sarebbero stati i testimoni di quella tragica caduta. Cinque ragazzi oggi maggiorenni, le cui posizioni, a seguito della ripresa delle indagini, sarebbero già finite sotto i riflettori della Procura del Tribunale dei minorenni, chiamata a verificare se davvero qualcuno vide e poi tenne per sè quanto visto, evitando di dare l'allarme e di allertare i soccorritori, il cui intervento avrebbe forse potuto rivelarsi provvidenziale.
Ma neppure il passo avanti della Procura pare bastare a Rosa Carlucci, madre in cerca di giustizia. "Mi interessa raggiungere il mio obbiettivo e, se sarà necessario, chiederò la riesumazione delle salme", dichiara ora la donna. "Ci sono verità nascoste in un maledetto fascicolo che nessuno ha mai preso in considerazione: ecco perché non mi fermo". Altri particolari, riportando il discorso sui binari del codice di procedura penale, non sempre coincidenti con quelli del cuore, aggiunge Domenico Ciocia, avvocato dalla Carlucci: "Nessuna richiesta di riesumazione dei fratellini è stata finora formalmente avanzata. L'intenzione, in ogni caso, è quella di ripercorrere tutto l'iter a 360 gradi. E se dovessero emergere dei dubbi, li rappresenteremo al magistrato col quale, questa volta, possiamo colloquiare".
Avanti adagio, dunque, ma avanti. "Una volta che mio marito Filippo fu scagionato dall'accusa di omicidio", chiosa Rosa Carlucci, "l'inchiesta perse di stimolo. Nessuno indagò in altre direzioni". E la verità rimase confinata in fondo ad un pozzo al quale, fossero vere le ipotesi adesso al vaglio della Procura barese, sarebbero stati in molti ad affacciarsi. Impauriti, silenti, reticenti.
Nel 2014 Filippo Pappalardi è stato risarcito per l'importo di 65000 euro, 20000 per i tre mesi di carcere e 45000 per i danni esistenziali.

sabato 21 febbraio 2015

# ART3.0 #AutoRiTratto di #PaoloGalletti




Paolo Galletti è un sognatore, un idealista. A sedici anni si trova ad osservare il cambiamento dall’alto delle splendide mura perfettamente integre di Lucca, protetto dall’accelerazione industriale degli anni ‘70. Il cuore di Lucca si raggiunge attraverso le porte che, nei suoi dipinti, assumono la dimensione di portali chimerici, attraverso i quali si può raggiungere qualcosa di prezioso, di magico, di armonico.
Nei quadri dedicati a Lucca sembra che ogni tetto, ogni albero, ogni palazzo storico voglia in ogni modo restare racchiuso in quelle mura pur ammiccando allo spettatore e facendo bella mostra di sé. Le mura − così riconoscibili anche se distanti dalla realtà − trattengono, quasi a fatica, come una chioccia i pulcini, tutti gli edifici stringendoli in un grande morbido abbraccio. Ecco come Galletti riesce ad umanizzare ogni singola pietra di questa città, che vive nel suo cuore e diventa il centro pulsante delle sue opere. 
da il pickwick
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sabato 14 febbraio 2015

#ART3.0 #AutoRiTratto di #AndreaNicita



 Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
So che potrebbe essere un’operazione pazzesca, ma andrebbe creata una sorta di “classifica” dell’artista in base alla sua educazione, agli anni di esperienza, al curriculum: un po’ come si fa per assumere del personale in una azienda.
Dopo di che verrebbero creati "livelli" di artisti: quelli da gallerie e quelli amatoriali, perché è giusto che, anche chi dipinge per hobby, possa esporre.

da Il Pickwick 
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sabato 7 febbraio 2015

#ART3.0 #AutoRiTratto di #AntonioPossenti


La visita presso lo studio del Maestro Possenti è sempre un momento di grande gioia. Da fuori suono il campanello sul quale appaiono i nomi di grandi artisti del passato, quasi ad indicare una continuità ma anche un momento ludico verso l’ignaro visitatore; poco sopra, a penna e scritto con grafia piccola piccola, anche il cognome di Possenti.
Si accede da un corridoio quasi scavato nella pietra, stretto e buio, e si attende di vedere il maestro comparire sulla soglia come chi si trovi a consultare un saggio in un viaggio iniziatico. Del luogo in cui lavora − ah come vorrei avere le parole per descriverlo! − forse l’unica cosa che posso dire è che si tratta sicuramente di uno spazio magico. Tra le antiche mura gli occhi non potrebbero mai dirsi soddisfatti di esplorare: ci sarebbe sempre un angolo, un libro o un oggetto che meriterebbe di essere osservato ancora e ancora. Ogni cosa qui sembra godere di completa libertà e autonomia e così è possibile trovare una cravatta su una sedia, senza una gamba, o una pila di libri su oggetti rotondi ad indicare un equilibrio precario, anzi meglio, dinamico. 

da Il Pickwick

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martedì 3 febbraio 2015

#IlProfumo #PatrickSüskind


imm. da majorcashowroom.it


 Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini.
Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo.
Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi.
Patrick Süskind, da "Il profumo"

lunedì 2 febbraio 2015

#SonettodellaScienza #EdgarAllanPoe




imm. da bluemountain.com edgar allan poe

Scienza, vera figlia ti mostri del Tempo annoso,
tu che ogni cosa trasmuti col penetrante occhio!
Ma dimmi, perche' al poeta cosi' dilani il cuore,
avvoltoio dalle ali grevi e opache?
Come potrebbe egli amarti? E giudicarti savia,
se mai volesti che libero n' andasse errando
a cercar tesori per i cieli gemmati?
Pure, si librava con intrepide ali.
Non hai tu sbalzato Diana dal suo carro?
E scacciato l' Amadriade dal bosco,
che in piu' felice stella trovo' riparo?
Non hai tu strappato la Naiade ai suoi flutti,
l' Elfo ai verdi prati e me stesso infine
al mio sogno estivo all' ombra del tamarindo?
(Edgar Allan Poe, "Sonetto alla Scienza")

domenica 1 febbraio 2015

#DueSigarette #CesarePavese



Imm. tratta dal web


Ogni notte è la liberazione. Si guarda i riflessi dell'asfalto sui corsi che si aprono lucidi al vento. Ogni rado passante ha una faccia e una storia. Ma a quest'ora non c'è più stanchezza: i lampioni a migliaia sono tutti per chi si sofferma a sfregare un cerino. La fiammella si spegne sul volto alla donna che mi ha chiesto un cerino. Si spegne nel vento e la donna delusa ne chiede un secondo che si spegne: la donna ora ride sommessa. Qui possiamo parlare a voce alta e gridare, chè nessuno ci sente. Leviamo gli sguardi alle tante finestre - occhi spenti che dormono e attendiamo. La donna si stringe le spalle e si lagna che ha perso la sciarpa a colori che la notte faceva da stufa. Ma basta appoggiarci contro l'angolo e il vento non è più che un soffio. Sull'asfalto consunto c'è già un mozzicone. Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna che è contenta d'averla perduta, perchè mi ha incontrato. Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte sull'oceano inondato di luce dal gran transatlantico. Certo, notti di vento. E' il regalo di un suo marinaio. Non c'è più il marinaio. La donna bisbiglia che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori e puliva le macchine: io sono più bello. Sull'asfalto c'è due mozziconi. Guardiamo nel cielo: la finestra là in alto - mi addita la donna - la nostra. Ma lassù non c'è stufa. La notte, i vapori sperduti hanno pochi fanali o soltanto le stelle. Traversiamo l'asfalto a braccetto, giocando a scaldarci.

 Cesare Pavese, "Due sigarette"

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