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sabato 28 febbraio 2015

#ART 3.0 #AutoRiTratto di #BarbaraCalonaci



Mi colpirono le tende tra le stanze, tende e non porte proprio ad indicare questa grande esigenza di apertura e di libertà. È un’artista molto sensibile e ha un rifiuto totale verso la violenza. Ha una straordinaria capacità di comprendere chiunque nel suo mondo vasto e accogliente. A volte sembra vivere in un’altra dimensione, il tempo la disturba, non concepisce il passato oltre i due o tre anni ed è spontanea e sincera con chiunque. Le sue opere sono in pietra, creta, marmo e a questa fissità della materia impone il movimento, la sensibilità e la leggerezza del suo animo.
Si dedica a chi è meno fortunato promuovendo l’arte come forma di espressione e portale dimensionale verso la felicità.
da il pickwick it

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Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 1986, alle ore 23.30, a Stoccolma, il primo ministro svedese Olof Palme esce insieme alla moglie Lisbet da un cinema quando viene raggiunto da un uomo, giacca a vento, pantaloni scuri e berretto con paraorecchie che gli spara due colpi alla schiena, uccidendolo. Palme aveva da poco compiuto 59 anni. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 1957 divenne primo ministro nel 1969, quando si fece notare per le sue pesanti critiche alla politica estera statunitense, Rieletto primo ministro nel 1982 divenne famoso in tutto il mondo per le sue politiche pacifiste e antirazziste.
L'istruttoria processuale per il suo assassinio è stata la più lunga e la più costosa mai portata avanti in Svezia. Inizialmente venne seguita la pista neonazista, poi venne arrestato, processato ed assolto un pregiudicato alcolizzato, Christer Petterson, e tra gli indagati finì anche un ispettore della polizia criminale di Stoccolma. Poi il colpo di scena, ad aprile del 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” scrisse che Il Gran Maestro della loggia P2 Licio Gelli avrebbe spedito, tre giorni prima dell’assassinio, questo telegramma a un agente Cia: “dite al vostro amico che l’albero svedese sarà abbattuto”.
La commissione d’inchiesta svedese affermò che la notizia era di estrema rilevanza, mentre il giornalista del Tg1 Ennio Remondino si gettò sulla notizia compiendo un’inchiesta che mandò a soqquadro la Rai, il mondo politico e la sua carriera giornalistica. Fu la famosa intervista all’ex agente Cia Dick Brenneke. Questi, oltre a confermare il telegramma, dichiarò che la Cia finanziava la P2 per contrabbandare armi e droga e per destabilizzare il paese. Licio Gelli denunciò la Rai, Francesco Cossiga allora presidente della Repubblica scrisse una lettera di fuoco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il direttore del TG1 Nuccio Fava fu licenziato mentre Ennio Remondino incominciò il suo peregrinare per le varie sedi estere della Rai. L’ennesimo polverone fece sì che molti si dimenticassero dell’omicidio Palme, le cui indagini prima seguirono la pista curda (lanciata dal Kgb) e poi, nel 1996, la più sostanziosa pista sudafricana.
Durante una seduta della “Commissione per la verità e la giustizia” un ex funzionario della polizia sudafricana, Eugene de Kock, sostenne che Craig Williamson, agente dello spionaggio del suo paese avrebbe ucciso Palme all’interno dell’”operation Longreach” per punire il primo ministro per la sua pubblica battaglia antiapartheid. Cinque anni dopo, Petterson sapendo di non poter essere processato due volte per lo stesso reato, confessò di aver ucciso Palme. Ma erano le parole di un alcolizzato, morto poi nel 2004 per problemi di droga. La verità non la si conosce ancora, e forse non si conoscerà mai: il codice penale svedese prevede un limite di 25 anni per lo svolgimento dell'istruttoria processuale per omicidio; il 28 febbraio 2011 il caso Olof Palme è stato definitivamente archiviato.

venerdì 27 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Alle 21:14 della sera del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l'allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L'incendio sembrò essersi originato in diversi punti, e al momento in cui polizia e pompieri arrivarono, una grossa esplosione aveva mandato in fiamme l'aula dei deputati. Alla ricerca di indizi, la polizia trovò Marinus van der Lubbe, mezzo nudo, che si nascondeva dietro l'edificio.
Adolf Hitler e Hermann Göring arrivarono poco dopo, e quando gli venne mostrato van der Lubbe, un noto agitatore comunista, Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Vennero arrestati e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov, Blagoj Tanev e Vasil Popov. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell'incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.
Secondo la polizia, van der Lubbe sostenne di aver appiccato il fuoco per protestare contro il sempre maggiore potere dei nazisti. Sotto tortura, egli confessò ancora, e venne portato a giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all'opposizione. Con i propri capi in prigione e senza accesso alla stampa, i comunisti vennero pesantemente sconfitti alle successive elezioni, e a quei deputati comunisti (e alcuni socialdemocratici) che furono eletti al Reichstag non venne permesso, dalle SA, di prendere il loro posto in parlamento. Hitler venne sospinto al potere con il 44% dei voti e costrinse i partiti minori a dargli la maggioranza dei due terzi per il suo Decreto dei pieni poteri, che gli diede il diritto di governare per decreto e sospendere molte libertà civili.
Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, van der Lubbe venne trovato colpevole e condannato a morte. Venne decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno.
D'altra parte, in uno degli ultimi atti di uno stato costituzionale, in quello stesso processo la corte del Reichsgericht assolse la dirigenza del partito comunista: cosa ancora più rimarchevole alla luce del fatto che il principale imputato, l'agente del Comintern Georgi Dimitrov, aveva sostenuto, in un clima politico di forti intimidazioni, che i comunisti erano estranei all'incendio e che legittimo era il sospetto che i veri colpevoli fossero Hitler, Goering e Goebbels. Questo fece infuriare Hitler, che decretò che, da quel momento in poi, il tradimento, assieme ad altri reati, sarebbe stato giudicato solamente dal neocostituito Volksgerichtshof (la "Corte del popolo"), che divenne tristemente noto per l'enorme numero di condanne a morte inflitte sotto la guida di Roland Freisler. L'autodifesa di Dimitrov, intanto, veniva tradotta e diffusa in tutto il mondo (si veda il libro "Il processo di Lipsia", Editori Riuniti), mentre in vari paesi inchieste indipendenti dimostravano che tutta la vicenda costituiva una montatura dei nazisti finalizzata a mettere fuori legge il partito comunista e perseguitarne i militanti. In effetti, nelle settimane successive, furono oltre quattromila i quadri del partito a essere arrestati.
Durante i processi che si tennero a Norimberga nel 1945 contro i principali responsabili del regime nazista, la responsabilità dei nazisti nell'episodio dell'incendio del Reichstag venne definitivamente appurata: Hans Gisevius, che nel 1933 era funzionario al Ministero prussiano degli interni [carica anch'essa ricoperta da Göring, testimoniò che l'ideazione dell'incendio fu di Göring e di Goebbels e Rudolf Diels, ex capo della Gestapo, riferì in una dichiarazione giurata che lo stesso Göring aveva già qualche giorno prima dell'incendio approntato una lista di persone da arrestare subito dopo di esso. Il generale Franz Halder, infine, riferì che lo stesso Göring, durante un pranzo ufficiale, si era pubblicamente vantato di avere personalmente organizzato anche i particolari dell'incendio.
In effetti l'incendio del Reichstag rientrava nel quadro più generale della "strategia della tensione" ripetutamente utilizzata dai nazisti prima e dopo la conquista del potere: si trattava di creare il massimo disordine, spaventando e disorientando l'opinione pubblica, in modo tale da potersi presentare come integerrimi tutori dell'ordine.

giovedì 26 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbraio 2010 a Kabul alle 6,30 (ora locale) un'autobomba è esplosa e due kamikaze si sono fatti saltare in aria vicino al Park Residence Hotel e al Safi Landmark Hotel, due «guest house» molto frequentate da stranieri. I due erano attentatori suicidi e sono stati seguiti da un gruppo di fuoco formato da altri tre talebani, che hanno dato l'assalto alle guest house e a un centro commerciale.
Due ore dopo gli attentati, si sono sentiti a lungo colpi da fuoco in tutta l'area. Gli attentatori sono entrati nella hall del Park Residence, lanciando granate e sparando con i kalashnikov. I talebani hanno iniziato a girare stanza per stanza, lanciando bombe a mano e continuando a sparare.
Il bilancio dell'attentato è stato di 18 morti, e potevano essere di più senza l'intervento del diplomatico italiano Pietro Antonio Colazzo. È stato lui - numero due a Kabul dell'Aise, ovvero i servizi segreti della Difesa - ad avvisare la polizia e, dicono diverse fonti, a bloccare l'incursione dei terroristi, perdendo egli stesso la vita.
Gli hanno sparato (ma c'è chi sostiene che sia morto in seguito all'esplosione di un kamikaze) dopo che aveva dato l'allarme. La polizia di Kabul è stata la prima a rendere onore al «coraggio» di questo sconosciuto funzionario italiano, che ormai da anni viveva in quel mondo di ombre e di specchi che è l'intelligence in un paese complesso come l'Afghanistan. «Ci ha fornito informazioni precise grazie alle quali la polizia è stata in grado di portare al sicuro, sani e salvi, altri quattro italiani. È stato un uomo coraggioso», ha detto il generale Abdul Rahman Rahman, il capo della polizia di Kabul.
«Apprendo con dolore la notizia dell'uccisione del consigliere diplomatico, Pietro Antonio Colazzo, nell'attentato di oggi a Kabul - ha detto l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi - un fedele servitore dello Stato, morto compiendo il suo dovere in un paese martoriato da infami azioni terroristiche. L'Italia è impegnata in Afghanistan proprio per proteggere la popolazione civile dalla follia della violenza e dell'intolleranza, alla quale sentiamo il dovere di opporci. Mi unisco, insieme a tutti gli italiani, al dolore dei familiari e degli amici del nostro caduto».

mercoledì 25 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 2008, a Gravina di Puglia, vengono ritrovati per caso, in fondo alla cisterna di una casa abbandonata, i corpi senza vita e ormai mummificati di Francesco e Salvatore Pappalardi, Ciccio e Tore, come ormai erano stati ribattezzati dalla stampa nazionale.
Erano scomparsi il 5 di giugno del 2006. Al tramonto, verso le 17,30. Francesco tredici anni, Salvatore undici, escono da via Casale numero 123. Bimbi che scappavano per sopravvivere. Campagne magnifiche, città sotterranee, grotte, cisterne, anfratti e inconfessabili abitudini familiari. Il padre li ha uccisi, diceva la madre. La madre li ha rapiti, diceva il padre. Il compagno di lei è un porco, dicevano tutti. Quando Francesco e Salvatore spariscono i sospetti sono solo due: Filippo Pappalardi e Rosa Carlucci, il papà e la mamma di quei bambini bruciati dalla vita da quando sono nati.
Il paese di Gravina in Puglia sapeva tutto di quei due bambini. E non sapeva niente. Sapeva del loro padre padrone, sapeva della madre sbandata, sapeva della maledetta esistenza che si dovevano trascinare addosso giorno dopo giorno i due fratellini. Le voci giravano in paese. Tutti conoscevano perché il Tribunale aveva preso quella decisione, perché aveva affidato Ciccio e Tore a un padre così violento che viveva già con un´altra donna, in un´altra casa, con altri figli. Con la madre non ci potevano stare più. E non perché Rosa – nonostante le sue fragilità - non fosse più una buona madre. Non ci potevano stare da quando lei aveva quel nuovo compagno, Nicola, «il vecchio» sussurravano a Gravina in Puglia. «Il vecchio» che poi è finito dentro per violenza su una bambina.
Il padre padrone e il patrigno con quel «vizio», Rosa disperata prima quando era moglie di Filippo il violento e disperata dopo quando ha scoperto il segreto di Nicola. E poi Maria Ricupero, la nuova compagna del padre, le nuove sorelline. L´inferno di Francesco e Salvatore. L´inferno in famiglia. «Non cercateli in Romania, non cercate sette sataniche, non cercate niente fuori da quelle case dove vivevano», avevano fatto sapere i confidenti e i pregiudicati della Murgia.
Erano spariti. Tutti sapevano tutto di Francesco e Salvatore ma quella sera nessuno li aveva visti. Solo la telecamera di una banca, un´immagine di pochi secondi che cattura il viso di Francesco alle 18,03 del 5 giugno. Passeggia da solo, in via Casale, pochi passi da casa. È vestito come la mattina, la felpa rossa. I due «testimoni» e il «testimone chiave» anche loro diranno di averli visti – confusamente - molto tempo dopo.
Il paese di Gravina in Puglia si schiera, si divide. È stato il padre. Taciturno, aggressivo, un incubo per quei due bambini. È stata la madre con quella sua complice, la romena che se n´è appena andata dall´Italia per tornare a casa. Con loro, con Francesco e Salvatore. Il vescovo scivola nella trappola. Depistaggi? Voci più che altro, voci di voci di voci. I poliziotti il 3 luglio le inseguono e volano a Bucarest. Cercano. Cercano ombre.
Li hanno cercati a Gravina di Puglia? Li hanno cercati come avrebbero dovuto, pozzo dopo pozzo, grotta dopo grotta? Quando l´estate è quasi finita l´inchiesta poliziesca si avvita in una spirale che segnerà per sempre il caso. Il padre mente. O forse non mente ma «omette», dimentica, non spiega. Per esempio non spiega perché spegne il suo cellulare per due ore proprio quella sera, la sera che scompaiono i suoi figli e lui dovrebbe andare alla loro caccia, telefonare di qui e di là, informarsi, chiedere, bussare, ricevere informazioni. Ma quello che diventerà «l´assassino» è un muro di silenzi, una sfinge. È un uomo difficile, contorto, diffidente. Parla soltanto quando è in campagna con qualche parente, a volte anche con l´ex moglie. Gli sfuggono dalla bocca parole che lo fanno diventare «l´assassino». Filippo Pappalardi entra ufficialmente come indagato nell´inchiesta giudiziaria la mattina del 6 settembre 2007. Sequestro di persona, è l´ipotesi di reato. I sequestrati sono due, i suoi figli, Francesco e Salvatore.
È un «avvistamento» quello che lo inchioda. In piazza delle Quattro Fontane, verso le 21,30 di quella sera. Un ragazzino che vede Filippo Pappalardi con i figli, racconta ai poliziotti – però due mesi dopo la loro scomparsa – che erano là a giocare con i palloncini pieni d´acqua, alle Quattro Fontane. Il 27 novembre il padre è in carcere: è lui che li ha trasportati da qualche parte, è lui che li ha uccisi, è lui che ha nascosto i loro cadaveri. L´inchiesta è poco robusta, c´è qualche indizio, soprattutto c´è Filippo Pappalardi che sembra un omicida troppo perfetto. Lui che di sera – il 5 giugno – e di notte – all´1,40 del 6 giugno – va a denunciare la sparizione dei suoi figli ma l´indomani mattina è regolarmente al lavoro sul suo camion, «non ha tempo» per andare al commissariato di Gravina e firmare una denuncia di scomparsa. Sospetti sopra sospetti. L´indagine insegue i sospetti, si fa confondere dai sospetti, intrappolare. «Invece di arrestare me cercate i miei figli», urla il padre quando lo trascinano in galera. «Sono morti, quei bambini non li troveremo mai più vivi», dice Emilio Marzano, il procuratore capo della repubblica di Bari.
Li abbiamo ritrovati morti ad un altro tramonto. Il 25 febbraio del 2008. A due chilometri dalla loro casa, in un antico caseggiato abbandonato. In fondo a un pozzo. Sono morti. Sono morti da quel giugno del 2006. Sono morti in fondo al pozzo dove è scivolato anche un altro bambino. Sono morti dove non li hanno mai cercati mentre cercavano dappertutto. «Tore ha vegliato il fratello due giorni», «Ciccio ha lasciato graffi sul muro», «Uno era disteso a un lato della cisterna e l´altro a quindici metri». «Ciccio ha provato a salvare il fratello». Tutti i dettagli più macabri, tutte le supposizioni più fantasiose si sono rincorse poi. Poi, dopo il 25 febbraio. I corpi ritrovati, i resti dei cadaveri. Erano passati da lì i «soccorritori», avevano dato un´occhiata nel pozzo ma il pozzo era buio. Nessuno è sceso a vedere, non hanno calato neanche una corda. Il caseggiato abbandonato, il luogo ideale per un delitto che non c´è mai stato.
L´assassino è ancora un assassino e il giallo è ancora un giallo. Si incaponiscono gli investigatori sul «loro» indiziato, sul padre violento. Sbagliano due volte. E sbagliano più dopo che prima. Tenendolo dentro «in attesa dei risultati dell´esame autoptico», lasciandolo in prigione nonostante quelle «prove» che stavano svanendo intorno ai cadaveri di Francesco e Salvatore.
Fino a quando il GIP Giulia Romanazzi, di fronte alle evidenze offerte dall’autopsia (sui corpi dei bambini non vi erano segni di violenze e che le ferite erano compatibili con l’ipotesi di una caduta accidentale) riconosce che non vi sono più i presupposti necessari per la carcerazione cautelare e concede a Filippo Pappalardi gli arresti domiciliari derubricando l’accusa da duplice omicidio e accultamento di cadavere ad abbandono di minore. E poi, in seguito, lo scioglimento di ogni accusa e l'archiviazione del caso.
Ma la vicenda non è finita; Rosa Carlucci, la madre, ha fatto riaprire l'inchiesta: di una cosa è certa, che quella sera i corridoi delle centostanze fossero attraversati da un gruppo di adolescenti impegnati in una prova di coraggio. Quella alla quale i suoi figli non sopravvissero.
Almeno cinque, secondo la donna gravinese, sarebbero stati i testimoni di quella tragica caduta. Cinque ragazzi oggi maggiorenni, le cui posizioni, a seguito della ripresa delle indagini, sarebbero già finite sotto i riflettori della Procura del Tribunale dei minorenni, chiamata a verificare se davvero qualcuno vide e poi tenne per sè quanto visto, evitando di dare l'allarme e di allertare i soccorritori, il cui intervento avrebbe forse potuto rivelarsi provvidenziale.
Ma neppure il passo avanti della Procura pare bastare a Rosa Carlucci, madre in cerca di giustizia. "Mi interessa raggiungere il mio obbiettivo e, se sarà necessario, chiederò la riesumazione delle salme", dichiara ora la donna. "Ci sono verità nascoste in un maledetto fascicolo che nessuno ha mai preso in considerazione: ecco perché non mi fermo". Altri particolari, riportando il discorso sui binari del codice di procedura penale, non sempre coincidenti con quelli del cuore, aggiunge Domenico Ciocia, avvocato dalla Carlucci: "Nessuna richiesta di riesumazione dei fratellini è stata finora formalmente avanzata. L'intenzione, in ogni caso, è quella di ripercorrere tutto l'iter a 360 gradi. E se dovessero emergere dei dubbi, li rappresenteremo al magistrato col quale, questa volta, possiamo colloquiare".
Avanti adagio, dunque, ma avanti. "Una volta che mio marito Filippo fu scagionato dall'accusa di omicidio", chiosa Rosa Carlucci, "l'inchiesta perse di stimolo. Nessuno indagò in altre direzioni". E la verità rimase confinata in fondo ad un pozzo al quale, fossero vere le ipotesi adesso al vaglio della Procura barese, sarebbero stati in molti ad affacciarsi. Impauriti, silenti, reticenti.
Nel 2014 Filippo Pappalardi è stato risarcito per l'importo di 65000 euro, 20000 per i tre mesi di carcere e 45000 per i danni esistenziali.

martedì 24 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1530 Carlo V fu incoronato a Bologna come Imperatore del Sacro Romano Impero, una cerimonia simbolica, dato che di fatto era da tempo monarca incontrastato di buona parte dell'Europa.
Fin dalle prime luci del mattino, un allegro scampanio aveva destato la città.
Un avvenimento glorioso stava per compiersi: nella Basilica di San Petronio, papa clemente VII avrebbe incoronato Carlo V imperatore. Ben presto una gran folla riempì la Piazza Maggiore. Le finestre, i balconi e persino i tetti delle case erano stracarichi di gente.
Un colossale ponte di legno, coperto di stoffe preziose, scendeva dolcemente da una finestra del Palazzo Comunale fin verso il centro della piazza; poi, fatta un’ ampia curva, entrava nella Basilica dalla porta maggiore. Alle otto del mattino, il corteo papale scende per il ponte. Sfilano le autorità bolognesi, con ricchi vestiti e mantelli. Seguono quaranta arcivescovi e vescovi, tutti i cardinali e un gran numero di canonici e sacerdoti. Infine, sotto il baldacchino, avanza lentamente il Sommo Pontefice con la tiara in capo e i preziosi abiti pontificali, portati in sedia dorata dei valletti.
Subito dopo scende il corteo dell’Imperatore. Davanti sono i paggi, i cavalieri, i duchi e i baroni. Seguono i quattro Grandi Principi dell’Impero: uno reca lo scettro, l’altro il globo, il terzo la spada e l’ultimo la corona. Finalmente, ecco, l’Imperatore, con un prezioso mantello e la corona ferrea in capo. Il giovane Carlo avanza fiero, accompagnato dai più alti ufficiali dei suoi eserciti.
Era appena passato l’Imperatore, quando un forte strepito provocò un attimo di terrore. Il tavolato del ponte, forse male inchiodato si ruppe sotto il peso della grande moltitudine. Nella disgrazia molte persone perdettero la vita, ma il momento era tanto solenne che la cerimonia non venne interrotta. I morti e i feriti furono subito portati via e il ponte accomodato alla meglio.
Nella Basilica, tra canti sacri e profumo d’incenso, Carlo V indossati gli abiti per la cerimonia, raggiunse il Pontefice sull’altare maggiore. Durante la Messa solenne, il Papa fece inginocchiare davanti a sé il Sovrano e gli consegnò prima la spada, poi lo scettro e il globo, e da ultimo gli pose sul capo la corona imperiale. Allora squillarono le trombe e rullarono i tamburi, mentre sulle piazze tuonavano le artiglierie, annunciando ai lontani il glorioso avvenimento.
Compiuta la cerimonia, il Papa e l’Imperatore uscirono dalla Basilica per una grande cavalcata attraverso le vie della città, ornate di bandiere e archi trionfali. Lo sfarzoso corteo era preceduto dal Gran Cerimoniere, che gettava al popolo monete d’oro e d’argento, che furono appositamente coniate dalla zecca bolognese per questo evento. Il valore di queste monete è oggi altissimo, sia per l'eccezionalità del conio (monete emesse dedicate a un re straniero), sia per l'esiguo numero di pezzi esistenti. Alcune di queste monete sono visibili nella collezione Palagi presso il museo civico bolognese, ma la maggior parte di esse appartiene a collezioni private. Per dare un'idea del valore, si pensi che nel 75 a Basilea un mezzo ducato d'oro fu battuto a 12 milioni di lire (di allora!), e un reale d'argento a 2 milioni.

lunedì 23 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
La sera del 23 febbraio 1958 presso l'Avana a Cuba, Il pentacampione di Formula 1 Juan Manuel Fangio fu rapito dai rivoluzionari del movimento 26 luglio il giorno prima del Gran Premio di Cuba.
Il sequesto avvenne in un corridoio dell’hotel Lincoln all’Avana quando un militante del Movimento 26 di Luglio interruppe le chiacchiere del campione con i suoi meccanici. Il rivoluzionario gli disse di seguirlo sino alla strada dove li aspettava un’automobile.
Fangio era stato invitato a partecipare alla gara, che faceva parte delle manifestazioni sportive programmate dal governo cubano per migliorare l’immagine del dittatore Fulgencio Batista che in quei giorni stava affrontando la peggior crisi di tutti i suoi anni di potere.
Il giovane alto che entrò nell’Hotel Lincoln alla ricerca del campione mondiale era molto nervoso, ma non ebbe dubbi nel compiere gli ordini ricevuti.
“Io mi aspettavo che il custode sparasse per tirarmi sul pavimento come nei film d’azione” disse anni dopo Juan Manuel Fangio “ma nessuno sparò!”
Marcello Giambertone, il manager di Fangio, ricordò il coraggio che l’asso del volante dimostrò quando lo sequestrarono.
“Entrò un uomo con la giacca di cuoio e io credo che il meno nervoso di tutti fosse proprio Juan Manuel. Lui ha sempre dimostrato di avere dei nervi d’acciaio e sorrise anche quando gli posero la canna della rivoltella sulla schiena”.
Con quella pistola puntata, senza violenza, ma con fermezza, il campione venne condotto sino all’angolo dove lo fecero entrare in un’automobile. una Plymouth nera.
Fangio si accucciò sul pavimento dell’auto. In quel momento cominciò a convincersi che si trattava davvero di un sequestro poichè all’inizio aveva pensato che fosse la contropartita di uno scherzo fatto a Giambertone.
Dopo un’ora di percorso per la città e un passaggio in un posto di controllo di routine della polizia, dopo aver cambiato due volte automobile, il corridore argentino venne portato alla fine nel luogo dove sarebbe rimasto sino alla fine della gara automobilistica. Non gli bendarono mai gli occhi durante i trasferimenti e così vide anche il numero della casa. In quel luogo c’era molta gente che festeggiava il successo dell’operazione; alcuni chiedevano l’autografo a Fangio che, senza nulla temere, ebbe il coraggio di commentare che non aveva ancora cenato.
Di quella notte Fangio ricorderà anni dopo le mille domande e le scuse che gli presentarono. La padrona di casa si scusò anche perchè non aveva niente “di fine” e la cena fu a base di uova a patate fritte.
Il giorno dopo, domenica mattina, Faustino Pérez gli portò i giornali. Conversarono e Fangio gli chiese di avvisare la sua famiglia. Pérez se ne incaricò personalmente e immediatamente. La gara era programmata dalla televisione ma Fangio non la volle vedere perchè soffriva nell’udire i rumori dei motori standone lontano.
Il campione avrebbe provato amicizia e gratitudine per i suoi rapitori perchè credeva nel destino, per cui quello che accadde nel 1958 sul Malecón, il circuito costiero dell’Avana, lo avrebbe fatto pensare alla sua buona sorte.
La Maserati 450 - S con il quale lui doveva correre era di proprietà di un nordamericano e aveva già corso in Venezuela. Anche se sabato 23 febbraio Fangio aveva marcato il tempo migliore di classificazione, l’automobile aveva alcuni problemi.
Fangio non era ancora stato liberato quando lo informarono che la gara era stata interrotta per un incidente: nel quinto giro due auto erano uscite di strada ed erano morte sei persone e quaranta ferite.
Poche ore dopo il sequestro la notizia occupava i titoli dei principali giornali e delle riviste d’America e d’Europa.
La rivista cubana Bohemia segnalava che a Parigi, Londra, New York, Roma, Città del Messico e Buenos Aires “Hanno dato importanti spazi nelle prime pagine con enormi titoli!”
Le agenzie di stampa speculavano sul sensazionale sequestro del più noto corridore del mondo di Formula Uno.
L’Avana era comunque notizia: il regime politico che imperava, le motivazioni del Movimento 26 Luglio e lo stato di tensione nel quale vivevano i cubani la ponevano sotto la lente di ingrandimento di tutte le altre capitali del mondo.
Mentre il corridore argentino a 46 anni era il pilota che aveva vinto più titoli in Formula Uno ed era seguito da milioni di spettatori, la dittatura cubana doveva ricorrere sempre più alla repressione di fronte all’impossibilità di gestire pacificamente la situazione.
Il Secondo Gran Premio di Cuba era stato organizzato con il proposito di dimostrare che nell’Isola “non stava succedendo niente”, perchè tutta l’attenzione si fissasse sul circuito del Malecón, ma il regime di Batista non aveva considerato la possibilità che l’enorme apparato pubblicitario montato si poteva rivoltare contro.
Le agenzie d’informazione cominciarono a ricevere la sorprendente notizia: “Parla il Movimento 26 Luglio. Abbiamo sequestrato Fangio... la sua persona non corre pericoli... non si allarmino... continueremo a dare informazioni!”
Dopo la gara, a obiettivo compiuto, i membri del gruppo rivoluzionario dovettero affrontare un nuovo problema: come liberare Fangio senza fargli correre rischi.
Il timore proveniva dalla possibilità che gli uomini di Batista ammazzassero il corridore per incolpare e togliere prestigio a Fidel Castro.
Pensavano di lasciarlo in una chiesa, ma il campione domandò che telefonassero all’ambasciatore argentino.
Una donna e due giovani lo portarono dal diplomatico, lasciando una lettera nella quale si leggeva che i rivoluzionari non avevano problemi di sorta verso l’Argentina e che il loro obiettivo era solamente la caduta del regime dittatoriale di Batista. Chiedevano scusa di nuovo.
A 27 ore dal sequestro Fangio, sano e salvo, si trovava con le autorità dell’argentina accreditate all’Avana. Una volta libero sottolineò, parlando con i giornalisti che i sequestratori lo avevano trattato molto bene.
“Sono stato in tre posti diversi e non mi hanno mai bendato gli occhi e in tutte queste case ho avuto a mia disposizione ogni comodità, come in un albergo!” I giornalisti sorrisero quando l’argentino specificò che aveva chiacchierato “magnificamente” con i suoi rapitori.
Il M 26 – 7 aveva raggiunto il suo obiettivo e Fangio vide incrementarsi la sua popolarità. Dall’Avana andò a Miami per riposare alcuni giorni e lì il sindaco gli consegnò le chiavi della città e poi fu invitato a partecipare al programma televisivo più popolare dell’epoca a New York.
Partecipò per dieci minuti al programma di Ed Sullivan assieme a Jack Dempsey, commentando con ironia che aveva vinto cinque campionati del mondo e aveva corso e vinto a Sebring, ma che fu il sequestro a Cuba che lo rese popolare negli Stati Uniti.
Faustino Pérez era stato il capo dell’operazione nel ’58. Era giunto a Cuba con il Granma, lo yacht che trasportava i rivoluzionari esiliati in Messico, per combattere la guerra per la liberazione definitiva dell’Isola. Pérez fu il capo della resistenza cittadina e con la rivoluzione al potere operò in molti settori.
“Quando trionferà la Rivoluzione lei sarà nostro invitato d’onore” aveva detto a Fangio Arnold Rodríguez, uno dei guerriglieri che aveva partecipato al sequestro. Un anno e mezzo dopo Fangio ricevette l’invito, ma il suo ritorno a Cuba avvenne solamente vent’anni dopo.
Fu nel 1981 che ritornò a Cuba come presidente della Mercedes Benz per effettuare la vendita di camion al governo cubano. Lo ricevette l’amico Faustino Pérez e lo ricevette anche Fidel Castro che di nuovo gli chiese scusa per l’azione del 1958.
Attualmente nella hall dell’hotel Lincoln, che si trova in Centro Habana, si può vedere una targa che dice: “Nella notte del 24 – 02 -1958 in questo luogo venne sequestrato da un commando del Movimento 26 Luglio, diretto da Oscar Lucero, il campione del mondo di automobilismo, per ben cinque volte, Juan Manuel Fangio. Fu un duro colpo propagandistico contro la tirannia di Batista e un importante stimolo per le forze della Rivoluzione.”
Poco tempo fa a Monza è stata inaugurata una statua dedicata a Juan Manuel Fangio che in questa città italiana, nota per il suo circuito, vinse nel 1954 una delle prove che gli fecero vincere il secondo titolo di campione del mondo. Uno di quei cinque titoli che nessuno riuscì a vincere sino a quando lui morì di polmonite nel 1995, a 84 anni.
Michael Schumacher è il solo ad aver vinto più titoli mondiali (sette), ma come lui stesso a suo modo confessò, non ci potranno mai esistere due Juan Manuel Fangio...

domenica 22 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiere Montesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa.
Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani.
L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:
“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un'altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra.
Il giorno dopo arrivano le smentite: la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo?
Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla, non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo; Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti.
La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra, pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico.
Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. "Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene" ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano.
Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico “ nella controinformazione, documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”.
Dell'esistenza di questo "dossier" è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 23 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano.
La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume, l’Aniene, affluente del grande Tevere.
Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere.
All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia.
Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere.
Il padre di Valerio, Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio.
Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destra Nanni De Angelis. Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava.
Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio.
Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso.
Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta.
Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. La Lauricella decide di parlare: tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è Roberto Nistri membro di spicco di Terza Posizione.
Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbano interroga sia Nistri che Giuliani; entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano: dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito: “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre Massimo Carminati rilascia identiche risposte.
Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato ai Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”.
Ma anche le parole di Izzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto e tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa.
Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente: “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo, venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro, avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra, un informatore di Valerio.
Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca del delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune.
Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo.
Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto "Serpico", agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano. Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole, dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine.
Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletari organizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori; nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento.
Nel febbraio del 2011 la Procura della Repubblica di Roma ha dichiarato la riapertura delle indagini.
Per quel che al momento è possibile ricostruire, due uomini oggi sulla cinquantina, la stessa età che avrebbe avuto la loro vittima se non la avessero giustiziata con un colpo di 38 special alla schiena. Il primo, riparato da tempo all'estero. L'altro, insospettabile professionista con una vita in Italia. Entrambi, già militanti della destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo e - almeno a stare all'ipotesi investigativa - costituiti in un gruppo di fuoco deciso, nel febbraio di quel maledetto 1980, ad accreditarsi, con un cadavere di forte valore simbolico come quello di Valerio Verbano, agli occhi dei neofascisti Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Le indagini sono tuttora in corso.

sabato 21 febbraio 2015

# ART3.0 #AutoRiTratto di #PaoloGalletti




Paolo Galletti è un sognatore, un idealista. A sedici anni si trova ad osservare il cambiamento dall’alto delle splendide mura perfettamente integre di Lucca, protetto dall’accelerazione industriale degli anni ‘70. Il cuore di Lucca si raggiunge attraverso le porte che, nei suoi dipinti, assumono la dimensione di portali chimerici, attraverso i quali si può raggiungere qualcosa di prezioso, di magico, di armonico.
Nei quadri dedicati a Lucca sembra che ogni tetto, ogni albero, ogni palazzo storico voglia in ogni modo restare racchiuso in quelle mura pur ammiccando allo spettatore e facendo bella mostra di sé. Le mura − così riconoscibili anche se distanti dalla realtà − trattengono, quasi a fatica, come una chioccia i pulcini, tutti gli edifici stringendoli in un grande morbido abbraccio. Ecco come Galletti riesce ad umanizzare ogni singola pietra di questa città, che vive nel suo cuore e diventa il centro pulsante delle sue opere. 
da il pickwick
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Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
La sera del 21 febbraio 2001 Susy Cassini, 41 anni, rincasa a Novi Ligure insieme al figlio Gianluca De Nardo, 11 anni, intorno alle 19.30. Suona il campanello ed Erika De Nardo, la figlia sedicenne, apre la porta. Insieme vanno in cucina e tra madre e figlia comincia probabilmente l'ennesima discussione dovuta ai brutti voti scolastici della ragazza che studiava all'Istituto San Giorgio - dopo due anni molto deludenti al liceo scientifico - ed ai timori della madre sulle possibili cattive frequentazioni della figlia. Poi arriva la prima coltellata. Soltanto a questo punto la giovane si infila i guanti. Omar Favaro, fidanzato diciasettenne di Erika, che era in casa, nascosto nel bagno del pianterreno dove aveva già indossato i guanti, accorre a dar manforte ad Erika. I due ragazzi riescono ad aggredire Susy alle spalle: uno dei due le tappa la bocca con una mano, l'altro comincia a menare fendenti con il coltello. Anche l'altro comincia a colpire. La donna si dibatte, tenta di sfuggire alla furia omicida dei due, e va a sbattere contro il tavolo della cucina, che per la violenza dell'urto si spezza in due. Il sangue schizza e macchia i vestiti mentre i due fidanzatini continuano ad accoltellarla finché non respira più. Saranno in tutto 40 le coltellate inflitte alla donna. Omar affermò che prima di morire Susy Cassini avrebbe gridato alla figlia "Erika, ti perdono", implorandola di risparmiare il fratello.
Nel frattempo il trambusto generatosi ha attirato Gianluca (il fratellino di Erika) che dal piano superiore dove stava preparandosi a fare il bagno (era appena tornato da una partita di pallacanestro dopo aver corso e sudato) è sceso al pian terreno dove ha assistito atterrito all'omicidio della madre. Gianluca viene colpito una prima volta al piano terra dalla sorella, come dimostrato da uno schizzo di sangue del bambino rinvenuto sul cavo del telefono della cucina. Dopodiché Erika convince il fratello a seguirla al piano superiore cercando di calmarlo. Gocce di sangue della giovane vittima vengono rinvenute anche sulle scale che conducono al primo piano, segno che Gianluca è risalito al piano superiore quando era già stato ferito. I piedi dei due assassini lasciano tracce sulle scale, c'è sangue anche sul muro, il segno delle mani dei due che si appoggiano per agevolare la corsa (indice secondo i giudici di una manifesta furia omicida). Piccole gocce cadono dai coltelli. Erika porta il fratellino in bagno con la scusa di aiutarlo a lavarsi e medicargli la ferita, ma Gianluca, in preda al panico, fugge e cerca rifugio nella camera di Erika ed è qui che riceve ulteriori coltellate.
Intanto, per evitare che i vicini udissero grida, Erika alza al massimo il volume dello stereo, sulla cui manopola vengono rilevate altre tracce ematiche. Nei piani dei due assassini probabilmente non vi era l'eliminazione di Gianluca, ma la sua presenza imprevista sulla scena del crimine e la sua reazione ne hanno fatto uno scomodo testimone. Forse dopo un veloce conciliabolo viene presa la decisione di eliminarlo. Nel frattempo Gianluca con le poche forze rimaste scappa e cerca rifugio nel bagno. È la fine. Inizialmente, Erika cerca di fargli bere del topicida (resti di una polvere azzurra poi risultata essere un topicida furono rinvenuti vicino alla vasca da bagno, nel pianerottolo del piano superiore, e nelle scale), poi lo butta nell'acqua della vasca e tenta di affogarlo. I fidanzati, forse perché presi dal panico non riescono però nel loro tentativo di affogare Gianluca (che si difende disperatamente riuscendo anche a ferire Omar mordendolo nella zona della prima piega interdigitale della mano destra procurandogli una ferita sanguinante), ma avendo con sé ancora uno dei coltelli usati per uccidere Susy, ricominciano a colpirlo. La furia dei due giovani diventa bestiale. Colpiscono di nuovo e serviranno in tutto ben 57 coltellate, per farlo smettere di agitarsi dopo almeno un quarto d'ora d'agonia.
I due ragazzi tornano al piano terra. Sul sangue che imbratta le scale sono rimaste impresse le impronte dei piedi che ripercorrono la stessa strada in discesa. E accanto altre goccioline cadute dai coltelli. “Piccole macchie rotonde - puntualizza un investigatore - tipiche dello sgocciolamento”. Tra i due scoppia una discussione circa l'opportunità di aspettare il rientro del padre della ragazza per uccidere anche lui. Erika insiste ma Omar sostiene di essere troppo stanco e le replica: "Se vuoi, uccidilo da sola". Dopodiché i ragazzi cercano di lavare il sangue, ma non ci riescono. Lavano comunque le armi per nascondere le impronte. Un coltello lo chiudono in un sacchetto insieme a un paio di guanti. L'altro resta nella casa, sul pavimento della cucina. Alle 20.50 si dividono. Omar esce dalla porta principale. Un testimone lo nota perché ha i pantaloni sporchi di sangue. “È andato via in motorino”, racconta il giorno dopo ai carabinieri. Erika passa invece dal garage. I suoi piedi lasciano le impronte sul pavimento e anche in questo caso gli esami confermano: sono le tracce lasciate da una persona che non corre, ma cammina. Dopo aver inferto, insieme al fidanzato, 97 coltellate a madre e fratello.
Dopo il delitto e l'arrivo delle forze dell'ordine, Erika De Nardo, allora studentessa al terzo anno presso un istituto tecnico per geometri, narrò, con vistosi errori e contraddizioni, di una rapina ad opera di extracomunitari finita in tragedia, fornendo una descrizione di due malviventi che a suo dire ne sarebbero stati responsabili. Un giovane albanese ritenuto somigliante all'identikit fornito dalla ragazza venne prontamente rintracciato, ma l'alibi fu riscontrato essere valido.
L'ipotesi di una rapina degenerata parve quasi immediatamente perdere consistenza. Nessuna porta o finestra della casa mostrava segni di forzatura ed i due cani da guardia della famiglia non avevano abbaiato. I vicini di casa non avevano notato rumori insoliti, le armi con cui erano state assalite e uccise le vittime appartenevano alla famiglia (si trattava di due coltelli facenti parte del servizio da cucina) e sembrava improbabile che una rapina, che oltretutto non aveva nemmeno avuto luogo, dal momento che nessun oggetto di valore era stato sottratto, potesse essere il movente di tanta ferocia. Fu possibile capire con certezza chi fossero i veri autori del delitto in base a registrazioni ambientali.
Lasciati soli nell'anticamera della locale caserma dei Carabinieri nella quale erano installate microspie e telecamere nascoste, tra il 22 ed il 23 febbraio, i due omicidi allora adolescenti, occupati a scambiarsi effusioni e scherzare tra loro, "confessarono" involontariamente l'esecuzione, parlandone tra loro, confrontandosi sugli identikit che la ragazza avrebbe dovuto disegnare per la polizia (ad un certo punto si sentì Omar rimproverare la fidanzata perché aveva tracciato un volto troppo somigliante a lui: "'Non vorrai mica che ci freghiamo da soli, sarebbe il massimo!") e, sembra, ipotizzando un tentativo di fuga in caso su di loro si fossero addensati i sospetti.
Una telecamera inquadrò Erika che mimava il gesto della coltellata mentre mormorava "gliel'ho dato qui" e chiedeva al fidanzatino: "Ti sei divertito vero a ucciderli?" mentre Omar la strattonava sbottando "vieni qui, assassina" e rinfacciandole "tu non sai, non è un gioco questo... sono morte due persone è una roba da ergastolo". Poco prima la ragazza aveva commentato "Adesso possiamo andare in giro come una coppia vera" e raccomandato ad Omar di vestirsi bene ai funerali delle loro vittime, previsti per il giorno successivo; funerali ai quali, peraltro, la giovane non poté partecipare, trovandosi già in carcere.
Verso le ore 19 del 23 febbraio 2001 i due vennero definitivamente posti in stato di fermo e quindi condotti nel carcere minorile "Ferrante Aporti" di Torino. Di qui in poi, Erika e Omar si rinfacceranno a vicenda la responsabilità di quanto avvenuto, smentiti però dai rilievi del RIS di Parma, che ricostruì che entrambi avevano partecipato in egual misura agli omicidi. In seguito ad un tentativo di contattare l'ex fidanzatino per concordare una versione che tentasse di scagionarli, Erika De Nardo venne trasferita al carcere minorile "Cesare Beccaria" di Milano. Pare inoltre che la ragazza fosse oggetto di ostilità da parte delle altre detenute, per lo più recluse per reati minori e insofferenti per le attenzioni riservate alla De Nardo.
Nel corso delle indagini emerse una certa conflittualità tra Erika e la madre: litigi causati dallo scarso rendimento scolastico della ragazza e dal fatto che Susy Cassini disapprovava la relazione della figlia con Omar, e temeva che i due giovani facessero uso di stupefacenti (circostanza confermata, anche se fu escluso che la coppia fosse in stato di alterazione provocato dall'uso di droga la sera del delitto o che la loro situazione fosse riconducibile ad una tossicodipendenza vera e propria) .
Il 14 dicembre 2001 Erika De Nardo e Omar Favaro vennero condannati dal Tribunale per i Minorenni di Torino rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione. In seguito, le condanne sono state confermate, prima dalla Corte d'Appello di Torino il 30 maggio 2002 e poi, in via definitiva, dalla Corte di Cassazione il 9 aprile 2003.
Secondo le sentenze, pur nell'«apparente assenza di un comprensibile movente», l'ideazione dei delitti è da ascrivere a Erika, da cui era «certamente partita l' idea», anche se in finale «il ruolo di Omar fu concretamente molto rilevante e sostanzialmente paritario». Erika e Omar hanno premeditato i delitti con «un progetto lucido, aberrante, che si fissa e che poco per volta diventa un concreto traguardo da raggiungere, un traguardo utilitaristico». Avevano «un' idea fissa», ma questa idea fissa non «diminuisce né annulla la capacità di intendere e di volere». Chi uccide «gli altri e magari se stesso nella convinzione di eliminare un ostacolo all'affermarsi di un progetto importante» coltiva un'idea fissa, ma non sarà ritenuto incapace di intendere: non lo sono «né i terroristi, né i kamikaze». Scrivono ancora i giudici: "due omicidi che per efferatezza, per il contesto, per la personalità degli autori e per l'apparente assenza di un comprensibile movente si pongono come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria del nostro paese".
Il 3 marzo 2010 Omar è uscito di prigione, avendo anche beneficiato dell'indulto e di sconti per la buona condotta. Il giovane ha dichiarato di essere intenzionato a concludere gli studi e di non voler più pensare ad Erika verso la quale non porterebbe alcun rancore.
Il 5 dicembre 2011 è stata disposta la scarcerazione di Erika, la quale, dopo aver conseguito la Laurea in Lingua e Letteratura Italiana nell'aprile del 2009, ha dichiarato di volersi rifare una vita costruendosi anche una famiglia.
Il 6 dicembre ha lasciato la Comunità Exodus di Lonato (BS) di don Antonio Mazzi ed è ritornata una persona libera.

venerdì 20 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1958 veniva approvata in parlamento la legge Merlin, dal nome della promotrice e prima firmataria, la senatrice socialista Lina Merlin. Con questa legge venivano vietate e costrette a chiudere entro 6 mesi le cosiddette case di tolleranza, ossia i bordelli.
Le case di tolleranza, dette anche case chiuse perchè era vietato tenere aperte le finestre delle stanze (onde rispettare principalmente la privacy dei frequentatori), erano luoghi ove veniva praticata la prostituzione in modo legale. Gli avventori si accomodavano in un salone in cui le ragazze semisvestite li coccolavano ed ammaliavano al fine di essere scelte. I clienti in precedenza compravano dalla tenutaria del bordello un certo numero di "prestazioni", che potevano essere dalle più semplici e sbrigative alle più lunghe, ciascuna col suo prezzo. A pagamento avvenuto la tenutaria rilasciava al cliente una sorta di biglietto, che attestava il diritto a quel tipo di prestazione (la marchetta). Una volta che l'avventore aveva scelto la ragazza di suo piacimento, i due si recavano normalmente al piano superiore per consumare, non prima di aver consegnato alla ragazza la marchetta che attestava il diritto alla prestazione. In questo modo le ragazze non ricevevano mai il denaro direttamente dai clienti, i quali se mai si limitavano a lasciare mance in caso di particolare apprezzamento. A fine serata ogni prostituta andava dalla tenutaria a consegnare le proprie marchette raccolte, al fine di poter contabilizzare il proprio guadagno. Da qui deriva il modo di dire "fare le marchette" per indicare l'atto di prostituirsi.
L'attività era legalizzata, lo Stato incamerava tasse sul complesso delle marchette fruite e inviava inoltre un medico settimanalmente a controllare la salute delle prostitute.
Ogni due settimane il bordello inviava in un'altra città le proprie ragazze e ne riceveva delle nuove, al duplice scopo sia di dare ai clienti sempre novità, sia di evitare che si instaurassero rapporti di affetto tra clienti e prostitute.
Con l'avvento della Legge Merlin la prostituzione si riversò nelle strade, senza alcun tipo di regolamentazione e alla mercè di protettori.
Dagli anni ottanta nel dibattito politico italiano hanno preso corpo numerose richieste per l'abrogazione - in tutto o in parte - della Legge, giudicata non più al passo con i tempi.
La legge è ritenuta da più detrattori non idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, rimane una realtà presente e costante. In Italia, infatti, non è considerato reato la vendita del proprio corpo, mentre lo è lo sfruttamento del corpo altrui anche se in ambiente organizzato. Ciò ha permesso il proseguire, di fatto, della mercificazione corporale nelle strade oltre che nelle case, ma nella clandestinità.
Inoltre, prima dell'entrata in vigore della legge la prostituzione nelle strade era molto poco diffusa, mentre dopo l'entrata in vigore è aumentata notevolmente. Negli anni novanta, soprattutto, si è sviluppato il fenomeno della prostituzione legata all'immigrazione clandestina, esploso poi negli ultimi anni: le prostitute in strada sono nella quasi totalità straniere. Due le etnie più rappresentate: nigeriane da una parte ed europee dell'Est dall'altra. Il traffico di donne, talvolta anche minorenni, e i lauti guadagni del loro sfruttamento, è passato sotto il controllo delle mafie italiane e dei loro Paesi d'origine, sempre più presenti queste ultime sul territorio italiano. Queste nuove schiave, legate al traffico di esseri umani, sono oggi, di fatto, un problema irrisolto che ripropone con urgenza il ripensamento di tutte le leggi in questo campo, a cominciare dalla stessa legge Merlin. Il dibattito politico sul tema è però risultato sterile dal punto di vista dei risultati. La prostituzione genera in Italia un notevole indotto (50000-70000 prostitute coinvolte, 9 milioni di clienti, 19-25 miliardi di euro il giro d'affari stimato) sottratto all'imposizione fiscale.
Nel settembre 2008, l'allora Consiglio dei ministri del governo Berlusconi ha approvato un disegno di legge intitolato "misure contro la prostituzione"a firma Mara Carfagna che introduceva nuove pene verso chi si prostituisce in strada o in luoghi pubblici.
Questo disegno di legge, prima sua iniziativa da ministro, modificando la legge Merlin introdurrebbe il reato di esercizio della prostituzione in "luogo pubblico"; in sostanza, a essere colpiti non sarebbero più soltanto i fruitori, ma anche le prostitute stesse. Nessuna restrizione è però prevista a chi vende il proprio corpo in ambienti privati. Prostitute e clienti rischiano da 5 a 15 giorni di arresto e un'ammenda da 200 a 3 000 euro. La pena per chi sfrutta la prostituzione minorile va da 6 a 12 anni e multe da 15 000 a 150 000 euro; il minore potrà essere rimpatriato, purché nel suo interesse.
Secondo una nota congiunta di diverse associazioni (Asgi, Gruppo Abele, On the Road, Caritas Italiana, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comitato per i diritti civili delle prostitute, Comune di Venezia, Consorzio Nova, Dedalus, Save the Children), l'iniziativa dell'ex ministro di vietare la prostituzione in strada avrebbe l'effetto di incentivare lo sfruttamento delle donne all'interno di abitazioni e luoghi privati (fenomeno riguardo al quale la stessa Carfagna ha ammesso l'inesistenza di una regolamentazione chiara), sottolineando inoltre come sia più importante tutelare i diritti delle vittime delle organizzazioni criminali e colpire queste ultime, piuttosto che le prime.
Il disegno di legge Carfagna non è mai stato approvato.

giovedì 19 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), fu scolta una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sopresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di gallia, britannia e spagna (cosa strana perchè avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perchè avrebbe senz'altro problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).

mercoledì 18 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1943 vennero arrestati, a Monaco di Baviera, i componenti del gruppo di opposizione al nazismo denominati "La rosa bianca".
Il gruppo era formato da 5 studenti, poco più che ventenni: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, a cui si aggiunse un loro professore, Kurt Huber.
Essi, in nome dei principi cristiani di tolleranza e giustizia, si opposero al regime di Hitler e alle atrocità commesse contro gli ebrei, e pubblicarono alcuni libretti tra il 42 e il 43 per perorare la loro causa.
Il 18 febbraio del 43, Sophie commise un'imprudenza, e distribuì i volantini dei loro libretti dalle scale dell'atrio dell'università di Monaco. Fu vista da un bidello nazista che subitò la segnalò alla Gestapo e la fece arrestare insieme al fratello. In breve furono catturati anche gli altri membri del gruppo. Sophie fu torturata per 4 giorni, nel tentativo di estorcerle i nomi dei loro simpatizzanti, ma non cedette. I fratelli Scholl furono processati il 22 febbraio e in poche ore ritenuti colpevoli e decapitati il giorno stesso. Gli altri membri subirono la stessa sorte alcuni mesi dopo.
Oggi la Rosa Bianca (Die Weiße Rose in tedesco) è divenuta il simbolo della lotta non violenta ad ogni tipo di tirannia, ed ispirazione di molti movimenti pacifisti nel mondo. La piazza dove è ubicato l'atrio principale dell'Università di Monaco è stata battezzata "Piazza fratelli Scholl", ed un busto di Sophie è conservato all'interno dell'università; nel 2005 è stato anche girato in Germania un film che racconta le ultime fasi della storia di questo gruppo intitolato "Rosa Bianca - Sophie Scholl".

martedì 17 febbraio 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1600 a Roma, presso Campo De' Fiori, veniva mandato a morte per eresia Giordano Bruno, legato nudo a un palo e arso vivo nella piazza.
Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, Enrico III ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso Philip a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tutte le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Martin Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università Galileo Galilei di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".

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