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martedì 14 gennaio 2014

#LaSentinellaDella #Vallata di Francesca Girotto

Quando, per la prima volta, sono salita lassù, tra le Alpi Cozie e il Rocciamelone, ammirando incantata quel gigantesco “guerriero” di pietra che domina la sottostante vallata, qualcuno mi ha raccontato una storia che mi ha affascinata. E’ la leggenda della “Bell’Alda” che da molti secoli i piemontesi hanno racchiuso all’interno della SACRA DI SAN MICHELE.




 Ve la voglio raccontare.





 Si racconta che Alda, una fanciulla di rara bellezza, attorno al XVI secolo, per sfuggire all’inseguimento dei soldati e salvare la sua verginità, si rifugiò dentro la “Sacra” e si gettò, da una torre, nel sottostante dirupo. Miracolosamente si salvò e i soldati, spaventati, fuggirono. Orgogliosamente fiera della grazia ricevuta tentò nuovamente il “volo” ma questa volta si sfracellò contro le rocce.
 
 Devo dirvi che, visitando questo luogo, la mescolanza tra leggenda e storia mi ha trasportata in una sottile atmosfera di mistero e inusitata bellezza come di un luogo fatto di presenze affascinanti e, al tempo stesso, inquietanti.
Ma partiamo dall’inizio.
Questo imponente monumento, costruito fra il 984 e il 990 è situato all’imbocco della Valle di Susa.
Lasciata la tangenziale che da Torino si immette sulla strada del Frejus, sullo sfondo già si staglia la scura sagoma dell’abbazia. Ancora confusa per la lontananza, sembra che la natura, in un momento di bizzarria, abbia “costruito” sulle rocce le torri e i muraglioni. Costeggiando uno dei due laghi di Avigliana si inizia la salita e questo gigante di pietra appare e scompare, a tratti, animandosi improvvisamente stagliato contro un cielo azzurro che ne addolcisce le forme e creando uno strano contrasto fra le pietre e il vuoto che sembra sostenerle. 
 


  Tutt’intorno boschi di castagni e betulle alternano salite erte e brevi discese. Arriviamo finalmente sul piazzale del “sepolcro dei monaci”. Uno spazio che pare sospeso nel vuoto. Qui i Frati Benedettini avevano il loro cimitero, eretto sulle rovine di un antico tempio pagano.
Imbocchiamo il viale che porta all’entrata dell’abbazia. Le pareti laterali della montagna, a strapiombo, mi danno la sensazione di entrare in una dimensione non abituale, quasi di sospensione sul vuoto e di distacco dal paesaggio circostante. Sensazione che aumenta con il vento che soffiando tra le chiome dei cipressi, compone voci e rumori e crea un’invisibile barriera che separa dal resto del mondo.




  La “Porta di Ferro” ci dà il benvenuto al primo incontro con il patrono del monastero: San Michele Arcangelo dipinto nei resti di due affreschi raffigurato nell’atto di trafiggere il demonio, sull’arco esterno della torretta.




   Usciamo e siamo a diretto confronto con la facciata dell’abbazia. L’emozione è intensa e misteriosa. Sostiamo. Sopra di noi, le pietre squadrate del basamento grigio-ferro sembrano in fuga verso il cielo e sostengono le absidi verdognole della chiesa in un vortice di eleganza e di forza, di raffinata essenzialità. 




 
Superato il portone abbiamo di fronte lo “Scalone” e l’”Atrio dei Morti”, due rampe di scale ripidissime da togliere il respiro

Qui venivano sepolti, fino al 1890, gli abati e i benefattori del monastero. Lo “Scalone” è in pura arte romanica, mentre tutt’intorno vi è un miscuglio di stili dove prevale il gotico. Regna il silenzio dell’eternità e delle ombre di chi ci ha preceduti nell’aldilà, eppure l’atmosfera non è cupa, direi serenamente spirituale.  Lo “Scalone” acquista il significato simbolico della salita liberatoria verso l’alto.
 


Varchiamo la “Soglia dello Zodiaco” e dopo le ombre e i chiaroscuri dello Scalone, la salita alla chiesa assume la luminosità di un’ascesa mattutina. Quasi come passare da un tempo carico di inquietudini e domande alla distensione di una risposta che sta per arrivare. Ed eccola qui, in uno splendido portale romanico, l’entrata alla chiesa mi scioglie i nodi che imprigionavano i miei pensieri ed è quasi come ricevere una spinta a guardare le cose e le persone da quella pace e da quella serenità. Il silenzio intorno a me è perfetto, tutto diventa essenziale. Devo fare una precisazione che mi è d’obbligo: quel giorno non era né festivo né domenicale. I turisti e i pellegrini erano pochissimi, quasi assenti. Il tempo giusto e perfetto per visitare questo luogo.

E adesso, difesa da quella pace regalatami dalla salita, entro nella chiesa, un magnifico esempio del progressivo trasformarsi dell’arte romanica in gotica


 
Divisa in tre navate, la chiesa ha tre absidi, rivestite di caldi mattoni che creano un’atmosfera raccolta ed intima. Molti gli affreschi, a cominciare dalla Sepoltura di Gesù, la Madonna morta e la Madonna Assunta.



Sull’Altare Maggiore ammiro estasiata una dolcissima Vergine Maria avvolta in un lungo abito azzurro-verde che tiene i piedi sopra un arco di luna e allatta Gesù Bambino posato su di un lino bianco.  






Nella chiesa vi sono sedici sarcofagi di pietra verde, Vi riposano ventiquattro salme di principi reali di casa Savoia.





 Dalla chiesa, attraverso lo splendido “Portale dei monaci” in stile romanico si esce su un vasto terrazzo che offre una vista indimenticabile sulla Valle di Susa. Di fianco c’è il ballatoio roccioso dal quale si sarebbe buttata la “Bell’Alda” della leggenda. Da questo terrazzo, un tempo, si accedeva al sottostante monastero costruito alla fine del X secolo, non solo per ospitare i monaci, ma anche i pellegrini che da nord si dirigevano a Roma.


I Liguri e i Celti, i Romani e i Goti, i Franchi e i Bizantini, i Longobardi e i Carolingi e infine i Saraceni, passarono di lì, lasciando tracce della loro presenza e dei loro saccheggi. In una stanza ristrutturata del monastero soggiornò Clemente Rebora, rosminiano poeta che veniva spesso qui a trascorrere alcuni mesi d’estate. Nel 1943-44. durante la guerra partigiana, otto Rosminiani tennero a bada tedeschi e fascisti. La “Sacra” in quegli anni divenne rifugio non solo di partigiani, ma anche di uomini della valle, e i Rosminiani, più volte, durante le perquisizioni, rischiarono la vita.

Ogni anno quassù vengono migliaia di persone ma sono in pochi a ricordare che questa è anche un’abitazione sacra.

Ecco, il mio viaggio all’interno della “Sacra di San Michele” è terminato. Non è stata una scampagnata, ho avuto la fortuna di evitare chiassose e alquanto fastidiose carovane di turisti come fiumi in piena. Scendo lentamente verso la valle lasciando rocce, monti, vento e cipressi alla loro guardia eterna.   

Francesca Girotto


imm dal web :www.rosmini.it   - www.it. wikipedia.org

3 commenti:

  1. Si dice che Umberto Eco abbia preso ispirazione proprio dalla Sacra di San Michele per il suo celebre romanzo "Il nome della rosa".

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  2. Si, Primula, si è ispirato a questa Abbazia per l'ambientazione.
    Francesca

    RispondiElimina

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