Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1950 si corre il primo Gran Premio di Formula 1.
Quando un costruttore domina un campionato di Formula 1 si dice sempre che c'è qualcosa che non va. Eppure nella massima serie è sempre stato così, fin dagli inizi. Anzi, proprio dalla prima corsa della storia della Formula 1: era il 13 maggio 1950 e Alfa Romeo si aggiudicava il primo Gran Premio della storia della F.1 moderna, il "III RAC British Grand Prix" che si corse sul circuito di Silverstone, che quell'anno è anche titolato come "Gran Premio d'Europa".
Alla bandiera a scacchi il dominio dell'Alfa Romeo fu evidente: si impose Giuseppe "Nino" Farina, che fu accompagnato sul podio da Luigi Fagioli e dall'astro nascente Juan Manuel Fangio. Farina a Silverstone è anche autore del primo "hat trick" della storia, aggiudicandosi anche la pole e il giro veloce. A consentire lo strabiliante successo fu anche la potente Alfa Romeo 158, detta “Alfetta”, che nonostante l'età risalente addirittura a prima della guerra (il progetto è del 1938) è molto competitiva.
Il regolamento della neonata F.1 prevedeva che le vetture potessero essere equipaggiate con un motore da 1,5 litri sovralimentato, oppure da 4,5 litri con alimentazione atmosferica: la Alfetta 158 ha un 8 cilindri in linea da 1479 cc con compressore a due stadi che, partendo da una potenza di 195 CV nel '38, nelle sue evoluzioni successive arriverà a Silverstone nel 1950 con quasi 300 CV. Nel 1951 con la "159", evoluzione della stessa "158" con la quale Fangio si aggiudicherà ancora il Campionato del Mondo, il motore arriverà a una potenza massima di 425 CV (450 in prova), grazie a un compressore a doppio stadio e a tutta una serie di altre migliorie. Il regolamento inoltre non esprime un limite di peso per le vetture, né per la quantità di carburante imbarcato.
Con la potente Alfetta la squadra del Biscione vince sei GP sui sette in calendario nel 1950 tra quelli scelti dalla FIA come validi per l'assegnazione del primo titolo piloti: il Campione del Mondo è il 44enne Nino Farina. L'anno successivo la squadra italiana si ripeterà con Fangio, che aveva perso il titolo 1950 contro il compagno proprio all'ultimo GP. Sulla 159 l'argentino vincerà il campionato 1951, che fu anche quello della prima vittoria in Formula 1 della Ferrari, che avverrà proprio a Silverstone il 14 luglio del 1951. La squadra Alfa Romeo, che allora era di proprietà dell'IRI, si ritirerà dalla Formula 1 nel 1952 per concentrarsi sulla produzione delle vetture di serie. Per rivedere il marchio Alfa Romeo in F.1 bisognerà attendere il 1961, quando fu avviata la fornitura di propulsori alle monoposto LDS, Cooper e De Tomaso. Alfa ritornerà invece in F.1 come costruttore nel 1979 con la 177.
Dal 2018, corre nuovamente con una vettura a nome suo.
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lunedì 13 maggio 2024
domenica 12 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1995 Mia Martini muore per un arresto cardiocircolatorio.
Voce italiana tra le più belle, scomparsa in circostanze mai del tutto chiarite, Domenica Berté, in arte Mia Martini, nasce a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, il 20 settembre 1947, secondogenita di quattro figlie. Tra queste, c'è anche Loredana Berté, anche lei cantante italiana molto apprezzata.
L'infanzia e la prima gioventù sono già all'insegna della musica. La piccola Domenica trascorre i suoi primi anni a Porto Recanati ma ci mette poco a convincere la mamma, Maria Salvina Dato, a portarla a Milano, in cerca di fortuna nel mondo della musica. Qui, nel 1962, incontra il discografico Carlo Alberto Rossi e diventa una "ragazza ye-ye", ossia una corista per brani twist e rock del periodo. Ma la cantante calabrese già a quell'età si ispira ad Aretha Franklin e il noto produttore la lancia con il suo primo 45 giri, nel 1963, con il nome d'arte di Mimì Berté. L'anno dopo, vince il Festival di Bellaria e si impone anche alla stampa come promettente interprete, grazie al brano "Il magone". Questa piccola ribalta però, dura poco. Nel 1969 la futura Mia Martini si trasferisce a Roma, insieme con la madre e le sorelle. Conosce Renato Fiacchini, anche lui aspirante cantante non ancora "diventato" Renato Zero, e con la sorella Loredana si guadagna da vivere in diversi modi, non rinunciando al sogno della musica. È un momento delicato della sua vita, uno dei tanti. A confermarlo, sempre nel 1969, l'arresto per possesso di droghe leggere e i conseguenti quattro mesi di carcere a Tempio Pausania.
L'incontro decisivo però, arriva nel 1970. Il fondatore dello storico locale Piper, Alberigo Crocetta, la proietta in un orizzonte internazionale, lanciandola al grande pubblico. Mimì Berté diventa Mia Martini e la giovane e ribelle cantante calabrese trova la sua dimensione, in un look e un bagaglio artistico più vicino alla sua identità. "Padre davvero" è il primo brano a nome Mia Martini ed esce già nel 1971, per la Rca Italiana. La Rai ci mette poco a censurarlo: l'argomento è quello di una figlia che si ribella al padre violento. Ciononostante, la canzone vince il Festival di Musica d'Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio. Sul retro di questo primo 45 giri c'è anche "Amore... amore... un corno", altro brano di rottura scritto da un giovane Claudio Baglioni.
Nel novembre sempre del 1971 esce l'album "Oltre la collina", uno dei migliori della cantante, il quale affronta temi come la disperazione e il suicidio. Anche in questo lavoro trova spazio il giovanissimo Baglioni, in un paio di brani, mentre Lucio Battisti, attratto dalla sorprendente vocalità della "zingaresca" cantante, la vuole in Tv nello speciale "Tutti insieme". Qui, Mia Martini canta "Padre davvero", senza alcuna censura. La consacrazione è dietro l'angolo.
Nel 1972 la secondogenita dei Berté segue Alberigo Crocetta alla Ricordi di Milano, dove incide "Piccolo uomo", che si rivela un grande successo. Il testo è di Bruno Lauzi e l'interpretazione è magistrale, tanto che vince il Festivalbar di quell'anno. Esce l'album "Nel Mondo", in cui figura anche il grande Vinicius De Moraes, e riceve il Premio dalla Critica come miglior LP del 1972.
Proprio la critica fino agli anni '80 è sempre dalla sua parte, riconoscendole un valore e una forza innovativa che non ha eguali in Italia. Lo conferma il Premio della Critica che vince proprio nel 1982 al Festival di Sanremo, il quale viene creato appositamente per quell'edizione con il fine di assegnarle un riconoscimento e che, dal 1996, si chiama "Premio Mia Martini".
Ma è il 1973 l'anno del capolavoro. "Minuetto", firmato Franco Califano e Dario Baldan Bembo, è in assoluto il suo 45 giri più venduto. Con il brano vince di nuovo il Festivalbar, a pari merito con Marcella Bella. Da questo momento, i suoi dischi e brani vengono tradotti anche all'estero, Germania, Spagna e Francia, soprattutto. Oltralpe, la paragonano alla leggendaria Edith Piaf. La critica europea nel 1974 la considera la cantante dell'anno e con "È proprio come vivere", Mia Martini vince il Disco d'oro: un milione di dischi venduti negli ultimi tre anni. L'anno dopo, nel 1975, la Rai le tributa il dovuto, con lo special "Mia", in cui figurano anche Lino Capolicchio e Gabriella Ferri.
Registra la cover "Donna con te", che spopola in classifica e il referendum "Vota la voce", indetto dal settimanale Tv Sorrisi e Canzoni, la proclama cantante donna dell'anno. Sono anni di grande successo commerciale, accompagnati però da interpretazioni che la cantante esegue soprattutto per oneri contrattuali. Il matrimonio con la Ricordi si rompe ma la casa milanese cita in tribunale Mia Martini, che avrebbe sciolto in anticipo il contratto, e ottiene il sequestro di beni e guadagni, oltre al pagamento di un'altissima penale.
Passa alla Rca, e incide "Che vuoi che sia se t'ho aspettato tanto". L'album accoglie altri autori non ancora celebri, come Amedeo Minghi e Pino Mango, mentre gli arrangiamenti sono di Luis Enriquez Bacalov. In Francia, il famoso cantautore e attore francese Charles Aznavour la nota e la vuole con sé in un grande recital all'Olympia di Parigi, tempio sacro della musica in Francia. Lo spettacolo viene bissato al Sistina di Roma e nel 1977 Mia Martini viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival con la canzone "Libera". Si piazza tredicesima in classifica, ma il singolo viene tradotto quasi in tutto il mondo.
Sono gli anni della relazione con il cantante Ivano Fossati, di cui si innamora durante la registrazione del disco "Per amarti", in cui è presente il brano "Ritratto di donna", che vince il premio della critica al World Popular Song Festival Yamaha di Tokyo. Con Fossati, Mia Martini passa all'etichetta Warner e pubblica i dischi "Vola" e l'ottimo "Danza", del 1979, che contiene i successi firmati dal cantautore "Canto alla luna" e "La costruzione di un amore".
Nel 1981 si opera alla corde vocali, vedendo modificato il suo timbro verso un tono più roco. È una cantautrice adesso e l'album "Mimì", arrangiato dall'ex Blood Sweet and Tears, Dick Halligan, propone dieci brani quasi interamente autografi. Nel 1982 partecipa per la prima volta a Sanremo con il brano scritto da Ivano Fossati "E non finisce mica il cielo", che inaugura il Premio della Critica. Sempre nello stesso anno, realizza "Quante volte", arrangiato da Shel Shapiro, che ottiene un grande successo anche all'estero.
Il 1983 è l'anno del suo ritiro dalla scene, causato da una diceria che legherebbe alla sua presenza eventi negativi e che da alcuni anni si porta dietro. Il silenzio dura fino al 1989, quando l'amico Renato Zero convince il direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare al famoso concorso canoro. Il brano "Almeno tu, nell'universo" è un successo e vince nuovamente il Premio della Critica. Sull'onda dell'entusiasmo, Mia Martini incide l'album "Martini Mia", per la casa Fonit Cetra. Il brano "Donna", firmato dal musicista Enzo Gragnaniello, va al Festivalbar e il disco si aggiudica il Disco d'oro, per le oltre 100.000 copie vendute. L'anno dopo, a Sanremo, il brano scritto da Franco Califano, "La nevicata del '56", vince il terzo Premio della critica.
Nel 1992 torna sul palco dell'Ariston con un altro successo, "Gli uomini non cambiano". Arriva seconda, dopo Luca Barbarossa. Nello stesso anno incide "Lacrime", che le dà l'ultimo Disco d'oro e viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival, in Svezia, dove viene molto applaudita.
Sono gli anni in cui si riavvicina alla sorella Loredana Berté, dopo molti anni in cui i rapporti erano rimasti freddi e con lei, nel 1993, accetta di duettare a Sanremo. Il brano "Stiamo come stiamo" però, non sfonda. L'anno dopo, nel 1994, Mia Martini incide per la casa RTI Music "La musica che mi gira intorno", in cui canta cover scelte tra i repertori di cantanti come De André, De Gregori e Lucio Dalla. È, questo, solo uno dei suoi progetti dichiarati di reinterpretare canzoni di altri artisti, come Mina e Tom Waits. Il proposito però, non riesce ad avere un seguito.
Il 14 maggio 1995, a seguito di alcuni giorni di irreperibilità, il suo manager richiese l'intervento delle forze dell'ordine: i vigili del fuoco irruppero quindi nell'appartamento al civico 2 di via Liguria a Cardano al Campo, in provincia di Varese (dove Mia Martini risiedeva da un mese per essere più vicina al padre, con il quale si era riconciliata da diversi anni): il corpo senza vita della cantante venne ritrovato riverso sul letto, in pigiama, con le cuffie del mangianastri nelle orecchie e con il braccio proteso verso un vicino apparecchio telefonico.
La Procura di Busto Arsizio aprì un'inchiesta e dispose l'autopsia, il cui referto indicò come causa della morte dell'artista un arresto cardiaco da overdose di stupefacenti, segnatamente cocaina.
Le ipotesi di suicidio succedutesi nei giorni seguenti il ritrovamento del cadavere sono state più volte smentite dalle sorelle. Alcuni anni dopo Olivia (la minore delle Berté) definì addirittura "stupendo" l'ultimo periodo di vita della cantante, sia dal punto di vista degli impegni professionali che per quanto riguarda l'ambito familiare.
Ai suoi funerali, svoltisi alle 16.30 del 15 maggio nella chiesa di San Giuseppe presso viale Stelvio a Busto Arsizio, presero parte una grande folla (quantificata in quattromila persone dalla Questura di Varese) e un buon numero di persone dello spettacolo e colleghi. La sua bara era coperta da una bandiera del Napoli, la squadra di calcio per cui faceva il tifo. Dopo le esequie il corpo fu cremato; ottemperando alla volontà del padre, le sue ceneri vennero deposte nel cimitero di Cavaria con Premezzo, accanto alla sepoltura dei nonni. L'inchiesta sul decesso venne archiviata in tempi brevi.
Il 12 maggio 1995 Mia Martini muore per un arresto cardiocircolatorio.
Voce italiana tra le più belle, scomparsa in circostanze mai del tutto chiarite, Domenica Berté, in arte Mia Martini, nasce a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, il 20 settembre 1947, secondogenita di quattro figlie. Tra queste, c'è anche Loredana Berté, anche lei cantante italiana molto apprezzata.
L'infanzia e la prima gioventù sono già all'insegna della musica. La piccola Domenica trascorre i suoi primi anni a Porto Recanati ma ci mette poco a convincere la mamma, Maria Salvina Dato, a portarla a Milano, in cerca di fortuna nel mondo della musica. Qui, nel 1962, incontra il discografico Carlo Alberto Rossi e diventa una "ragazza ye-ye", ossia una corista per brani twist e rock del periodo. Ma la cantante calabrese già a quell'età si ispira ad Aretha Franklin e il noto produttore la lancia con il suo primo 45 giri, nel 1963, con il nome d'arte di Mimì Berté. L'anno dopo, vince il Festival di Bellaria e si impone anche alla stampa come promettente interprete, grazie al brano "Il magone". Questa piccola ribalta però, dura poco. Nel 1969 la futura Mia Martini si trasferisce a Roma, insieme con la madre e le sorelle. Conosce Renato Fiacchini, anche lui aspirante cantante non ancora "diventato" Renato Zero, e con la sorella Loredana si guadagna da vivere in diversi modi, non rinunciando al sogno della musica. È un momento delicato della sua vita, uno dei tanti. A confermarlo, sempre nel 1969, l'arresto per possesso di droghe leggere e i conseguenti quattro mesi di carcere a Tempio Pausania.
L'incontro decisivo però, arriva nel 1970. Il fondatore dello storico locale Piper, Alberigo Crocetta, la proietta in un orizzonte internazionale, lanciandola al grande pubblico. Mimì Berté diventa Mia Martini e la giovane e ribelle cantante calabrese trova la sua dimensione, in un look e un bagaglio artistico più vicino alla sua identità. "Padre davvero" è il primo brano a nome Mia Martini ed esce già nel 1971, per la Rca Italiana. La Rai ci mette poco a censurarlo: l'argomento è quello di una figlia che si ribella al padre violento. Ciononostante, la canzone vince il Festival di Musica d'Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio. Sul retro di questo primo 45 giri c'è anche "Amore... amore... un corno", altro brano di rottura scritto da un giovane Claudio Baglioni.
Nel novembre sempre del 1971 esce l'album "Oltre la collina", uno dei migliori della cantante, il quale affronta temi come la disperazione e il suicidio. Anche in questo lavoro trova spazio il giovanissimo Baglioni, in un paio di brani, mentre Lucio Battisti, attratto dalla sorprendente vocalità della "zingaresca" cantante, la vuole in Tv nello speciale "Tutti insieme". Qui, Mia Martini canta "Padre davvero", senza alcuna censura. La consacrazione è dietro l'angolo.
Nel 1972 la secondogenita dei Berté segue Alberigo Crocetta alla Ricordi di Milano, dove incide "Piccolo uomo", che si rivela un grande successo. Il testo è di Bruno Lauzi e l'interpretazione è magistrale, tanto che vince il Festivalbar di quell'anno. Esce l'album "Nel Mondo", in cui figura anche il grande Vinicius De Moraes, e riceve il Premio dalla Critica come miglior LP del 1972.
Proprio la critica fino agli anni '80 è sempre dalla sua parte, riconoscendole un valore e una forza innovativa che non ha eguali in Italia. Lo conferma il Premio della Critica che vince proprio nel 1982 al Festival di Sanremo, il quale viene creato appositamente per quell'edizione con il fine di assegnarle un riconoscimento e che, dal 1996, si chiama "Premio Mia Martini".
Ma è il 1973 l'anno del capolavoro. "Minuetto", firmato Franco Califano e Dario Baldan Bembo, è in assoluto il suo 45 giri più venduto. Con il brano vince di nuovo il Festivalbar, a pari merito con Marcella Bella. Da questo momento, i suoi dischi e brani vengono tradotti anche all'estero, Germania, Spagna e Francia, soprattutto. Oltralpe, la paragonano alla leggendaria Edith Piaf. La critica europea nel 1974 la considera la cantante dell'anno e con "È proprio come vivere", Mia Martini vince il Disco d'oro: un milione di dischi venduti negli ultimi tre anni. L'anno dopo, nel 1975, la Rai le tributa il dovuto, con lo special "Mia", in cui figurano anche Lino Capolicchio e Gabriella Ferri.
Registra la cover "Donna con te", che spopola in classifica e il referendum "Vota la voce", indetto dal settimanale Tv Sorrisi e Canzoni, la proclama cantante donna dell'anno. Sono anni di grande successo commerciale, accompagnati però da interpretazioni che la cantante esegue soprattutto per oneri contrattuali. Il matrimonio con la Ricordi si rompe ma la casa milanese cita in tribunale Mia Martini, che avrebbe sciolto in anticipo il contratto, e ottiene il sequestro di beni e guadagni, oltre al pagamento di un'altissima penale.
Passa alla Rca, e incide "Che vuoi che sia se t'ho aspettato tanto". L'album accoglie altri autori non ancora celebri, come Amedeo Minghi e Pino Mango, mentre gli arrangiamenti sono di Luis Enriquez Bacalov. In Francia, il famoso cantautore e attore francese Charles Aznavour la nota e la vuole con sé in un grande recital all'Olympia di Parigi, tempio sacro della musica in Francia. Lo spettacolo viene bissato al Sistina di Roma e nel 1977 Mia Martini viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival con la canzone "Libera". Si piazza tredicesima in classifica, ma il singolo viene tradotto quasi in tutto il mondo.
Sono gli anni della relazione con il cantante Ivano Fossati, di cui si innamora durante la registrazione del disco "Per amarti", in cui è presente il brano "Ritratto di donna", che vince il premio della critica al World Popular Song Festival Yamaha di Tokyo. Con Fossati, Mia Martini passa all'etichetta Warner e pubblica i dischi "Vola" e l'ottimo "Danza", del 1979, che contiene i successi firmati dal cantautore "Canto alla luna" e "La costruzione di un amore".
Nel 1981 si opera alla corde vocali, vedendo modificato il suo timbro verso un tono più roco. È una cantautrice adesso e l'album "Mimì", arrangiato dall'ex Blood Sweet and Tears, Dick Halligan, propone dieci brani quasi interamente autografi. Nel 1982 partecipa per la prima volta a Sanremo con il brano scritto da Ivano Fossati "E non finisce mica il cielo", che inaugura il Premio della Critica. Sempre nello stesso anno, realizza "Quante volte", arrangiato da Shel Shapiro, che ottiene un grande successo anche all'estero.
Il 1983 è l'anno del suo ritiro dalla scene, causato da una diceria che legherebbe alla sua presenza eventi negativi e che da alcuni anni si porta dietro. Il silenzio dura fino al 1989, quando l'amico Renato Zero convince il direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare al famoso concorso canoro. Il brano "Almeno tu, nell'universo" è un successo e vince nuovamente il Premio della Critica. Sull'onda dell'entusiasmo, Mia Martini incide l'album "Martini Mia", per la casa Fonit Cetra. Il brano "Donna", firmato dal musicista Enzo Gragnaniello, va al Festivalbar e il disco si aggiudica il Disco d'oro, per le oltre 100.000 copie vendute. L'anno dopo, a Sanremo, il brano scritto da Franco Califano, "La nevicata del '56", vince il terzo Premio della critica.
Nel 1992 torna sul palco dell'Ariston con un altro successo, "Gli uomini non cambiano". Arriva seconda, dopo Luca Barbarossa. Nello stesso anno incide "Lacrime", che le dà l'ultimo Disco d'oro e viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival, in Svezia, dove viene molto applaudita.
Sono gli anni in cui si riavvicina alla sorella Loredana Berté, dopo molti anni in cui i rapporti erano rimasti freddi e con lei, nel 1993, accetta di duettare a Sanremo. Il brano "Stiamo come stiamo" però, non sfonda. L'anno dopo, nel 1994, Mia Martini incide per la casa RTI Music "La musica che mi gira intorno", in cui canta cover scelte tra i repertori di cantanti come De André, De Gregori e Lucio Dalla. È, questo, solo uno dei suoi progetti dichiarati di reinterpretare canzoni di altri artisti, come Mina e Tom Waits. Il proposito però, non riesce ad avere un seguito.
Il 14 maggio 1995, a seguito di alcuni giorni di irreperibilità, il suo manager richiese l'intervento delle forze dell'ordine: i vigili del fuoco irruppero quindi nell'appartamento al civico 2 di via Liguria a Cardano al Campo, in provincia di Varese (dove Mia Martini risiedeva da un mese per essere più vicina al padre, con il quale si era riconciliata da diversi anni): il corpo senza vita della cantante venne ritrovato riverso sul letto, in pigiama, con le cuffie del mangianastri nelle orecchie e con il braccio proteso verso un vicino apparecchio telefonico.
La Procura di Busto Arsizio aprì un'inchiesta e dispose l'autopsia, il cui referto indicò come causa della morte dell'artista un arresto cardiaco da overdose di stupefacenti, segnatamente cocaina.
Le ipotesi di suicidio succedutesi nei giorni seguenti il ritrovamento del cadavere sono state più volte smentite dalle sorelle. Alcuni anni dopo Olivia (la minore delle Berté) definì addirittura "stupendo" l'ultimo periodo di vita della cantante, sia dal punto di vista degli impegni professionali che per quanto riguarda l'ambito familiare.
Ai suoi funerali, svoltisi alle 16.30 del 15 maggio nella chiesa di San Giuseppe presso viale Stelvio a Busto Arsizio, presero parte una grande folla (quantificata in quattromila persone dalla Questura di Varese) e un buon numero di persone dello spettacolo e colleghi. La sua bara era coperta da una bandiera del Napoli, la squadra di calcio per cui faceva il tifo. Dopo le esequie il corpo fu cremato; ottemperando alla volontà del padre, le sue ceneri vennero deposte nel cimitero di Cavaria con Premezzo, accanto alla sepoltura dei nonni. L'inchiesta sul decesso venne archiviata in tempi brevi.
sabato 11 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1994 la Guardia di Finanza compie i primi sequestri di quella che fu battezzata "Italian Crackdown".
L’11 Maggio del 1994 prendeva drammaticamente corpo l’operazione Hardware1, più tristemente nota come Italian Crackdown o Fidobust. All’alba di quel mercoledì, uno spiegamento di forze senza precedenti perquisiva contemporaneamente le sedi di 173 BBS pubblici, sequestrando indiscriminatamente tutto ciò che, nella perquisizione, avesse anche lontana attinenza con l’informatica.
Nonostante all’epoca internet fosse una entità ancora da venire, la telematica personale era nel nostro paese una realtà consolidata, in larga parte grazie alla presenza diffusa di Fidonet, una rete internazionale di sistemi telematici aperti, gratuiti e connessi in rete fra di loro, che offrivano servizi di messaggistica e distribuzione di quello che oggi definiremo software aperto. Dal 1985 la rete Fidonet – composta esclusivamente da entusiasti innovatori che investivano tempo e risorse nell’interesse della collettività – si era profondamente evoluta ed era arrivata ad interconnettere alcune centinaia di sistemi locali, che assommavano svariate migliaia di utenti.
Erano gli anni pionieristici della prima diffusione dei personal computer, ma in Fidonet vi era già grande attenzione alle problematiche legate alle licenze ed al copyright: il regolamento (la policy) imponeva infatti che “(il gestore del nodo) non promuove o partecipa alla distribuzione di software piratato e non ha altri tipi di comportamento illegale via FidoNet”, norma sempre rispettata senza grandi problemi.
Fidonet anticipava di gran lunga una direttiva CEE, che nel 1992 invitava gli stati membri ad emanare regolamentazioni nazionali atte a tutelare il diritto di autore in materia di software, che, in mancanza di legislazione specifica, era interpretato in maniera del tutto disomogenea.
L’Italia scelse di andare ben oltre le richieste CEE, ed associò alla detenzione di software non originale non solo conseguenze civilistiche, ma anche pesantissime sanzioni penali. Nonostante la legge le limitasse ai soli casi in cui vi fosse finalità di lucro, l’interpretazione che ne veniva data in quei tempi era che il lucro fosse costituito dal mancato esborso di denaro, senza sostanziale differenza se a duplicare abusivamente software fosse un ragazzino collezionista o un negoziante che lo vendesse illecitamente.
Sta di fatto che l’indagine prese il via proprio da due ragazzini del pesarese che scambiavano software. Nei loro computer fu trovato un elenco di BBS ai quali, come altre migliaia di appassionati, si collegavano frequentemente. Furono proprio quei numeri memorizzati ad essere considerate le prove principe dell’esistenza di una estesa organizzazione dedita allo spaccio di software. Cosa che aggiunta all’assioma che il possesso di una apparecchiatura atta alla duplicazione (leggi, un computer) giustificasse le perquisizioni, diede il la all’operazione, sostenuta da accuse pesantissime (associazione a delinquere, duplicazione fraudolenta di software, violazione di sistemi informatici terzi, persino contrabbando), e senza alcuna indagine preliminare.
E’ inutile sottolineare che la vicenda sconvolse la vita di tantissime persone, animate solo da interesse verso la tecnologia e volontà di offrire un servizio alla collettività. La loro unica colpa fu di avere il numero del proprio BBS registrato nella rubrica telefonica delle persone sbagliate, pagando così lo scotto dell’incompetenza altrui nei confronti di una materia nuova e ostica.
Con il tempo fu evidente come la realtà fosse totalmente diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti, e che i sysop della rete Fidonet erano completamente estranei al mondo della pirateria del software. Ma la vicenda fu estremamente dolorosa ed ebbe come conseguenza la decimazione della rete. Oltre ai tanti nodi chiusi perché sottoposti a sequestro, e che non riaprirono più, furono in molti a ritenere che il rischio derivante dal gestire un BBS fosse assolutamente ingiustificato ed a chiudere le attività.
L'11 maggio 1994 la Guardia di Finanza compie i primi sequestri di quella che fu battezzata "Italian Crackdown".
L’11 Maggio del 1994 prendeva drammaticamente corpo l’operazione Hardware1, più tristemente nota come Italian Crackdown o Fidobust. All’alba di quel mercoledì, uno spiegamento di forze senza precedenti perquisiva contemporaneamente le sedi di 173 BBS pubblici, sequestrando indiscriminatamente tutto ciò che, nella perquisizione, avesse anche lontana attinenza con l’informatica.
Nonostante all’epoca internet fosse una entità ancora da venire, la telematica personale era nel nostro paese una realtà consolidata, in larga parte grazie alla presenza diffusa di Fidonet, una rete internazionale di sistemi telematici aperti, gratuiti e connessi in rete fra di loro, che offrivano servizi di messaggistica e distribuzione di quello che oggi definiremo software aperto. Dal 1985 la rete Fidonet – composta esclusivamente da entusiasti innovatori che investivano tempo e risorse nell’interesse della collettività – si era profondamente evoluta ed era arrivata ad interconnettere alcune centinaia di sistemi locali, che assommavano svariate migliaia di utenti.
Erano gli anni pionieristici della prima diffusione dei personal computer, ma in Fidonet vi era già grande attenzione alle problematiche legate alle licenze ed al copyright: il regolamento (la policy) imponeva infatti che “(il gestore del nodo) non promuove o partecipa alla distribuzione di software piratato e non ha altri tipi di comportamento illegale via FidoNet”, norma sempre rispettata senza grandi problemi.
Fidonet anticipava di gran lunga una direttiva CEE, che nel 1992 invitava gli stati membri ad emanare regolamentazioni nazionali atte a tutelare il diritto di autore in materia di software, che, in mancanza di legislazione specifica, era interpretato in maniera del tutto disomogenea.
L’Italia scelse di andare ben oltre le richieste CEE, ed associò alla detenzione di software non originale non solo conseguenze civilistiche, ma anche pesantissime sanzioni penali. Nonostante la legge le limitasse ai soli casi in cui vi fosse finalità di lucro, l’interpretazione che ne veniva data in quei tempi era che il lucro fosse costituito dal mancato esborso di denaro, senza sostanziale differenza se a duplicare abusivamente software fosse un ragazzino collezionista o un negoziante che lo vendesse illecitamente.
Sta di fatto che l’indagine prese il via proprio da due ragazzini del pesarese che scambiavano software. Nei loro computer fu trovato un elenco di BBS ai quali, come altre migliaia di appassionati, si collegavano frequentemente. Furono proprio quei numeri memorizzati ad essere considerate le prove principe dell’esistenza di una estesa organizzazione dedita allo spaccio di software. Cosa che aggiunta all’assioma che il possesso di una apparecchiatura atta alla duplicazione (leggi, un computer) giustificasse le perquisizioni, diede il la all’operazione, sostenuta da accuse pesantissime (associazione a delinquere, duplicazione fraudolenta di software, violazione di sistemi informatici terzi, persino contrabbando), e senza alcuna indagine preliminare.
E’ inutile sottolineare che la vicenda sconvolse la vita di tantissime persone, animate solo da interesse verso la tecnologia e volontà di offrire un servizio alla collettività. La loro unica colpa fu di avere il numero del proprio BBS registrato nella rubrica telefonica delle persone sbagliate, pagando così lo scotto dell’incompetenza altrui nei confronti di una materia nuova e ostica.
Con il tempo fu evidente come la realtà fosse totalmente diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti, e che i sysop della rete Fidonet erano completamente estranei al mondo della pirateria del software. Ma la vicenda fu estremamente dolorosa ed ebbe come conseguenza la decimazione della rete. Oltre ai tanti nodi chiusi perché sottoposti a sequestro, e che non riaprirono più, furono in molti a ritenere che il rischio derivante dal gestire un BBS fosse assolutamente ingiustificato ed a chiudere le attività.
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