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mercoledì 14 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 1938 nasce Tiziano Terzani.
Tiziano Terzani, scrittore capace con le sue opere di avere grande risonanza nel mondo culturale italiano e mondiale, nasce a Firenze il 14 settembre 1938. Laureatosi con lode in Giurisprudenza nel 1962 presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, frequentata grazie a una borsa di studio, tre anni dopo viene inviato in Giappone dall'azienda Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
Consegue poi un Master in Affari Internazionali alla Columbia University di New York, seguendo corsi di storia e lingua cinese. Dai primi anni '70 è corrispondente dall'Asia per il settimanale tedesco "Der Spiegel". Esce nel 1973 il suo libro "Pelle di Leopardo", dedicato alla guerra in Vietnam.
Durante il 1975 è uno dei pochissimi giornalisti che resta a Saigon, in Vietnam, assistendo alla presa di potere da parte dei comunisti: sulla base di questa esperienza Tiziano Terzani scriverà "Giai Phong! La liberazione di Saigon", lavoro che troverà traduzione in varie lingue.
Nel 1979, dopo quattro anni passati ad Hong Kong, si trasferisce con la famiglia a Pechino: per comprendere meglio la realtà cinese viaggia visitando città e paesi chiusi agli stranieri, facendo frequentare ai suoi figli la scuola pubblica cinese.
Il suo libro successivo è "Holocaust in Kambodsch" (1981) dove Terzani racconta il suo viaggio in Cambogia, a Phnom Penh, dopo l'intervento vietnamita.
Viene espulso dalla Cina nel 1984 per "attività controrivoluzionarie": racconta il suo dissenso in "La porta proibita".
Durante il 1985 risiede ad Hong Kong, poi si trasferisce a Tokyo dove rimane fino al 1990.
Intanto collabora con diversi quotidiani e riviste italiane ("Corriere della Sera", "La Repubblica", "L'Espresso", "Alisei") e con la radio e tv svizzera in lingua italiana insieme a Leandro Manfrini.
Sul crollo dell'impero sovietico pubblica nel 1992 "Buonanotte, Signor Lenin": il libro viene selezionato per il "Thomas Cook Award", il premio inglese per la letteratura di viaggio.
Nel 1994 si stabilisce in India assieme alla moglie Angela Staude, scrittrice, e ai due figli.
Nel 1995 viene pubblicato "Un indovino mi disse", cronaca di corrispondente in Asia che per un anno ha vissuto senza mai prendere aerei: questo lavoro diventa un vero e proprio bestseller. A quest'ultimo fa seguito il libro "In Asia" (1998), a metà tra reportage e racconto autobiografico.
Nel 2002 pubblica "Lettere contro la guerra", sull'intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan e sul terrorismo. Il libro, per i suoi contenuti decisamente forti, viene rifiutato da tutti gli editori di lingua anglosassone.
Inizia poi un "pellegrinaggio" che lo porta a intervenire in diverse scuole e incontri pubblici, appoggiando Gino Strada ed Emergency nella causa "Fuori l'Italia dalla guerra".
Nel 2004 esce "Un altro giro di giostra", viaggio nel bene e nel male del nostro tempo, alla ricerca di una cura contro il cancro di cui Terzani è affetto dal 2002. Il libro tratta del suo modo di reagire alla malattia - un tumore all'intestino - cioè quello di viaggiare per il mondo e osservare con lo stesso spirito giornalistico di sempre, le tecniche della più moderna medicina occidentale come quelle delle medicine alternative. Si tratta del viaggio più difficile da lui affrontato, alla ricerca di una pace interiore che lo porterà ad accettare serenamente la morte.
Tiziano Terzani muore a Orsigna (Pistoia) il 28 luglio 2004.
Il figlio Fosco Terzani pubblicherà poi nel 2006 una lunga intervista al padre dal titolo "La fine è il mio inizio", dal quale fu poi tratto un film con Bruno Ganz ed Elio Germano. Altra opera postuma sarà "Fantasmi - Dispacci dalla Cambogia", pubblicata nel 2008.

martedì 13 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre,
Il 13 settembre 1944 il questore di Fiume Giovanni Palatucci, che avrebbe salvato quasi 5000 ebrei falsificandone i documenti, viene arrestato dai tedeschi e successivamente deportato a  Dachau, dove muore il 10 febbraio dell'anno successivo.
Giovanni Palatucci viene ricordato come il commissario di pubblica sicurezza che salvò dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e fu per questo deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì. Per le sue gesta, Giovanni Palatucci è Medaglia d'oro al merito civile, Giusto tra le nazioni per lo Yad Vashem (12 settembre 1990) e Servo di Dio per la Chiesa cattolica.
Ma a dar retta al crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i «giusti» italiani, il mito di Palatucci non sarebbe altro che una truffa clamorosa orchestrata da amici e parenti del presunto eroe che si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. L’ipotesi di un salvataggio di massa da parte di Palatucci era già stata categoricamente esclusa dal Ministero degli Interni in un memorandum del luglio 1952 e successivamente dalla commissione dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem nel 1990. In una tavola rotonda organizzata dal Centro Primo Levi alla Casa Italiana Zerilli Merimò di New York, l’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel ha spiegato che sotto la sua supervisione, nel 1990 Palatucci fu riconosciuto «giusto fra le nazioni» per aver aiutato «una sola donna», Elena Aschkenasy, nel 1940, e che la commissione «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».
Eppure nel 1955 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli conferisce una decorazione e nel 1995 lo Stato italiano la Medaglia d'oro al merito civile. Durante la cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo. Nel 2004 si conclude la fase diocesana del processo di canonizzazione con la proclamazione a Servo di Dio dell’eroe morto a Dachau nel ’45, all’età di 35 anni. Ma chi ha condotto la ricerca storica sulla quale si sono basati questi riconoscimenti? Come nasce il mito del «Schindler italiano»? Le biografie ufficiali - di cui l’ultima, Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco con la prefazione del Cardinale Camillo Ruini - parlano di migliaia di ebrei da lui inviati nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni. Il famigerato campo che proprio il vescovo, nel 1953, definì un «luogo di villeggiatura». «Impossibile», replica Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia, «Quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. Un terzo del gruppo finì ad Auschwitz».
Le biografie ricordano poi gli 800 reduci ebrei che nel 1939 si sarebbero clandestinamente imbarcati sul battello greco Agia Zoni che salpò da Fiume il 17 marzo 1939 diretto in Palestina e sarebbe stato allestito personalmente dall’eroico commissario. Ma dal diario della guida del gruppo conservato a Yad Vashem e dai documenti della capitaneria di porto raccolti presso l’Archivio di Stato, si scopre che fu un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo, avvenuta sotto lo stretto controllo dei superiori di Palatucci che non solo innescarono un penoso processo di estorsione ma fecero respingere al confine i più bisognosi dei rifugiati, gli apolidi e i fuoriusciti da Dachau.
Dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali. Proprio a Fiume i censimenti furono condotti con una capillarità ineguagliabile e le leggi applicate con un accanimento che provocò proteste internazionali e la reazione dello stesso Ministero degli Interni. Secondo la monografia di Silva Bon Le Comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945) e i dati raccolti nel Libro della Memoria di Liliana Picciotto, durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia. L’affresco familiare recentemente pubblicato da Silvia Cuttin mostra con lucidità e accuratezza l’esperienza tragica degli ebrei fiumani.
In "Giovanni Palatucci, Una Giusta Memoria" Marco Coslovich ricostruisce l’ambiguo profilo professionale di un vice commissario di polizia che appena trentenne giura fedeltà alla Repubblica di Salò. «Palatucci non fu mai questore di Fiume», rivela Coslovich, «ma vice commissario aggiunto sotto il controllo di superiori notoriamente antisemiti». Tutt’altro che in conflitto con essi, le carte mostrano che egli era considerato un funzionario modello. Definito «insostituibile» dal prefetto Testa, godeva appieno dei suoi favori. Tra aprile e inizio settembre 1944 fu reggente alle dirette dipendenze dei gerarchi di Salò Tullio Tamburini ed Eugenio Cerruti. Anche lo storico Michele Sarfatti nel programma tv "La storia siamo noi" dedicato a Palatucci, nel 2008 ha espresso dubbi sulla plausibilità di numeri sproporzionati rispetto a una comunità di poco più di un migliaio di persone che tra emigrazione e internamento era ridotta a poco più di 500 persone nell’ottobre del 1943.
Secondo lo storico veneziano Simon Levis Sullam l’affaire Palatucci s’inserisce nella questione più vasta di come la persecuzione antiebraica nell’Italia Fascista e il ruolo degli italiani sono stati rappresentati negli anni dalla fine della guerra. Spiega Sullam, co-curatore dell’ultima grande opera sulla Shoah in Italia edita dalla UTET (2012): «Il mito del bravo italiano ha costituito dopo la Seconda guerra mondiale una fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Coslovich sottolinea come più della metà del fascicolo personale di Palatucci riguarda gli sforzi compiuti dal padre Felice e dallo zio Vescovo per la riabilitazione completa del commissario rispetto all’epurazione, la concessione di una pensione di guerra che la legge accordava solo a vedove e orfani dei caduti (Palatucci era invece celibe) e il coinvolgimento del governo italiano nel designare il loro congiunto come «salvatore di ebrei».
Tra il 1952 e il 1953, il Vescovo Giuseppe Maria Palatucci si avvale della collaborazione scritta di Rodolfo Grani, un ebreo fiumano di origine ungherese che aveva conosciuto durante il suo breve internamento a Campagna. Eppure lo storico Mauro Canali, esperto di storia del sistema di polizia fascista all’Università di Camerino, sostiene che nella copiosa fonte documentaria riguardante Grani non vi è segno che abbia mai incontrato Giovanni Palatucci. Aveva invece conosciuto Palatucci il Barone Niel Sachs de Gric, anch’egli ebreo fiumano di origine ungherese, avvocato della curia e rappresentante della Santa Sede per il Concordato con la Jugoslavia. Nel 1952 il vescovo gli invia un articolo da pubblicare sull’Osservatore Romano con «l’invito» a firmarlo al suo posto. I documenti attribuiti a Grani e Sachs, la cui autenticità è tutta da verificare e nessuno dei quali ricevette l’aiuto del commissario, sono all’origine dell’epica palatucciana. L’ultimo tassello della leggenda a cadere è quello relativo alle circostanze della sua morte. La motivazione dell’arresto firmata da Herbert Kappler e depositata all’Archivio Centrale dello Stato non lascia dubbi: Palatucci fu accusato di tradimento dai tedeschi per aver trasmesso al nemico (gli inglesi), documenti della Repubblica Sociale di Salò che chiedevano di trattare l’indipendenza di Fiume, non per aver protetto gli ebrei di quella città.

lunedì 12 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre 1992 Ambrogio Fogar cade in un incidente durante una spedizione e rimane paralizzato.
Ambrogio Fogar nasce a Milano il 13 Agosto 1941. Fin da giovanissimo coltiva la passione per l'avventura. A soli diciotto anni attraversa le Alpi con gli sci per ben due volte. Successivamente si dedica al volo: al suo 56° lancio con il paracadute subisce un grave incidente, ma si salva con grande fortuna. La paura e lo spavento non lo fermano e arriva ad ottenere il brevetto di pilota per piccoli aerei acrobatici.
Nasce poi un grande amore per il mare. Nel 1972 attraversa in solitario l'Atlantico del Nord per buona parte senza l'uso del timone. Nel gennaio 1973 partecipa alla regata Città del Capo - Rio de Janeiro.
Dal giorno 1 novembre 1973 fino al 7 dicembre 1974 compie il giro del mondo in barca a vela in solitario navigando da Est verso Ovest contro le correnti e il senso dei venti. E' il 1978 quando "Surprise", la sua barca, nel tentativo di circumnavigare l'Antartide viene affondata da un'orca e naufraga al largo delle isole Falkland. Comincia la deriva su una zattera che durerà 74 giorni con l'amico giornalista Mauro Mancini. Mentre Fogar verrà tratto in salvo per coincidenze fortuite, l'amico perderà la vita.
Dopo aver trascorso due mesi intensi ed impegnativi in Alaska per imparare a guidare i cani da slitta, Fogar si trasferisce nella zona dell'Himalaia e successivamente in Groenlandia: il suo obiettivo è preparare un viaggio in solitaria, a piedi, per raggiungere il Polo Nord. L'unica compagnia sarà il suo fedele cane Armaduk.
Dopo queste imprese Fogar approda in televisione con la trasmissione "Jonathan: dimensione avventura": per sette anni Fogar girerà il mondo con la sua troupe, realizzando immagini di rara bellezza e spesso in condizioni di estremo pericolo.
Fogar non poteva non subire l'attrazione e il fascino del deserto: tra le sue avventure successive annovera la partecipazione a tre edizioni della Parigi-Dakar oltre a tre Rally dei Faraoni. E' il 12 settembre 1992 quando durante il raid Parigi-Mosca-Pechino la macchina su cui viaggia si capovolge e Ambrogio Fogar si ritrova con la seconda vertebra cervicale spezzata e il midollo spinale tranciato. L'incidente gli provoca un'immobilità assoluta e permanente, che ha come grave danno conseguente l'impossibilità di respirare autonomamente.
Da quel giorno per Ambrogio Fogar resistere è l'impresa più ardua della sua vita.
Durante la sua carriera Fogar è nominato commendatore della Repubblica Italiana e ha ricevuto la medaglia d'oro al valore marinaro.
Nell'estate del 1997 compie un giro d'Italia in barca a vela su di una sedia a rotelle basculante. Battezzato "Operazione Speranza", nei porti dove si ferma, il giro promuove una campagna di sensibilizzazione nei confronti delle persone disabili, destinate a vivere su una carrozzella.
Ambrogio Fogar ha scritto vari libri, due dei quali "Il mio Atlantico" e "La zattera", hanno vinto il Premio Bancarella Sport. Tra gli altri titoli ricordiamo "Quattrocento giorni intorno al mondo", "Il Triangolo delle Bermude", "Messaggi in bottiglia", "L'ultima leggenda", "Verso il Polo con Armaduk", "Sulle tracce di Marco Polo" e "Solo - La forza di vivere".
Per comprendere i valori umani che Fogar rappresentava e che egli stesso voleva trasmettere sarebbero sufficienti poche delle sue stesse parole (tratte dal libro "Solo - La forza di vivere"):
"In queste pagine ho cercato di mettere tutto me stesso. Soprattutto dopo essere stato così duramente ferito dal destino. Tuttavia ho ancora un ritaglio di vita. E' strano scoprire l'intensità che l'uomo ha nei confronti della voglia di vivere: basta una bolla d'aria rubata da una grotta ideale, sommersa dal mare, per dare la forza di continuare quella lotta basata su un solo nome: Speranza. Ecco, se leggendo queste pagine qualcuno sentirà la rinnovata voglia di sperare, avrò assolto il mio impegno, e un altro momento di questa vita così affascinante, così travagliata e così punita si sarà compiuto. Una cosa è certa: nonostante le mie funzioni non siano più quelle di una volta, sono fiero di poter dire che sono ancora un uomo."
Ambrogio Fogar veniva considerato un miracolo umano, ma anche un simbolo e un esempio da seguire: un sopravvissuto che può portare la speranza a quei duemila sfortunati che ogni anno in Italia sono vittime di lesioni midollari; il suo caso clinico dimostra come si può convivere con un handicap gravissimo.
"È la forza della vita che ti insegna a non mollare mai - racconta lui stesso - anche quando sei sul punto di dire basta. Ci sono cose che si scelgono e altre che si subiscono. Nell'oceano ero io a scegliere, e la solitudine diventava una compagnia. In questo letto sono costretto a subire, ma ho imparato a gestire le emozioni e non mi faccio più schiacciare dai ricordi. Non mi arrendo, non voglio perdere".
Dal suo letto Ambrogio Fogar aiutava la raccolta di fondi per l'associazione mielolesi, era testimonial per Greenpeace contro la caccia alle balene, rispondeva alle lettere degli amici e collaborava con "La Gazzetta dello Sport" e "No Limits world".
Dalla scienza arrivavano buone notizie. Le cellule staminali danno qualche chance: si sperimentano per la sclerosi multipla, poi, forse, per le lesioni midollari. Contemporaneamente all'uscita del suo ultimo libro "Contro vento - La mia avventura più grande", nel mese di giugno 2005 arrivava la notizia che Ambrogio Fogar era pronto a recarsi in Cina per sottoporsi alle cure con cellule fetali del neurochirurgo Hongyun. Poche settimane dopo, il 24 agosto 2005, Ambrogio Fogar si spegneva, a causa di un arresto cardiaco.
"Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo", diceva Fogar. E in quel cielo, tra le le stelle, ce n'è una che porta il suo nome: Ambrofogar Minor Planet 25301. Gli astronomi che l'hanno scoperta l'hanno dedicata a lui. È piccola, ma aiuta a sognare ancora un po'.

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