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lunedì 19 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 480 a.C. si combatte la battaglia delle Termopili.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migliori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. Quindi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Ingiustamente i Tebani sono passati alla storia per essere stati trattenuti come ostaggi: non è  realistico che Leonida tenesse presso di sé tanti possibili disertori, ma è più probabile che fossero fuoriusciti Tebani, oppositori del partito della madrepatria che invece era schierato ormai apertamente per Serse.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondati li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
Qual è il significato militare della battaglia delle Termopili? Alto, perché aveva confermato nei greci il risultato della battaglia di Maratona, ovvero li aveva convinti della propria superiorità morale e materiale sui Persiani, a condizione di individuare la chiave tattica migliore per esplicarla.
Il risultato politico fu forse ancora maggiore, perché dopo le Termopili i margini di trattativa tra i Greci e i Persiani si erano annullati: la coalizione greca non poteva più contemplare la resa ma era ormai costretta a resistere, perché la pazienza e la benevolenza del re dei re si era ormai esaurita.
I Greci erano costretti ad essere compatti e seppero trarne vantaggio.

domenica 18 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 agosto.
Il 18 agosto 1940 gli schieramenti che si affrontavano nella Battaglia di Inghilterra subirono entrambi il massimo numero di perdite. Per questo motivo viene ricordato come "il giorno più duro".
Dopo avere ottenuto la resa della Francia, Hitler concentrò i suoi sforzi sulla Gran Bretagna e iniziò a preparare l'invasione dell'Inghilterra, operazione denominata in codice "Leone Marino".
Il piano tedesco si basava sulla superiorità della propria forza aerea rispetto a quella inglese per proteggere i mezzi da sbarco che avrebbero dovuto attraversare la Manica.
Per preparare l'invasione la Luftwaffe di Goring dispiegò 2.820 aerei (costituiti da aerei da caccia, Stuka e caccia-bombardieri) mentre invece la Royal Air Force (RAF), con a capo Sir Hugh Dowding, schierò 591 apparecchi comprendenti gli Spitfire, gli Hurricane e i Defiant.
Churchill preparò una grande trappola agli aerei di Goring, spostando molto a nord della capitale gli aeroporti e tutta la logistica per i rifornimenti ai velivoli. Questa operazione aveva lo scopo di spingere all'interno i caccia tedeschi durante eventuali duelli con quelli inglesi; in questo caso, data la loro scarsa autonomia, anche se fossero scampati al combattimento sarebbero stati impossibilitati a raggiungere le loro basi dato che il carburante non sarebbe stato sufficiente. Molti aerei della Luftwaffe infatti fecero proprio questa fine.
Mussolini inviò pochi velivoli e, per di più, senza radio e senza carlinga; quando provarono ad attraversare la Manica si persero nella nebbia e, al ritorno, non trovarono nemmeno più la base da dove erano partiti; dovettero fare un atterraggio di fortuna e finirono sul territorio di quattro stati diversi!
Le squadriglie tedesche dovevano iniziare i loro attacchi contro la RAF l'11 agosto 1940 (il cosiddetto "Giorno delle Aquile") mentre, secondo i piani di Hitler, l'invasione vera e propria fu fissata per il 15 settembre.
Dato che l'11 ed il 12 agosto il tempo volse al brutto con nubi basse e poca visibilità, i primi imponenti attacchi tedeschi si svolsero il giorno 13. Durante questa giornata la Luftwaffe effettuò 1.485 sortite ma, alla fine, gli inglesi persero solamente 13 aerei contro i 46 nemici.
Il 14, 15 e 16 agosto la Luftwaffe fece più di 1.500 incursioni al giorno dirigendosi verso il Kent, l'area orientale dell'Inghilterra e gli aeroporti del sud; ogni volta però il bilancio di velivoli abbattuti era sempre favorevole alla RAF.
Ormai era chiaro che la RAF era ben lontana dall'essere sconfitta e, anche durante la giornata del 18, i tedeschi persero 71 aerei contro i 17 inglesi.
Dopo una settimana di combattimenti la Luftwaffe non era assolutamente riuscita a conquistare la superiorità aerea; perse anzi 363 aerei contro i 200 inglesi, gli Stuka si dimostrarono meno agili degli Spitfire e degli Hurricane ed inoltre molti aeroporti britannici rimasero ancora operativi nonostante i bombardamenti subiti.
Per ovviare a questa situazione i tedeschi mutarono tattica: essi infatti ritenevano che, attaccando gli aeroporti dell'11° gruppo nel settore sud-est del Paese, avrebbero costretto gli inglesi a schierare tutte le loro forze disponibili, dato che dovevano pensare alla loro difesa. Il piano presentava i suoi rischi perché le squadriglie naziste avrebbero dovuto spingersi più in profondità per raggiungere i loro obiettivi; venne quindi deciso di aumentare il numero dei caccia di scorta ai bombardieri.
Questa nuova strategia, per un certo periodo, sembrava potesse risultare vincente per la Luftwaffe; infatti, fra il 24 agosto e il 6 settembre, i tedeschi effettuarono 33 incursioni che causarono agli inglesi la perdita di 286 velivoli.
In ogni caso, alla fine di agosto, l'operazione "Leone Marino" venne rimandata dal 15 al 21 settembre.
La notte tra il 24 ed il 25 agosto alcune bombe caddero sulla città di Londra; Hitler disse alla radio che si trattava "solo di un errore" ma Churchill trovò il modo di vendicarsi. Mentre l'isola era attaccata da 1500 aerei tedeschi, alcuni bombardieri della RAF sganciarono il loro carico su Berlino in pieno giorno; per il Fuhrer e per i tedeschi fu un colpo psicologico molto forte dato che Goring, in passato, aveva detto più volte che i cieli di Berlino erano praticamente inviolabili per gli Alleati.
Per ritorsione contro il bombardamento inglese, Goring impegnò tutti i suoi bombardieri per attaccare Londra; gli attacchi però furono rivolti verso il centro della città e non verso i punti strategici dove si trovavano gli obiettivi militari. In questo modo alcune zone di Londra divennero un cumulo di macerie ma gli inglesi rimasero sempre in condizione di combattere e la loro aviazione continuò ad essere ben lontana dall'essere annientata.
Nella prima metà di settembre l'aviazione tedesca continuò nelle sue sortite ma la RAF continuò ad abbattere velivoli nemici; per di più, in alcune giornate, le condizioni meteo non furono buone e quindi gli attacchi della Luftwaffe dovettero diminuire di intensità.
Hitler fissò il 27 settembre come data ultima per l'invasione e, siccome fra l'ordine e l'effettivo inizio delle operazioni di sbarco dovevano passare dieci giorni, la RAF doveva essere neutralizzata, al massimo, entro il giorno 17.
La giornata decisiva della Battaglia d'Inghilterra fu il 15 settembre 1940. Infatti in quel giorno i tedeschi organizzarono due massicce incursioni su Londra, che però furono efficacemente contrastate dai piloti inglesi: i bombardieri della Luftwaffe si dovettero disfare in tutta fretta delle loro bombe, impedendo quindi che i loro obiettivi fossero centrati. Anche un attacco diretto contro gli stabilimenti aeronautici Supermarine di Southampton si scontrò contro la violenta reazione della contraerea. In questa giornata la Germania aveva perduto non meno di 60 velivoli contro i 23 inglesi.
Questa ulteriore sconfitta contribuì alla decisione che Hitler prese il 17 settembre: l'operazione "Leone Marino" era rinviata a data da destinarsi.
Goring, però, non volle rassegnarsi ad ammettere il suo fallimento e, tra il 17 e il 30 settembre, mandò i suoi aerei ancora verso Londra e verso le fabbriche di aeroplani. I velivoli tedeschi abbattuti però continuarono ad essere ben superiori di quelli inglesi ed inoltre la RAF aveva rimpiazzato le perdite dei suoi aerei Spitfire ed Hurricane grazie alla produzione dell'industria aeronautica.
Agli inizi di ottobre Hitler non aveva ancora perso la speranza di sbarcare in Inghilterra ma i comandanti dell'esercito e della marina gli suggerirono di abbandonare il piano per evitare di esporre ai bombardieri inglesi le unità ammassate nei porti francesi sulla Manica.
Qualche giorno dopo Alfred Jodl, capo dell'ufficio operativo del Comando Supremo della Wehrmacht, consegnò al Fuhrer un rapporto in cui evidenziò che uno sbarco tedesco era ormai praticamente impossibile. L'11 novembre Hitler rinunciò definitivamente all'invasione.
La rinuncia alle operazioni di sbarco non coincise però con la fine dei bombardamenti della Luftwaffe sull'Inghilterra. Fino a quando le squadriglie tedesche, nel maggio del 1941, non furono trasferite ad est per preparare l'invasione dell'Unione Sovietica, i bombardieri nazisti continuarono le loro azioni su Londra, sulle città industriali e sui porti.
40.000 civili inglesi persero la vita e altri 46.000 rimasero feriti.

sabato 17 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1840 si inaugura la linea ferroviaria Milano-Monza.
Era venuta prima la Borbonica Napoli – Portici, inaugurata 10 mesi prima, ma quella milanese fu la prima linea di treni di progettazione italiana.
Le linee ferroviarie, avevano innescato una rivoluzione inimmaginabile. Un paese come gli Stati Uniti basandosi sulla ferrovia stava diventando una potenza planetaria (il mito della nuova frontiera) .
Ferrovia voleva dire innanzitutto industrie collegate, metallurgiche e ingegneristiche. Voleva poi dire spostamento veloce di lavoratori, di merci, di mercati, di culture.
La Ferrovia era insomma il braccio armato della rivoluzione industriale. Progresso tecnologico che il nord d’Italia abbracciò convinto partendo proprio da quella Ferrovia Milano Monza che sostituì l’idea nata qualche mese prima di una linea Milano Como.
Il progetto “Milanese” della Ferrovia Milano Monza fu del costruttore Giulio Sarti e venne approvato da Vienna nel 1839.
Dopo appena un anno, la ferrovia a binario unico veniva inaugurata, e divenne da subito operativa.
La stazione milanese della Ferrovia Milano Monza, venne messa fuori comune, cioè fuori dalle mura, ed è una costruzione attualmente ancora visibile nei pressi di Porta Nuova.
Quella di Monza, nei pressi del centro cittadino è ancora l’attuale. All’interno venne successivamente realizzata la saletta reale.
Sebbene i primi progetti prevedessero l’installazione di una stazione nei pressi di Porta Tenaglia, su commissione dell’imperatore Ferdinando I d’Austria si preferì collocare l’edificio appena fuori Porta Nuova, per evitare di indebolire l’apparato difensivo murario attorno al capoluogo milanese. Posto in collocazione strategica, lungo l’asse commerciale per la Brianza, il tragitto ferroviario avveniva tramite un unico binario che si sviluppava in linea retta fino a Monza per un lunghezza di circa 13 chilometri.
Progettata dell’ingegnere milanese Giulio Sarti, l’infrastruttura ferroviaria comprendeva un grande edificio in muratura adibito a stazione di testa, ancora oggi ben visibile all’interno del tessuto urbanistico milanese. L’edificio dell’ex stazione, a pianta rettangolare, ha un’altezza di tre piani e presenta nella sua struttura interna un ampio locale a piano terra e una serie di piccole stanze allora utilizzate per funzioni amministrative. Di ispirazione neoclassica, la facciata è divisa verticalmente in tre settori, caratterizzati rispettivamente da bugnato liscio nel livello inferiore e da lesene con capitelli di ordine ionico nella parte centrale e mediana, coronata a sua volta sulla sommità da un grande timpano triangolare.
Perse le sue funzioni originarie in seguito al progressivo sviluppo del sistema ferroviario cittadino, l’ex stazione Milano-Monza ha subito un recente restauro e ospita attualmente attività alberghiere e ristoranti.
Il primo viaggio durò 19 minuti, alla media di 40 all’ora, una velocità inaudita per un trasporto che allora era basato o sul cammino, o sulle carrozze.
Da quel giorno, in breve la rete ferroviaria di Milano crebbe, contemporaneamente alla nascita del trasporto urbano pubblico con la realizzazione dei primi omnibus a cavalli, annunciando una città in cui le nuova classi avevano il diritto di spostarsi comodamente, emulando i nobili nei diritti e nelle prospettive culturali.
Insomma, quella era una Milano e un nord in grado di recepire da subito le opportunità date dall’innovazione tecnologica e industriale. Una Milano in grado di realizzare l’impensabile in tempi stretti e sorprendenti. Una Milano pronta a spostarsi in maniera nuova nel futuro.

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